L’ARTE DEL RISORTO

Gv 21, 1-19 – III Domenica di Pasqua C

Commento per lavoratori cristiani

 

Chissà se i galli di Galilea cantano come quelli di Gerusalemme, che sta in Giudea! E chissà se all’alba di quella pesca infruttuosa Pietro avrà sentito risuonare di nuovo quel canto sonoro di gallo! Non erano molto lontani dalla riva, con la barca, e soprattutto, erano molto simili i sentimenti.

Una decina di giorni prima, la paura, il rinnegamento, l’angosciosa vergogna. Ora, però, la delusione e l’amarezza attanaglia il cuore di un gruppo, di una comunità intera, riunita a cercare di rivivere antichi ricordi e miti nostalgici del passato. Non più da solo, Pietro, ma a capo della comitiva, aveva provato a dimenticare e a ritornare al vecchio mestiere, di esperto e navigato pescatore. Una notte, un fallimento totale. Di nuovo.

Sorprende, dal racconto di Giovanni, come sia perseverante nel cuore dell’uomo il senso di abbattimento, la delusione di un sogno infranto, la resistenza a cambiare rotta. Nella vita, più che nella barca. Sorprende perché in quel di Tiberiade e di Cafarnao i sette discepoli ritornano dopo aver vissuto non soltanto la tragedia della crocifissione, ma anche lo scombussolamento del sepolcro vuoto. Pietro in persona era corso là, a vedere. E ancor di più avevano visto tutti – o quasi… Tommaso una volta mancava… – entrare per due volte, a porte chiuse, il Risorto per stanziare in mezzo a loro, con parole e gesti rassicuranti. Al punto da trasalire di gioia. Ma com’è difficile credere alla gioia!

Sembra insistere su questa disperazione contagiosa, più resistente a ogni cura di una malattia infettiva, il testo degli intrepidi pescatori, che assumono anche qualche nuovo socio nell’azienda e si mostrano decisi a tornare alle cose serie: quelle che permettono di portare a casa il tozzo di pane a fine mese. Basta con i sogni e le illusioni. ‘Speravamo’… risuona pure in Galilea, impietoso, il verbo dei due di Emmaus, mentre sulla barca i loro amici stanno in attesa di quell’alba, dopo una notte ancora a cui un suono, un canto, una voce vuole mettere definitivamente fine.

E questa volta non è un gallo. È la voce del Maestro stesso. È il risorto. Strane dinamiche del cuore dell’uomo – e quando si è insieme, si rischia anche di contaminarsi a vicenda –: il sangue amareggiato sembra distorcere le capacità uditive e rende torbido lo sguardo. Perché dalla barca, come era successo a Maria in lacrime, non riconoscono l’Amato.

Eppure avviene l’incredibile: si fidano. A volte la fiducia nasce come atto estremo di rassegnazione: non c’era alternativa, tanto ormai nulla avevano da perdere. Ma la rassegnazione altre volte conduce alla rabbia e alla ribellione: chissà se è stata la sorte di Giuda, mistero profondissimo di ogni animo sognatore. Viene da pensare persino che Pietro e i suoi possano avere avuto, in quell’alba di Galilea, un sussulto di orgoglio: uno straniero che li interpella… ‘Facciamogli vedere che non ci arrendiamo ancora!’ oppure ‘…dimostriamogli che l’illuso è lui!’.

Quale stupore! Quale sconcerto! Non c’è dubbio: ciò che fa cadere ‘come delle squame’ dagli occhi del discepolo amato, per farlo irrompere nella confidenza dell’evangelizzatore è l’esuberanza dell’amore. Un amore che oltrepassa schemi e aspettative. Che si potesse prendere qualcosina di buono, lì a cento metri dalla sponda, era forse ancora plausibile. Ma che il lato destro della barca, icona del fiume di grazia che usciva dal tempio di Israele nelle visioni di Ezechiele, potesse rigurgitare di pesci, e di grosso taglio, nessun ardito esperto di pesca l’avrebbe mai potuto mettere in conto.

Giovanni – se è lui… oppure ognuno di noi, che accetti di entrare nella logica del Risorto – riconosce semplicemente lo stile del Maestro amato: esagerato! L’amore senza misura, riversato nel grembo della sua comunità. Che ora è nuova. Non perché priva di rughe. Ma forse perché, a imitazione del Maestro e Signore, sulla scia del proprio punto di riferimento che diventa Pietro, sta imparando a togliersi il grembiule per lavorare, per pescare. Lo farà anche da pastore. Lo farà fino alla consegna totale di sé, nel martirio, alla sequela di Colui che ha aperto la strada.

È storia d’amore, quindi, questo racconto di notte e alba, di silenzio e grida, di fallimento e stupore. Storia che ricorda il traboccare del vino dalle giare, lo straripare di fiumi d’acqua dal pozzo e dal costato, lo spigolare pagnotte rimaste dopo una sovrabbondante condivisione. Non più sete, non più fame, ma soprattutto non più solitudine e paura. Non più morte, quando ci si siede a banchettare con il Risorto.

Al centro della comunità, ora, non è più il fuoco gelido del giardino del sommo sacerdote, bensì la fiamma ardente e le braci accese dal Signore stesso, abile a coinvolgere anche quando il suo cibo basterebbe. Perché l’arte più straordinaria del Risorto è quella di far sentire importante anche l’amore fragile e zoppicante di chi lo ha piantato in asso. L’arte del Risorto è quella di incendiare pure il desiderio timido di offerta dei suoi amici più intimi. L’arte del Risorto è quella di restituire dignità e vita a chiunque abbia smarrito il passo e perseveri nella fatica di ritrovarlo, perché spaventato dal rischio di morire che dà la libertà di una pesca innovativa. La quale, anziché pesci, riempirà la rete di pecorelle e agnellini… forse altrettanto smarriti, ma proprio per questo infinitamente amati e desiderati dal Bel Pastore.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

Last modified on Saturday, 04 May 2019 23:45

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