PENSA CHE STAI SERVENDO GESÙ

PENSA CHE STAI SERVENDO GESÙ

Dovete anche voi lavarvi i piedi l’uno l’altro” - (Gv 13,14)

L'Evangelista Giovanni racconta il gesto di Gesù di lavare i piedi ai discepoli nel contesto dell’ultima cena per introdurci al significato più profondo del mistero dell’Eucaristia.

Essa è il Corpo donato del Figlio, che ci salva consegnando se stesso per noi. Questa offerta di sé non si limita al momento in cui Gesù condivide il pane con i suoi, ma si concretizza in uno stile di vita diaconale, cioè di servizio. Così il gesto di lavare i piedi diviene una luce folgorante che ci mostra il volto autentico di Dio. In Gesù, noi conosciamo un Dio che si china ai nostri piedi per accudirci e purificarci dalle nostre miserie e dal nostro peccato. Gesù si manifesta dunque come servo che agisce concretamente per prendersi cura delle necessità dei fratelli. Egli stesso ci invita a imitarlo nell’arte preziosa della diaconia. Pur essendo il Maestro e Signore, si è fatto servo per amore e ci propone di rendere bella anche la nostra vita scegliendo di farci a nostra volta servi gli uni degli altri. Per questo l’imperativo ‘dovete’ risuona non tanto come un obbligo, bensì come un dono: Gesù ci dice infatti che nel vivere il servizio noi siamo a sua immagine e somiglianza, e dunque diventiamo noi stessi, secondo l’originario progetto di Dio sull’uomo.

‘Lavare i piedi gli uni agli altri’ implica la decisione di piegarci per sporcarci le mani con le povertà dei fratelli, che spesso ci generano ripulsione o fastidio. Imitare Gesù non significa sperimentare sempre sentimenti gradevoli in quanto siamo chiamati a fare. A volte il servizio agli ultimi, specialmente i giovani (come ci dice don Ottorino), non regala molte gratificazioni. Per questo alla radice vi è la scelta di restituire quanto abbiamo a nostra volta ricevuto da Dio, e di riconoscere in colui che serviamo la presenza di Gesù, che si è fatto povero fra i poveri. La motivazione per cui ci sentiamo inviati a incarnare oggi lo stile diaconale di Gesù è che riconosciamo di essere custodi di un amore senza misura, che Egli ha voluto riversare in noi con il dono del battesimo e con la grazia sacramentale che viviamo nella Chiesa. Il ministero del diaconato, di cui la nostra Famiglia è custode da 50 anni, diviene così segno e strumento visibile di un modo autentico di vivere la fede, che traduce in opere di carità comunitarie verso gli ultimi l’esperienza personale ed ecclesiale di scoprirsi amati gratuitamente da Dio.

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di Vita di questo mese?

Compiere ogni giorno, senza far rumore, un piccolo gesto di diaconia (servizio) verso un fratello o una sorella che vive una situazione di debolezza o di fragilità, pensando che in lui sto servendo Gesù.

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