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Mercoledì, 01 Maggio 2019 01:01

CON CRISTO NELLA FAMIGLIA

«Il seme germoglia e cresce» - Marco 4,27

Questa parabola, proposta per l’impegno di vita di questo mese, fa centrare l’attenzione sul fatto che il seme gettato nella terra nasce e cresce da sé, sia che il contadino dorma o stia sveglio. Egli confida nella potenza interna del seme e nella fertilità del terreno. 

Nel linguaggio evangelico il seme è simbolo della Parola di Dio, la cui fecondità è ricordata da questa parabola. Come l’umile seme si sviluppa nella terra, così la Parola opera con la potenza di Dio nel cuore di chi l’ascolta. Dio ha affidato la sua Parola alla nostra terra, ossia, a ciascuno di noi, con la sua concreta umanità. Possiamo avere fiducia, perché la Parola di Dio è creatrice, destinata a diventare “spiga piena di grani”. La Parola, se è accolta, sicuramente dà i suoi frutti, perché Dio stesso la fa germinare e maturare mediante vie, che non sempre possiamo verificare, e in modi che non conosciamo.  

Affinché la Parola dia frutto basta seminarla, annunciando il Vangelo, vivendo la carità tra di noi, come ci ricorda don Ottorino: il resto viene da sé. Forse che il contadino, dopo la semina, rimane nel campo per ricordare al seme che deve germinare? Il seme non ha bisogno di lui, ha in sé tutto il necessario per diventare una spiga matura. 

Succede lo stesso quando annunciamo la Parola: il nostro impegno è quello dell’evangelizzazione, la testimonianza concreta della carità vissuta nelle nostre relazioni comunitarie e familiari; il resto non dipende da noi, ma da chi riceve la Parola di Dio. 

Gesù seminò la Parola ed è Lui stesso il seme di Dio gettato nel campo della storia. Ha solo bisogno di trovare una terra preparata che lo riceva. È Lui che lo fa crescere, l’uomo è il suo umile collaboratore, che contempla e gioisce per l’azione creatrice di Dio e aspetta con pazienza i frutti. 

Come Famiglia siamo chiamati a formare una grande Famiglia con tutti gli uomini e le donne e lo faremo se seminiamo, con il nostro annuncio e la nostra testimonianza, l’unità nella carità. Per aiutare a preparare il terreno, fertilizzandolo perché il seme della Buona Notizia cresca, don Ottorino ci chiede di testimoniare l’unità tra di noi, coltivando un ambiente di carità, di amore, di comprensione reciproca, e togliendo le “sterpaglie” della critica, della mormorazione, della calunnia e dell’egoismo.  

Una chiamata con un programma preciso: convinti della nostra fede, uniti tra di noi, seminando la carità dove ci troviamo.

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di vita di questo mese?

Leggere e meditare ogni giorno una frase del Vangelo, impegnandoci durante questo mese a vigilare sui nostri atteggiamenti: evitare la mormorazione, i pettegolezzi, la critica e coltivare la comprensione.

Pubblicato in Impegno di Vita
Sabato, 20 Aprile 2019 20:39

DI CORSA VERSO LA VITA

Gv 20, 1-9 - Domenica di Pasqua C
Commento per lavoratori cristiani

Il riposo di Dio, nel giorno di sabato, là, nel giardino della creazione, per l’uomo è divenuto il riposo della morte. Dio ha voluto la più bella delle sue creature per poter conversare con lei, e riposare così, nell’intimità della condivisione. Ma tragica è stata la ribellione di Adamo! Tragica, però, non tanto da spegnere la passione del Creatore. Dio, infatti, dopo aver fatto di tutto per riportare a splendere di bellezza la sua creatura, ha voluto entrare pure in quel riposo tragico, e riposare nel sonno della morte. Per vincerla. Ha sconfitto così anche la paura della morte, che immobilizza l’uomo.

