SPIRITUALITA' E FORMAZIONE: LA CHIAVE DI VOLTA DELLE RELAZIONI COMUNITARIE

SPIRITUALITA' E FORMAZIONE

 

LA CHIAVE DI VOLTA DELLE RELAZIONI COMUNITARIE

 

"Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso" (Fil 2,3): deve essere la base di ogni nostra relazione

 

Al commentare  il testamento di don Ottorino, nel numero precedente ci eravamo detenuti sulle relazioni tra di noi. Don Ottorino ci proponeva che in esse ai fratelli che ci vivono accanto potessimo comunicare Gesù che vive in ciascuno di noi. Perché questo potesse avvenire ci diceva che dobbiamo "pensare e parlare sempre bene dei fratelli" e indicava una chiave di volta per poterlo realizzare, cioè "giudicarci non degni di vivere con i fratelli". Una espressione un po' forte e paradossale a prima vista, ma che se ben compresa ha un valore immenso, perché ci fa mettere alla base delle nostre relazioni l'atteggiamento della vera umiltà. È una espressione che ricalca quello di Paolo: "Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso" (Fil 2,3). È quindi una esigenza inerente al normale vivere cristiano e merita quindi che sia veramente presa sul serio e approfondita.

Don Ottorino sembra rivolgersi particolarmente a quelli che hanno dei buoni motivi per sentirsi più bravi degli altri, quelli che normalmente sono considerati i più capaci e magari anche i più virtuosi, ma che proprio per questo sono i  più tentati a sentirsi autosufficienti e superiori. La tentazione è di considerare un peso i fratelli più fragili, di sentire che ci sono cose ben più importanti da fare che a perdere tempo nello stare con loro. È l'atteggiamento del "fariseo", al quale Papa Francesco, commentando la parabola del fariseo e pubblicano, applica l'attributo di "corrotto", nella distinzione più volte da lui fatta tra "peccatore" e "corrotto" (udienza generale 1 giugno 2016. Cfr. anche le omelie fatte a Santa Marta sul peccato del re Davide del 29 gennaio e del 1 febbraio 2015).

Per dirla in forma un po' paradossale,  c'è più pericolo - quanto alla "corruzione" - per gli aiutanti che per gli aiutati. Per questo gli aiutanti devono aver cura della loro indegnità... sentendosi in questo aiutati dai fratelli in difficoltà.

Sentirsi indegno non significa, comunque, misconoscere le proprie doti e capacità, ma sentirle proprie per puro dono e quindi a propria volta sentire di dover donarle ai fratelli e alle sorelle. D'altra parte quel dono ricevuto deve essere sempre bilanciato dalla coscienza della propria fragilità e miseria. Come dimenticarlo? Anche per chi, sempre per puro dono, è stato possibile percorrere un cammino di crescita che gli ha dato la possibilità di vivere una buona maturazione personale, è importante non distogliere mai lo sguardo dal pozzo da cui si è stati salvati e neppure dalle proprie ferite che, anche se cicatrizzate, ci ricordano sempre il male da cui si è stati curati.

Sentirsi indegni significa che, pur accettando con obiettiva coscienza che il fratello, la sorella e la comunità hanno bisogno di noi, anche noi abbiamo bisogno del fratello, della sorella e della comunità. Senza di essi non saremmo quello che siamo. Essi sono la nostra risorsa e opportunità per essere quello che siamo. Don Ottorino ricordava spesso che il Signore da ognuno di noi si aspetta i risultati a seconda dei doni ricevuti. Un fratello che dà poco, ma dà tutto quello che ha, dà molto di più di quello che dà molto, ma non tutto quello che ha.

Luciano Bertelli

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