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Domenica, 26 Maggio 2019 11:04

L’AMORE DI DIO PER LA CITTÀ DELL’UOMO

Gv 14, 23-29 –VI Domenica di Pasqua C

Commento per lavoratori cristiani

 

È un tempo, il nostro, in cui abbiamo bisogno di una città vivibile. Di una città ‘risplendente della gloria di Dio’ (Ap 21,10), luminosissima, ci dice l’Apocalisse. Ma ne abbiamo bisogno oggi, non soltanto domani, lassù nel cielo.

Non che questa esigenza sia solamente dei nostri giorni. Tanti autori ci hanno lasciato traccia dell’anelito a una città vivibile. E ne hanno intravisto la possibilità nell’adesione alla Legge di Dio. Si pensi, fra i tanti, agli scritti di sant’Agostino, circa 18 secoli fa. La Bibbia stessa ci fornisce testimonianza delle attese e delle insidie di una città umana, che cerca fraternità ma può anche rifiutarla, alla maniera di Caino.

Tuttavia, risuona ancora più bruciante il paradosso della nostra epoca, che porta con sé l’eredità di un mondo e di secoli in cui l’umanità le ha provate tutte per dimostrare a se stessa di poter vivere senza Dio. Il fallimento è così palese, che ci si sorprende a cogliere la nostra testardaggine nel riprovarci. Mascherata di sotterfugi che inneggiano a idoli camuffandoli da dio, o esplicitamente emarginata e perseguitata, la fede nell’Unico rimane oggi questione rivoluzionaria. Non va di moda decidere di affidarsi a Lui. Soprattutto in contesti sociali, economici, politici. Nella verità della Parola, non in chiacchiere. Anzi, pare davvero a dir poco sovversivo.

Scopriamo che la fede, l’amore non può essere acquisita attraverso il patrimonio dei genomi. Non scorre semplicemente dal sangue materno attraverso il cordone ombelicale. Non può dirsi vissuto solamente per antiche tradizioni divenute rituali abitudinari. L’umanità stessa rifiuta questa modalità di esistenza, specialmente ora che la cultura dominante si tinge di un assoluto (paradossale) relativismo. Ciascuno sceglie (o crede di scegliere) ciò che gli pare. 

E la città? La città, allora, è costruita da tutti e da ciascuno. È sempre stato così, ma oggi è più evidente. La città, dimora degli uomini per una convivialità e una socialità necessaria alla sopravvivenza, non è un ammasso di individui anonimi, ma una questione di relazione. E soprattutto, la città è frutto della decisione responsabile di ciascuno di vivere nell’amore. Nessuno può delegare a un altro il compito di costruire la città illuminata dall’amore.

Abitare la città è dirigersi consapevolmente e coerentemente verso l’altro in un atteggiamento di accoglienza e di dono. Noi cristiani, testimoni del Risorto ed esperti di partenze e attese, lo sappiamo per fede e per esperienza. Lo impariamo proprio da Lui, che ci rivela la fonte e il modello dell’amore. Dio stesso non è solo, ma è aperto e proteso all’altro; in qualche modo si fa dimora a se stesso nella relazione costitutiva di Padre e Figlio da cui procede lo Spirito Santo. E lo impariamo anche provando ad ascoltarne e a osservare le sue parole, che poi sono le stesse del Padre. Ci accorgiamo che solamente un cuore sinceramente interessato all’altro, e quindi decentrato dai propri bisogni e dalle proprie necessità può percepire e prendersi cura delle esigenze del fratello (perché di un fratello si tratta), può generare una convivenza che si fa pacifica. Cioè terreno fecondo per vivere bene.

Le tre persone della Trinità ci sono di ispirazione. Ma sono anche parte del tentativo di farci come loro, di uscire da noi stessi per incontrare l’altro. Per spingerci fuori dal nostro egoismo, infatti, hanno deciso di prendere dimora anche dentro di noi. Sta lì, in fondo, il segreto della vera pace: permettere a Dio Uno e Trino di occupare la stanza intima della nostra interiorità e diventare tenda sguarnita dall’ossessione del proprio io. Lasciarci riempire di Lui per svuotarci del nostro ego, troppo ansioso, turbato e preoccupato di difendere la propria sopravvivenza per accorgersi da solo che si vive soltanto se qualcun altro ci nutre! Qualcuno di diverso, qualcuno – spesso – che viene da lontano o che si è allontanato e ritorna. Proprio come il Risorto, che stiamo attendendo mentre lo percepiamo già in mezzo a noi ogniqualvolta abitiamo la città optando per mettere in pratica la sua Parola.

