CHIESA OSPEDALE DA CAMPO

Dice Papa Francesco: "Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite... E bisogna cominciare dal basso". 

In cammino verso il 9° Capitolo scopriamo l'importanza di essere amici. Da alcuni racconti che lo stesso don Ottorino fa di alcuni avvenimenti fondanti della storia e del suo e nostro carisma, scopriamo che significa fondamentalmente diventare fratelli in un patto di reciproca unità spirituale tra religiosi e laici, fondata su Gesù fratello comune, condividendo l'impegno a vivere l'essenza del Vangelo che è la carità, come premessa indispensabile di ogni ministerialità, così come era ai primi tempi della Chiesa. 

C'era un vecchio che moriva senza Dio e bisognava fare qualcosa, senza nascondersi dietro la scusante che si sarebbe arrangiato Dio stesso ad accoglierlo nella sua misericordia, cosa che certamente sempre avviene. Ma se coloro che sono chiamati a vivere la ministerialità nella Chiesa non se ne occupano sono essi stessi a perdere il senso del loro coinvolgimento nell'avventura di Dio per salvare l'umanità e a rimanere fuori da quell'avventura

Don Ottorino, invece, vive con passione l'avventura di Dio. Scrive: "È difficile descrivere quello che un sacerdote prova nell’intimo del suo cuore quando vede un’anima che sta per precipitare all’inferno, e si sente incapace di fermarla sull’orlo della rovina. Allora le preghiere più ardenti egli rivolge a quel Gesù che ogni mattina stringe tra le mani. Allora la Madonna viene invocata con più fiducia come intermediaria e Madre di misericordia. E la Madonna intervenne anche in questo caso." E questa passione ministeriale don Ottorino non la tiene per sé, ma la comunica a una ragazza che doveva essere operata e che stava soffrendo. La Madonna gli suggerisce di proporle l'ideale dell'offerta. Lei accetta di farsi carico della conversione di quel vecchio. Non piange più. Offre "tutte le sue sofferenze a Gesù perché salvasse quell'anima".

Quell'uomo si converte. E don Ottorino conclude: "Ma guarda un po’ - riflettevo tra me dopo quella insperata conversione - come il Signore dispose le cose per la salvezza di quell’anima. Inquietò per giorni e giorni il mio cuore bruciandolo di una sete ardente di salvarla facendomi poi sentire la mia insufficienza; la salvezza venne allorché una fanciulla si addossò generosamente l’impegno di diventare vittima espiatrice di tutta una vita di peccato".

Anche qui è messa in evidenza da un lato la dimensione spirituale di questa azione ministeriale e dall'altro lato la dimensione di unità in cui essa si esprime. C'è una specie di patto, tra il giovane prete don Ottorino e la ragazza che offre il suo dolore, a renderla efficace. Non a caso questa esperienza ministeriale, diviene il punto di partenza ispirativo per la vocazione degli Amici. Scrive don Ottorino: "... come ieri io sentivo la mia insufficienza di fronte al vecchio ottantenne e ricorsi alla fanciulla, così, oggi, questa Congregazione sente il bisogno di avere a fianco un gruppo di amici i quali, con le loro preghiere e con l’offerta del sacrificio quotidiano del loro lavoro, sostengano l’azione apostolica dei Religiosi che operano in prima fila."

 

L'AMORE, IL NOSTRO CEMENTO ARMATO

Mt 22, 34-40 – XXX domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

Spesso ho pensato la storia della salvezza come un cantiere aperto, in cui il Signore – grande Architetto – guida e coordina i lavori per la costruzione di una grande casa, in cui tutti gli uomini e le donne possano trovare riparo, ristoro, custodia e famiglia. Immagino questo Capo cantiere in modo un po’ speciale, perché non se ne rimane a osservare, occupato soltanto dai suoi piani e dai suoi calcoli, da rispettare in maniera ottusa e ossessiva. Egli non è nemmeno di quei professionisti – estremamente competenti, ma assai noiosi e antipatici, a volte – che, radicati sulle loro nozioni e irrigiditi dall’ansia di portare a termine il progetto a perfezione, danno comandi a destra e a manca, accompagnati da pedanti rimbrotti e severe punizioni – inclusi duri licenziamenti… - per gli operai che non stanno al passo.

Sembra invece che, in questo cantiere di vita, che è la nostra storia, Dio, l’Architetto, ci stia in mezzo con le mani e i piedi ben imbrattati di fango e di sudore. Egli preferisce scendere a terra e condividere la fatica di coloro che sono chiamati a scegliere i materiali, a mescolarli, a scavare e gettare per le fondamenta, a ragionare e creare i modi e le forme per rendere la casa, oltre che accogliente e funzionale, anche bella.

Sarà per questo suo modo di lavorare, un po’ contro corrente, che Gesù, il nostro Dio, carpentiere di periferia, si è trovato spesso ad aver da ridire con i professionisti del mestiere della religione. Facevano a turno, sadducei, farisei, sacerdoti e capi vari, per cercare di mettere in evidenza le pecche di un sistema d’opera a loro modo di vedere assolutamente inefficace, se non addirittura pericoloso. Per mettere alla prova il prodotto, mettevano alla prova le idee del Progettista.

La domanda cruciale era proprio questa: ‘Ma in base a quale strano principio della economia della salvezza – scritta da generazioni nelle Sacre Scritture – tu imposti il tuo cantiere in questa maniera?’. Cioè, perché ti comporti così, tu che dici di venire dal Cielo, e del cielo non hai né i modi oppressivi e signorili, né la bacchetta magica che noi immaginiamo tu debba avere?

Gesù, oltre che un buon carpentiere, era anche un attento ascoltatore. E anche a chi lo attaccava subdolamente, Egli rispondeva cercando di coinvolgerli nel cantiere della salvezza. Così, alla domanda cruciale, risponde facendo appello a qualcosa di bello che essi, gli esperti della Legge, avevano accolto e insegnato già nei loro piccoli cantieri.

È scritto, infatti, ‘Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente’ (cfr. Dt 6,5). Splendida colonna della Legge, perno e cimento della Casa di Dio pensata per l’uomo. Un pezzo di edificio che fa venire le vertigini, tanto ci porta in alto con il nostro piccolo cuore, con l’anima richiamata all’originale somiglianza divina, con la mente che non riesce a contenere i pensieri di Dio.

Ma è scritto anche: ‘Amerai il tuo prossimo come te stesso’ (Lv 19,18). Una seconda colonna, fondamenta della pratica di fraternità e di solidarietà del popolo di Dio, impegnato a lottare per i diritti dell’uomo in una logica di comunione e non sulla base di un egoistico autocentramento – che invece qualche volta indebolisce malamente le costruzioni contemporanee… Questa seconda colonna ci riporta agli sguardi terreni, e Gesù la irrobustisce di impegno, allargandone gli orizzonti a tutti i popoli della terra, e non soltanto agli appartenenti ad Israele.

Dalle vertigini del Cielo, ai confini incalcolabili dell’umanità: questa Casa si presenta davvero larga e lunga, alta e profonda.

