LA CATTEDRA DEL SERVO

Mt 23, 1-12 - XXXI domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

La cattedra di Mosè, nella sinagoga, rimane vuota durante la preghiera. È il posto riservato al profeta, a Colui che tornerà a dare compimento alla Legge di Mosè. È il trono – una seggiola – su cui siederà il Messia atteso. Fino ad allora, la presenza è significata dall’assenza: nessun uomo può sostituirsi a Dio, e nessuno può pretendere di spiegare o di possedere Dio.

Il peccato degli scribi e dei farisei, dunque, è ben più grave che una semplice incoerenza morale. Non si tratta soltanto di ‘predicare bene e razzolare male’: chi, in fondo, non cede qualche volta a questa tentazione, mossi un po’ dalla vergogna, un po’ dalla pigrizia? Essi, piuttosto, hanno preteso di sedersi al posto dell’inviato di Dio, al posto – quindi – di Dio.

Così facendo, hanno preteso di mettere in bocca a Dio le loro parole, anziché lasciare che la Parola, custodita nei rotoli della Scrittura, illuminasse il loro parlare. Non è l’incoerenza la tragedia dell’uomo che si ripercuote sulla comunità, ma la subdola e micidiale superbia di chi presume di conoscere tanto bene Dio da acquisirne per sé le prerogative, l’agire, e il Nome.

È proprio di chi esercita potere scivolare facilmente nella melma di questa tentazione. Ma non è il caso di puntare troppo il dito, poiché ognuno di noi occupa il suo pur piccolo spazio di potere; o perché forse, se più potere avessimo, non saremmo nemmeno noi esenti da questo rischio. Il potere deformato veste la persona dell’arroganza di stare in alto e di pretendere che gli altri pieghino le proprie ginocchia a venerarne il lustro. D’altro canto, è davanti al Nome che ‘ogni ginocchio si piega, in cielo, sulla terra e sotto terra’ (Fil. 2,10).

Ma il Nome non appartiene a nessuna classe di uomini. Nessuna categoria, nessuna casta, nessuna razza o nazione può presumere di possedere, tanto meno meritare di arruolare Dio per i propri interessi. Oggi più che mai va ribadito, in un mondo mai stanco di dividere, di aggredire, di contrapporre. Va ribadito anche per non cadere nella sottile seduzione di benedire una qualche cultura o un qualche sistema sociale come l’assoluto della presenza di Dio nel mondo.

No: il Nome è di Gesù, vero Dio e vero uomo. Ma Dio è presente perché rimane assente, e in questo indefettibile mistero, che sfugge alle liste di norme e ai sistemi minuziosi di giustizia, è garantita la continuità salvifica del suo agire nel mondo. E Dio sta silenzioso in cattedra perché ha parlato definitivamente con il corpo vivente del Figlio, il Messia che è già venuto e che molti non hanno riconosciuto. La cattedra di Dio è il pavimento su cui si curva il servo. I suoi strumenti di predicazione sono il grembiule e il catino. La sua predica più efficace è la lavanda dei piedi.

Lì riconosciamo il Maestro, che può pronunciare un insegnamento perché la già impregnato di sudore. Lì abbracciamo il Padre, che ha preferito svuotare tutti i troni celesti e terrestri per potersi fare prossimo ai suoi figli. Lì scegliamo la nostra Guida, che indica il cammino nella spogliazione e nell’amore reciproco.

Di misericordia è impregnata la Legge di Dio, l’agire del Servo. Così Egli lega a sé coloro che Egli ama. Chi invece lega fardelli, come gli scribi e i farisei, attraverso pratiche di controllo e di imposizione, non si accorge di diventare troppo goffo e pesante per sapersi chinare a servire. Chi alza troppo la fronte in altezzoso atteggiamento di dominio, non riesce a incrociare lo sguardo tenero del Servo amante che desidera poter lavare i piedi anche a lui. E così si perdono, uomini e donne troppo pieni di sé per essere felici, nell’incessante frenesia di chi deve difendere diritti, sistemi, concetti pur di non lasciarsi denudare dalla disarmante pedagogia del Signore.

Chiunque desideri, dunque, percorrere il cammino che conduce a salire in alto, preferisca abbassare lo sguardo per cercare gli occhi di chi conosce la strada e ha scelto di condividerci il segreto per farla nostra. Che in fondo, ciò che davvero ci mette in sintonia con la gioia è l’ardita decisione di rimanere per sempre discepoli anche quando ci è chiesto di piegare le ginocchia e di farci strumenti del Maestro, Guida e Pastore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

Last modified on E shtunë, 04 Nandor 2017 23:11

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