Come è nato l'impegno di vita nella famiglia di Don Ottorino

Il carisma di don Ottorino e gli altri carismi

Erano gli anni Sessanta. Don Ottorino era totalmente impegnato a dar forma definitiva alla sua Famiglia religiosa, definendo bene i cardini del carisma che Dio gli aveva donato e nello stesso tempo approfondendo i punti della spiritualità che erano germogliati dal suo carisma.

Come tutti i “fondatori” aveva una chiara coscienza che il suo carisma e quello della sua Congregazione era qualcosa di straordinario, come un fiore unico e irripetibile nel giardino della Chiesa. Ma, proprio a partire dalla coscienza di questa unicità, aveva sempre le antenne tese per captare le onde degli altri carismi, che accoglieva con entusiasmo e gioia, perché erano come altri fiori che con la loro bellezza abbellivano e profumavano il giardino della Chiesa. La Chiesa, infatti, deve la sua bellezza e la sua vitalità alla presenza di questi fiori del suo giardino che sono i carismi.

Quando don Ottorino si metteva in contatto con essi, sia gli antichi carismi come quello dei francescani o dei gesuiti o dei salesiani, sia dei nuovi carismi come quello dei piccoli fratelli di Charles de Foucauld o del Movimento per un mondo migliore del P. Riccardo Lombardi o dei Focolarini di Chiara Lubich o del Cursillo, lui sentiva che poteva attingere qualcosa che avrebbe aiutato a crescere il suo carisma.

Il denominatore comune di tutti i carismi

Di fatto i carismi hanno qualcosa in comune, cioè il comandamento nuovo di Gesù dell’Amore reciproco. I fondatori sanno che in questo terreno sono radicati i loro carismi, perché da lì sono germogliati, e sanno che crescono solamente se da lì continuano ad attingere la loro linfa.

Continuando a utilizzare la simbologia del giardino, ogni fiore con la sua combinazione di colori è qualcosa di unico e irripetibile, come è unica e irripetibile ogni esistenza umana e ogni cosa creata, ma nello stesso tempo contiene una sola e unica realtà che soggiace alla diversità che è quella del Vangelo nella sua essenza, cioè l’Amore. Ogni fiore affinché possa mantenere la sua bellezza e il suo profumo e pertanto la sua peculiarità e unicità deve rimanere ancorato al Vangelo, cioè all’Amore, e di esso deve alimentarsi per crescere.

Un fiore che guarda e ama un altro fiore del giardino diventa più bello e più profumato, perché amando si alimenta di amore. E amando gli altri fiori, per spontanea emulazione, tende ad arricchirsi della loro bellezza e del loro profumo, facendoli propri, senza perdere la propria unicità, anzi specificandola nell’unico modo possibile, cioè amando. Solo chi ama è veramente se stesso.

Il carisma di don Ottorino e il carisma di Chiara Lubich

Don Ottorino era un appassionato della bellezza degli altri carismi e trovava in loro degli elementi che integrava nel suo carisma, a partire da una chiara coscienza della sua identità. Dei francescani integrava la povertà, anche se il suo modo di intendere la povertà era diverso; dei gesuiti integrava l’obbedienza, anche se il suo modo di intendere l’obbedienza era diverso; e così era per gli altri carismi.

Don Ottorino era nello stesso tempo cosciente che il suo proprio carisma era un dono per arricchire gli altri carismi e sempre lo comunicava con entusiasmo e convinzione, perché non si può tenere per sé i doni di Dio.

L’incontro del carisma di don Ottorino con quello di Chiara Lubich risale proprio agli anni sessanta. Il carisma di Chiara ha come centro la “unità”, cioè il testamento di Gesù: “Che tutti siano uno” (Gv 17,21). Questo sogno apparteneva intimamente anche al carisma di don Ottorino, il quale sentiva che l’unità, particolarmente tra i preti, era essenziale per la pastorale.
L’espressione stessa “unità nella carità”, elaborata da don Ottorino come asse portante del suo carisma, fi1 mutuata dal tema dell’ “unità” di Chiara.
L’aggiunta “nella carità” esprimeva la sua particolare sottolineatura dell’unità. Don Ottorino sentiva che senza “unità nella carità” non ci può essere efficacia apostolica. Il suo carisma era sorto, infatti, da una esperienza di scandalo nella Chiesa di preti disuniti e senza carità fra loro, che predicavano il Vangelo e celebravano l’Eucaristia in aperta contraddizione con il Vangelo e la Eucaristia. Don Ottorino aveva constatato quanto questo era dannoso per la Chiesa e per la vita dei preti stessi.

Chiara, quando era ancora una ragazza nella città di Trento (Italia) e insieme con altre ragazze - che furono le sue prime compagne - correva nei rifugi sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale, aveva scoperto che mentre tutto si può distruggere, una sola cosa resta, ed è Dio, che è Amore e vuole l’amore e l’unità tra tutti gli uomini. A partire da questa scoperta, aveva deciso di vivere solo per l’Ideale dell’Unità e il movimento che ne nacque, conosciuto come “movimento dei focolari”, si è diffuso in tutto il mondo, aggregando molti nella Chiesa cattolica tra laici, religiosi, preti e vescovi, ma anche molti appartenenti ad altre chiese, ad altre religioni e persino vari tra coloro che non hanno alcuna fede religiosa. Tale movimento sta così contribuendo ad aprire strade insperate per il futuro della Chiesa e dell’umanità.

La Parola di Vita e l’Impegno di Vita

Chiara voleva fare solo la volontà di Dio, che è una volontà di amore e di unità, così come è nel Vangelo. Voleva mettere in pratica ogni parola del Vangelo, sapendo che in ultima analisi ogni parola del Vangelo si riferiva all’amore e all’unità. Da lì è nata nel suo movimento la Parola di Vita. E’ una breve frase, quasi sempre del Nuovo Testamento, che i membri del movimento — ma è diretta a tutti - si impegnano a tradurre in vita quotidiana durante un intero mese.

Anche don Ottorino aveva il chiodo fisso della volontà di Dio e insisteva che per fare la volontà di Dio bisogna mettere in pratica il Vangelo in ogni sua parola, particolarmente ciò che Gesù dice riguardo alla carità. Quando don Ottorino è venuto a conoscenza della Parola di Vita, ha voluto utilizzarla per i gruppi che formavano i suoi giovani religiosi e per le prime comunità religiose. Lui ha voluto che non solo mensilmente, ma settimanalmente, i suoi giovani e i suoi religiosi si incontrassero in una riunione attorno ad una parola del Vangelo e si comunicassero l’esperienza di mettere in pratica quella parola. Così è nato l’Impegno di Vita. Successivamente don Ottorino ha proposto l’Impegno di Vita per gli stessi Amici, fissando per loro un ritmo mensile. La rivista “Unità nella Carità”, che usciva allora bimensilmente presentava la parola dell’impegno di Vita per gli Amici per i due mesi successivi, accompagnandola con un commento.

Sia per i religiosi che per gli Amici l’impegno era quello di mettere in pratica la parola di Dio. Però, per i religiosi assumeva una importanza fondamentale anche l’incontro settimanale, chiamato giustamente “Impegno di Vita”, in cui si faceva comunione e si comunicava il vissuto della settimana. Per gli Amici l’importanza dell’incontro ai fini della comunione e della comunicazione si è venuta sottolineando in questi ultimi anni, mentre per loro il mettere in pratica la parola applicandola alla vita rimane l’impegno primario.

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