Non posso realizzare una santità individuale! Dobbiamo farci santi insieme.

Erano perseveranti insieme nel tempio spezzando il pane nelle case (Atti 2,46)


Il secondo capitolo degli Atti inizia con la narrazione della venuta dello Spirito Santo su Maria e gli apostoli riuniti a Pentecoste e continua a narrare la nascita della Chiesa mediante la predicazione degli Apostoli. E sottolinea alcune caratteristiche della prima comunità di credenti: “vivevano uniti ed avevano tutto in comune” (v.44-45), mettendo in evidenza una vera ed autentica unione di vita, così grande da suscitare la comunione dei beni per aiutare i più bisognosi. Come pure che “tutti i giorni si riunivano nel Tempio con entusiasmo e condividevano il pane nelle loro case” (v.46). Anche se condividevano il pane nelle case, commemorazione che si faceva ogni primo giorno della settimana, Luca sottolinea che la comunità assisteva al Tempio tutti i giorni e lo faceva per pregare e insegnare. Il Tempio era il luogo per eccellenza di questa primitiva comunità nascente.
“Riunirci con entusiasmo… condividere il pane…”: sarà questa la proposta dell’Impegno di vita per questo mese, una chiamata all’unità, alla santità collettiva, all’entusiasmo per la vita comunitaria, che diventa testimonianza che attrae altri.
Don Ottorino lo diceva con forza e insistenza: dobbiamo farci santi insieme, in famiglia, in comunità, in gruppo…, per poi aprire la porta ed essere santi con tutta la Chiesa, con tutta l’umanità… e, se ci fosse gente sulla Luna, essere santi anche con essa.
Questo é l’ideale, che Don Ottorino ha lasciato alla nostra Famiglia: l’ unità, l’essere santi insieme. Non possiamo essere santi da soli, carmeli individuali, isolati, chiusi in noi stessi. Siamo chiamati ad essere una tesserina nel piano di Dio, però una tesserina unita alle altre e che, insieme, formano il mosaico sognato da Dio. Siamo diversi, ciascuno con i suoi doni e caratteristiche, però chiamati a un solo ideale comune: l’unità, la “santità collettiva”, ci direbbe Don Ottorino.
Gli apostoli, dopo aver ricevuto lo Spirito Santo, aprono la porta per comunicare a tutti ciò che hanno ricevuto; la prima comunità vive unita, mettendo tutto in comune, riunendosi con entusiasmo e spezzando il pane. Cosi nasce e cresce la nostra Chiesa.
É la sfida per la nostra famiglia: vivere uniti, mettendo in comune i nostri doni, condividendo la vita con entusiasmo (il nostro impegno di vita) e aprire la porta del nostro carisma per condividerlo con tutti…, fin sulla luna.

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di vita di questo mese?

Nell’Eucaristia domenicale chiedere a Dio la grazia dell’Unità e invitare altri fratelli della comunità cristiana a condividere con noi il pranzo o la cena.

Parola di don Ottorino:

DEVO SFORZARMI DI VIVERE UNA SANTITÀ COLLETTIVA
Dobbiamo farci santi insieme, e dopo aprire le porte della canonica ed essere santi insieme; poi aprire le porte della parrocchia ed essere santi insieme con la diocesi; aprire le porte della diocesi ed essere santi insieme con tutta la Chiesa; e se ci sono uomini anche sulla luna, anche con quelli dobbiamo essere santi insieme!. (Med. del 16 giugno 1967)
Non devo farmi una santità ideata da me, perché sono stato chiamato insieme ad altri confratelli e devo sforzarmi di creare una santità collettiva, e perciò devo cercare quello che anche gli altri esigono da me, quello che Cristo esige da me. L’esempio che portavo un tempo, dicendo che la nave è diretta al porto e che la nave arriverà al porto, lo ripeto, però tutti quelli che sono sulla nave non sono sicuri di arrivare al porto: arriveranno al porto soltanto coloro che saranno preoccupati di realizzare una santità che si armonizza con la santità degli altri. Uno può apparentemente essere anche dieci volte più santo degli altri, per esempio, se ci fosse qui uno che fa tante ore di adorazione, uno che studia e che fa bene il suo lavoro, ma se lavora da solo, io vi dico: vada in un altro posto, si faccia una congregazione religiosa di anacoreti o di apostoli, ma non è per questa Famiglia religiosa, perché non si può assolutamente fare così. (Med. del 15 aprile 1969)

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