Gesù, dunque, sembra voler costruire la Casa di Dio appoggiata alle due colonne fondamentali del Piano già scritto nei libri della Scrittura, e pare semplicemente invitare i suoi interlocutori a unificare la prospettiva: questi due pilastri non vanno mai separati, l’uno deve piantarsi a fianco dell’altro. Mai Dio senza l’uomo, né l’uomo senza Dio.

Ho sempre immaginato così, la Casa di Dio nel cantiere della salvezza. Sostenuta dalle fondamenta del sacrificio pasquale, essa si appoggia sulle due colonne dell’amore a Dio e dell’amore al prossimo.

Oggi però ho compreso che forse non è proprio così. Ho l’impressione, infatti, che non sia ben definito ancora quante siano le colonne che reggono l’edificio della salvezza. Mi appare però evidente il materiale con cui ogni pezzo della Casa viene costruito. Si tratta di cemento armato, fatto necessariamente di due elementi inscindibili tra loro: l’amore a Dio e l’amore all’uomo, appunto. Qual è la differenza? Per nulla banale.

Due colonne, infatti, rimangono pur sempre separate, anche se sistemate l’una accanto all’altra. Il materiale, invece, il cemento armato non può mai prescindere né dal cemento né dal ferro con cui si intreccia, e sebbene si distinguano per costituzione fisica, nel mescolarsi generano una realtà nuova, più solida, più resistente, più efficace.

Due colonne si distinguono dal resto dell’edificio, quasi a dire che ci sono momenti in cui, nella storia della salvezza, dimenticarsi dell’amore è pure ammissibile. Il cemento armato si usa invece anche per le pareti, per le strutture portanti di ogni parte, ed è bene che sia così, perché esso è simbolo del mistero che fonda la vita: l’incarnazione!

Non c’è nulla, proprio nulla dell’uomo che non sia intessuto di delicati fili divini o di solide corde dello Spirito. E non esiste altro Dio se non il Dio che si incontra tra le piccole e ordinarie vicende umane, inebriandole di amore gratuito e rendendole così semplicemente grandi. Amore a Dio e amore al prossimo restituiscono all’uomo la propria partecipazione alla natura divina.

Rimane forse da dare uno sguardo al materiale che, secondo il progetto del grande Architetto, costituisce le fondamenta della Casa. Ci accorgeremmo probabilmente che è tutta opera sua. Le basi della Casa, infatti, sono fatte dell’amore gratuito di Dio per l’uomo.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

A CHI APPARTENIAMO?

Mt 22, 15-21 – XXIX domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

La frase che Gesù pronuncia, come risposta al tentativo di ‘coglierlo in fallo’ da parte dei farisei, rigidi osservanti della Legge, e degli erodiani, seguaci del fanatico tetrarca della Giudea, è divenuta una ‘sentenza’ famosa e utilizzata - più o meno appropriatamente - nel linguaggio comune. D’altro canto, quando si estrapola un’espressione dal contesto, facilmente la si può impiegare per difendere tutto e il contrario di tutto. Si è parlato così della legittima autonomia della Chiesa rispetto allo Stato; della supremazia del potere spirituale su quello temporale; dell’obbligo di rispettare le leggi civili senza ‘se e senza ma’, rinunciando a ogni forma di obiezione di coscienza che non si limiti a una intimistica ricerca dell’incontro con Dio, a rischio di alienazione…

Nel contesto culturale e sociale in cui viviamo oggi, per certi aspetti molto diverso da quello in cui si muoveva l’ebreo Gesù, e nella complessità dei rapporti tra la religione e la società civile, appare necessario cogliere innanzitutto un richiamo forte e deciso alla nostra responsabilità. Al cristiano, discepolo del Messia Gesù, le ‘cose materiali’ interessano, eccome! Ma non tanto per una questione di dibattiti sterili e di piccinerie, che in fondo si limitano spesso a vedere ciò che ‘più mi conviene’. Pagare le tasse o non pagare le tasse, dividere l’eredità o meno, rispettare le leggi dello Stato oppure no non sono esattamente le questioni che riscaldano il cuore di Gesù e dei suoi. Almeno non in maniera così superficiale.

Gesù, infatti, fa appello a una coscienza storica più profonda, capace di andare al di là degli apparenti termini del conflitto, per cercare le domande che stanno sotto ad esso. In questo modo, Gesù sollecita i suoi ascoltatori, e noi per primi, a coltivare e far crescere una coscienza personale ben più radicata nelle vicende del mondo e assai più capace di incarnarsi – proprio come ha fatto Lui! – nella realtà. Sì, al cristiano le ‘cose materiali’ interessano, ma interessano nel loro intreccio rivelativo di quanto esiste più in profondità. Separare, infatti, in maniera netta e dualista la materia dallo spirito non è cristiano, ed è sostanzialmente un negare il mistero dell’incarnazione. Dunque, significa non essere discepoli di Gesù. Invece, ‘le cose di lassù’ (cfr. Col 3,1) si trovano proprio dentro ‘le cose di quaggiù’, e le trasfigurano!

La storia dell’umanità, la vita di tutti gli uomini e di ogni singolo uomo, hanno una intima dimensione simbolica, e sono luogo di manifestazione della vita divina. Non vi sono altri modi per vivere e testimoniare la fede nel Dio creatore e salvatore che abitare responsabilmente la città dell’uomo. Tutti i grandi santi lo insegnano. Soprattutto i martiri, capaci di pagare di persona il prezzo di questo radicamento nella storia del popolo, come luogo dell’incontro con la vita di Dio. Lo diciamo, fra i tanti, con le parole del vescovo martire Monsignor Romero, ucciso in San Salvador (Centro America) nel 1980, mentre celebrava la Santa Messa, a causa della sua coraggiosa presa di posizione a favore dei poveri perseguitati: ‘non esistono due storie: una di Dio e l’altra dell’uomo. Esiste un’unica storia di salvezza, che si dipana misteriosamente ma efficacemente nelle vicende del popolo santo di Dio, incarnato nella storia più ampia dell’umanità’.

Guai a noi, allora, se cerchiamo di scappare in un rifugio intimistico che ci esoneri dal discernimento quotidiano sul nostro impegno perché la nostra città sia più umana, e quindi più vicina al sogno di Dio per l’uomo. Guai a noi, d’altro canto, se riduciamo l’impegno a un frenetico lavoro sociale o, peggio ancora, a una risma di rivendicazioni verso un potere esercitato male, ma che forse nel nostro piccolo anche noi gestiamo in modo inopportuno. In fondo, l’alienazione spiritualista e il materialismo ateo sono le due facce della stessa moneta. Un dio senza l’uomo, e il Cesare sopra l’uomo nascono dalla stessa tragedia, quella di separare ciò che Dio ha unito: corpo e anima, carne e spirito, Padre e fratelli!

Separare, dividere, spezzettare l’integrità della persona e la comunione fra i popoli. In fondo è questo il grande peccato di ogni dittatura di turno: che sia quella di un potente o di un governo, oppure quella sottile e insidiosa della cultura del relativismo. Chi separa non viene da Dio, Uno e Trino, ma viene dal diavolo, il ‘divisore’.

