L'AUTORITA' DEL SANTO DI DIO

Mc 1, 21-28 – IV domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

L’autorità di Gesù, ‘il Santo di Dio’, oggi ci interpella. È l’autorità di chi sta sempre dalla parte di Dio. Perché essere ‘santo’ significa essere messo da parte da Dio e per Dio. Dio stesso, dunque, ha messo Gesù dalla sua parte, lo ha preso per sé. Dio è diventato la roccia su cui Gesù ha fondato la propria casa. Dio è la Roccia: Egli quindi è la forza, che dà autorità, alle parole e ai gesti. Perché ciò che Dio dice, avviene; la sua Parola si compie; l’agire creatore si rinnova e diviene nuovamente un evento, perché Gesù ha l’autorità di Dio.

A volte, però, è Dio stesso che ha bisogno di essere aiutato, difeso, custodito, quasi tutelato. Con forza, con autorità. Quante bugie si raccontano su di Lui! Quante colpe gli imputano, di cui è innocente! Quante false parole si usano, accusando Lui di altre parole che non ha mai pronunciato… e quindi di gesti che non ha mai compiuto!

Di fronte all’apparente assurdità della vita, Dio è stato ed è spesso messo alla gogna, crocifisso di responsabilità di cui l’uomo non ha il coraggio di farsi carico. Come se Dio, che ha generato la vita e spende tutto se stesso per riconciliare e restituire la vita anche a chi è frantumato dai demoni di morte, fosse l’origine degli orrori che l’uomo stesso, quando rifiuta di essere dalla parte di Dio, continuamente procura a sé e ai fratelli. Già nel mezzo della tragedia di Auschwitz la giovane Etty Hillesum, ebrea, aveva intuito la debolezza di Dio, sentendo dentro di sé l’esigenza imperativa di difendere quel Dio che a tutti i costi volevano far morire in lei.

Difendere Dio, con autorità, nella nostra interiorità è oggi quanto mai necessario, perché Egli possa continuare a mostrare a tutti il proprio volto di misericordia. Questa instancabile lotta – e il campo di battaglia è dentro di noi – è il nostro migliore contributo perché il mondo non scivoli nel baratro della disperazione, di fronte ai drammi dell’umanità, ma anche davanti al sottile vento dell’indistinto e dell’indifferente.

Chi è indifferente nega la diversità e la sua ricchezza, e relega all’anonimato ogni figlio di Dio. Il Santo di Dio, invece, prende le difese di Dio custodendo e proteggendo i suoi prediletti, i poveri, i frantumati, gli oltraggiati. Così vede le differenze, e ne tutela la dignità, per eliminare le discriminazioni.

Così Gesù diviene autorevole: difendendo Dio in lui e negli altri.

Difendere Dio vuol dire metterlo al posto che si merita: il primo! Dio e la sua legge, Dio e il suo Regno, Dio e la sua Parola sono la passione di Gesù, contro ogni tentativo di sfigurare il volto dell’Altissimo. Fino al punto di rendersi disponibile a dare la propria vita, perché i figli di Dio possano conoscere la verità del proprio Padre, che è misericordia. Dio, per il Santo, vale più anche della propria vita. ‘La tua grazia vale più della vita’ (Sal 62,4).

C’è bisogno di autorità, nella società umana. C’è bisogno di autorevole autorità, fondata nella santità, sulla Roccia di Dio. C’è bisogno di difendere Dio, non in una forma di assicurazione legale ed esteriore, che abbona ogni sacrificio e fa sconti alle proprie responsabilità. L’autorità ha radici nella propria interiorità e nella scelta radicale di stare dalla parte dei poveri.

Preserva, o Dio, questo mondo irrequieto dall’ambizione di cercare autorità e potere altrove. Rendi i pastori dei popoli persone autorevoli come il tuo Santo, Gesù, preoccupati di difendere la tua vita in loro e la vita dei poveri in Te. Fa che gli uomini di comando siano presenti a se stessi nello stare presenti a Te, in ogni decisione, perché diventi discernimento e non demagogia. Mantieni i loro cuori – e anche i nostri – a contatto con la propria intimità, quella parte di sé in cui abiti Tu, e che protegge dalla paura degli spiriti immondi, strumenti di divisione. Potranno così vincerli, con la tua forza, con il tuo potere. E saranno capaci di generare autorevolmente processi di unità e di riconciliazione, percorsi di integrazione e di fraternità, itinerari di comunione nella verità.

Restituisci, o Dio, alla tua Chiesa e a questo mondo la dolce premura di chi si prende cura della vita più debole, vivendo come servizio amorevole la propria autorità.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

LASCIARSI FARE PER VIVERE IN PIENEZZA

Mc 1, 14-20 – III domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Quando normalmente diciamo che qualcosa è compiuto, intendiamo dire che è finito, che si è concluso. Nella nostra logica abituale, compiere è sinonimo di terminare, se non addirittura chiudere. Il vangelo di oggi, invece, ci annuncia un compimento diverso, e ci manifesta il paradosso di Dio: ‘il tempo è compiuto’, proclama Gesù in Galilea… ed inizia qualcosa di assolutamente nuovo!

La compiutezza è per il Signore pienezza traboccante, esuberanza di novità. L’attesa del popolo di Israele, i giorni spesi a vegliare per riconoscere la venuta del Messia, le generazioni trascorse nel progressivo svelamento del dialogo tra Dio e l’uomo, oggi trovano non il punto di arrivo, ma una nuova partenza, uno sconcertante avvio. Con Gesù, il Regno di Dio è qui: il dinamismo della storia trova un nuovo senso e vede sgorgare le più intime energie che lo animano.

Tutto questo non è poesia. È piuttosto la concretezza di una e più vite umane che cambiano radicalmente, perché il passaggio di Gesù genera la pienezza che Egli stesso annuncia. La sua voce arriva, sorprendente, autorevole, coraggiosa e ferma, e chiama a una sequela.

Immaginiamo lo sconcerto e il turbamento di Simone e gli altri. Tra tanti ebrei forse ben più praticanti e zelanti, fra mille categorie religiosamente più osservanti, soprattutto in mezzo a una moltitudine di uomini e donne che vivono la loro esistenza quotidiana come tutti, lo sguardo di Gesù si è poggiato proprio su di loro, su di lui. ‘Fra tutti, ha scelto me!’. Tra la folla, Gesù vede e chiama un volto, un nome, una storia. Questo è il primo compimento: l’uomo aperto ad ascoltare, non è più anonimo e irrilevante, ma egli diventa importante, il più importante agli occhi del Maestro. Gesù chiama, e nell’oggi dell’esistenza regala dignità, rispetto, riconoscimento.

È strano, ma spesso i nostri giorni passano con una sensazione di incompiutezza perché ci sentiamo soli, inadatti, forse dimenticati e abbandonati. Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, magari sentendoci proprio ‘servi inutili’… ma questa inutilità ci brucia l’anima! Non sappiamo più di esistere, perché a nulla vale l’ora spesa per gli altri solo per essere riempita di rumori e di frenesia. Gesù, invece, dona lo stupore della presenza riconoscente alla persona, meglio ancora al lavoratore, a chi è indaffarato nelle proprie ordinarie e quotidiane vicende.

‘Vi farò pescatori di uomini’: è novità, è partenza, è cambiamento, ma che s’innesta nell’accoglienza di una storia vera, integrata nel sogno di un futuro diverso. Simone e gli altri sono pescatori, e rimarranno tali. Ma il loro operare ordinario si dilaterà abbracciando altri mestieri: la pastorizia: saranno pastori del gregge; la medicina: saranno medici delle anime; l’oratoria: saranno annunciatori di bellezza…

Il tutto è vocazione. Cioè risposta a un movimento che ci precede, quello di Dio. Il tempo di Dio compie il nostro perché lo precede. E se lo lasciamo entrare, lo rigonfia di meraviglia, lo rende turgido di speranza, lo feconda perché possa essere grembo di piccoli germogli di vita. Ecco la conversione: ‘vi farò diventare’. L’iniziativa è del Padre, il passo e la voce sono del Figlio, la mano che modella è dello Spirito. Simone, gli altri, noi stessi diveniamo opere d’arte e artigiani di futuro nella misura in cui lasciamo fare a Loro, alla Trinità che riempie il tempo.

Consolante quanto difficile questo affidamento, che nelle nostre giornate, nel nostro tempo cronologico si appesantisce della presunzione di sapercela fare da soli. O dell’angoscia di aver fallito il nostro tentativo di santità. Gesù chiede ai suoi compagni e discepoli di lasciarsi fare. È un atteggiamento interiore: la conversione è dunque sinonimo del credere, è la faccia più ordinaria della fede. Crede veramente chi ogni giorno si lascia sorprendere dalla voce che lo chiama, e pronuncia il suo timido e imbarazzato ‘sì’ all’incontro con Gesù. Crede veramente chi riconosce nel passaggio dei fratelli e delle sorelle un ulteriore, paziente e fedele tentativo di Dio di svuotarci di noi stessi, per riempirci di carità. Il compimento del nostro tempo, dunque, non sta nell’abbuffarsi di attività e di impegni, ma nell’inzupparci dentro il fiume di grazia che è l’invocazione, la domanda, la pro-vocazione giunta da chi ci sta accanto. È lì il Regno di Dio, vicino. Fisicamente vicino. Nell’oggi della nostra ferialità.

