SS Pasqua 2018

At 10, 34a.37-43; Col 3, 1-4; Gv 20, 1-9

È iniziata la Settimana Santa con un lenzuolo abbandonato in un giardino. Il piccolo Marco, coraggioso e curioso ‘monello’ che seguiva Gesù e i suoi nell’orto degli ulivi, lo lasciò cadere per sfuggire alle mani malevoli dei soldati. E così rimaneva nudo, come la prima creatura, come il padre Adamo. Nudo fuggiva il giovane, rifiutando ogni maschera e ogni compromesso con il male, che spesso si camuffa e ci ricopre di apparenze e di illusioni.

Il piccolo Marco ha rinnovato in noi la consapevolezza di essere fragili. Noi come i nostri progenitori, che però della propria nudità avevano avuto paura. È il peccato che ci svela la nostra debolezza come un dramma, perché dopo averci illusi di essere forti da soli e di poterci sostituire a Dio, esso invece ci scaraventa a terra, ributtandoci in faccia la cruda realtà della nostra miseria. E quando, come Adamo ed Eva, ci scopriamo miseri e ci sentiamo miserabili, ecco che viene il Dio di ogni creatura, e ci riveste, si prende cura, e intesse dei vestiti perché non abbiamo più timore. Dio non ci fa pesare i nostri errori, non ci rinfaccia il nostro peccato: Egli inventa sempre nuove maniera per ridarci la dignità perduta, per rimetterci in piedi e farci ripartire.

E non si accontenta di rivestirci di abiti da nozze. Decide di scendere, di prendere su di sé la nostra nudità. Lo abbiamo contemplato nel mistero glorioso e doloroso della passione. È Gesù, il Figlio fatto uomo, che prende su di sé la nostra carne ferita, e si spoglia, di sua iniziativa, dei paramenti regali per farsi servo, chinato a lavare i nostri piedi, sporchi e stanchi della polvere di cui siamo fatti. È Gesù, l’Innocente diventato Maledizione, appeso alla croce, che viene spogliato delle vesti, della tunica tutta d’un pezzo, per restituire a ciascuno di noi la nostra bellezza lasciandosi sfigurare sulla Croce, suo trono di umiltà, dalla nostra violenza.

Dio rimane nudo, perché vuole sconfiggere il nostro terrore della nudità. Nudità che è debolezza e fragilità, ma che è anche l’unica via affinché qualcuno possa conoscerci nella verità e prendersi davvero cura di noi. Nella debolezza sta di casa l’amore.

Così Gesù, morto e calato dalla Croce, giace tra le braccia della Madre, ed è lei, aiutata da uomini e donne di buona volontà, immagine della Chiesa dolorante, che nuovamente ricopre il Figlio, come aveva fatto nella mangiatoia. Gli viene dato un lenzuolo, forse ritrovato in quel giardino, che ora diventa una tomba. Un lenzuolo grande, che lo custodisce tutto, come il guscio copre il cuore del seme. Un lenzuolo che gli fa da sudario, ad avvolgere il volto, impregnandosi delle ultime tracce del sangue donato, segno indelebile di un amore senza fine, di un amore fino alla fine.

È così che Gesù viene consegnato alla terra, al grembo della terra, dopo essere stato accolto dal grembo della Madre e della Chiesa. Ed è così che pensa di ritrovarlo Maria di Magdala, quando torna a cercarlo la mattina di Pasqua. Ed invece lo stupore, il tremore, la meraviglia straripano dall’incontro con il sepolcro vuoto, e le lenzuola di nuovo abbandonate nel giardino. Ora, però, addirittura ripiegato, quel sudario che porta incisi i tratti dell’Amato. Perché stavolta sarà per sempre. Gesù risorge nudo, per rivestirsi di luce e di gloria che contagiano l’umanità ferita e ora salvata.

La carne del Risorto è piagata, ma non sanguina più. Le ferite portano le cicatrici dell’Amore bruciante del Padre, e restano per ricordare che la dignità dei figli è costata la trafittura del cuore del Padre. Ora il corpo di Gesù porta gli abiti dello Sposo eterno, di una bellezza che non fa più paura. Davanti a Lui ci si può spogliare, finalmente, delle nostre maschere e delle nostre paure, dei nostri rimpianti e dei nostri tradimenti. Le nostre vesti rovinate e consumate dalle fatiche dei nostri sforzi di amare sono ora abbandonate, e anche i nostri corpi, come i nostri cuori, possono partecipare della guarigione che viene dall’Amore.

Pietro, Giovanni – l’altro discepolo –, Maria, come la stessa Madre partecipano stupiti di questo mistero, e ce lo trasmettono. La fede diventa la veste bianca, la veste lavata dal sangue del martirio del Signore. Egli l’ha versato per noi, al posto nostro, tutto quanto richiedeva di essere donato. Così abbiamo parte, con il battesimo, di questa tessitura nuova. Non è una toppa sul nostro passato, non servono le cuciture improvvisate: è un cambiamento radicale. La Resurrezione fa nuove tutte le cose, e di noi fa creature nuove. L’abito è completamente nuovo: la fede non è qualche pratica in più, qualche comportamento migliore, qualche brutta parola in meno. La fede è rivestirsi di Cristo, lasciarsi incontrare, innamorarsi da impazzire. È riorientare lo sguardo verso ‘le cose di lassù’: nulla a che vedere con le fughe, ma soprattutto un nuovo, profondissimo impegno con la vita vera, con la verità e i rapporti reali, con la storia concreta che viviamo, con le persone che ci circondano. Da guardare, ora, non più da dietro maschere di vergogna, ma a viso scoperto: certi che il lenzuolo non ci serve più, perché siamo stati spogliati e rivestiti dall’Amore.

Da lì, e solo da lì, come abito nuziale, scaturisce traboccante la gioia.

p. Luca Garbinetto, pssg

Last modified on E shtunë, 31 Mars 2018 19:19

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