UN AMORE ILLOGICO

Lc 24, 46-53 – Solennità dell’Ascensione del Signore C

Commento per lavoratori cristiani

 

Nel mistero del compimento delle promesse del Padre sta l’amore. L’amore è l’esperienza e il parametro di interpretazione di quanto accade nello sconcerto pasquale, nello stupore odierno dell’Ascensione, nell’attesa e nel sopraggiungere dirompente dello Spirito Santo.

È amore divino. E quindi, intimamente illogico. Illogico perché sfugge al nostro controllo. Ma non per questo meno autentico: anzi, un amore così mostra e fa la verità anche dell’uomo. Dio è se stesso, sempre: “Dio è amore” (1Gv 4, 8.16). E chi si lascia coinvolgere nel suo dinamismo di amore diviene veramente uomo. Diviene se stesso chi si lascia amare da Dio.

Illogico, però, è lo scorrere dei fatti, anche dentro lo stesso racconto di Luca: la conclusione del suo vangelo è una tappa che precede le vicende degli Atti e ad essi va collegata. Questi cominciano dove quello finisce (cfr. At 1, 1-11). Ma in una sinfonia di contraddizioni illogiche.

È infatti illogico il tempo di Gesù. Pare la stessa sera della Risurrezione; poi però diventano 40 giorni tra il suo ritorno alla vita e la partenza per il cielo. Ma l’amore stravolge il computo dei giorni: “un solo giorno è come mille annie mille annicome un solo giorno” (Pt 3,8), davanti a Dio, come nell’esperienza dell’innamorato. Quanto è lunga l’attesa! Eppure quanto accorcia i tempi la passione! Più che la cronologia, per l’amore conta il kairos, il senso del momento vissuto. Di amore divino, quindi, erano impregnati i 40 anni di Israele nel deserto come lo sono anche oggi i giorni di una generazione che nasce, vive e muore.

È illogico anche lo spazio. Gesù è a mensa con i suoi, li istruisce e li prepara ad accogliere lo Spirito Santo. Poi, dice il vangelo, esce e a Betania, casa dell’amicizia, li benedice e sale al cielo. Negli Atti, invece, questa sua dipartenza avviene mentre ancora si trova nel cenacolo di Gerusalemme. Ma d’altro canto l’amore confonde anche la sistematicità degli spazi. Chi ama ricorda il profumo, il colore, deforma le dimensioni nella memoria estasiata. Rimane l’essenziale: la mensa, l’amicizia, e lo struggente dolore di una partenza, che si impregna della gioia di una promessa. All’amante amato ci si affida perché dal non-luogo del suo andare stabilisce in realtà la sua dimora nel cuore dell’amato amante!

È illogico anche lo stesso partire di Gesù. Ma com’è possibile che questo Dio si sia fatto così vicino alla sua creatura, per rendere accessibile la sua persona e infrangere i veli della separazione, ed ora, una volta culminato l’itinerario della propria offerta, se ne torni da dove è venuto? Ha il sapore della beffa, questo dono di sé che sfugge dalle mani proprio nel momento in cui i suoi discepoli, i suoi amici, potrebbero trattenerlo per sempre con sé. Ma l’amore ha in antipatia il possesso! L’amore è resistente all’obbligo e non impone nessuna presenza! L’amore libera, ed è espressione privilegiata della libertà dell’uomo, fatto a immagine e somiglianza del Figlio di Dio, quella di poter – e dover – scegliere di amare lo stesso Dio che a lui si è rivelato.

C’è quindi bisogno di una distanza, per rendere autentica la prossimità. C’è necessità di un intervallo che faccia possibile la relazione, affinché ciascuno realizzi la propria identità. C’è l’esigenza di un appello costante, che muova il cuore e la vita verso l’altro, per far sì che il rapporto sia reciproco e gratuito, connotato di divina umanità nell’esercizio della propria responsabilità. 

Quale dignità consegna Dio all’uomo! Gesù è l’illogico amante che lascia il partner amato proprio nel momento del possibile appropriamento, quando l’ansia della perdita vissuta nella morte viene rassicurata da un ritorno, ma rischia di frenare la sfida dell’uscita da sé. Se ne va, per poter rimanere definitivamente. Sale al Padre, per poter donare lo Spirito, che verrà a inabitare nei suoi per farne sostanzialmente degli appassionati cercatori di Lui. L’amore, in fondo, resta una indicibile sete di compimento, che trova la propria pienezza nel lasciare che sia l’altro a donarsi continuamente per dissetarla.

Perché ci sia acqua zampillante a ristorare l’aridità di un cuore anelante alla sorgente, c’è bisogno di percepire che questa fonte è altro da me. Solo così essa troverà spazio in me, sgorgando feconda dalla mia ferita che è lancinante invocazione di un Suo ritorno.

Perché ci sia compenetrazione e configurazione dell’uomo al suo Dio, nella rinascita verginale del Figlio in me e nella sua maturazione mistica, c’è bisogno che Egli resti oltre, mai imprigionato nei templi della nostra sicurezza e dei nostri calcoli. Solo così il suo corpo glorioso che ci attira potrà regalarci il suo respiro vitale, che ha l’energia dirompente e la freschezza leggera del vento dello Spirito.

L’Ascensione, dunque, è passaggio dell’illogicità dell’amore. Un amore liberante perché libero. Un amore denso di sentimenti perché perfettamente coerente con il modo d’essere dell’uomo, oltre che di Dio. Un amore coraggioso perché umile e discreto, preferibilmente sfumato nel mistero di una nube celeste piuttosto che urlato da scombinate rivendicazioni egoiste. Un amore delicato, disposto anche a lasciarsi nuovamente ferire dal rifiuto dell’amato, dall’aggressione del peccato; ma sempre instancabilmente pronto a riversarsi nel grembo con “una misura buona, pigiata, scossa e traboccante” (Lc 6,38). Un amore illogico.

 

 Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

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