Diventiamo così sempre più noi stessi. Sprofondati nella nostra intimità perché capaci di essere intimi al Dio che ci interpella ogni giorno con i bisogni, le ‘lune’, i fastidi dei nostri fratelli. La nostra conversione avviene lì dove la tecnica tradizionale della pesca non  funziona, perché il pesce non va sottratto al mare per essere ucciso, ma immerso nell’acqua di vita perché risorga. Un ‘sì’ semplice, ordinario, quotidiano; un ‘sì’ qui e adesso da’ compimento al tempo e rende presente il Regno di Dio: è il vangelo, Gesù stesso, che vive in me.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

LA VITA E' VOCAZIONE

Gv 1, 35-42 – II domenica del tempo ordinario – Anno B

Fin dall’inizio della sua missione pubblica, Gesù va costituendo una comunità attorno a sé. Chiama degli uomini a seguirlo e a condividere con lui la propria passione e la propria sorte. Non si tratta soltanto di un necessario seguito, adibito a portare gli onori di un nuovo maestro, per esibirne l’autorità e la sapienza. Non è neanche una semplice compagnia come antidoto alla inevitabile solitudine del capo. Gesù cerca invece una vera e propria comunione di vita.

Ecco perché risuonano particolarmente commoventi gli scambi di sguardi che si scambiano i primi due discepoli, sull’esempio del Battista, e il ‘rabbì’ di Galilea che passa dopo il Battesimo nel Giordano. I volti si cercano, si incrociano gli occhi, emerge un desiderio, vibra una domanda. La ricerca dell’uomo si incontra con la ricerca di Dio. L’uno e l’altro si cercano. In Gesù si incontrano. Definitivamente.

Celebriamo oggi il miracolo della vita umana. In Gesù, infatti, l’ansia profonda dell’uomo, la trepidazione di ogni persona che cammina nella storia alla ricerca di un senso, trova la risposta e la via per dimorare finalmente nella pace. Nel Bambino di Betlemme sono stati varcati per sempre gli spazi che separavano il Cielo dalla terra. Ma non è sufficiente questo sconvolgente miracolo divino, se esso rimane lontano dalla quotidiana e personalissima storia di ogni figlio di Dio.

Questo è il mistero della vocazione, di ogni vita umana che è vocazione. Nella vocazione ogni uomo e ogni donna scopre che la venuta di Dio al mondo non è una questione che interessa in generale l’umanità e che rimane impressa nelle pagine di una storia distaccata da sé. La venuta di Dio al mondo è invece l’evento più importante per la vita personale di ognuno, per la mia esistenza di oggi. Ognuno di noi è coinvolto nel miracolo dell’incarnazione. Gesù entra nella nostra unica e irripetibile esistenza, come desidera ardentemente di poter fare con l’esistenza di ogni persona nata e che nascerà su questa terra.

Solo Dio sa tenere insieme così bene l’universale e il particolare. Solo Dio sa volgere il suo sguardo con la stessa lacerante tenerezza ad ogni suo figlio, regalando ad ognuno l’esperienza indicibile di sentirsi unico e privilegiato al cospetto di Dio. Dio guarda me, e chiede a me di guardare Lui!

Ci viene donato, dunque, nella scoperta della nostra vita come vocazione, il segreto del cammino, il bandolo della matassa, la chiave di volta. Perché sono al mondo? Che senso ha il mio esistere? Da dove vengo e dove vado? In queste domande che gridano al Cielo in mille toni e in mille armonie, a volte sguaiate, a volte ammutolite dal dolore, si esprime tutta la sete di infinito che abita il cuore dell’uomo. È il sogno di felicità, è l’anelo di libertà impresso nel nostro intimo, perché fatto a immagine e somiglianza della Trinità.

Ecco la risposta: felicità e libertà sono relazione, sono legame con la Trinità fatta carne in Gesù. Dio si è alleato con la mia gioia, e la mia vita è bella con Lui! Solo con Lui! Non solo non c’è contraddizione tra la mia realizzazione e la mia libertà e la sua vitale presenza nel mio mondo di rapporti quotidiani, ma è proprio il mio rapporto con Gesù a dare lo spessore della mia festa. Vivere la vita come vocazione significa infatti rispondere al suo appello che mi invita a intessere un vincolo, a costruire intimità, a dimorare nella sua casa, che è il suo cuore, il suo corpo, la sua stessa persona.

Quanto terrore abbiamo dell’intimità! Quanti scivoloni rischiamo di compiere se Egli non l’abita prima con il suo sguardo amorevole e la sua voce penetrante e fedele! Egli è la dimora stessa in cui si disseta la nostra sete di amore: da ricevere e da dare.

Non c’è niente da fare: quando entriamo in casa di Gesù, quando sostiamo anche solo un istante con Lui nella sua dimora, non lo possiamo scordare più. Resta indelebile il segno, per quanto tentiamo di allontanarne la memoria e il sigillo. Per questo motivo non c’è altra via per la realizzazione della nostra vita che seguire il cammino di Colui che, quando ci guarda, ci trafigge di amore. La sequela di Gesù è la bellezza della vita, perché mantiene questa stessa vita sulle tracce dell’infinito a cui aspiriamo. Ci evita gli sconti, ci solleva ad alta quota, ci sprona a vette più consone alla nostra natura umana e divina, ferita dal peccato, ma mai domata. Tutte le altre relazioni diventano gemme di bellezza, se vissute in Lui. Anche le fatiche sono trasfigurate e redente.

La gioia dell’incontro e del legame con Gesù non può essere trattenuta. Anche per noi, come per lui, diviene necessità vitale, esigenza di verità costruire comunità, cercare altri con cui condividere la pazzia dell’amore, stringere nuovi intimi legami di comunione. Essi ci cambiano l’esistenza, si traducono in mutamenti visibili e concreti: il nostro nome ora, come tutta la nostra persona, ritorna a essere Suo, tutto Suo, come per Simon Pietro e gli altri. E non è questo in fondo che sempre abbiamo cercato? Non è una appartenenza quella che desideravamo? La ricerca di ogni uomo si compie definitivamente quando senza più resistenze e remore ci mettiamo in cammino, ‘a muso duro’ (cfr. Lc 9, 51), alla sequela del Signore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

I MAGI, CERCATORI DI DIO

Mt 2, 1-12 – Solennità dell’Epifania di nostro Signore

Commento per lavoratori cristiani

Il cammino dei Magi, venuti dall’oriente, simbolo di tutte le nazioni presenti sulla terra, è da sempre immagine del cammino di ogni uomo che cerca sinceramente Dio. Sono uomini sapienti, desiderosi di scoprire la profondità del senso della vita, abituati a scrutare i misteri del cielo e della terra. Richiamano anche noi alla sapienza del cuore, alla cura di quell’atteggiamento fondamentale per la vita che ci spinge ad andare oltre le apparenze, a non accontentarci del superficiale, a penetrare in profondità la presenza di un Oltre in ogni piccola cosa che viviamo.

I Magi sono immagine del nostro cammino di scoperta della nostra vocazione, del meraviglioso progetto d’amore intessuto da Dio nella nostra storia personale. In qualche modo, sono l’esempio di chi sa di non essere mai arrivato: sono uomini spirituali, poiché mantengono uno spirito in ricerca e desideroso di crescere per tutta la vita.

Il discernimento, dunque, sembra proprio essere il loro stile di vita. La formazione ricevuta – e sicuramente è stata tanta! – non si è ridotta a essere un pacchetto assunto e incamerato una volta per sempre. La formazione degli uomini e delle donne di Dio, infatti, è sempre con-formazione a Colui che chiama e seduce. E la vocazione a essere ‘di Dio’ è per ogni uomo e donna nati su questa terra!

Anche i Magi si sono sentiti chiamare, prima senza comprendere bene, poi con sempre maggior chiarezza: la stella, segno della presenza di Dio, ha lasciato il posto all’incontro personalissimo con Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo.

Siamo così invitati anche noi a verificare come viviamo il nostro processo di formazione umana, spirituale, religiosa. Essere cristiani significa donarsi totalmente giorno per giorno, senza mezze misure. Con-formarsi a Colui che ci ha fatti suoi vuol dire darGli tutto, senza trattenere nulla per noi, perché tutto da Lui abbiamo ricevuto.

I Magi ci fanno ancora una volta da specchio evangelico. Essi infatti viaggiano portando dei doni, che poi lasciano davanti al piccolo Gesù. La tradizione li ha riconosciuti come omaggi alla divinità e alla regalità del Figlio di Dio, come annuncio della sua Passione. Noi vogliamo coglierli come un’offerta di se stessi e dei popoli da cui provengono e a cui torneranno come evangelizzatori.

