CARMELI AMBULANTI

Ottobre 2014 - Impegno di Vita 

"Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta" (Lc 10,41-42)

Questi due versetti di Luca si riferiscono alla visita di Gesù con i suoi discepoli presso la casa di Marta e Maria, in un clima di amicizia e confidenzialità. L’evangelista colloca l’episodio immediatamente dopo la parabola del samaritano, quasi per voler illustrare le due facce dell’unico comandamento: l’amore per il prossimo con la parabola del samaritano e l’amore per il Signore con l’episodio di Marta e Maria. Nei confronti del prossimo il servizio della carità, nei confronti del Signore l’ascolto e il discepolato. Ma leggendo in modo più approfondito, rinchiudere le parole di Gesù dentro la prospettiva della vita attiva nel mondo (Marta) e della vita contemplativa del “chiostro” (Maria), significa un po’ mortificarle. La prospettiva è più ampia e tocca due atteggiamenti che devono far parte della vita di qualsiasi discepolo. In questi versetti, infatti, non c’è alcuna traccia di divaricazione fra il Signore e il prossimo; entrambe le sorelle sono di fronte al medesimo ospite, che è al tempo stesso il Signore e il prossimo. La tensione non è neppure semplicemente fra l’ascolto e il servizio, la contemplazione e l’azione. È piuttosto fra l’ascolto e il servizio che distrae, lo stare con l’ospite e il troppo affaccendarsi che impedisce di fargli compagnia, fra il secondario e l’essenziale. È tanto l’affaccendarsi per l’ospite che non c’è più spazio per intrattenerlo. Più avanti, in Lc 12,29 Gesù dirà che l’affannarsi e l’agitarsi è tipico dell’atteggiamento dei pagani. Anche l’agitarsi per Dio e per il prossimo può diventare “pagano” se è affannoso, inquieto, agitato. Ora, la ragione di tanta agitazione – che distrae dall’ospite che pure si vorrebbe accogliere – sono le “molte cose” (10,41). A questo punto la tensione che percorre l’episodio assume un ulteriore sfumatura, che forse è quella che sta alla radice di tutte le altre: la tensione fra il troppo e l’essenziale, il secondario e il necessario. Il troppo è sempre a scapito dell’essenziale. Le troppe cose impediscono non soltanto l’ascolto, ma anche il vero servizio. Fare molto è segno di amore, ma può anche far morire l’amore. L’ospitalità ha bisogno di compagnia, non soltanto di cose. Persino il troppo “dare”, anche per amore, rischia di togliere spazio alle relazioni. E la relazione per eccellenza, che diventa fonte inesauribile e inspirante per una vita attiva e “diaconale”, è quella intima, profonda e perseverante con Gesù.

Come vivere, allora, la Parola dell'Impegno di Vita di questo mese?

Cercheremo di verificare se nella nostra vita di fede sia garantito il giusto equilibrio fra contemplazione e azione, sapendo scegliere fra le cose necessarie e secondarie, fra il troppo e l’essenziale: l’unione con Dio.

Preoccuparsi di essere uniti con Dio e insieme preoccuparsi delle cose materiali

Dobbiamo continuare ad essere contemplativi incominciando ad essere veramente attivi: una cosa che sembrerebbe difficile, ma che dev’essere talmente naturale, o almeno dovrebbe divenirlo, come per noi è naturale avere l’anima e il corpo uniti insieme. Per noi dovrebbe diventare talmente naturale l’unione della vita contemplativa e della vita attiva, per cui, senza una di esse non si è capaci di vivere. Infatti se manca la vita attiva o la vita contemplativa, tu senti che non sei al tuo posto, non vivi. I due aspetti non si possono disgiungere! In principio costerà un po’ di fatica perché la cosa sembra inconciliabile, ma non lo è. Sotto questo aspetto è meraviglioso vedere come Gesù ci ha dato l’esempio proprio a Nazareth. Per saper congiungere le cose occorrono prontezza di spirito e costante unione con Dio; preoccuparci cioè di essere uniti con Dio mentre si è preoccupati delle cose materiali. (Don Ottorino, M96, 1-2 del 29 settembre 1966) 

Ultima modifica il Sabato, 25 Ottobre 2014 12:45

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