Mentre il cuore dell’uomo ha impresso in sé l’immagine della Trinità! E la carne dell’uomo ha iscritto nel DNA la Parola fatta carne! Siamo a immagine e somiglianza del Figlio, il Verbo eterno venuto ad abitare in mezzo a noi, Colui che di sé ha detto: ‘Chi vede me, vede il Padre’. E con lettere d’oro, lo Spirito ha fatto di noi la lettera che Dio ha scritto per l’uomo di oggi.

Come ci insegna sant’Agostino, allora, Gesù oggi ci invita a tornare all’unità del nostro cuore per prendere coscienza della nostra appartenenza più intima e più vera. Perché in fondo l’impegno per un mondo più giusto e per una umanità più fraterna, secondo gli occhi e il cuore di Dio, è una questione di appartenenza. Nella frantumazione che genera solitudine, si alza il grido dall’intimo di ogni persona, mentre sperimenta l’angoscia dell’orfanità: ‘ma io, a chi appartengo?’

Anche i farisei legalisti, senza rendersene conto, con la loro ipocrisia, terrorizzata dalla paura di dover abbandonare le false sicurezze e di fare brutta figura, nascondono dietro la loro domanda trabocchetto l’urlo di ogni figlio: ‘ma noi, a chi apparteniamo?’. Siamo proprietà di un Cesare di turno, di una moda di passaggio, di una propaganda martellante, di una formalità burocratica, di una passione travolgente, di una corsa al successo… Oppure, Signore, siamo tuoi?

A chi appartengo? A chi apparteniamo? Il coraggio di porsi questo quesito, che ci porta sull’orlo del precipizio del nulla, per trovarvi delle braccia ad attenderci dall’eternità, è il vero cammino verso la responsabilità per le cose del mondo. Significa accettare la sfida della libertà, che non è mai autonomia svincolata dai rapporti, bensì piuttosto ardito abbandono a un legame che ci precede, ci accompagna, ci avvolge, ci sospinge.

Nel rischiare questo passo, che trasforma ogni cosa in un velo da togliere, in una traccia da riconoscere, in un frammento dell’Infinito, possiamo sentire risuonare intense e radicali le splendide parole di san Paolo: ‘Tutto è vostro. Ma voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio’ (1 Cor 3,23).

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

 

 

UNA FESTA CONDIVISA

Mt 22, 1-14 – XXVIII domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Tutto è pronto!’ Si alza forte il grido dei servi, mandati dal re a chiamare gli invitati. ‘Tutto è pronto!’ Corrono entusiasti e felici, perché si è preparata una festa e una festa grande: le nozze del figlio del re! ‘Tutto è pronto!’ Trabocca la gioia, desiderando ardentemente che sia condivisa, che non resti semplicemente ‘un affare di famiglia’…

Eppure… Risulta quasi incomprensibile quanto gli invitati alle nozze siano duri e restii ad accogliere l’invito. Qualcuno potrebbe dire che, alle nozze, essi potrebbero partecipare almeno per convenienza. O forse si potrebbe ipotizzare che siano preoccupati di dover presentarsi con le mani occupate da qualche regalo, perché – si sa – ai matrimoni si usa fare così, ed è vergognoso arrivare al banchetto a mani vuote.

Quanto imbarazzo crea la logica della convenienza e del conformismo sociale! In realtà, risulta sconcertante constatare quanto anche noi – invitati al banchetto di nozze - siamo resistenti a condividere la gioia di un altro. È come se ci prendesse uno strano senso di gelosia o di invidia, è come se riuscissimo a gioire soltanto se c’è qualche interesse che ci ritorna indietro. Persino la gioia dei nostri cari diventa la nostra… perché ci sono cari, e non tanto per se stessi!

Da un re, che cosa ci potremmo aspettare? Che inviti alle nozze e condivida una gioia per se stesso. Lui, che è ricco e potente, cosa può voler mettere a disposizione dei suoi sudditi, se non la possibilità di apprezzare il suo lustro?

E se questo re è Dio? Che cosa ci aspettiamo da Dio? Che cosa si aspettano gli invitati a nozze della parabola, che sono l’immagine dei sacerdoti e dei capi dei farisei, attenti uditori dei discorsi di Gesù – uditori sì, un po’ meno ascoltatori?

Probabilmente il corto circuito della parabola scatta proprio qui. Il re – che è Dio – prepara una festa in grande stile, un banchetto di cibi grassi e succulenti come da secoli i profeti avevano annunciano (cfr. Is 25, 6-10a), sognando i futuri tempi messianici. Il re imbandisce la tavola, preparata con tanta cura per anni, ingrassando gli animali migliori in attesa di quest’Ora, di questo momento favorevole. Il re si è avvicinato a questo evento con trepidazione di padre, sia per il figlio, sposo novello, sia per la futura sposa e i suoi parenti… E chi è la sposa? Non si menziona… La si desidera, la si cerca… La sposa sta tra gli invitati, la sposa è con gli invitati, nascosta, fragile, amata forse senza ancora saperlo…

E gli invitati, invece, non attendono nulla. Sono troppo presi dagli affanni della vita, dai loro traffici santi e rispettabili, dai loro lavori finalizzati a mantenere la famiglia. Non attendono novità, non si aspettano alcun invito, non ritengono di averne bisogno, o forse non si sentono degni di un incontro. Neanche di desiderarlo. Il re, nella loro mente, è probabilmente soltanto un commerciante come loro, preoccupato dei propri interessi. E se arriva la notizia gioiosa delle nozze del figlio, per loro è una questione tutta sua. Il re – che è Dio – è un estraneo, uno fra i tanti, come probabilmente lo sono i tanti che incrociano la loro vita ordinaria. Diventa così anche un impiccione fastidioso, questo re – che è Dio – ostinato a cercarli, a chiamarli… e forse trepidante di trovare fra loro la sposa, e con lei tutta la sua famiglia…

Come sempre accade nel linguaggio delle parabole, Gesù ci pone così di fronte a una scelta di fondo. È l’atteggiamento che soggiace alle piccole scelte quotidiane, è la logica più profonda che motiva il nostro agire ad essere messa in gioco. E sullo sfondo la domanda che decide il senso o il  non senso della vita: chi è Dio per me? Sulla risposta a questo quesito si gioca tutto il resto: chi sono io e chi sono gli altri…

Dio è un Re. Su questo non ci piove. Ma Gesù ci rivela un Re poco incline a ritirarsi e a godere isolato e sazio le proprie ricchezze e i propri possedimenti. Nemmeno della propria famiglia Egli fa una proprietà privata, da garantire per sé. Dio è un Re totalmente proiettato verso il suo popolo, da sempre trepidante e in attesa di poter incontrare e condividere con esso l’abbondanza dei suoi doni. Dio è un Re indaffarato a metter su casa e famiglia in modo che chiunque possa entrare e farne parte. È un Re che esce a cercare tutti, più e più volte, per attirarli a sé e divenire sangue del suo sangue. E coinvolge altri in questa ricerca appassionata.