Questi si agita frenetico, oggi più di ieri, per scappare da quella stessa morte che, ubriaco di sé, ha scelto rifiutando Dio. Terrorizzato, l’uomo non si accorge di spegnere la vita ancora, di rimanere bloccato in un mulinello di angoscia e di violenza, quando fugge a illudersi di salvarsi da solo. Si diventa anche nemici, gli uni degli altri, perché gli altri divengono una minaccia per la propria vita: ‘ce la potrebbero rubare!’, pensiamo, rifugiati nei nostri sepolcri di lusso. E forse pensiamo che anche Dio voglia rubarci la vita. Lo pensiamo, novelli Adamo, novelle Eve. Ma Dio, invece, si è fermato, un giorno, un sabato… L’uomo ha provato a fare da solo, e così il riposo dell’incontro, del dialogo, della comunione è divenuto l’inferno della solitudine e dell’isolamento. Ma Dio, pazzo d’amore fin dall’eternità, è sceso anche nel giardino spoglio del nostro riposo, della nostra morte… per riportarlo a germinare, per alzarci e metterci le ali ai piedi!

Di questo ci parla il Vangelo della resurrezione secondo Giovanni. Di ali ai piedi! È tutto una corsa, tutto un movimento! Prima fra tutti, corre Maria di Magdala, anche lei – la Madre ci perdonerà – novella Eva. Lei, mattiniera come ogni donna amante, lei inquieta nella ferita aperta. La prima corsa sgorga da questo sussulto del cuore ferito. Non capisce granché di ciò che vede, come tra l’altro noi. Ma non si comincia a muoversi quando si ha tutto chiaro. Bisogna fidarsi. C’è una intuizione, una piccola luce che si accende, uno scarto sul previsto: c’è, appunto, l’imprevisto. Forse, quindi, quella pietra davanti al sepolcro non è l’ultima parola, forse la mia disperazione non è tutto… o forse c’è proprio una scossa: Dio, che si è addormentato nel riposo della morte, non permette a Maria e a noi di assopirci nel giaciglio del dolore, della chiusura, del peccato. Maria di Magdala sente vibrare le note della sveglia, incerte, ma penetranti: e corre! Corre dalla Chiesa, dalla comunità. Una comunità altrettanto insicura, persino paurosa. Ma è la comunità del Crocifisso! Diventerà la comunità del Risorto grazie all’irruenza di questa donna innamorata. Proprio lei ci mostra che non è opportuno restare asserragliati nella nostra vergogna e nel timore di non essere degni, nella memoria di un peccato che paralizza, nella disperazione di dover essere all’altezza per meritarci la vita e l’amore. Maria va e scuote la Chiesa dalla sua stessa storia ferita, dalla sua fede traballante.

La fede cresce correndo per fede. Così Pietro e Giovanni divengono compagni di corsa. Nessuno nella Chiesa è esentato dai tremori della fede. Corrono i ministri come ogni battezzato, insieme, perché la fede è incontro, e non garanzia assicurativa. Corrono e arrivano, e trovano… Cosa trovano? Chi trovano? Nessuno! Ecco il paradosso: incontrano un Assente. È la presenza più certa di Dio: la sua indicibile mancanza che abita in noi. Le nostre ansie, le nostre paure, le nostre frenesie sono sete di Vita, e di Vita eterna. Quindi sete di Dio e di resurrezione. È certo: Dio abita la nostra indicibile nostalgia di immortalità! È certo: come Gesù è entrato per amore in questo dolore che dimora in noi, il nostro personalissimo sepolcro, così il Padre non poteva che farlo rialzare e uscire dal riposo per sempre. Corre, anche Gesù, al nostro incontro, per vivere il vero riposo. Quello della comunione con noi, umanità redenta, comunità nuova, famiglia dei figli di Dio. Giardino tornato a sbocciare. Giovanni e Pietro siamo noi, nella diversità delle generazioni. Siamo giovani sognatori – siate sognatori, giovani! – che corrono più veloci, ma che poi tremano alle soglie dell’assenza, hanno paura della solitudine. E allora aspettano gli adulti e gli anziani, più miti forse, magari un po’ più capaci di entrare dentro il silenzio dell’assenza, perché hanno conosciuto lo sguardo del Crocifisso che perdona. Proprio come Pietro, al canto del gallo.