L’oro, infatti, può indicare tutto il bene che essi hanno compiuto nella loro vita: i moti di bontà, le opere di misericordia, i gesti di servizio. L’oro è la dignità della persona, di ogni persona, che si manifesta in atteggiamenti e scelte di diaconia verso i fratelli. È la bellezza più evidente dell’essere umano, che i Magi porgono a Gesù, in segno di gratitudine, perché sanno di avere ricevuto tutto da Dio.

L’incenso è l’intimo desiderio di andare oltre, la nostalgia di infinito che abita i loro cuori, la spinta alla trascendenza che li muove. In fondo, si sono messi in cammino per questo, per dissetare la loro sete di Dio. Così è l’uomo: l’unica creatura al mondo capace di relazione con Dio! La preghiera, il silenzio della meditazione, la celebrazione della vita, che per noi cristiani diventa liturgia, sono elementi indispensabili per essere veramente uomini. Esigono la capacità di fermarsi e di ascoltare se stessi, e la voce di Dio in noi. I Magi porgono a Gesù anche questa vita interiore, di cui sono umilmente riconoscenti.

E infine la mirra. Unguento destinato ai defunti, essa è simbolo di tutte le sofferenze e i dolori dell’uomo e della donna, di ogni popolo. L’esperienza della fragilità è parte costitutiva dell’essere creatura,e per i figli dell’uomo è necessario percorrere un itinerario che aiuti a riconciliarsi con la propria debolezza. Quanta paura ci fa la morte, di cui ogni contatto con la vulnerabilità è annuncio! I Magi offrono a Gesù anche la loro piccolezza, perché sanno che solo in Dio essa trova senso: nella nostra miseria, siamo invitati ad alzare lo sguardo per contemplare l’infinita misericordia di Dio, e sarà Lui che trasformerà la nostra povertà in umiltà.

Nella carovana dei Magi siamo anche noi. Facendo il punto del cammino, siamo invitati a riflettere e a condividere la nostra bellezza, il nostro rapporto con Dio, la nostra fragilità. Quanto più scopriamo chi siamo e ci riconosciamo in queste dimensioni del nostro esistere, tanto più siamo capaci di condividerle per trasformare i nostri incontri in fraternità. Solo la relazione autentica, infatti, svela e guarisce, scava e accoglie, libera e fa crescere.

 

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

IL TESTIMONE CHE SA ATTENDERE

Gv 1, 6-8.19-28 – III domenica di Avvento B

Commento per lavoratori cristiani

 

La figura di Giovanni Battista svetta, accanto a quella della Vergine Maria, in questo cammino di Avvento. Egli è il testimone che annuncia la venuta dell’Atteso. Egli è l’amico dello Sposo che prepara la carovana degli invitati a nozze. Egli è il profeta che guida il popolo verso il passaggio definitivo alla sponda della Nuova Alleanza.

A suo dire, però, egli è soltanto una voce. Si presenta ai Giudei più nell’ottica della negazione che dell’affermazione di sé, più come fonte di delusione che di realizzazione delle aspettative. Sorprende questo suo atteggiamento, che sembra denigratorio. Certamente non è molto consono all’esaltazione esasperata dell’individuo a cui ci ha abituato la cultura pseudo – umanistica contemporanea. Ecco perché Giovanni emerge maestoso anche oggi: ben consapevole che egli dovrà diminuire, perché Gesù, il Messia, cresca, il Battista riconosce di valere qualcosa solo in riferimento a Colui che viene.

Egli infatti è voce perché Gesù è la Parola. In questo senso Giovanni ‘confessò e non negò’ (v. 20). Non si arrogò nessun titolo onorifico, nessun ruolo fuori misura, nessun merito inopportuno: ma si riconobbe semplicemente come un uomo in relazione a Gesù, totalmente orientato a Lui, con lo sguardo fisso al Maestro. Giovanni ‘confessò’ il Salvatore, ubicando se stesso al posto giusto. E la giustizia divenne così verità che libera.

Pensiamo a noi, e alla tentazione sfrenata di narcisismo di cui siamo vittime ogni giorno. Abbiamo un bisogno ossessivo di metterci in mostra, di esibirci e di essere apprezzati e riconosciuti. Abbiamo una brama affannosa di apparire nei mass media anche solo per poterci sentir dire: ‘ti ho visto’. E questa ansia di visibilità si traduce in una corsa spasmodica ad arrivare prima, a pubblicare per primi la nostra foto sui social network, a cogliere nell’immediatezza un dettaglio sebbene a migliaia di chilometri di distanza. Si perde il gusto dell’attesa, del silenzio, della scoperta gratuita. Si perde la calma e la trepidazione della gestazione.

Giovanni invece si ritira, al di là del Giordano, in luogo straniero. Si ritira nel deserto, vestendosi e nutrendosi nella più austera sobrietà. Non c’era nulla di attrattivo in lui. Eppure proprio questo, oltre a restituirgli la propria identità in relazione allo Sposo che viene, gli dona anche il rapporto più significativo con il suo popolo, con il gregge a cui egli stesso appartiene. Giovanni, infatti, non è una voce che grida da lontano, impartendo comandi e sentenziando vaticini spaventosi. Egli non è nemmeno un testimone che osserva distaccato le vicende della folla, che cammina smarrita e senza pastore.

Giovanni, invece, sta nel deserto con i suoi. Sta nel cuore della fatica più grande del suo popolo. Anzi, sta dentro la separazione e la frattura che la Legge di Israele ha generato tra i Giudei e i pagani, e in questa divisione – simbolo del dramma di una religiosità vissuta come giogo pesante anziché come liberazione – egli porta con gli altri il fardello doloroso della speranza. Giovanni può essere testimone non solo perché è in contatto con Colui che testimonia e si alimenta alla luce del divino che si intravede all’orizzonte, ma anche perché si immerge con coraggio nella notte e non ha timore a riconoscere dal di dentro le tenebre in cui vive l’umanità.

Per noi, spesso nostalgici di una illusoria fuga da ogni ombra che ci opprime, egli diviene profezia di uno stile di accompagnamento del dolore della gente. Essere cristiani che vivono le doglie del parto del Bimbo di Betlemme significa avere l’ardire di immergerci nell’aridità del deserto contemporaneo, riconoscendo la sete più o meno nascosta del popolo che si è allontanato da Dio. Noi siamo come un marito che si affianca alla sposa – alla Vergine – e non fugge l’intimità della sala da parto, dove si intrecciano l’amore più straordinario e il dolore più atroce. Decidiamo di stare lì, a contemplare il mistero che sorprende, sprovveduti e poveri, ma almeno vicini al piccolo che nasce come fossimo novelli buoi e asinelli. Almeno il nostro fiato impaurito potrà scaldare un poco la fragile carne del nascituro. E il nostro pianto di commozione – che fa melodia con il vagito del Bimbo – diviene il nostro canto, la nostra voce che si alza e si unisce a quella del Battista: ‘viene il Signore, preparate la via!’.

In questo Avvento Giovanni è per noi richiamo potente a recuperare il gusto e la responsabilità di una presenza. In mezzo al popolo che sta nella notte, lo Sposo, la Parola, il Bambino che viene ci chiede di esserci. E di esserci in stretta e manifesta relazione con Lui. Noi ci siamo, come uomini e come cristiani, perché siamo in attesa di Lui. E questo ci da’ fiducia e speranza. E questo accende in noi la luce, e di essa brilliamo condividendo con gli altri la luce.

Abbiamo già ricevuto tutto quello che ci serve: è l’olio dello Spirito, che ci è stato dato in dono, e che viene rinnovato nei piccoli vasetti della carità, attinta alla fontana della Grazia nei sacramenti. Abbiamo già ricevuto il battesimo di fuoco, che ci immerge nel cuore del Mistero di amore e dolore, trasfigurato da Dio in Gesù morto e risorto.

Poiché già abbiamo ricevuto, grati Lo attendiamo vigilanti, chiamati a essere testimoni fra chi ancora non lo conosce. L’attesa restituisce senso alla vita, mai più bruciata dai fuochi ingannevoli del ‘tutto e subito’.

 

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Uniti Notizie 71/2014

CHI SONO IO?

Mt 16, 13-20 – XXI domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

Probabilmente si inizia a vivere la vita davvero solo il giorno in cui si lascia sgorgare dal profondo del proprio cuore una domanda cruciale: chi sono io? È una domanda che porta con sé tanti altri interrogativi, un corollario di dubbi e paure, un miscuglio di aspettative e di speranze, una miriade di timori e di inquietudini. Porta con sé la ricerca del senso dell’esistenza, ma anche le tracce di ferite e fallimenti, di delusioni e cadute che forse hanno scalfito il naturale ottimismo dell’infanzia. Ci sono esperienze dolorose e incontri decisivi che fanno emergere la questione decisiva del nostro essere al mondo. Cosa ci sto a fare? Perché qui e non altrove? Come mai questi doni e questi limiti? E perché la mia sofferenza e i segni che bruciano nella carne e nell’anima?