Dio dà alla sua gente il proprio Figlio, come Sposo diletto. E desidera ardentemente che ognuno di noi, e noi tutti insieme, accogliamo l’invito di sederci a tavola con Lui, fino al punto da divenire la Chiesa sua Sposa. ‘Tutto è pronto!’ A Dio manchiamo solo noi, la sua Sposa!

La resistenza del nostro cuore, poco abituato ad attendere e troppo ottuso per godere della gioia traboccante di Dio, rende l’Ora della scelta particolarmente seria e impegnativa. Siamo tentati ordinariamente di rifugiarci nei nostri limitati orizzonti, che rischiano di incattivirci in noi e verso gli altri. Non si stanca, il nostro Re – che è Dio – di venirci a cercare, né si arrende. Anzi, amplia ulteriormente gli orizzonti e si rivolge ai ‘cattivi e ai buoni’ che stanno ai crocicchi delle strade. Forse ci siamo nascosti lì anche noi, sperando di perderci fra la folla… Oppure intimamente risvegliati, scossi, turbati da questa instancabile fedeltà di Dio, cercatore innamorato della sua sposa…

L’Ora della scelta è seria anche perché la logica della convenienza, cacciata dalla porta come démone insidioso, rischia di rientrare dalla finestra. È il senso di autosufficienza, è la presunzione del merito. Chi entra al banchetto senza abito di nozze forse si è infilato proprio dalla finestra o dalla porta secondaria. Perché solo passando per la porta principale, quella del Bel Pastore, quella ostile al mercenario, si incontrano i servi che lavano i piedi agli ospiti e adornano i vestiti come conviene a un banchetto di nozze. L’uomo senza abito nuziale, allora, è colui che ancora non si è lasciato lavare i piedi e vestire di nuovo, colui che, tornando malconcio dalle sue avventure di figlio prodigo nei crocicchi delle strade, preferisce considerarsi ancora garzone e schiavo anziché scoprirsi figlio nel Figlio, membro della sposa di Cristo.

L’Ora delle nozze, dunque, è gioiosa e seria. È qui e ora, ma è anche domani, quando saremo con lo Sposo per il banchetto definitivo. Il nostro ‘sì’ si radica nel ‘Sì’ dello Sposo, pronunciato una volta per sempre dal Padre – Re, che lo ha dato a noi come eredità preziosa delle nozze. Ma allo stesso tempo il nostro ‘sì’ si consolida ogni volta che rifiutiamo la logica della convenienza e, alzando lo sguardo a contemplare il volto bello dello Sposo, facciamo nostra la gioiosa attesa della sua venuta.

Così anticipiamo il pasto definitivo. Così si genera fin d’ora un pezzo di Paradiso. Così viviamo da risorti.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

 

LA VIGNA, NOSTRA EREDITA' DI NOZZE

Mt 21, 33-43 – XXVII domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

La parabola della vigna è intrisa di tanto sangue. È una finestra dura e realista sull’esperienza dell’umanità, che risalta in controluce dietro la passione e morte di Gesù qui chiaramente preannunciata. Eppure, nel cuore di Gesù, mentre raccontava ai sacerdoti e agli anziani del popolo, affiorava forse l’immagine di una festa, assieme al dolore di vederla ancora incompiuta.

È la festa di nozze del Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, che si è fatto sposo del suo popolo Israele, celebrando nella fedeltà un’alleanza che ha le sue radici nelle viscere di misericordia del Signore. Le nozze non sono un evento di un giorno o di un momento. Le nozze sono per sempre: celebrano l’eternità. E quando Dio aveva preparato il suo regalo di nozze, lo aveva fatto pensando a un dono definitivo, totale, eterno.

È commovente pensare a questo sposo generoso e prodigo, che non esige la dote della sua amata; anzi, la prepara egli stesso, in modo da rendere la vita a due qualcosa di dolce, di fruttuoso, di gioioso. Dio ha preparato la vigna con tanta cura, affaticandosi nei primi giorni della creazione, per poterla mettere nelle mani dell’amata, quell’umanità fragile e allo stesso tempo speciale, perché fatta a sua immagine e somiglianza. Dio ha risparmiato al suo popolo la fatica dei preparativi. Anche quando Israele si era trovato a entrare nella terra promessa, aveva goduto della fertilità di alberi e coltivazioni non piantate dai suoi uomini (cfr. Gios 24,13). Dio ha sempre sovrabbondato e preceduto in gratuità.

Questa parabola, allora, non parla tanto di un rapporto di padrone e mezzadri, almeno non nel senso capitalistico con cui anche noi spesso comprendiamo le relazioni. E non solo quelle legate a uno stipendio. In generale, noi, come i sacerdoti di Israele, ci relazioniamo alle persone e alle cose con la costante ansia di dover guadagnare per mostrarci bravi, di dover ‘rendere’ per essere all’altezza, di dover azzeccare sempre le risposte giuste per non sciupare l’occasione di accumulare. Magari non si tratta di accumulare soldi o ricchezze materiali, ma riconoscimenti e affetto; è pur sempre un accumulare, ed è questo il guaio. A che cosa serve, infatti, a un uomo “guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima?” (Mc 8,36).

Il fatto è che questa cupidigia del cuore, che emerge tanto più rimaniamo concentrati solo su noi stessi, porta come effetti collaterali i sentimenti e gli atteggiamenti di disprezzo, di gelosia, di invidia, di rapina, di odio che progressivamente attanagliano l’esistenza dei contadini della parabola. È un terribile vortice, a un certo punto quasi inarrestabile. Si costituisce persino una sorta di maliziosa e meschina solidarietà tra gli empi, memoria attualissima del subdolo inganno del serpente, apparentemente consigliere favorevole alla causa dei primogenitori.

A volte ci sorprende, ci terrorizza, ci scandalizza il grado di malvagità di cui diventa capace un uomo. Quando meditiamo la sorte terrena di Gesù, restiamo scombussolati per tanta atrocità… Ma quanto c’è di autentica indignazione evangelica in tutto questo? Non è certo l’emozione conseguente a un film particolarmente crudo quello che manifesta la nostra reale adesione all’alleanza con il Signore.

Perché questi sentimenti e questi atteggiamenti, descritti con tanta sofferenza nelle parole di Gesù, sono – almeno potenzialmente – anche e prima di tutto i nostri. Forse non ci è capitato di piantare mai un chiodo nel palmo della mano di un fratello, o non abbiamo fisicamente scagliato pietre per lapidare una donna peccatrice. Ma l’animo è in continuo combattimento, e la lotta ha radici profonde. Emerge continuamente, quando ci ritroviamo delusi e insoddisfatti pur essendoci affannati tanto per lavorare la vigna, fino al punto da considerarla ‘ragionevolmente’ nostra. Un possesso, non più un dono.

Si tratta allora di riconoscerci o meno disposti a… lasciarci sposare dal Signore! Che non è cosa scontata. Al di là dei romantici sogni di una celebrazione sontuosa e impeccabile, ormai fin troppo vittima di logiche commerciali e di apparenza mediatica, il matrimonio con Dio è una vocazione sconvolgente, che Egli propone e promette a tutti. Chi ne diventa partecipe? Colui che accetta di essere destinatario indegno e prediletto della propria stessa dote matrimoniale. Colui che riconosce di ricevere l’eredità desiderata e cercata nel momento stesso in cui si lascia amare e abbracciare così come egli è.

