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Sabato, 15 Giugno 2019 18:18

TRINITÀ È COMUNICAZIONE

Gv 16, 12-15 – Solennità della Santissima Trinità

Commento per lavoratori cristiani

 

La nostra è per eccellenza l’epoca della comunicazione. In realtà, di comunicazione si vive da sempre, e la comunicazione è stata la misura dei salti epocali nella storia di tutto l’uomo. Ma oggi più che mai di comunicazione, anche, si muore. Si muore se la comunicazione è troppo violenta, troppo falsa, troppo giudicante, troppo offensiva e addirittura invadente. Ma si muore anche se la comunicazione è troppo emarginante, esclusiva e selettiva: nei destinatari, più che nei contenuti. Diventa facilmente manipolatrice e ingannevole. Insomma, menzognera e assassina, come il Maligno, perché usata male.

In realtà, la comunicazione ha radici più profonde dell’uomo e della storia. Anzi, è nell’uomo perché egli è a immagine e somiglianza del Comunicatore per eccellenza: di Dio. È nella storia, perché la storia l’ha creata Dio, e lo ha fatto proprio con un atto comunicativo. Ha comunicato se stesso. E non smette di farlo. La comunicazione dunque è più che mai azione spirituale, e se non lo è tradisce la sua verità. Per questo c’è bisogno dello Spirito Santo per entrare nell’orbita di questa verità. Perché la verità del comunicare non è banalmente una corrispondenza scientista tra un fatto e un nome: dove va a finire, in quest’ottica materialista, la pregnanza della relazione, e in fondo dell’amore con cui si può, e forse si deve, comunicare?

Nella solennità della Santissima Trinità ci troviamo in fondo immersi nel mistero della comunicazione. Balza agli occhi che il contenuto stesso del mistero rivelato ci sfugge, ci sorpassa, ci travolge quasi, in una dinamica di relazione in cui la battuta non è data da noi. L’uomo è innanzitutto destinatario. Ma non passivo, né tanto meno funzionale. La Santissima Trinità si comunica per la semplice bellezza di darsi, e ha dunque necessità di un interlocutore – l’uomo – capace di accoglierla. Libero, abilitato all’ascolto, come lo è Dio stesso. Mistero infinito.

A noi oggi questo mistero di relazione svela alcuni tratti dell’arte del comunicare, dei quali fa bene recuperarne la valenza. Riportarli poi alle nostre rocambolesche piroette tecnologiche sta a noi, con la nostra creatività. Ma per riuscirci, è opportuno permetterci ancora di ‘cadere dentro’ il capogiro dell’amore di Dio. Vediamo come avviene.

La comunicazione, nella Santissima Trinità, è rispettosa della diversità. Ciascuno è se stesso. Eppure lo è proprio perché è in relazione con l’altro, senza che questo significhi assorbimento e omologazione. Il Figlio e il Padre sono Persone l’uno davanti all’altro, e lo Spirito è fuoco d’amore reso se stesso dal darsi reciproco degli altri due. Così pure venendo all’uomo, la Trinità rende l’uomo se stesso. Il nostro Dio non ci succhia in un astratto spirito indefinito, ma ci abilita ad alzarci in piedi, ciascuno se stesso, per dire a voce alta il proprio ‘sì’ a un ‘Tu’ che si è consegnato.

La comunicazione è dunque anche consegna di sé. Sempre. Non vi è un travaso di conoscenze intellettuali o di teorie dottrinali da garantire di generazione in generazione, svincolate da un dono autentico della persona, anzi delle Persone. Ce lo ha ricordato il Concilio Vaticano II: la fede nasce dall’atto gratuito e preveniente di Dio che comunica se stesso in un rapporto personale, rendendo possibile una intersoggetività a tutto tondo, in cui mente, cuore e braccia sono ugualmente attive nel ricevere e dare.