Viviamo un tempo in cui la città ha bisogno di testimoni autentici dell’amore gratuito e universale. Lo sguardo per questa coabitazione terrena, allora, non può che essere quello che assume e si impregna degli occhi e del cuore di Dio. Sono sempre rivolti all’altro, all’incontro, all’accoglienza. Illuminano così la città, che diviene celeste perché resa radiosa dalla vulnerabile potenza dell’amore. Chissà che sia tempo di iniziare a dimorare già ora, qui e adesso, alla maniera del cielo. Così la luce e la pace inonderanno dal di dentro abitazioni, programmi, decisioni… soprattutto persone e relazioni che dimorano in Dio e nella città.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

Pubblicato in Lavoro
Domenica, 19 Maggio 2019 12:29

LA GLORIA SI MOSTRA NELLA NOTTE

Gv 13, 31-33a.34-35 – V Domenica di Pasqua C
Commento per lavoratori cristiani

Gesù ci parla oggi di gloria e di amore. Siamo nel contesto dell’ultima cena, dopo lo sconvolgimento della lavanda dei piedi. In tempo pasquale, non si tratta di un salto all’indietro, bensì di una riconferma: non c’è Resurrezione senza passione. La Pasqua è un unico mistero, di morte e di vita, di tenebra e di luce, di consegna e di pienezza. Come la vita nostra. Solo che con la Pasqua la vita con le sue contraddizioni tende definitivamente verso il polo della luce e della pienezza. Per comprendere il mistero, c’è da stare, però, dentro la contraddizione. Guardiamola con gli occhi di Gesù. Egli parla non appena Giuda “fu uscito (dal cenacolo)” (v. 31a). Pochi versetti prima, l’evangelista ci ha consegnato il dramma più atroce: si è compiuto il tradimento. Sì, perché il tradimento più duro da digerire è quello del cuore, ancor prima e ancor più profondamente che nei fatti. Nel cuore di Giuda è entrato Satana. Per questo egli è uscito, cercando di fuggire da Gesù. Che con Satana non può coabitare. Siamo a questo punto del dramma della passione, e Gesù parla ai suoi. Parla a noi. In maniera sconcertante: ci parla di gloria! “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato” (v. 31b)…! Ora. Non dopo. Anzi, soltanto dopo lo glorificherà Dio, il Padre, che a sua volta “ora” è stato anche lui glorificato in Gesù. Tremenda affermazione: quest’ora è l’ora del tradimento! È il momento in cui la notte scende tenebrosa nel cuore di Giuda ed egli sceglie anche la notte esteriore per compiere il suo misfatto, allontanandosi dallo sguardo di Gesù, che è la luce.

Dunque, se questa è l’ora, è proprio Giuda con il suo tradimento che glorifica il Figlio, e con lui il Padre. Come è possibile ciò? Come può la notte essere gloria, cioè luce? E se gloria è manifestazione folgorante, come nelle scene roboanti del Sinai anticotestamentario, di che gloria parla Gesù? Non è ancora nemmeno sulla croce, non si è esposto al martirio e al vituperio. Non possiamo quindi pensare nemmeno che sia la gloria di un eroe. Eppure, questa è l’ora. E Giuda ne è il protagonista: in qualche modo va detto – tremenda verità – che egli glorifica il Figlio! O, se lo avesse compreso! Che cos’è, allora, Signore – perché solo tu ce lo puoi spiegare – la gloria di cui parli? Comprendiamo il cuore di Gesù attraverso il comandamento nuovo dell’amore, che subito dopo il Maestro consegna ai suoi “figlioli” e a noi, desiderosi di essere discepoli. Se Gesù, che ha appena lavato i piedi ai suoi, affida il mandato dell’amore reciproco, forse è proprio lì che troviamo una pista. Da percorrere, più che da ragionare. La gloria, chissà, sta nella logica dell’amore. È l’amore reciproco. È l’amore per l’altro. E l’altro, il prossimo di lucana memoria, è colui che incontro, prima ancora di colui che vado a cercare. Così viene da pensare che Gesù ha incontrato, fra gli altri, anche Giuda. Giuda è il prossimo di Gesù. Gesù dunque ha amato Giuda. ‘Certo’, potremmo esclamare convinti, ‘Gesù lo ha amato, ma Giuda ha tradito. E dunque nella notte la delusione sarà scesa dirompente nel cuore di Gesù’. Può darsi: il suo cuore era (e rimane) profondamente umano. Tuttavia, certamente c’è di più. Gesù ha amato Giuda e lo continua ad amare proprio ora, mentre l’amico che tradisce sceglie di uscire, e di allontanarsi. Gesù lo ama e in qualche modo lo segue. Sì, proprio lui: inverte il rapporto e segue lui l’amico che lo sta per consegnare, perché brama di continuare ad amarlo anche nel buio più scuro. Non lo vuole abbandonare nemmeno nella tragedia del tradimento. La gloria del Figlio, quindi, la luminosa manifestazione della sua identità si compie proprio nell’assoluta impotenza di un amore che non riesce – e forse non vuole… - interrompere il corso della decisione libera del discepolo, ma gli si affianca e non lo abbandona nemmeno in questo rifiuto estremo del suo amore. Tanto è gratuito l’amore di Gesù, che Egli continua a donarsi proprio a chi lo rifiuta, sperando soltanto che un bagliore di questa luce impressionante penetri l’ultimo spiraglio di pentimento di un cuore indurito e visitato da Satana. Ecco l’amore illimitato, l’amore “fino alla fine” (13,1) da cui è iniziata la cena della lavanda. Un amore che non si tira indietro nemmeno davanti al proprio carnefice, desiderando solamente che questi ne intraveda la possibilità di salvezza.