Lo Sposo – cioè il Figlio - non è solo l’erede: è anche l’eredità. E chi si affanna per escluderlo dalla propria corsa all’accumulo di frutti, non si accorge di condannarsi da solo a perdere l’unica cosa che conta: la relazione con Lui, Vite che dà vita ai tralci, Sposo innamorato, Figlio che ci fa fratelli.

Nel cuore di Gesù dimora ancora la speranza incrollabile che non tutti rifiutino la bellezza del suo dono. Così egli – memore di ben altre sorti auspicate dal profeta Isaia per la propria vigna (cfr. Is 5, 1-7)– annuncia un nuovo sposalizio, coronato dai canti del vino buono della vite. È questa la sua promessa, nel momento in cui accetta di vivere fino in fondo la tragedia preannunciata nella parabola, per essere una nuova vite piantata nella terra scavata per sostenere la croce e irrorata del sangue della donazione. Gesù rimane lo Sposo. Gesù è per sempre la Vite. Gesù ridona all’umanità smarrita nella propria inconfessabile fragilità l’opportunità di vincere la logica che ne rinnova le trame mortali. La stessa logica che ispira la violenta reazione degli ascoltatori contro coloro che – alla fin fine – sono essi stessi. La logica dell’individualismo egoista e avido, che non beve il vino della festa né riconosce il sangue della gratuità, ma semina la zizzania della menzogna e della violenza.

Gesù dona a noi una nuova occasione di ‘accasarci’ con Lui. Non più da mezzadri affittavoli, ma da coeredi della grazia che salva.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

L'ECONOMIA DELLA SALVEZZA

Mt 20, 1-16 – XXV domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

Strana economia, quella di Dio. Bisogna forse ammettere che se un padrone, in una qualsiasi città del mondo, gestisse la sua azienda come il padrone della parabola raccontata da Gesù, probabilmente non avrebbe molto successo nel mercato. Soprattutto con i tempi che corrono.

L’intraprendenza di questo Signore, che non sta mai fermo ed esce a tutte le ore a cercare lavoratori per la sua vigna, si mescola con una prodigalità più simile agli sprechi del giovane figlio della parabola lucana (cfr. Lc 15, 11-32), che a un saggio e parsimonioso amministratore di impresa. E, si sa, sono gli sprechi che rovinano le aziende!

Eppure sta proprio in questa sprovveduta generosità la novità controcorrente. Senza che si possa liquidare l’irragionevolezza di Dio con un commento astratto e disincarnato: ‘ma qui Gesù parla per immagini di cose spirituali; la realtà del mondo è un’altra!’. Non è così. Gesù ci invita a incarnare uno stile nuovo e coraggioso proprio nella vita di tutti i giorni, dove l’economia – la ‘gestione della casa’ – ha  e deve recuperare un proprio significato umano e spirituale, unica via per una reale trasformazione dei rapporti tra i popoli verso una convivenza pacifica e buona.

Notiamo un dettaglio non insignificante. Di fronte al paradosso di un padrone che paga a tutti gli operai lo stesso salario, nell’attento rispetto della legge di Israele – che comanda di non lasciare passare la notte senza aver dato al povero bracciante ciò che gli spetta (cfr Dt 24,14-15) -, i lavoratori della prima ora – poveri anche loro, ma non per questo esenti dai morsi dell’egoismo – non se la prendono con i propri compagni, ma mormorano direttamente verso il padrone.

In altre parabole lo sfogo di rabbia cade sui compagni apparentemente più fortunati di loro (cfr Mt 18, 23-35). Ma sembra, appunto, più uno sfogo che un affrontare il vero problema. Di che si tratta? Del nostro rapporto con il Padrone, con Dio stesso. È proprio lì il guaio. Dio è concepito come un padrone rigido, incasellato nella logica del ‘do ut des’, percepito come un avversario a cui spillare compensi. Chissà come si saranno rammaricati, i nostri lavoratori della prima ora, di non essersi nascosti furbamente – come forse avranno fatto i loro compagni, pure fannulloni, che fino alle cinque si sono guardati bene dal farsi trovare in piazza… -, visto che più importante della dignità del lavoro sembra essere il salario…!

Ebbene, la guerra tra poveri, lo scontro tra compagni, l’incapacità di vedere nell’altro un fratello, l’insistenza a percepirsi in competizione anziché in carovana: tutto questo nasce da una immagine di Dio stravolta e sconvolta. Guardiamolo meglio, questo Dio, che invece sorprende a ogni piè sospinto.

Innanzitutto è un ‘padrone di casa’ (20, 1). Non un possidente terreno che fa lavoro di ufficio, freddo e distaccato, o che si gode i proventi della sua vigna seduto su un divano. Dio restituisce all’economia la sua intima natura domestica. Dio abita in casa, cioè ama i rapporti famigliari, preferisce stabilire relazioni calde, ha il volto di un padre che non rinuncia a godere della vita feriale e del fuoco del focolare. Come non intravedere il cuore appassionato del padre che divide il patrimonio tra i figli, desideroso soltanto di… paternità?

Questo Padre è mattiniero e intraprendente. Non se ne  sta chiuso fra le sue mura sicure e comode, mandando altri a sbrigare le faccende. Dio – ama dirci papa Francesco – è costantemente in uscita. Viene a cercarci. Instancabilmente. Cerca le persone, i suoi figli perduti. Cerca l’uomo, non cerca né il guadagno né il profitto. Cerca me. Sembra proprio scordarsene, di come va la vigna. Dio da costantemente una nuova opportunità, fosse pure dell’ultima ora. Sembra davvero ardere dal desiderio di una famiglia grande, formata da tutti coloro che restano impantanati nelle piazze dei condizionamenti sociali e nei crocicchi delle proprie paure (cfr. Mt 22,1-14).

Dio, poi, rovescia le prospettive. Parte dagli ultimi. Paga coloro che hanno lavorato meno tempo. I lavoratori della prima ora non si accorgono del privilegio. A Lui, infatti, interessa solo che i suoi dipendenti si accorgano di essere figli. E i figli, più stanno con il loro Padre più godono del calore di casa. Dio non tratta tutti allo stesso modo, è vero. Questo lo lascia intendere Lui stesso, con la sottile ironia di Gesù. Dio predilige gli ultimi, perché in loro può manifestare appieno la propria  prodigalità, lo spreco del suo amore. E per questo fa di tutto affinché tutti si riscoprano ultimi, o lo diventino, scendendo dal piedistallo dell’orgoglio. Figliolanza e ‘ultimità’ sembrano esperienze inseparabili…

Anche a coloro che si incaponiscono nel farsi avversari del Padre, nel coltivare la logica della contrattazione anziché dell’alleanza, Dio non toglie il regalo della sua amicizia. Appare qui l’assurda lotta dell’uomo, che si fa invidioso non del fratello, ma di Dio stesso. È il peccato originale, l’insinuazione del serpente: ‘Non vedi che puoi essere anche tu come Dio?’ (cfr Gen 3, 1-5).