Gesù, ‘il Figlio dell’uomo’ e quindi uomo davvero, non è stato esente da questa ricerca e ha percepito la stessa domanda venire a galla come motore del suo cammino nel mondo. Forse l’aveva già intuita fortemente quando, dodicenne, si era fermato inquieto a chiedere qualche spiegazione ai dottori del tempio. Si comincia così: si chiede di questo, di quello, si scava sui dubbi religiosi, si indaga sull’uomo in generale e su Dio… per arrivare a un certo punto a dirsi a voce alta la vera domanda: e io, chi sono?

A questa domanda si risponde nell’intimo del proprio animo. Ma non si risponde mai da soli. E forse sta tutta qui la Buona Notizia del Vangelo di oggi. La risposta a questa domanda esiste, ma è una risposta relazionale. La si trova insieme, la si trova in due: mai da soli.

Scopriamo perché, scopriamo come.

Gesù interpella i suoi: non per quel senso di insicurezza che noi portiamo dentro fin a età avanzata, che ci fa cercare nella risposta altrui un certo qual senso di appartenenza. Non è l’altro che mi dice chi sono; l’altro mi aiuta a scoprirlo. Ma per questo sono necessari la libertà e il coraggio di mettersi in gioco e di non dare nulla per scontato. Gesù ha già cercato tanto: dentro di sé, con l’arte della custodia del cuore appresa da mamma Maria. Egli ha ascoltato, osservato, toccato, accolto ed ha visto così prendere forma il suo essere figlio di madre e Figlio del Padre. La propria umanità si è svelata ai suoi occhi nelle relazioni famigliari e amicali, nel lavoro domestico e di carpentiere, nella frequentazione delle tradizioni culturali e religiose del suo popolo. La propria divinità gli viene ora riconosciuta da Simon Pietro, su ispirazione di Colui che a Gesù ha manifestato volto a volto – nella preghiera - il dono di essere suo Padre.

Ciò che fa vibrare di commozione Gesù e che impregna della ‘profondità della ricchezze e della sapienza’ (Rm 11, 33) il dialogo intrapreso con i suoi discepoli è l’assimilazione della propria identità di Figlio. Figlio dell’uomo e Figlio di Dio. Ma soprattutto Figlio. In relazione, dunque, con qualcuno. Quindi non autosufficiente, non autoreferenziale, non isolato, non solo. Gesù è un uomo in relazione, è Dio in relazione. L’identità, allora, si manifesta non come una sostanza astratta e vaga che definisce nominalmente una materia – quella del corpo e, forse, della mente – altrimenti inaccessibile. L’identità non è un concetto psicologico per esprimere una indefinita natura soggettiva, in effetti poco consistente e totalmente autogestita.

In Gesù – e quindi anche in noi – l’identità è relazione: nasce e vive in relazione, si forma e cresce in relazione, si definisce soltanto a partire e dentro una relazione. Ed è la relazione di figliolanza. Detto in parole semplici: c’è qualcuno che chiama Gesù per nome, e Gesù diviene se stesso rispondendo a quella voce che chiama. C’è una mamma che chiama un figlio per nome, e nell’esperienza di questo  riconoscimento scaturisce l’amore, che da identità alla persona. Gesù è il figlio dell’uomo amato da mamma Maria e papà Giuseppe. E c’è un Dio che chiama un Figlio per nome, da sempre e per sempre. E Gesù, rispondendo, diviene colui che è, ‘il Figlio del Dio vivente’.

Ecco perché il nome più opportuno dell’identità è vocazione. Perché Gesù è il dialogo con chi lo chiama. E più è primigenia la chiamata, più profonda è l’identità, perché eterna è la vocazione. Da sempre e per sempre.

Così anche Simon Pietro. Solo chi è in relazione con il Dio vivente può riconoscere la presenza di suo Figlio accanto a lui. Poiché Simon Pietro si sta scoprendo figlio, con i suoi alti e i suoi bassi, un raggio della sapienza del Padre lo può illuminare e gli rivela – quasi in un sussulto di affinità di Spirito – la presenza del Fratello maggiore accanto a lui.

E così il Fratello maggiore ricorda a Simone la sua figliolanza umana – ‘figlio di Giona’ – per chiamarlo a percepire più profondamente la vitale figliolanza divina. Gli cambia il nome, segno della vocazione, cioè dell’autentica identità di figlio amato da sempre e per sempre.

Come Simon Pietro, siamo anche noi. Alla ricerca della risposta alla grande domanda, ‘chi sono io?’, troviamo un cammino da percorrere per scoprirne la lettera. È il nostro cammino vocazionale, la nostra relazione vitale. Entrare in dialogo con Dio significa in fondo riscoprire il nostro dialogo con i nostri genitori e la nostra storia, che piano piano, rivelata e purificata, ci manifesta ciò che siamo davvero: figli nel Figlio!

Solo chi ha fatto esperienza di questa ‘insondabile’ riconciliazione con la propria verità può divenire ponte di relazione, tramite vocazionale per gli altri uomini. E mette in comunicazione la terra e il cielo, in quanto consapevole ed esistenzialmente autentico uomo di relazione. Si sciolgono i nodi, si costruiscono legami, si vincono le insidie del ‘divisore’ – il diavolo – nella misura in cui ci si immerge fiduciosi in questa relazione originale che, nel donarci la bellezza di un Dio che è Padre, ci svela la meraviglia del nostro essere figli. Questa è l’identità della Chiesa: una famiglia di fratelli che lo Spirito lega alla fonte della vita.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

SOGNO UN MONDO... - GERMOGLI DA ASSISI 2014

Tutto cominciò da un SOGNO… 

Ciascuno di noi aveva un sogno diverso… il mio era semplice…desideravo la PACE…Pace per il mio cuore stanco e affaticato che si era creato una corazza per sopravvivere in tempi duri e, nel crearsi questa corazza, si era indurito (almeno all’esterno) e si era imbruttito; non sognavo chissà cosa…volevo solo PACE… e invece… 

Ecco che ognuno di noi, ciascuno con il proprio sogno, ciascuno dalla propria città, Crotone, Vicenza, San Sepolcro, Monterotondo, Lushnje (Albania), Villa San Giovanni, ci ritrovavamo improvvisamente catapultati nel Medioevo, in una città: Assisi, che ha del magico e fantastico…città nella quale un RAGAZZO come NOI, soprannominato “Il Re delle Feste”, perché sapeva come divertirsi e come farsi notare, circa 800 anni fa, cercava di realizzare il suo sogno: diventare Cavaliere! 

Ma si sa…quando il Signore ci mette lo zampino, il tuo sogno non rimane solo tuo…si comincia a sognare insieme a Lui e improvvisamente questo sogno comincia a diventare GRANDE oltre ogni immaginazione! Il Signore prende la tua vita e ne vuole fare molto di più…Vuole che tu sia FELICE , vuole che tu sia proprio come Lui ti ha creato e pensato: un CAPOLAVORO! Allora tu, proprio come sei, con i tuoi pregi, le tue aspirazioni, i tuoi difetti, le tue paure, DECIDI se metterti in gioco e cominciare a vivere sul serio, o  se continuare a guardare dalla panchina e vivacchiare una vita che ti sta un po’ stretta, con un vestito che qualcuno ti ha cucito addosso e che ti fa apparire come gli altri vorrebbero che tu fossi…che ti imprigiona…

Ma se rimani unito a Dio, Egli ti immerge nel Suo Amore e tu, come se fossi un BISCOTTO IMMERSO NEL LATTE, ti INZUPPI completamente e si ammorbidisce quella corazza che ti eri creato o che qualcuno ti aveva fatto indossare, fino a far emergere chi tu sei veramente…e si sa…chi è VERO è LIBERO…e chi è LIBERO è BELLO…e chi è BELLO lo è perché è AMATO e AMA.

Questo è quello che è successo a Francesco: << Quello che io vivo non mi basta più, tutto quel che avevo non mi serve più. Io cercherò quello che davvero vale! Non più il servo, ma il Padrone seguirò!!!>>

E dal giorno in cui Francesco ebbe il coraggio di SPOGLIARSI di tutto, di quella vita che gli stava stretta e, fidandosi ciecamente di  Dio, consegnarsi TUTTO a Lui, TUTTO CAMBIO’…ed alla sua domanda: “Cosa vuoi che io faccia?”, il Crocifisso di San Damiano gli rispose: “Francesco vai e ripara la mia casa!”.

…Anche a noi quel Crocifisso ha parlato, ha toccato il cuore, ha preso contatto attraverso quegli OCCHI APERTI e PIENI D’AMORE, con i nostri occhi… A ciascuno ha detto qualcosa di diverso…ma tutti in cuor nostro gli abbiamo chiesto la stessa cosa: “Cosa vuoi che io faccia?”. Questo perché VOGLIAMO FARE SUL SERIO! Non vogliamo una “bella vita”, ma una VITA BELLA!!! ALLA GRANDE!!! Come Francesco, Chiara e il nostro amico Don OTTORINO!