Ed entriamo allora insieme, come quando i bimbi, presi per mano dai loro genitori, si lasciano indicare il compimento dei loro desideri: lì c’è la gioia, in una tomba vuota per sempre e in una Vita ritornata a splendere di luce, vincendo anche la paura della morte!

Padre Luca Garbinetto Pia Società San Gaetano

Pubblicato in Lavoro
Domenica, 14 Aprile 2019 20:00

IL MANTELLO DI DIO

Domenica delle Palme e della Passione del Signore - C Lc 22,14-23,56

Il Vangelo di Luca è il Vangelo della misericordia. Le parole di Gesù sulla croce sono un condensato della passione amorevole di Dio verso l’uomo, che non ha misura. Anzi, la misura è probabilmente e paradossalmente quella del nostro peccato: più abbiamo sbagliato, e più il Signore ci riempie di amore, per permetterci di ripartire, di rimetterci in cammino, di spogliarci dell’uomo vecchio e di rivestirci del nuovo. Ecco: di vesti e di mantelli la Parola di Dio di oggi ci regala uno stralcio. Si inizia proprio spogliandosi (cfr. Lc 19, 28-40). Dei mantelli si spoglia la folla festante che accompagna Gesù all’ingresso di Gerusalemme, mentre egli “camminava davanti a tutti” (19, 28), a indicare la strada, ad aprire la breccia, a portare a compimento l’amore che l’aveva fatto intraprendere “a muso duro” (cfr. Lc 9, 51) questa salita di salvezza alla città santa. Con Gesù davanti, la folla sceglie di seguirlo.

E spogliarsi del mantello significa assumere un atteggiamento di fiducia, di affidamento. Il mantello è proprietà indiscussa di chi lo porta, tanto che anche ai poveri va restituito la sera stessa se è stato preso in pegno. Perché il mantello è anche rifugio, protezione, difesa. In un certo senso, rappresenta la casa, il luogo della propria sicurezza. Come Bartimeo, cieco (cfr. Mc 10, 50), la folla lascia i mantelli. E li poggia sul dorso del puledro o davanti ai suoi zoccoli: lì siede Gesù, il Re Messia; per di lì passa il Maestro e Signore. Spogliarsi del mantello e depositarlo ai suoi piedi significa scegliere di dare a lui il compito di battistrada nella nostra vita, di correre il rischio di non nasconderci dietro le nostre false sicurezze, di accettare la sfida di camminare con lui verso la passione.

Ecco il primo atteggiamento da vivere, per una settimana veramente santa: la fede, l’affidamento, la fiducia in Gesù! Nel racconto dell’ultima cena di Luca, poi, Gesù invita i suoi a vivere da servi, senza invidiare i potenti di questa terra che esercitano con la forza il dominio e sono esperti di prepotenza. Tuttavia, vi è una parola del Maestro che sconvolge. A un certo punto, egli stesso invita i suoi a “vendere il mantello e comprare una spada” (cfr. 22, 36). Chissà, forse anche noi avremmo interpretato come Pietro il tutto alla stregua di una sollecitazione ad armarsi per conquistare un regno mondano, un dominio alla maniera del mondo. Quante volte usiamo anche le nostre lingue come spade, per imporre la nostra ragione e i nostri punti di vista! E ci stiamo abituando purtroppo a tanta violenza, pure legalizzata! Ma Gesù non dice questo, tanto che poi, nell’orto degli ulivi, interverrà con tocco di guarigione a sanare le tragiche conseguenze di atti violenti. Gesù usa piuttosto questa metafora per stanarci dai nostri falsi nascondigli.