Certo. Dio, il Padre, vuole farci come Lui. Ma Lui non è come pensiamo noi. E se davvero desideriamo lasciarci coinvolgere e trasformare dalla luce del suo volto, è una gara di bontà quella a cui siamo chiamati. ‘Farete opere più grandi delle mie’ (cfr Gv 14,12), ci promette Gesù. Ma soltanto se riscopriamo in noi quell’immagine del Dio buono, che ci ha fatti ‘cosa molto buona’ (Gen 1, 31). Nulla a che vedere con l’ingenuità. Chi sceglie la logica dell’economia di Dio avrà cura della casa dell’uomo, la creazione intera, con la purezza di una colomba, ma anche con l’astuzia di un serpente. La tenerezza fraterna e la grinta del lavoro giornaliero si intrecceranno come mirabile sintesi dell’uomo di Dio, che lo Spirito unifica nell’integrazione degli opposti.

E così gli ultimi saranno… i figli e diventeranno fra loro fratelli. Come non può funzionare un’economia di famiglia?

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

UN PELLEGRINAGGIO A ROVESCIO

Gv  3, 13-17 – Festa della esaltazione della Santa Croce

Commento per lavoratori cristiani

 

Ci sono due modi per essere innalzati, nella vita.

Il primo è quello che propone il mondo. Si tratta di mettercela tutta, per dare il massimo di sé e ottenere gli esiti migliori dalle proprie capacità e dai propri talenti, in modo da emergere sulla massa e farsi notare. È l’impegno di chi cerca il successo, la carriera, la realizzazione personale nel mostrarsi al di sopra della media, al di fuori della mediocrità, oltre la meschinità di chi non ha cartucce da sparare nell’arena della vita. Da una logica di meritocrazia sostanzialmente buona, se si fonda sull’apprezzamento delle risorse personali di ogni uomo, questo processo di autoaffermazione ha condotto oggi il mondo a una sorta di gara del ‘si salvi chi può’: ognuno allineato sui blocchi di partenza, parte correndo all’impazzata con gli occhi puntati dritti in avanti o più facilmente concentrati sul proprio ombelico per raggiungere un ‘di più’ fatto di apparenza e di vanagloria. Stremati da queste corse da centometristi, che toccano ogni ambito dell’esistenza – dal lavoro agli affetti, dalla sicurezza economica alle relazioni famigliari e amicali -, gli uomini e le donne di oggi si ritrovano a gettare la spugna, rifugiandosi in un isolamento mascherato di euforia e di sballo o nascondendosi in presunte relazioni vitalizzanti, ma filtrate dai nuovi marchingegni della comunicazione. La logica del ‘fai da te’, sostenuta da una iniziale rivendicazione di autonomia, degrada progressivamente in uno scoramento esistenziale, in una drammatica esperienza di vuoto e di noia, in una voragine di non senso. Si pensava che la direzione fosse ‘verso l’alto’: salire, salire, salire i gradini del successo, anche per raggiungere e uguagliare Dio. Ci si ritrova sbattuti in basso, caduti nella melma della depressione e della violenza verso se stessi, oltre che verso gli altri.

Non è una lettura pessimista di tanti drammi interiori dell’uomo contemporaneo. Né si tratta di una considerazione che porta alla condanna. È piuttosto la sete di verità che ci porta a metterci in sintonia con tanto dolore, così come ha fatto il nostro Dio, che propone una maniera diversa per essere innalzati. La stessa che ha percorso Lui, per primo.

‘Nessuno mai – infatti – è salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo’ (3, 13). Ecco il senso, ecco la direzione. Non dal basso verso l’alto, ma dall’alto verso il basso. Ecco la via che permette di vivere, e vivere in eterno, cioè in pienezza e nella gioia.

La logica di Dio, e del Figlio suo che è anche Figlio dell’uomo – proprio perché esce da sé stesso per ‘scendere’ nella profondità debole dell’essere uomo -, inverte i passi, rovescia la prospettiva, capovolge le priorità. Parte dalla fine, per raggiungere, quasi inaspettatamente, l’obiettivo iniziale. Senza che mai la salita scardini il processo vitale della continua discesa negli abissi dell’umanità.

Gesù, infatti, il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, discende dal cielo della divinità, eliminando per sempre la separazione tra Dio e l’uomo, e si fa partecipe della fragilità esistenziale di ognuno di noi. Questo pellegrinaggio pasquale non si ferma ai confini della povertà più dura e lancinante: entra anche nel mistero della morte. Lo assume nel suo aspetto più incomprensibile e sconvolgente: è la morte di un delinquente, di un criminale, di un mascalzone quella che egli sceglie per sé sulla Croce. E allo stesso tempo è la morte di un innocente, condannato quando nel proprio cuore non trovava dimora nessuna condanna – pur umanamente plausibile, la condanna è incompatibile con le viscere di misericordia di Dio, Padre e Madre.

Ecco la Croce: lo strumento della condanna, il patibolo su cui si inchiodano simbolicamente tutti gli orrori dell’umanità, abbraccia di fatto la più paradossale contraddizione, poiché il male e l’innocenza coesistono in una apparente sconfitta della giustizia. Ecco la Croce: gli opposti si toccano e si incrociano, come i due pali che la costituiscono e che si reggono ritti su un foro che penetra la terra. La Croce è l’abbassamento totale di Dio. È la discesa definitiva, fino agli inferi, e per questo mostra lo stile di Dio: un continuo scendere verso gli ultimi e i sepolti nelle viscere del dolore.

È grazie a questa eterna discesa che Gesù, il Figlio, può comunicare la vita eterna a tutti, senza esclusioni. È grazie a questo abbassamento radicale – che sta, cioè, alla radice – che Egli può essere innalzato, affinché lo sguardo di tutti gli schiacciati della terra possa alzarsi e volgersi a Lui, incontrando un volto solidale che genera speranza. La Croce è la manifestazione della radice dell’amore: una totale e definitiva – eterna, appunto – condivisione del dolore del mondo, perché ‘chiunque crede in lui – cioè accoglie questa condivisione – non vada perduto, ma abbia la vita eterna’ (3, 16).

Non esiste altra via alla gioia. Chi si impunta a voler innalzarsi per essere visto e ammirato, chi svende la propria intimità e i propri tesori preziosi pur di ottenere uno sguardo, senza accorgersi di quanto gli occhi degli altri possano essere piuttosto di rapina che di ammirazione, smarrisce piano piano l’altezza della propria dignità umana. Fino a sotterrarsi nell’angoscia.

Chi invece opta fiducioso per la via dell’abbassamento, praticando alla radice la scelta dell’ultimo posto in ogni occasione e in ogni relazione, alimentando la fantasia dell’amore con la contemplazione della Croce, sperimenta come frutto inatteso e come consolazione divina la frescura di un’acqua zampillante che riempie il cuore e fa sollevare pacifica la fronte.