La comunicazione trinitaria, poi, ha il gusto dell’attesa, che significa poi coltivare la delicata arte della pedagogia. Non ‘tutto e subito’, ma ciò che serve e ciò che si può in questo momento. Con un criterio di completo decentramento da sé: si comunica ciò che all’altro fa bene e che l’altro adesso può portare. Oh, come ne abbiamo bisogno di questa premura! Quanti pesi portano i bambini e i ragazzi su di sé, in famiglie in cui gli adulti non sanno più attendere e perseverare! Come si confonde spesso una emozione con una verità assoluta, invertendo l’effimero con il duraturo!

Infine, la comunicazione trinitaria coinvolge e condivide. Mai il darsi diventa motivo di esclusione, peggio ancora di autoaffermazione e di vanto. Se il figlio prodigo voleva che morisse il padre, per prendersi ‘ciò che mi spetta’, il Figlio prodigo del Cielo muore lui per poter consegnare ciò che il Padre già gli ha dato. Per il bene dell’umanità, riempita dall’azione dello Spirito. 

Una comunicazione vera, quindi, perché genera unità, comunione, relazioni d’amore nel rispetto delle identità. Quanto c’è da lasciarsi fare, in un mondo di comunicatori inesperti, come bambini affascinati da un giocattolo nuovo, che presumono di saperlo già usare al meglio. E invece, poiché non conoscono né se stessi né Dio, non si accorgono di diventare capricciosi ed egoisti, usando proprio la comunicazione per rinchiudersi in mondi senza relazioni.

Santissima Trinità, voi, sommi Ingegneri dell’arte del comunicare, siate pazienti e testardi: non stupitevi, Padre Figlio e Spirito Santo, della buffa cocciutaggine del vostro interlocutore preferito, questo uomo poco adulto e tanto ragazzino. E, non stancatevi, miti ed efficaci come solo voi sapete essere, di darvi, di coinvolgerci, di educarci nell’affascinante desiderio di comunicare, che ci seduce e ci spaventa insieme. Per favore. Grazie.

 Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

Pubblicato in Lavoro
Sabato, 01 Giugno 2019 12:34

CON CRISTO NEL LAVORO

CON CRISTO NEL LAVORO

«Gli ultimi saranno i primi» - Matteo 20,16

 

Il passo del Vangelo, che illumina questo mese, narra la parabola del padrone che esce in diversi momenti del giorno in cerca di lavoratori per la sua vigna e alla fine del giorno dà la stessa paga a tutti, anche a quelli che hanno lavorato una sola ora. Questo strano comportamento del padrone provoca la reazione di quelli che hanno lavorato tutto il giorno, i quali mormorano, perché sentono questo comportamento come una “ingiustizia”. In realtà questa “ingiustizia” del padrone serve per provocare in chi ascolta la parabola un salto di prospettiva, perché qui Gesù non vuole parlare del problema del lavoro e del giusto salario, ma del Regno di Dio. 

Con questa parabola Gesù vuole aprire i nostri cuori alla logica dell’amore del Padre, che è gratuito e generoso. Si tratta di lasciarsi meravigliare e affascinare dai “piani” e dalle “vie” di Dio, che, come ricorda il profeta Isaia, non sono i nostri piani e non sono le nostre vie (Is 55,8). I piani umani frequentemente sono segnati dagli egoismi e convenienze personali e i nostri stretti e tortuosi sentieri non sono paragonabili alle ampie e rette vie del Signore. Egli usa misericordia e perdona abbondantemente, è pieno di generosità e di bontà che sparge su ciascuno di noi, apre a tutti il territorio senza limiti del suo amore e della sua grazia, che soli possono dare al cuore umano la pienezza della gioia. 

Gesù vuole farci contemplare lo sguardo di questo padrone: lo sguardo con cui vede ciascuno degli operai in attesa di lavoro e li chiama ad andare nella sua vigna. È uno sguardo pieno di attenzione, di benevolenza; è uno sguardo che chiama, che invita ad alzarsi, a mettersi in cammino, perché vuole la vita per ciascuno di noi, vuole una vita piena, impegnata, salvata dal vuoto e dall’inerzia. Dio non esclude nessuno e vuole che ciascuno raggiunga la sua pienezza. Questo è l’amore del nostro Dio, che è Padre. 