La gloria di Dio, allora, del Padre e del Figlio insieme, si manifesta in questa fedele e irriducibile presenza non giudicante e salvifica a fianco di chi si ostina irriducibilmente a pensare che il proprio peccato sia più forte del perdono e dell’amore. Proprio come il Padre e il Figlio sono inseparabili, e l’uno si manifesta nel volto dell’altro perché tutto di sé ha consegnato a Lui, così Dio mostra la propria verità nell’instancabile cammino alla ricerca pazza del figlio scapestrato, o addirittura cinico e impietrito dalla rabbia, dalla paura, dalla malvagità. È l’amore nuovo, è il comandamento che diventa buona notizia. Ma solo per chi accetta la vertiginosa sfida di abitare fino alle ultime conseguenze le contraddizioni del mondo. Che in fondo stanno dentro di sé. Perché ciascuno di noi, senza andare troppo a cercare altrove, può riconoscere nel proprio animo il paradosso di tanta violenza e autosufficienza mescolate al grido lancinante di dolore di chi solo invoca un amore gratuito per sé. Con Giuda, urliamo anche noi, nel silenzio, la nostalgia e la paura di essere amati tutti interi, senza se e senza ma! Chissà che a noi scendano le lacrime di Pietro, a sciogliere le rigide barriere con cui ci difendiamo dall’impossibile che accade!

Quando sarà, o Signore, che sapremo lasciarci amare al punto da riconoscere la tua gloria luminosa proprio nel penetrare e abitare gli angoli più bui della nostra interiorità? Accadrà come per il cielo: dalla notte più scura arriverà meraviglioso un luccichio di stelle, a mostrare – gloriosa – una storia nuova, redenta da sempre, perché amata. Ora è il tempo di scoprirlo. E non dimentichiamo: una stella manifestò, in una notte meravigliosamente pasquale, la gloria di Dio.

Padre Luca Garbinetto
Pia Società San Gaetano

Pubblicato in Lavoro
Sabato, 04 Maggio 2019 23:36

L’ARTE DEL RISORTO

Gv 21, 1-19 – III Domenica di Pasqua C

Commento per lavoratori cristiani

 

Chissà se i galli di Galilea cantano come quelli di Gerusalemme, che sta in Giudea! E chissà se all’alba di quella pesca infruttuosa Pietro avrà sentito risuonare di nuovo quel canto sonoro di gallo! Non erano molto lontani dalla riva, con la barca, e soprattutto, erano molto simili i sentimenti.

Una decina di giorni prima, la paura, il rinnegamento, l’angosciosa vergogna. Ora, però, la delusione e l’amarezza attanaglia il cuore di un gruppo, di una comunità intera, riunita a cercare di rivivere antichi ricordi e miti nostalgici del passato. Non più da solo, Pietro, ma a capo della comitiva, aveva provato a dimenticare e a ritornare al vecchio mestiere, di esperto e navigato pescatore. Una notte, un fallimento totale. Di nuovo.

Sorprende, dal racconto di Giovanni, come sia perseverante nel cuore dell’uomo il senso di abbattimento, la delusione di un sogno infranto, la resistenza a cambiare rotta. Nella vita, più che nella barca. Sorprende perché in quel di Tiberiade e di Cafarnao i sette discepoli ritornano dopo aver vissuto non soltanto la tragedia della crocifissione, ma anche lo scombussolamento del sepolcro vuoto. Pietro in persona era corso là, a vedere. E ancor di più avevano visto tutti – o quasi… Tommaso una volta mancava… – entrare per due volte, a porte chiuse, il Risorto per stanziare in mezzo a loro, con parole e gesti rassicuranti. Al punto da trasalire di gioia. Ma com’è difficile credere alla gioia!