Paradosso glorioso: la Croce, segno e strumento di morte, messa in mostra per rivendicare l’autorità di abbattere l’ansia di esistere degli emarginati, si trasforma in segno e strumento di gloria, luce che irradia vita a chi vita non ha. Perché sulla Croce Lui, l’unico che è disceso dal cielo, ha potuto e voluto essere innalzato in solidarietà con i patimenti di tutti.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

ACCANITI NEL PERDONO

Mt 18, 15-20 – XXIII domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

Il conflitto, l’errore, lo sbaglio fanno parte dell’esperienza di ogni relazione e di ogni convivenza. Ci sono individui che si accaniscono a denunciarli e a condannarli, puntando il dito senza pietà sui presunti responsabili. E ci sono, dal lato opposto, coloro che – oggi sempre più frequenti – sostengono una vaga autodeterminazione, per cui ognuno può fare della propria vita quello che vuole, a patto che il suo libero arbitrio – e quindi anche i suoi sbagli – non intralcino la loro esistenza. Questi ultimi diventano estremamente violenti quando qualcuno, imprudentemente, sfiora appena la loro rigida autonomia. I due atteggiamenti, forse, non aiutano…

Eppure non c’è verso di incontrare da nessuna parte una comunità o una famiglia, un gruppo di colleghi o di amici, in cui prima o poi non emerga la fatica della diversità. In qualsiasi angolo del mondo si decida di scappare per mettere alla prova i propri sogni di pace, si rischia la delusione. L’ideale di una condivisione senza screzi né tensioni pare riconducibile soltanto a illusorie propagande televisive o a seducenti artifici di manipolazione sociale e politica.

La cosa va presa sul serio: è una questione di verità, e quindi di vita o di morte. Chi si illude di raggiungere un giorno la perfetta – cioè asettica – relazione, priva di ogni attrito tra le persone, si condanna da solo al perfetto isolamento!

Tale realtà è così inscritta nella nostra natura umana che lì si manifesta il nostro autentico esistere come irripetibili creature predilette da Dio. È la stessa diversità, che ci caratterizza come persone singole e originali, ognuna differente dall’altra, che presuppone di doversi riconoscere, accogliere, accettare come irriducibili agli schemi e alle attese reciproche. Per il solo fatto di non essere uguali, qualche contraddizione o qualche tensione sarà inevitabile. Per questo non ha senso, anzi, è controproducente insistere su una omologazione delle esistenze a livello mondiale.

Siamo originali, siamo unici al mondo, così come siamo stati consegnati a noi stessi. E allo stesso tempo lo siamo e lo possiamo scoprire soltanto nella misura in cui ci giochiamo la vita nei rapporti così come sono, facendocene carico gli uni per gli altri.

Ecco allora il paradosso che ci propone Gesù, in quella che potremmo riconoscere come la versione pratica della regola d’oro di ogni comunità cristiana: ‘Fai agli altri quello che vuoi che gli altri facciano a te’ (cfr. Mt 7,12). Gesù ci suggerisce, o meglio, ci raccomanda come necessaria la correzione fraterna.

Sembra piuttosto incoerente: si può fare la correzione a un fratello che ha sbagliato, partendo dalla considerazione che anch’io avrei piacere che lui facesse lo stesso con me? Chi, ad essere onesto e al di là di affermazioni moraliste e idealizzanti, può sostenere di provare piacere quando qualcuno gli fa un appunto o una sottolineatura su un proprio errore?

Ebbene sì: Gesù ci invita a scoprire tutta la forza e la potenza liberatrice di questa regola d’oro. ‘Vorrei che tu mi correggessi’ – ‘mi corrigerete’, disse simpaticamente papa Giovanni Paolo II dal balcone della Basilica di San Pietro – non perché mi fa provare piacere, ma perché ho capito che soltanto nel tuo coraggio di affacciarti alla mia povertà si apre il cammino di una relazione autentica.

Nel comandamento di Gesù di farsi carico dello sbaglio del fratello, di portare il peso del suo peccato, non c’è un accanimento di giudizio. Al contrario, c’è l’insistenza della pratica del perdono, che però parte dalla consapevolezza che il peccato esiste. Ed esiste prima e soprattutto il mio. Il peccato è l’espressione estrema, dolorosa, lacerante, sfigurante della mia fragilità. ‘Vorrei, caro fratello, che tu non scappassi di fronte alla mia fragilità, che non ti spaventassi al punto da lasciarmi solo, deluso e stremato dalle mie cadute’. Solo chi vive con questa invocazione cosciente nel cuore è disposto a porsi accanto all’altro con l’atteggiamento della misericordia e della giustizia che Gesù pratica e insegna.

A partire dalla consapevolezza della propria debolezza, del proprio peccato perdonato dall’accanimento al perdono di Dio, il fratello che ama veramente si avvicina a colui che ‘commette una colpa’ per condividere la stessa esperienza di riconciliazione profonda. Lo invita a non avere paura della propria miseria, e lo  invita a porsi faccia a faccia con la corrente di perdono che la può riempire. Questa corrente, però, non è un passaggio indolore e anestetizzante, che fa finta di non vedere il dramma dell’uomo incallito nella propria autoreferenzialità. Anzi: si tratta di una scossa che brucia, di una scarica di vita che ha il potere di scardinare le resistenze dell’orgoglio e dell’autocommiserazione. Ma c’è bisogno di lasciarsi coinvolgere in questa cura radicale.

La comunità vera si fonda in questa capacità di farsi carico l’uno dell’altro e di lasciarsi portare sulle spalle reciprocamente. A volte è più faticoso farsi aiutare che aiutare. Ma è anche doveroso non passare oltre l’errore che sta frantumando l’esistenza del fratello. Probabilmente, il peccato più grave che si vive nelle relazioni umane, sia negli ambiti sociali che in quelli religiosi, è il peccato di omissione. Che è anche un peccato di incoscienza: non ci si rende conto di come la colpa possa distruggere interiormente – oltre che esteriormente – una persona.

Il peccato di omissione praticato sistematicamente nelle comunità cristiane è la radice remota – o non tanto remota – dell’indifferenza con cui si osservano i drammi dell’umanità ferita. Interi popoli perseguitati e oppressi, tragedie umanitarie di dimensioni planetarie, ideologie camuffate di pratiche religiose traboccano ogni giorno in fiumi di sangue. Ma la nostra preghiera, la nostra invocazione di figli spesso trascura e dimentica tanto dolore.

Riuniti, due o tre, nel nome del Padre, rischiamo di ‘passare oltre’ (cfr. Lc 10,29-37): perché il grido degli innocenti sofferenti ci obbliga – più che a qualche lacrima spesa di fronte a una schermata digitale – ad alzare lo sguardo verso chi ci sta accanto per coglierne le derive e le lacerazioni, assumendone le conseguenze insieme per un cambiamento che sia reale e non illusorio. Enorme responsabilità!

Ma d’altro canto, una comunità umana sarà immagine della Trinità divina soltanto nella misura in cui genererà legami che sciolgono i nodi delle paure e della solitudine, spesso matrici di tante sciocchezze che si combinano.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

CHI SONO IO?