E, come dice il papa Francesco, la parabola ci ricorda che “nel Regno di Dio non ci sono disoccupati, tutti sono chiamati a fare la loro parte; e alla fine per tutti ci sarà la ricompensa, che viene dalla giustizia divina - non umana - cioè, la salvezza che Gesù Cristo ci ha ottenuto con la sua morte e risurrezione. Una salvezza, che non è meritata, ma donata. La salvezza è gratuita, cosicché ‘gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi’”.

 

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di vita di questo mese?

Offrire ogni giorno il mio lavoro a Dio con la preghiera di don Ottorino: Gradisci, o Signore, come inno di lode l’offerta del mio lavoro. Fa’ che esso sia collaborazione alla tua opera creatrice, mezzo di redenzione per me e per i fratelli, servizio e solidarietà per un mondo più umano e fraterno. Amen

DAL DOCUMENTO “IL MONDO DEL LAVORO”

Santificazione del lavoro

 

“Con Cristo nel lavoro” significa vivere la radicalità del rapporto con Gesù nel lavoro quotidiano. Tale spiritualità è una spiritualità della vita ordinaria, del quotidiano; è una “spiritualità della strada”, come suggerisce anche don Ottorino con l’espressione “carmeli ambulanti”. Dobbiamo portare – dice don Ottorino – il segno di Cristo in tutte le realtà. Ogni cristiano è chiamato all’impegno quotidiano per riempire dello spirito di Dio la totalità storica del suo essere e del suo lavorare, la vita ordinaria, le relazioni umane, il lavoro e la fatica di ogni giorno, per essere lievito, sale e luce del mondo, testimone e costruttore del Regno di Dio nel mondo. Quando don Ottorino parla di santificazione del lavoro parla dell’ideale, nostro e di ogni cristiano, di rendere il proprio lavoro, tutta l’attività umana, sempre più vicini al disegno di Dio, nei luoghi dove si vive, si testimonia e si costruisce il Regno di Dio. Dobbiamo, cioè, vivere il nostro lavoro e il progresso non in rivalità con Dio e contro l’uomo, ma come realizzazioni piene dell’esistenza umana nell’amore e nel servizio, facendone un inno di lode al Padre.”(Settimo Capitolo, 2003, nn. 56,63).

Pubblicato in Impegno di Vita
Sabato, 01 Giugno 2019 11:35

UN AMORE ILLOGICO

Lc 24, 46-53 – Solennità dell’Ascensione del Signore C

Commento per lavoratori cristiani

 

Nel mistero del compimento delle promesse del Padre sta l’amore. L’amore è l’esperienza e il parametro di interpretazione di quanto accade nello sconcerto pasquale, nello stupore odierno dell’Ascensione, nell’attesa e nel sopraggiungere dirompente dello Spirito Santo.

È amore divino. E quindi, intimamente illogico. Illogico perché sfugge al nostro controllo. Ma non per questo meno autentico: anzi, un amore così mostra e fa la verità anche dell’uomo. Dio è se stesso, sempre: “Dio è amore” (1Gv 4, 8.16). E chi si lascia coinvolgere nel suo dinamismo di amore diviene veramente uomo. Diviene se stesso chi si lascia amare da Dio.

Illogico, però, è lo scorrere dei fatti, anche dentro lo stesso racconto di Luca: la conclusione del suo vangelo è una tappa che precede le vicende degli Atti e ad essi va collegata. Questi cominciano dove quello finisce (cfr. At 1, 1-11). Ma in una sinfonia di contraddizioni illogiche.

È infatti illogico il tempo di Gesù. Pare la stessa sera della Risurrezione; poi però diventano 40 giorni tra il suo ritorno alla vita e la partenza per il cielo. Ma l’amore stravolge il computo dei giorni: “un solo giorno è come mille annie mille annicome un solo giorno” (Pt 3,8), davanti a Dio, come nell’esperienza dell’innamorato. Quanto è lunga l’attesa! Eppure quanto accorcia i tempi la passione! Più che la cronologia, per l’amore conta il kairos, il senso del momento vissuto. Di amore divino, quindi, erano impregnati i 40 anni di Israele nel deserto come lo sono anche oggi i giorni di una generazione che nasce, vive e muore.

