IL MANTELLO DI DIO

Domenica delle Palme e della Passione del Signore - C Lc 22,14-23,56

Il Vangelo di Luca è il Vangelo della misericordia. Le parole di Gesù sulla croce sono un condensato della passione amorevole di Dio verso l’uomo, che non ha misura. Anzi, la misura è probabilmente e paradossalmente quella del nostro peccato: più abbiamo sbagliato, e più il Signore ci riempie di amore, per permetterci di ripartire, di rimetterci in cammino, di spogliarci dell’uomo vecchio e di rivestirci del nuovo. Ecco: di vesti e di mantelli la Parola di Dio di oggi ci regala uno stralcio. Si inizia proprio spogliandosi (cfr. Lc 19, 28-40). Dei mantelli si spoglia la folla festante che accompagna Gesù all’ingresso di Gerusalemme, mentre egli “camminava davanti a tutti” (19, 28), a indicare la strada, ad aprire la breccia, a portare a compimento l’amore che l’aveva fatto intraprendere “a muso duro” (cfr. Lc 9, 51) questa salita di salvezza alla città santa. Con Gesù davanti, la folla sceglie di seguirlo.

E spogliarsi del mantello significa assumere un atteggiamento di fiducia, di affidamento. Il mantello è proprietà indiscussa di chi lo porta, tanto che anche ai poveri va restituito la sera stessa se è stato preso in pegno. Perché il mantello è anche rifugio, protezione, difesa. In un certo senso, rappresenta la casa, il luogo della propria sicurezza. Come Bartimeo, cieco (cfr. Mc 10, 50), la folla lascia i mantelli. E li poggia sul dorso del puledro o davanti ai suoi zoccoli: lì siede Gesù, il Re Messia; per di lì passa il Maestro e Signore. Spogliarsi del mantello e depositarlo ai suoi piedi significa scegliere di dare a lui il compito di battistrada nella nostra vita, di correre il rischio di non nasconderci dietro le nostre false sicurezze, di accettare la sfida di camminare con lui verso la passione.

Ecco il primo atteggiamento da vivere, per una settimana veramente santa: la fede, l’affidamento, la fiducia in Gesù! Nel racconto dell’ultima cena di Luca, poi, Gesù invita i suoi a vivere da servi, senza invidiare i potenti di questa terra che esercitano con la forza il dominio e sono esperti di prepotenza. Tuttavia, vi è una parola del Maestro che sconvolge. A un certo punto, egli stesso invita i suoi a “vendere il mantello e comprare una spada” (cfr. 22, 36). Chissà, forse anche noi avremmo interpretato come Pietro il tutto alla stregua di una sollecitazione ad armarsi per conquistare un regno mondano, un dominio alla maniera del mondo. Quante volte usiamo anche le nostre lingue come spade, per imporre la nostra ragione e i nostri punti di vista! E ci stiamo abituando purtroppo a tanta violenza, pure legalizzata! Ma Gesù non dice questo, tanto che poi, nell’orto degli ulivi, interverrà con tocco di guarigione a sanare le tragiche conseguenze di atti violenti. Gesù usa piuttosto questa metafora per stanarci dai nostri falsi nascondigli.

Se il mantello può simboleggiare le nicchie di indifferenza dove a volte ci ritiriamo, la spada – che egli stesso ha portato nel mondo! (cfr. Mt 10, 34) – diviene simbolo del coraggio della lotta, della consapevolezza di una impresa da compiere, di un investimento di energie per il Regno. Ebbene sì, sconfiggere le forze del male non è facile, non è immediato. Accompagnare Gesù a Gerusalemme implica la decisione di impegnarsi con valore nella lotta per il bene. Educare i nostri figli, costruire una comunità solidale, spendersi per la pace nel mondo è atto di ribellione contro una mentalità di indifferenza e di individualismo, e comporta forza e coraggio. Siamo disposti a questo? La vita cristiana è la più affascinante scelta di un itinerario controcorrente, per giungere a una gioia piena e non camuffata di rivestimenti e di maschere. Chiediamo, in questa settimana santa, la grazia di avere mente e cuore coraggiosi, volontà determinata, e amore tagliente per discernere il bene dal male e optare senza mezze misure per la misericordia! Volgendo lo sguardo a Gesù, il testo della passione di Luca ci presenta poi l’esempio del Signore e Maestro che si consegna. Il prezzo del suo amore è nel disprezzo e nell’umiliazione che patisce per noi. Come descrive Paolo nella sua lettera ai Filippesi, il volto di Dio si spoglia di ogni traccia di distanza e di privilegio nel rivestirsi degli abiti di povertà e di debolezza (cfr. Fil 2, 6-8).

In Gesù si rivela il vero volto e il vestito di Dio, il suo mantello: e il mantello di Dio è l’umiltà, come insegnano i padri della Chiesa! Umiltà che passa attraverso il crogiuolo della derisione e dell’umiliazione. Così Erode, uno dei potenti di turno, si diverte a rivestire Gesù di un manto ridicolo di porpora e bisso. Ma il silenzio forte del Signore manifesta chiaramente come la tentazione del potere e del miracolismo cadano dalle sue spalle senza trovare appoggio, perché Gesù è il mite per eccellenza. Così ci mostra il cammino: spogliarci anche noi delle insidie della presunzione e delle lusinghe della vita facile del mondo, per percorrere insieme a Gesù – insieme, perché l’umiltà è sempre strada di relazione – la salita del Calvario. E l’ultima scena che ci consegna l’evangelista, dopo la drammatica e struggente immagine del Figlio di Dio che perdona i suoi persecutori e accoglie con sé in paradiso il ladrone, ormai denudati entrambi di ogni vera o presunta ricchezza umana, è quella del sepolcro. Lì dentro il suo corpo arriva avvolto da un lenzuolo. Nella leggerezza del tessuto c’è tutta la tenerezza della Madre e della Chiesa, della comunità intera, degli uomini e delle donne di fede, come Giuseppe d’Arimatea, che custodiscono la tragedia del Figlio morto per amore. Viene in mente il capolavoro napoletano del Cristo velato, e quel velo leggerissimo ci suggerisce un ultimo atteggiamento da vivere. È la via della tenerezza e della speranza.

La morte non sarà l’ultima parola, e così il lenzuolo non pesa sul corpo inerme del Signore, quasi a lasciarlo libero – se ne avesse bisogno – di sprigionare tutta la sua potenza di vita. È un’alleanza con il Padre, come a favorire il suo compito di rimettere in piedi il Figlio. È una adesione all’azione dello Spirito, capace di rendere feconda di vita l’opera di misericordia più dura, quella di seppellire i morti, cioè di sopportare il dolore atroce di perdere una persona cara. Anche lì, nella morte conseguenza del peccato, il mantello di Dio avvolge ogni cosa, ogni corpo, e promette vita, vita vera, vita piena. Il mantello di Dio compirà il miracolo atteso: come usava fare il promesso sposo, che copriva la sua prediletta per dichiararle il proprio amore coniugale e portarla al matrimonio, così fa il Signore, Dio innamorato della nostra umanità. Egli poggia il suo manto umile su di noi, tutti incorporati nel corpo inerme del Figlio Gesù, e ci riporta alla vita, perdonando i nostri peccati e richiamandoci così alla gioiosa relazione nuziale con Lui.

Sia questa festa di nozze, ancora una volta, l’autentica e intima attesa del nostro cammino di settimana santa… pronti a partire poi di nuovo per il viaggio nuziale di indicibile bellezza con Gesù risorto!

p. Luca Garbinetto, pssg

Ultima modifica il Domenica, 14 Aprile 2019 20:14

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