Se il mantello può simboleggiare le nicchie di indifferenza dove a volte ci ritiriamo, la spada – che egli stesso ha portato nel mondo! (cfr. Mt 10, 34) – diviene simbolo del coraggio della lotta, della consapevolezza di una impresa da compiere, di un investimento di energie per il Regno. Ebbene sì, sconfiggere le forze del male non è facile, non è immediato. Accompagnare Gesù a Gerusalemme implica la decisione di impegnarsi con valore nella lotta per il bene. Educare i nostri figli, costruire una comunità solidale, spendersi per la pace nel mondo è atto di ribellione contro una mentalità di indifferenza e di individualismo, e comporta forza e coraggio. Siamo disposti a questo? La vita cristiana è la più affascinante scelta di un itinerario controcorrente, per giungere a una gioia piena e non camuffata di rivestimenti e di maschere. Chiediamo, in questa settimana santa, la grazia di avere mente e cuore coraggiosi, volontà determinata, e amore tagliente per discernere il bene dal male e optare senza mezze misure per la misericordia! Volgendo lo sguardo a Gesù, il testo della passione di Luca ci presenta poi l’esempio del Signore e Maestro che si consegna. Il prezzo del suo amore è nel disprezzo e nell’umiliazione che patisce per noi. Come descrive Paolo nella sua lettera ai Filippesi, il volto di Dio si spoglia di ogni traccia di distanza e di privilegio nel rivestirsi degli abiti di povertà e di debolezza (cfr. Fil 2, 6-8).

In Gesù si rivela il vero volto e il vestito di Dio, il suo mantello: e il mantello di Dio è l’umiltà, come insegnano i padri della Chiesa! Umiltà che passa attraverso il crogiuolo della derisione e dell’umiliazione. Così Erode, uno dei potenti di turno, si diverte a rivestire Gesù di un manto ridicolo di porpora e bisso. Ma il silenzio forte del Signore manifesta chiaramente come la tentazione del potere e del miracolismo cadano dalle sue spalle senza trovare appoggio, perché Gesù è il mite per eccellenza. Così ci mostra il cammino: spogliarci anche noi delle insidie della presunzione e delle lusinghe della vita facile del mondo, per percorrere insieme a Gesù – insieme, perché l’umiltà è sempre strada di relazione – la salita del Calvario. E l’ultima scena che ci consegna l’evangelista, dopo la drammatica e struggente immagine del Figlio di Dio che perdona i suoi persecutori e accoglie con sé in paradiso il ladrone, ormai denudati entrambi di ogni vera o presunta ricchezza umana, è quella del sepolcro. Lì dentro il suo corpo arriva avvolto da un lenzuolo. Nella leggerezza del tessuto c’è tutta la tenerezza della Madre e della Chiesa, della comunità intera, degli uomini e delle donne di fede, come Giuseppe d’Arimatea, che custodiscono la tragedia del Figlio morto per amore. Viene in mente il capolavoro napoletano del Cristo velato, e quel velo leggerissimo ci suggerisce un ultimo atteggiamento da vivere. È la via della tenerezza e della speranza.

La morte non sarà l’ultima parola, e così il lenzuolo non pesa sul corpo inerme del Signore, quasi a lasciarlo libero – se ne avesse bisogno – di sprigionare tutta la sua potenza di vita. È un’alleanza con il Padre, come a favorire il suo compito di rimettere in piedi il Figlio. È una adesione all’azione dello Spirito, capace di rendere feconda di vita l’opera di misericordia più dura, quella di seppellire i morti, cioè di sopportare il dolore atroce di perdere una persona cara. Anche lì, nella morte conseguenza del peccato, il mantello di Dio avvolge ogni cosa, ogni corpo, e promette vita, vita vera, vita piena. Il mantello di Dio compirà il miracolo atteso: come usava fare il promesso sposo, che copriva la sua prediletta per dichiararle il proprio amore coniugale e portarla al matrimonio, così fa il Signore, Dio innamorato della nostra umanità. Egli poggia il suo manto umile su di noi, tutti incorporati nel corpo inerme del Figlio Gesù, e ci riporta alla vita, perdonando i nostri peccati e richiamandoci così alla gioiosa relazione nuziale con Lui.

Sia questa festa di nozze, ancora una volta, l’autentica e intima attesa del nostro cammino di settimana santa… pronti a partire poi di nuovo per il viaggio nuziale di indicibile bellezza con Gesù risorto!

p. Luca Garbinetto, pssg

Pubblicato in Lavoro
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