È illogico anche lo spazio. Gesù è a mensa con i suoi, li istruisce e li prepara ad accogliere lo Spirito Santo. Poi, dice il vangelo, esce e a Betania, casa dell’amicizia, li benedice e sale al cielo. Negli Atti, invece, questa sua dipartenza avviene mentre ancora si trova nel cenacolo di Gerusalemme. Ma d’altro canto l’amore confonde anche la sistematicità degli spazi. Chi ama ricorda il profumo, il colore, deforma le dimensioni nella memoria estasiata. Rimane l’essenziale: la mensa, l’amicizia, e lo struggente dolore di una partenza, che si impregna della gioia di una promessa. All’amante amato ci si affida perché dal non-luogo del suo andare stabilisce in realtà la sua dimora nel cuore dell’amato amante!

È illogico anche lo stesso partire di Gesù. Ma com’è possibile che questo Dio si sia fatto così vicino alla sua creatura, per rendere accessibile la sua persona e infrangere i veli della separazione, ed ora, una volta culminato l’itinerario della propria offerta, se ne torni da dove è venuto? Ha il sapore della beffa, questo dono di sé che sfugge dalle mani proprio nel momento in cui i suoi discepoli, i suoi amici, potrebbero trattenerlo per sempre con sé. Ma l’amore ha in antipatia il possesso! L’amore è resistente all’obbligo e non impone nessuna presenza! L’amore libera, ed è espressione privilegiata della libertà dell’uomo, fatto a immagine e somiglianza del Figlio di Dio, quella di poter – e dover – scegliere di amare lo stesso Dio che a lui si è rivelato.

C’è quindi bisogno di una distanza, per rendere autentica la prossimità. C’è necessità di un intervallo che faccia possibile la relazione, affinché ciascuno realizzi la propria identità. C’è l’esigenza di un appello costante, che muova il cuore e la vita verso l’altro, per far sì che il rapporto sia reciproco e gratuito, connotato di divina umanità nell’esercizio della propria responsabilità. 

Quale dignità consegna Dio all’uomo! Gesù è l’illogico amante che lascia il partner amato proprio nel momento del possibile appropriamento, quando l’ansia della perdita vissuta nella morte viene rassicurata da un ritorno, ma rischia di frenare la sfida dell’uscita da sé. Se ne va, per poter rimanere definitivamente. Sale al Padre, per poter donare lo Spirito, che verrà a inabitare nei suoi per farne sostanzialmente degli appassionati cercatori di Lui. L’amore, in fondo, resta una indicibile sete di compimento, che trova la propria pienezza nel lasciare che sia l’altro a donarsi continuamente per dissetarla.

Perché ci sia acqua zampillante a ristorare l’aridità di un cuore anelante alla sorgente, c’è bisogno di percepire che questa fonte è altro da me. Solo così essa troverà spazio in me, sgorgando feconda dalla mia ferita che è lancinante invocazione di un Suo ritorno.

Perché ci sia compenetrazione e configurazione dell’uomo al suo Dio, nella rinascita verginale del Figlio in me e nella sua maturazione mistica, c’è bisogno che Egli resti oltre, mai imprigionato nei templi della nostra sicurezza e dei nostri calcoli. Solo così il suo corpo glorioso che ci attira potrà regalarci il suo respiro vitale, che ha l’energia dirompente e la freschezza leggera del vento dello Spirito.

L’Ascensione, dunque, è passaggio dell’illogicità dell’amore. Un amore liberante perché libero. Un amore denso di sentimenti perché perfettamente coerente con il modo d’essere dell’uomo, oltre che di Dio. Un amore coraggioso perché umile e discreto, preferibilmente sfumato nel mistero di una nube celeste piuttosto che urlato da scombinate rivendicazioni egoiste. Un amore delicato, disposto anche a lasciarsi nuovamente ferire dal rifiuto dell’amato, dall’aggressione del peccato; ma sempre instancabilmente pronto a riversarsi nel grembo con “una misura buona, pigiata, scossa e traboccante” (Lc 6,38). Un amore illogico.

 

 Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

Pubblicato in Lavoro
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