Sembra insistere su questa disperazione contagiosa, più resistente a ogni cura di una malattia infettiva, il testo degli intrepidi pescatori, che assumono anche qualche nuovo socio nell’azienda e si mostrano decisi a tornare alle cose serie: quelle che permettono di portare a casa il tozzo di pane a fine mese. Basta con i sogni e le illusioni. ‘Speravamo’… risuona pure in Galilea, impietoso, il verbo dei due di Emmaus, mentre sulla barca i loro amici stanno in attesa di quell’alba, dopo una notte ancora a cui un suono, un canto, una voce vuole mettere definitivamente fine.

E questa volta non è un gallo. È la voce del Maestro stesso. È il risorto. Strane dinamiche del cuore dell’uomo – e quando si è insieme, si rischia anche di contaminarsi a vicenda –: il sangue amareggiato sembra distorcere le capacità uditive e rende torbido lo sguardo. Perché dalla barca, come era successo a Maria in lacrime, non riconoscono l’Amato.

Eppure avviene l’incredibile: si fidano. A volte la fiducia nasce come atto estremo di rassegnazione: non c’era alternativa, tanto ormai nulla avevano da perdere. Ma la rassegnazione altre volte conduce alla rabbia e alla ribellione: chissà se è stata la sorte di Giuda, mistero profondissimo di ogni animo sognatore. Viene da pensare persino che Pietro e i suoi possano avere avuto, in quell’alba di Galilea, un sussulto di orgoglio: uno straniero che li interpella… ‘Facciamogli vedere che non ci arrendiamo ancora!’ oppure ‘…dimostriamogli che l’illuso è lui!’.

Quale stupore! Quale sconcerto! Non c’è dubbio: ciò che fa cadere ‘come delle squame’ dagli occhi del discepolo amato, per farlo irrompere nella confidenza dell’evangelizzatore è l’esuberanza dell’amore. Un amore che oltrepassa schemi e aspettative. Che si potesse prendere qualcosina di buono, lì a cento metri dalla sponda, era forse ancora plausibile. Ma che il lato destro della barca, icona del fiume di grazia che usciva dal tempio di Israele nelle visioni di Ezechiele, potesse rigurgitare di pesci, e di grosso taglio, nessun ardito esperto di pesca l’avrebbe mai potuto mettere in conto.

Giovanni – se è lui… oppure ognuno di noi, che accetti di entrare nella logica del Risorto – riconosce semplicemente lo stile del Maestro amato: esagerato! L’amore senza misura, riversato nel grembo della sua comunità. Che ora è nuova. Non perché priva di rughe. Ma forse perché, a imitazione del Maestro e Signore, sulla scia del proprio punto di riferimento che diventa Pietro, sta imparando a togliersi il grembiule per lavorare, per pescare. Lo farà anche da pastore. Lo farà fino alla consegna totale di sé, nel martirio, alla sequela di Colui che ha aperto la strada.

È storia d’amore, quindi, questo racconto di notte e alba, di silenzio e grida, di fallimento e stupore. Storia che ricorda il traboccare del vino dalle giare, lo straripare di fiumi d’acqua dal pozzo e dal costato, lo spigolare pagnotte rimaste dopo una sovrabbondante condivisione. Non più sete, non più fame, ma soprattutto non più solitudine e paura. Non più morte, quando ci si siede a banchettare con il Risorto.

Al centro della comunità, ora, non è più il fuoco gelido del giardino del sommo sacerdote, bensì la fiamma ardente e le braci accese dal Signore stesso, abile a coinvolgere anche quando il suo cibo basterebbe. Perché l’arte più straordinaria del Risorto è quella di far sentire importante anche l’amore fragile e zoppicante di chi lo ha piantato in asso. L’arte del Risorto è quella di incendiare pure il desiderio timido di offerta dei suoi amici più intimi. L’arte del Risorto è quella di restituire dignità e vita a chiunque abbia smarrito il passo e perseveri nella fatica di ritrovarlo, perché spaventato dal rischio di morire che dà la libertà di una pesca innovativa. La quale, anziché pesci, riempirà la rete di pecorelle e agnellini… forse altrettanto smarriti, ma proprio per questo infinitamente amati e desiderati dal Bel Pastore.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

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