MATURARE UNA SANA UMILTÀ

«Rendete piena la mia gioia rimanendo unanimi e concordi» Filippesi 2,2

 

San Paolo inizia la lettera ai Filippesi ringraziando Dio per la comunione che esiste nella Chiesa e dopo chiede loro: rendete piena la mia gioia, rimanendo unanimi e concordi.

Segnala i doni che la comunità già possiede: consolazione in Cristo, consolazione nell’amore, comunione nello spirito, affetto profondo e misericordia. Questi elementi sono preziose virtù che già possiedono. Per questo Paolo dice loro che "se già possedete queste cose, non vi resta che riempire del tutto il mio cuore di gioia avendo lo stesso amore e rimanendo unanimi nello stesso sentire".

A Filippi, nonostante la buona accoglienza del Vangelo, c’erano segnali di discordia e per questo li esorta all’unità e alla concordia. Ciò non diminuisce la gioia fiduciosa che pervade tutta la lettera. Però lascia pure in chiaro che l’unità non si realizza che attraverso il camino del servizio. E in questa materia ciascuno deve sentirsi chiamato personalmente.

Paolo non usa nessun argomento filosofico per spiegare che devono deporre l’ambizione per il bene di tutti. Per questo presenta un argomento evangelico: Gesù è arrivato alla spogliazione totale, Lui che, essendo Dio, si fa uomo. Se voi non siete capaci di spogliarvi delle vostre opinioni, se non siete capaci di cedere, non avete capito la persona di Gesù, che ha fatto una spogliazione assoluta di se stesso nella sua vita. Cercare l’interesse degli altri lo ha portato a spogliarsi della sua posizione. Questo atteggiamento di Gesù Cristo indica al cristiano il modo con cui deve vivere il suo servizio.

In questo modo introduce il tema di questo capitolo, che è l’umiltà. Dice loro: già che vivete in comunione, non fate nulla per competizione né per vanagloria. Fate tutto con umiltà: Non credetevi superiori agli altri, cercate l’interesse degli altri prima del vostro, guardate e trattate tutti quelli che vi circondano come superiori a voi stessi.

L’umiltà è una virtù difficile e, come ricorda il Papa Francesco, non gode di molta stima ai giorni nostri; giusto perché si estromette Dio dalla nostra vita ed è il nostro ‘ego’ che occupa il suo posto. La proposta per crescere nell’umiltà è la carità, come ci ricorda don Ottorino, qualcosa che “che costa sempre e tanto, e bisogna essere disposti ognuno di noi a pagarne tutto il prezzo anche per gli altri. La carità sia il segno della fecondità del vostro lavoro. Carità silenziosa, benigna, che sa comprendere, scusare, aiutare. Carità che sa anche riconoscere i propri sbagli e sa chiedere perdono.” (Lettera 609) 

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di vita di questo mese?

Guardando la nostra vita, vedere come stiamo vivendo la virtù dell’umiltà. Aiutarci nel gruppo/comunità a fare qualche passo verso una sana umiltà, che ci aiuti a vivere la carità comunitaria.

 

Papa Francesco

Non è facile maturare questa sana umiltà

La sobrietà e l’umiltà non hanno goduto nell’ultimo secolo di una positiva considerazione. Quando però si indebolisce in modo generalizzato l’esercizio di qualche virtù nella vita personale e sociale, ciò finisce col provocare molteplici squilibri, anche ambientali. Per questo non basta più parlare solo dell’integrità degli ecosistemi. Bisogna avere il coraggio di parlare dell’integrità della vita umana, della necessità di promuovere e di coniugare tutti i grandi valori. La scomparsa dell’umiltà, in un essere umano eccessivamente entusiasmato dalla possibilità di dominare tutto senza alcun limite, può solo finire col nuocere alla società e all’ambiente. Non è facile maturare questa sana umiltà e una felice sobrietà se diventiamo autonomi, se escludiamo dalla nostra vita Dio e il nostro io ne occupa il posto, se crediamo che sia la nostra soggettività a determinare ciò che è bene e ciò che è male. (Lettera Enciclica "Laudato si'" n. 224)

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