Vogliamo il Coraggio che ebbe Chiara di decidere lei per la sua vita, cosa che a quei tempi era impossibile per una ragazza… quel Coraggio che le fece respingere un intero esercito di Saraceni che attaccavano il Convento di San Damiano, semplicemente affacciandosi alla finestra e mostrando Gesù Eucaristia…

Vogliamo fare come quel tale che trovando un TESORO PREZIOSO in mezzo ad un campo, và vende tutto e PIENO DI GIOIA lo compra! E quel Tesoro è GESU’! Perché quando noi sogniamo di essere Felici, è Cristo che sogniamo, come disse San Giovanni Paolo II.

Ma questo tesoro puoi trovarlo solo se ti metti in SILENZIO, quel luogo SACRO dove il Signore vuole incontrarti e parlarti…il Silenzio, come quello immerso nella Bellezza della Natura del Monte Subasio, di cui abbiamo goduto all’Eremo delle Carceri, luogo dove Francesco amava rifugiarsi per andare a trovare questo Tesoro…solo dopo una salita di 7 km a piedi…che FATICA!!! J ma se la Fatica la condividi con i fratelli, diventa GIOIA!

Questo e molto altro ancora ci ha insegnato ASSISI, CITTA’ DELLA PACE E DELLA FRATELLANZA!!!

Per quanto riguarda me…il Signore non mi ha donato solo la Pace, ma mi ha RIPARATO il cuore…e l’ha fatto anche grazie all’AMORE di 60 ragazzi STUPENDI…Belli, perché sono amati ed amano, perché fanno sul serio, pregano sul serio, cantano sul serio, addirittura scherzano sul serio (ahahah J)…

Ha rispolverato qualche sogno che avevo messo un po’ da parte…mi ha fatto capire che se si fa la Sua Volontà si è Felici, perché Lui ci ha creati per essere FELICI!!! 

Come si è concluso il campo???

IN UNA TOMBA…la tomba di S.Francesco ed i suoi compagni…

Perché?

Perché da una TOMBA, una Notte, è ESPLOSA LA VITA ed ha sconfitto la morte per sempre!!! Ed allora è stato l’INIZIO di TUTTO…non la fine.

E per affrontare questo nuovo inizio, il Signore non ci ha lasciati senza un aiuto… Grazie al PERDONO DI ASSISI nella BELLISSIMA E DOLCISSIMA PORZIUNCOLA il Signore ha rinnovato il nostro cuore e ci ha dato la Forza, la Pace, la Gioia per iniziare di nuovo la nostra vita nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità…CON CRISTO NEL CUORE!

Proprio come ci avevano promesso i nostri “Amici innamorati di Gesù”, al momento di partire eravamo RICOLMI DI FELICITA’  e nel viaggio di ritorno, scandito da CANTI, ABBRACCI e qualche “GRAZIE per aver INCROCIATO la mia vita”, si ripensava a tutte le persone incontrate nel nostro viaggio (i ragazzi, le cuoche, i sacerdoti, i diaconi, sorella Elisabetta, le suore Mariana, Monica, Lula, Marta, fra’ Massimo e tanti altri…) e si ringraziava il Signore perché ha scelto proprio NOI per donarci tutto questo…ed anche se noi non lo “GUARDAVAMO”, Lui ci aveva già GUARDATI ed AMATI ed aveva preparato tutto questo per noi! <3

Che dire, Signore?...MENO MALE che hai deciso di SOGNARE insieme a NOI!!! 

E allora…SOGNIAMOOO!!!! ;)

Erminia Maria Oppedisano, Villa San Giovanni

 

 PREGHIERA

 

Signore, rendimi mercante:

gioioso pellegrino in cerca di te.

 

Signore, rendimi discepolo:

fiducioso seguace dei tuoi passi.

 

Signore, donami il tesoro prezioso,

affinché io possa essere l’uomo pieno di gioia.

 

A cosa non rinuncerei per l’amore vero,

la gioia piena, la pace eterna?

Allora, Signore:

aiutami a essere mercante per cercare

la perla, te;

aiutami a essere uomo per custodire

il tesoro, te;

aiutami a perdere tutto e sentirmi

pieno di te.

 

Guidami, Signore, all’incontro con te:

il Regno dei Cieli.

Amen.

 

Marta Pignataro, Crotone

 

 ESSERE SEMPRE DI PIU’… COME GESU’!

 Per quanto mi riguarda, si sa che l’esperienza del campo vocazionale non delude mai: è un’occasione infinitamente bella sia per trascorrere del tempo più intimo e personale, che tra il frenetico da farsi della quotidianità sfugge sempre, sia per rivedere i volti di quegli amici con cui, oramai, mi do appuntamento ogni anno e sia per conoscere nuovi compagni d’avventura con cui condivido lo stesso obbiettivo: conoscere e amare Gesù, farlo conoscere e farlo amare. Ed è proprio con questo spirito e con l’entusiasmo che caratterizza noi giovani che ci siamo incamminati, sulle orme di San Francesco e Santa Chiara, per le strade di Assisi alla ricerca di ciò che ci fa essere sempre di più ‘come Gesù’. La cosa più significativa del campo è stata ascoltare la testimonianza di tante persone che, ognuna con la propria vocazione, mi ha trasmesso la gioia di chi ha conosciuto e sperimentato l’amore immenso che Dio riserva a ciascuno di noi. Così come ci ha spiegato Suor Monica, basta solo che noi, biscottini da colazione, ci lasciamo immergere nel… ‘latte’, che è l’amore, immensamente grande, del nostro Papà del cielo! La gioia che mi porto nel cuore dopo questa esperienza deriva anche dalla consapevolezza che io, sì, proprio io ‘sono preziosa ai Suoi occhi’, sono un’importante tesserina del Suo mosaico, sono una pecorella così amata a tal punto che Egli lascia le altre novantanove per cercare proprio me. In questo periodo di ricerca del  ‘mio posto’ è stato meraviglioso riscoprirsi figlia amata da Dio e, di ritorno da questa fantastica esperienza, sento di aver ‘ereditato’ un pizzico di coraggio di San Francesco e Santa Chiara che mi permetterà di essere, nella mia quotidianità, luce del Mondo e sale della Terra, per essere sempre di più..come Gesù!

Irene Perpiglia, Crotone

 

 DA 1 A 10? 100!

 Avevo una vaga idea su cosa aspettarmi da questo campo,ma di quello che pensavo non si è avverato proprio nulla.

Tutto questo è meglio poiché le cose che sono accadute sono le migliori che una persona potrebbe mai volere!

Durante questi sei giorni il rapporto con Dio ha  toccato livelli altissimi; Qui preghiera,meditazioni,silenzi ti avvolgono il cuore e ti fanno sentire amato come non mai!

Questo campo mi ha lasciato,sicuramente, una fiamma d’amore verso Dio più grande rispetto alla precedente, facendomi prendere degli impegni verso di me, e verso Dio, che prima non avrei preso.

Quest’esperienza allo stesso modo ha lasciato nel cuore non solo Dio ma anche quelle persone che stavano intorno a me, Don Luca, Juan e tutti gli altri, che ci hanno accompagnato in questo viaggio d’amore e che ringrazio con tutto il cuore!

Per quanto riguarda la compagnia, bhe non so proprio trovare parole per descrivere il mio amore verso di loro e la mia riconoscenza,vi ringrazio.

Il mio voto per quest’esperienza su 10?

100.

Un abbraccio da Yuri, Sansepolcro (AR)

 

 ASSISI… PER LA CRONACA!

 “Oh Signore, fammi dono”. Con questa preghiera nel cuore si ritorna a casa dopo la bellissima esperienza del campo vocazionale vissuto ad Assisi dal 6 all’11 agosto. Ospiti presso le suore francescane missionarie di Gesù Bambino, a Santa Maria degli Angeli, e accompagnati da don Luca, il diacono Juan, don Giuseppe Sgarbossa, il diacono Graziano ed Elisabetta Granziera sorella nella diaconia, per una settimana giovani provenienti da Crotone, Monterotondo, San Sepolcro, Vicenza e Lushnje (Albania) hanno ripercorso i passi di due grandi santi del Duecento, San Francesco e Santa Chiara d’Assisi, che, facendo della propria vita un dono per gli altri, ancora oggi posso proporsi come modello per i giovani del Duemila. Giovani che diversi tra di loro per età (erano presenti più di 50 ragazzi dai 12 ai 30 anni) e per provenienza hanno trovato un grande ideale in comune, quello di un mondo con Gesù nel cuore, come si legge sulle loro magliette. Un mondo dove ciascuno, in base alla propria vocazione, può trovare il posto giusto in quel grande mosaico della vita, come hanno fatto Elena e  Daniele, una delle coppie di Amici di don Ottorino di Vicenza, venuti al campo in veste di cuochi, insieme alla più piccola dei loro tre figli, Ester, che nonostante la precarietà di un posto dove vivere, affidandosi totalmente alla Provvidenza, riescono ad essere felici e ad impegnarsi per gli altri, o don Giuseppe Sgarbossa, che fin da piccolo ha sentito che la sua vocazione era quella di donarsi completamente a Dio, o ancora Suor Marta, giovane suora di clausura nel monastero di San Quircio presso Assisi, o Frate Massimo, giovane modenese, laureto in economia e commercio che lascia il suo lavoro e i suoi affetti per seguire Cristo e oggi lavora a San Damiano, luogo importante per la vita di Francesco, fu qui, infatti, che Francesco accolse l’invito del Crocifisso: “Francesco va’ e ripara la mia chiesa”. Davanti a quello stesso crocifisso, oggi conservato all’interno della Basilica di Santa Chiara, l’emozione che si prova è tanta e lo dimostra anche il silenzio e la compostezza dei numerosi fedeli/turisti che quotidianamente affollano la Basilica. Quel crocifisso che parlò a Francesco, stravolgendo la vita di quel giovane, figlio di un ricco mercante di stoffe, desideroso di diventare cavaliere, che si sveste di tutto e si fa dono, parla ai cuori di ciascuno di noi e ci invita a farci anche noi dono, senza nessuna paura! La stessa emozione la si avverte alla Porziuncola, una piccola chiesetta, oggi situata all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli, dove Francescò fondò l’ordine dei frati minori e dove morì sulla nuda terra la notte del 3 ottobre del 1224, sofferente per il dolore provocatogli dalle stimmate, che ne hanno fatto l’alter Christus (Francesco è il primo Santo della storia della Chiesa a ricevere le stimmate). Si entra nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, un edificio a tre navate, costruito nel XVI secolo, con colonne bianche senza nessun affresco, l’attenzione è rivolta alla chiesetta della Porziuncola: una chiesa nella chiesa. È la notte di San Lorenzo e i giovani della famiglia di don Ottorino partecipano alla preghiera della compieta, trovando spazio tutti all’interno della Porziuncola stessa, sulla cui volta rimane un pezzetto dell’affresco originale, un cielo pieno di stelle! Visitando Santa Maria degli Angeli, il percorso guidato porta ad un giardino, si tratta di un roseto, un roseto particolare, le rose fioriscono senza spine, unico caso al mondo: si racconta che Francesco tentato dal demonio si buttò in un roveto che si trasformò in roseto senza spine.

Non è sempre facile seguire i passi di Francesco, spesso la strada è in salita, ma la fatica non spaventa i  nostri giovani e pur sudando si arriva anche all’Eremo delle Carceri, a 4 chilometri da Assisi e a 791 metri di altitudine sulle pendici del Monte Subasio, qui Francesco vive a contatto con la natura, con “sora acqua” e “frate sole”  (Cantico delle Creature) e qui i nostri giovani vivono un momento di “deserto”, un momento di dialogo solo con Dio.

Immaginiamo che Francesco da giovane insieme ai suoi compagni amasse divertirsi e anche per i nostri giovani non mancano i momenti di divertimento e di gioco, ai quali partecipano anche le nostre instancabili “guide”, suor Mariana e suor Monica, suore francescane, che nonostante il caldo e la fatica di indossare il saio, si mettono simpaticamente in gioco! Le nostre amiche suore prima di salutarci ci donano un piccolo tau, ultima lettera dell’alfabeto ebraico, che Francesco scelse, come simbolo per il suo ordine, che pone alla base la povertà, quel farsi ultimo tra gli ultimi, quel farsi dono.

Il cammino sui passi di Francesco si conclude con la celebrazione della Santa Messa, all’interno della cripta del santo. Siamo all’interno della Basilica di San Francesco, sono le nove del mattino e ancora il luogo non è affollato dai fedeli. Suor Mariana ci spiega che la tomba di San Francesco venne trovata solo nell’Ottocento, i frati l’avevano nascosta bene per paura che il corpo di Francesco venisse trafugato. La tomba si trova esattamente sopra l’altare della Basilica Inferiore che a sua volta si trova sopra l’altare della bellissima Basilica Superiore, arricchita dai celebri affeschi di Giotto. L’altare è la mensa di Cristo, di lui ci cibiamo per trovare la forza di cui abbiamo bisogno per vivere. Tutto deve ruotare attorno a Lui!

Antonella Palermo, Crotone

 

 IL SIGNORE E’ GRANDE!

 Tutto ebbe inizio nel lontano 5 Agosto quando preparai la valigia e ci misi dentro tutti i miei pensieri, le mie preoccupazioni, i miei desideri... ero pronta per affrontare questo pellegrinaggio in posti mai "vissuti" prima. Da quel momento fu una sorpresa, una scoperta dopo l'altra e sentivo che il Signore era vicino al mio cuore. Sentivo una pace e una serenità mai vissuta prima! Ho conosciuto nuovi amici con i quali abbiamo condiviso parte della nostra vita e insieme abbiamo camminato (e anche tanto :)) verso Assisi "la città della PACE!!” È in quei giorni che mi sono totalmente affidata alla Provvidenza, in ogni singolo istante tra i sorrisi e le parole dei miei compagni di viaggio vedevo e sentivo il Signore. Il momento più bello è stato incrociare lo sguardo di Gesù della croce di S. Damiano... questo Gesù cosi misericordioso, così amorevole ha parlato al mio cuore... da quel giorno porto dentro dei sentimenti diversi dal solito. Tornando a casa ho creato così il mio "angolo di paradiso" e li ogni volta ricordo e ringrazio il Signore per questo meraviglioso campo vocazionale, per le tante persone conosciute, per i tanti sorrisi condivisi. Il Signore è grande!!!! Continuerei a scrivere all'infinito ricordando attimo x attimo il tempo vissuto....

Carolina Leto, Crotone

 

 

FRANCESCO, UNA PERSONA SEMPLICE

 Giovedì 14 Agosto.. (non scrivo dal 31 di Maggio)

sono qui, sdraiato sul letto, con una penna e un foglio bianco in mano e lentamente mi passa tutto per la mente, cerco di ricordare ogni attimo della giornata,cerco di ricordare ogni sguardo di un amico sorridente, cerco di trovare nei ricordi anche lo sguardo di Dio.

Un Dio, unico e solo, che mi ha tenuto per mano, proprio come un padre tiene il suo piccolo bambino, per una settimana ad Assisi, al campo vocazionale degli Amici Di Don Ottorino.

Ad Assisi sono stato,in un luogo in cui è vissuta una persona immensa,Francesco, figlio di un mercante, Pietro. Francesco, poi diventato San Francesco era, come ho già detto, una persona che ha devastato positivamente il mondo intero, nonostante la sua altezza e bellezza, che a me però piace riassumere con un solo aggettivo, SEMPLICE, Francesco era ed è una persona semplice!

Mi ha colpito molto la sua umiltà, la sua forza di volontà, il suo coraggio, perchè, da ricco mercante che era, da proprietario di un castello (forse), da nobile che era si è denudato ed è diventato povero, proprio come quella gente con le scarpe rotte che prendiamo in giro per strada, proprio come quei ragazzi che stanno davanti ai supermercati, si! Francesco era diventato uno come loro. 

Noi ragazzi, Amici di Don Ottorino, abbiamo girato per Assisi sulle orme di San Francesco cercando di trovare, come ha fatto lui, il volto di Gesù, di sentire la Sua voce e di scherzare insieme a Lui, che è allegria per i nostri cuori.

Ho finito le parole per farvi capire quanto mi ha reso felice Gesù e quanto ci può far cambiare la vita conoscendolo. Sì lo so fa paura, anche io ho molta paura,ma se ci fidiamo di lui, se ci abbandoniamo a Lui, tutto è più facile e cominceremo a volare fino ad arrivare a sederci al suo fianco, alla sua destra.

Carmine Ranieri, Crotone

 

  PREGHIERA

 

Ti ringrazio Gesù per questo momento che siamo stati insieme, io e Te, da soli, come due innamorati, che mi hai illuminato gli occhi della Tua presenza e hai fatto della natura la mia stanza, di questo comodo tronco il mio letto.

Ti ringrazio Signore perché hai donato la vita a San Francesco D'Assisi che ha reso la mia vita sempre più piena di Te. Ti prego Signore lascia in me un Tuo segno, fa che sia indelebile, perché quando tu stai con me io sto bene.

–GESU’ TI PREGO FA CHE IO SIA DONO PER GLI ALTRI-

T'Amo.

 

Carmine Ranieri, Crotone

 

ASSISI: UNA PAROLA, MILLE EMOZIONI

Per noi è stato un passo avanti, una conferma, un cambiamento interiore che ci dona pace e tranquillità in modo da star bene insieme. È stato un incontro più vicino con Dio dove abbiamo potuto "toccarlo" con mano e renderci conto che non è una persona così lontana come molti credono, in questo modo anche noi abbiamo detto il nostro 'SI' a Lui come Maria, cercando di capire la sua volontà dove ci porta. Vi lasciamo con l'augurio di poterLo incontrare e capire la vostra strada.

Gruppo giovani Vicenza

 

 LA LIBERTA’ DI AMARE DIO

Com’è difficile trovare, nella caoticità della vita quotidiana, un tempo di deserto e un’ atmosfera buona per riflettere su quello che abbiamo vissuto. Anche quest’ anno però, Dio mi ha invitato a cercarlo, regalandomi cinque meravigliosi giorni nella pace di Assisi, una città santa in cui si ha la possibilità di immergersi pienamente nella Parola del Signore.

Ci tengo a fare una testimonianza priva di immagini, a condividere le mie emozioni più forti senza rivelarvi il momento concreto, preciso in cui le ho vissute perché ognuno possa sentirsi libero di emozionarsi completamente anche senza vedere ciò che ho visto io, libero di provare le stesse cose magari anche nella propria quotidianità. 

Così come spesso la sera culla i pensieri migliori, questo pellegrinaggio ha cullato e rigenerato la mia spiritualità, facendomi vivere dei forti, intensi momenti di vero contatto con Dio e quindi avvicinandomi ancora un po’ di più a Lui. Le vite di San Francesco e Santa Chiara, che ho avuto modo di conoscere bene durante questo campo vocazionale, sono state per me un po’ il sentiero, il mezzo per arrivare a comprendere a fondo la parola di Dio.

C’è un tema in particolare che porto nel mio cuore da molto tempo e che in questo pellegrinaggio si è fatto sentire più del solito: la libertà di amare Dio, senza nessun tipo di timore. Mi accorgo di confondere spesso la volontà di libertà con la libertà stessa, rischiando di sentirmi libero solo perché voglio essere libero, anche se in realtà sono ingabbiato da tante paure inutili, come la paura di sentirmi solo e vulnerabile. Allora questa solitudine non è altro che mancanza di Dio. Dio mi ha teso la mano, mi ha abbracciato e per qualche istante mi sono sentito leggero, libero da ogni peso, svuotato di ogni problema e pieno solo del Suo amore infinito, non più solo. Com’è grande la Sua capacità di rivelarsi a ciascuno di noi, in ogni momento, diversamente, per l’eternità. Lui ci cerca anche quando lo ignoriamo e non può che essere il Dio di tutti e il Dio di ognuno.

Ringrazio questo campo per avermi regalato dei meravigliosi momenti di condivisione ed è appunto con gioia che condivido questa mia piccola testimonianza, perché una felicità non condivisa vale la metà e se poi questa felicità viene da Dio allora deve essere a maggior ragione più contagiosa di ogni altra felicità.

Federico Ferrari, Monterotondo (RM)

 

 SANTI NELLA QUOTIDIANITA’

Il campo vocazionale di Assisi è stata un’esperienza davvero indimenticabile. Insieme sulle orme di San Francesco e Santa Chiara siamo riusciti a “tagliare il traguardo”: cercare di essere Santi nella nostra quotidianità. Abbiamo assistito a molte testimonianze di persone che hanno intrapreso strade molto diverse tra di loro, ma anche diverse da quello che avevano pensato di essere, eppure una cosa l’avevano in comune: tutti continuano a percorrere questa strada con lo stesso sorriso e la stessa sicurezza che Gesù sarà sempre felice con loro. Da quest’esperienza porterò senz’altro nel cuore i sorrisi dei ragazzi con cui abbiamo condiviso il campo e i momenti di preghiera che mi hanno dato la speranza di poter sognare un mondo con Gesù nel cuore.

                                                                  Maria Paola Perpiglia, Crotone

 

VOCAZIONE: LA PERLA PREZIOSA

Salve io sono Simone di Crotone, ho 29 anni e faccio parte della parrocchia di San Francesco; da pochi giorni sono rientrato a casa dopo una campo vocazionale ad Assisi ed ora vorrei condividere questa grande esperienza con tutti voi.

Tra alti e bassi frequento la parrocchia di San Francesco da molto tempo, faccio parte del Rinnovamento nello Spirito Santo, degli Amici di don Ottorino e da quasi un anno del gruppo ‘Come Gesù’.

Quando mi è stato riferito che c’era la possibilità di partecipare ad un campo vocazionale ad Assisi insieme ad altri giovani ne sono stato molto felice.

Non avevo mai partecipato ad un campo vocazionale, sono a stato a Madrid alla GMG nel 2011 e in Terra Santa nel 2012.

Sono partito con il cuore aperto e pieno di gioia, e anche se ero uno dei più grandi non avevo problemi ad ambientarmi con gli altri ragazzi visto il mio carattere molto socievole.

E’ stata una settimana sotto tutti i punti di vista straordinaria, profonda e intensa, tra preghiere, attività, condivisioni, giochi, canti e visite nei vari luoghi Santi dove sono vissuti Francesco e Chiara.

Il sogno di Francesco era quello di diventare cavaliere a realizzarsi come persona, ma proprio quando fu molto vicino ad esserlo si ammalò e nella notte udì la voce del Signore che gli chiese di diventare cavaliere al suo servizio; dopo gli chiese di riparare la sua casa, ma egli non comprese subito che la casa del Signore risiedeva proprio nel cuore di Francesco: a partire da qui avvenne la sua conversione.

Conoscere Francesco altro non è stato che conoscere Gesù, contemplare la bellezza del creato e creare un rapporto sempre più intimo con lui.

Cosa mi porto nel cuore di questi bellissimi giorni?

In primis la semplicità dei ragazzi del campo, la loro purezza genuinità, allegria, simpatia ed il loro coraggio di lasciarsi provocare e mettersi in gioco al cospetto di Dio e scoprire qual è il loro posto e cosa gli chiede il Signore.

Mi porto nel cuore anche l’ospitalità, cordialità e sapienza delle Suore che ci hanno ospitato e guidato tutti i giorni del campo.

Da non dimenticare la grande pazienza e bontà che hanno avuto i nostri sacerdoti, diaconi e suore che ci hanno accompagnato e seguito sempre e comunque.

E per finire custodirò con grande amore nel mio cuore le testimonianze molto profonde e toccanti di Fra Massimo e Suor Marta, il sorriso dei loro occhi, il fascio di luce che esso emanava: si poteva quasi intravedere un pezzo di paradiso. La gioia che trasmettevano nel testimoniare l’incontro con il Signore e la loro conversione era disarmante, ed anche loro come Francesco si sono spogliati delle loro maschere abbandonandosi completamente al Signore trovando cosi la loro dimensione (vocazione), la loro “perla preziosa”.

Simone Sulla, Crotone

 

 

Germogli da Assisi

Campo vocazionale della Famiglia di don Ottorino

6-11 agosto 2014

Presso le Suore Francescane di Gesù Bambino

– Santa Maria degli Angeli (Assisi)

 

 

 

LA CON-VERSIONE DI GESU'

Mt 15, 21-28 – XX domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

Non c’è dubbio: il modo di comportarsi di Gesù, davanti a questa donna Cananèa, è davvero strano. Per chi ha in testa l’immagine di un Messia dolce e accomodante con tutti, si ha quasi l’impressione di ricevere un pugno nello stomaco. Per qualcuno, questo Gesù risulta addirittura irritante. E sembra abbastanza forzato cercare di giustificarlo alludendo a un presunto insegnamento che egli volesse dare alla donna o ai suoi, come per ‘provarli’ nella fede.

Diciamoci chiaramente che non ci capiamo granché. E forse è proprio in questa disarmante umanità che percepiamo con maggior intensità la presenza di un mistero irraggiungibile. Sì, pare proprio che Dio si riveli nella sua divinità non nascondendosi, ma immischiandosi tanto profondamente nella nostra umanità da risultare addirittura sconcertante.

Sembra persino più comprensibile una umanità segnata dal dolore e dalla sofferenza che Dio, in Gesù, porta su di sé. È una sua scelta di amore, è il segno tangibile della sua prossimità alla nostra miseria. Risulta certamente una rivelazione inimmaginabile, seppure pennellata di annunci sottili nei testi di Isaia e degli altri profeti.

Ma questo Messia che ‘fa soffrire’ una donna, per di più straniera e lacerata dalla disperazione… Questo Messia che si arrocca nelle posizioni quasi tradizionaliste del giudaismo che lo ha formato, ma al quale ha dato più volte dure spallate di rinnovamento… Questo Messia che appare quasi scorbutico e arrogante, che ‘non le rivolse neppure una parola’, quasi ad alimentare la tragedia dell’indifferenza e dell’esclusione… Questo Messia ci fa tanto male!

Chissà… se da un lato potremmo presumere di farci paladini dei diritti della donna straniera che chiede pietà, dall’altro rischiamo di fare la figuraccia degli apostoli. Come loro, infatti, siamo facilmente capaci di assumere il partito dei più deboli, ma probabilmente più perché la smettano di fare confusione che per amore. A volte ci sbrighiamo a dare una manciata di spiccioli a chi chiede l’elemosina per evitare di doverci fermare a scambiare due chiacchiere fastidiose. C’è anche chi non disdegna di mettersi un poco in mostra con un gesto caritatevole…

Ma questo Messia, così scostante e duro, ci fa male proprio per questo? Ci da’ davvero fastidio il modo in cui tratta una povera donna? O forse siamo inconsapevolmente coinvolti dal fatto che, non raramente magari, anche noi ci sentiamo trattati così da Lui?

L’incontro con questo Gesù ci scombussola forse perché ci piacerebbe di più avere davanti un Salvatore a nostra misura. Uno che, quando gli chiedi qualcosa, subito te la consegna. Uno che, quando gli si presenta un bisogno, immediatamente lo gratifica. Uno che, senza indugi e con un gran sorriso, risolve i problemi e sforna soluzioni sullo stile di un mago con la bacchetta magica.

Gesù, invece, non è così. La sua umanità – quella vera, non quella che noi gli proiettiamo addosso – è piena e perfetta perché appella instancabilmente a una relazione. E a una relazione autentica. Gesù prende sul serio il suo essere uomo, il mondo in cui vive, il volto e la storia di chi incontra. Ciò significa evitare di banalizzare i rapporti. L’incontro non è questione di facili approcci e di concessioni allo stile ‘usa e getta’, purtroppo tanto di moda tra noi oggi. La relazione si costruisce, accettando l’incognita e la diversità, livellando le asperità, subendo i contrasti, recuperando novità dai conflitti e dalle sorprese.

Sì, la relazione è anche sorpresa. L’altro non è programmabile e gestibile a proprio uso e consumo. Né Gesù… né la donna Cananèa! Che sorprende il Messia, che stupisce il Maestro! Splendido: Gesù, Uomo – Dio, accetta la sfida della sorpresa, e se anche conosce bene il cuore degli uomini, ciò non significa che li abbia già tutti incasellati dentro uno schema preconfezionato. Gesù, giudeo della sua epoca, viene educato alla novità della Nuova Alleanza immergendosi nell’avventura di relazioni che non sono predestinate e ovvie. Da un lato le cerca, con coraggio e apertura – chi lo avrebbe costretto, sennò, a ritirarsi proprio in zona pagana? Dall’altro non le programma, e la sua disponibilità impara a riconoscere la presenza creativa della persona. Di una donna, persino, straniera ed emarginata, mezzo straziata dal dolore.

In fondo, abbiamo davanti, nel Vangelo di oggi, una concretissima esperienza spirituale. Se ciò accade anche nelle relazioni umane, in cui siamo chiamati a lasciarci sorprendere e con-vertire – cioè, a farci volgere verso l’altro -, proprio come è successo a Gesù, tanto più questo avviene nella preghiera che matura e cerca autenticamente il volto di Dio.

Dio non rientra nei nostri schemi. Dio non soddisfa le nostre aspettative. Dio non banalizza l’umano, né rifiuta di considerare la serietà del dolore e della diversità. Dio sorprende, sorpassa, precede.

Dio tace, per farci fare un passo verso la Parola. Dio si nasconde, per spingerci a muovere con rinnovato vigore. Dio risponde, ma a modo suo, perché possiamo imparare la sua lingua: l’amore.

Oggi una donna Cananèa ci è modello e testimone di fede. Non la fede della legge e della lettera, bensì la fede dell’incontro. Oggi il Maestro e il Messia si lascia con-vertire da una piccola del Regno. A noi l’opportunità di abbracciarne lo stile, di tosta misericordia, seriamente umano e per questo fortemente divino.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

FARSI PANE 24 ORE AL GIORNO

Mt 14, 13-21 - XVIII domenica del tempo ordinario

Commento per lavoratori cristiani

 

É certamente un dolore grande quello che ha colpito Gesù alla notizia della morte di Giovanni Battista, il cugino. É senza dubbio una grande domanda quella che attraversa il suo cuore, perché Giovanni Battista, oltre che segnato da vincoli di sangue con il Messia, è anche e soprattutto il precursore della nuova alleanza nello Spirito. Gesù, il Figlio, ha bisogno di ritirarsi, ‘in un luogo deserto, in disparte’, perché un’inquietudine attraversa il suo animo: ‘Perché, o Padre? Che cosa significa questa morte? Qual è il cammino, se la verità e la giustizia della tua legge fanno questa fine?’. Gesù cerca la voce di Dio nel silenzio e nella memoria dell’Esodo, e sembra invocare un segno, una indicazione: ‘Per dove camminare, Signore?’.

Lo sentiamo prossimo a noi, il nostro amato Maestro, ferito dalla sofferenza di una perdita così dura da digerire… Sentiamo urlare nel suo silenzio le nostre invocazioni, smarrite e intimorite: ‘Perché, o Padre? Cosa significa tanta ingiustizia e tanta violenza che ci sono nel mondo? Che cosa dobbiamo fare?’.

E il Padre risponde, fedele alla Storia di Salvezza che ha intrecciato con Israele e che ora vuole definitivamente imprimere nel cuore della Chiesa. Gesù, infatti, incontra le folle, primizia di quella comunità errante e senza pastore che da ogni parte della terra cerca consolazione e speranza, implora sostegno e guida. Gesù, nel momento in cui anela la solitudine, alza gli occhi e incontra i volti delle pecorelle smarrite. ‘Sentì compassione per loro e guarì i loro malati’. Perché loro sono la risposta di Dio all’interrogativo di Gesù.

La voce del Padre risuona tenera ed esigente, nell’agire della storia, nelle pieghe dell’umanità, nel dolore della folla. Gesù comprende: deve farsi pane! Prima di spezzare il pane, deve farsi lui pane! Deve farsi nutrimento, deve lasciarsi mangiare, deve darsi totalmente perché la grande folla abbia vita, vita in abbondanza. E diventi popolo, non più errante e smarrito, ma pellegrinante nuovamente verso la Terra Promessa.

Così, alla solitudine fisica si sostituisce per Gesù una faticosa giornata di lavoro. L’appello silenzioso del Padre attraverso la presenza silenziosamente implorante della folla diviene per lui esplicito messaggio, orientamento per la propria missione di salvezza. Il Messia è colui che si dona instancabilmente per il bene del suo gregge, affamato di parole e gesti di speranza.

Arriva la sera, e forse i più vicini a Gesù non hanno ancora compreso molto del mistero del suo lavorare. Vorrebbero garantirgli e garantirsi un angolino di autonomia e di riservatezza autoreferenziale. Quasi a volersi carezzare a vicenda, sotto lo sguardo compiaciuto di Gesù, le fatiche di una lunga giornata di lavoro. E invece no. Il Maestro ha un’altra opinione. Proprio lui, così capace di amicizia e di tempi gratuiti come a Betania, così premuroso nel riservare momenti di intimità con i dodici per spiegare le parabole, così attento a riservarsi spazi a tu per tu con il Padre, stavolta intravede una micidiale tentazione: quella di lavarsi le mani del dolore altrui, nascondendosi dietro la facciata di un apparente successo.

Non è questa la logica del Regno. Gesù ha capito: l’esodo è offerta di sé, il cammino verso la Terra Promessa è costante donazione. Altrimenti non è. Chi si ritira nella propria comodità, ferma il ‘santo viaggio’… il proprio, ma forse anche quello del popolo. Così Gesù, che si è fatto pane di carità e si farà pane eucaristico, coinvolge nella propria missione anche i suoi, i più intimi, coloro che Egli ha chiamato a sé. ‘Voi stessi date loro da mangiare’. Cioè date da mangiare a loro voi stessi… diventate pane per gli affamati! Nutrite il popolo con l’offerta della vostra vita! Fatevi mangiare per amore!

Non è semplice capire, per noi abituati a sbarazzarci del bisogno altrui con compiti ben fatti e servizi ben ordinati. Ad orario, secondo il ruolo, dentro le regole: non sia mai che non conserviamo i nostri ambiti di recupero e di ristoro. C’è a volte una sorta di terrore al born out per amore. Come se una donazione 24 ore su 24 rischiasse di divenire il peggior contratto a tempo indeterminato della storia. Si cade in una specie di lassismo dell’amore, e il pane rimane scotto o diviene subito duro e immangiabile. Non è una questione di cose da fare: si tratta dello spirito con cui si fanno! La materia prima, poi, la mette ancora una volta la folla, che sta diventando popolo, ed ha dunque da parte una piccola dose di pani e di pesci disponibile a essere distribuita e poi di nuovo raccolta, tesoro custodito nel cuore della Chiesa.

Non siamo noi i salvatori del mondo. Ma siamo noi, discepoli di Cristo, che possiamo far vedere al mondo qual è la direzione per lasciarsi salvare. Siamo noi chiamati a vedere senza stancarci l’invocazione accorata di parole e di gesti d’amore che sussulta nei cuori della gente. Siamo noi che abbiamo ricevuto in dono il Pane che ci rende sentinelle dell’offerta gratuita, acuti nel discernere le tentazione del mercato religioso e spirituale. Nessun inganno: il deserto ci fa sobri e attenti, come Gesù, a non confondere l’aroma e il profumo del pane buono, Pane vero disceso dal Cielo, con i surrogati egocentrici, dolci al palato ma estremamente amari alla sera della vita.

É proprio la vera vita, abbondante e traboccante, come misura pigiata nel grembo di una donna contadina, quella che si spande al nutrirsi di Gesù. La si riceve, quale caparra del banchetto finale, e la si restituisce, non al Panettiere celeste, ma agli altri commensali che seguono a piedi con noi, affamati di vita vera. L’Eucaristia, dunque, diviene fornace di cottura del cibo più ricco: quello della gratuita offerta di sé, nelle consuete vicende dell’esistenza, anche quando la giornata chiede 24 ore di instancabile lavoro.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

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