Mt 16, 13-20 – XXI domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

Probabilmente si inizia a vivere la vita davvero solo il giorno in cui si lascia sgorgare dal profondo del proprio cuore una domanda cruciale: chi sono io? È una domanda che porta con sé tanti altri interrogativi, un corollario di dubbi e paure, un miscuglio di aspettative e di speranze, una miriade di timori e di inquietudini. Porta con sé la ricerca del senso dell’esistenza, ma anche le tracce di ferite e fallimenti, di delusioni e cadute che forse hanno scalfito il naturale ottimismo dell’infanzia. Ci sono esperienze dolorose e incontri decisivi che fanno emergere la questione decisiva del nostro essere al mondo. Cosa ci sto a fare? Perché qui e non altrove? Come mai questi doni e questi limiti? E perché la mia sofferenza e i segni che bruciano nella carne e nell’anima?

Gesù, ‘il Figlio dell’uomo’ e quindi uomo davvero, non è stato esente da questa ricerca e ha percepito la stessa domanda venire a galla come motore del suo cammino nel mondo. Forse l’aveva già intuita fortemente quando, dodicenne, si era fermato inquieto a chiedere qualche spiegazione ai dottori del tempio. Si comincia così: si chiede di questo, di quello, si scava sui dubbi religiosi, si indaga sull’uomo in generale e su Dio… per arrivare a un certo punto a dirsi a voce alta la vera domanda: e io, chi sono?

A questa domanda si risponde nell’intimo del proprio animo. Ma non si risponde mai da soli. E forse sta tutta qui la Buona Notizia del Vangelo di oggi. La risposta a questa domanda esiste, ma è una risposta relazionale. La si trova insieme, la si trova in due: mai da soli.

Scopriamo perché, scopriamo come.

Gesù interpella i suoi: non per quel senso di insicurezza che noi portiamo dentro fin a età avanzata, che ci fa cercare nella risposta altrui un certo qual senso di appartenenza. Non è l’altro che mi dice chi sono; l’altro mi aiuta a scoprirlo. Ma per questo sono necessari la libertà e il coraggio di mettersi in gioco e di non dare nulla per scontato. Gesù ha già cercato tanto: dentro di sé, con l’arte della custodia del cuore appresa da mamma Maria. Egli ha ascoltato, osservato, toccato, accolto ed ha visto così prendere forma il suo essere figlio di madre e Figlio del Padre. La propria umanità si è svelata ai suoi occhi nelle relazioni famigliari e amicali, nel lavoro domestico e di carpentiere, nella frequentazione delle tradizioni culturali e religiose del suo popolo. La propria divinità gli viene ora riconosciuta da Simon Pietro, su ispirazione di Colui che a Gesù ha manifestato volto a volto – nella preghiera - il dono di essere suo Padre.

Ciò che fa vibrare di commozione Gesù e che impregna della ‘profondità della ricchezze e della sapienza’ (Rm 11, 33) il dialogo intrapreso con i suoi discepoli è l’assimilazione della propria identità di Figlio. Figlio dell’uomo e Figlio di Dio. Ma soprattutto Figlio. In relazione, dunque, con qualcuno. Quindi non autosufficiente, non autoreferenziale, non isolato, non solo. Gesù è un uomo in relazione, è Dio in relazione. L’identità, allora, si manifesta non come una sostanza astratta e vaga che definisce nominalmente una materia – quella del corpo e, forse, della mente – altrimenti inaccessibile. L’identità non è un concetto psicologico per esprimere una indefinita natura soggettiva, in effetti poco consistente e totalmente autogestita.

In Gesù – e quindi anche in noi – l’identità è relazione: nasce e vive in relazione, si forma e cresce in relazione, si definisce soltanto a partire e dentro una relazione. Ed è la relazione di figliolanza. Detto in parole semplici: c’è qualcuno che chiama Gesù per nome, e Gesù diviene se stesso rispondendo a quella voce che chiama. C’è una mamma che chiama un figlio per nome, e nell’esperienza di questo  riconoscimento scaturisce l’amore, che da identità alla persona. Gesù è il figlio dell’uomo amato da mamma Maria e papà Giuseppe. E c’è un Dio che chiama un Figlio per nome, da sempre e per sempre. E Gesù, rispondendo, diviene colui che è, ‘il Figlio del Dio vivente’.

Ecco perché il nome più opportuno dell’identità è vocazione. Perché Gesù è il dialogo con chi lo chiama. E più è primigenia la chiamata, più profonda è l’identità, perché eterna è la vocazione. Da sempre e per sempre.

Così anche Simon Pietro. Solo chi è in relazione con il Dio vivente può riconoscere la presenza di suo Figlio accanto a lui. Poiché Simon Pietro si sta scoprendo figlio, con i suoi alti e i suoi bassi, un raggio della sapienza del Padre lo può illuminare e gli rivela – quasi in un sussulto di affinità di Spirito – la presenza del Fratello maggiore accanto a lui.

E così il Fratello maggiore ricorda a Simone la sua figliolanza umana – ‘figlio di Giona’ – per chiamarlo a percepire più profondamente la vitale figliolanza divina. Gli cambia il nome, segno della vocazione, cioè dell’autentica identità di figlio amato da sempre e per sempre.

Come Simon Pietro, siamo anche noi. Alla ricerca della risposta alla grande domanda, ‘chi sono io?’, troviamo un cammino da percorrere per scoprirne la lettera. È il nostro cammino vocazionale, la nostra relazione vitale. Entrare in dialogo con Dio significa in fondo riscoprire il nostro dialogo con i nostri genitori e la nostra storia, che piano piano, rivelata e purificata, ci manifesta ciò che siamo davvero: figli nel Figlio!

Solo chi ha fatto esperienza di questa ‘insondabile’ riconciliazione con la propria verità può divenire ponte di relazione, tramite vocazionale per gli altri uomini. E mette in comunicazione la terra e il cielo, in quanto consapevole ed esistenzialmente autentico uomo di relazione. Si sciolgono i nodi, si costruiscono legami, si vincono le insidie del ‘divisore’ – il diavolo – nella misura in cui ci si immerge fiduciosi in questa relazione originale che, nel donarci la bellezza di un Dio che è Padre, ci svela la meraviglia del nostro essere figli. Questa è l’identità della Chiesa: una famiglia di fratelli che lo Spirito lega alla fonte della vita.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

SOGNO UN MONDO... - GERMOGLI DA ASSISI 2014

Tutto cominciò da un SOGNO… 

Ciascuno di noi aveva un sogno diverso… il mio era semplice…desideravo la PACE…Pace per il mio cuore stanco e affaticato che si era creato una corazza per sopravvivere in tempi duri e, nel crearsi questa corazza, si era indurito (almeno all’esterno) e si era imbruttito; non sognavo chissà cosa…volevo solo PACE… e invece… 

Ecco che ognuno di noi, ciascuno con il proprio sogno, ciascuno dalla propria città, Crotone, Vicenza, San Sepolcro, Monterotondo, Lushnje (Albania), Villa San Giovanni, ci ritrovavamo improvvisamente catapultati nel Medioevo, in una città: Assisi, che ha del magico e fantastico…città nella quale un RAGAZZO come NOI, soprannominato “Il Re delle Feste”, perché sapeva come divertirsi e come farsi notare, circa 800 anni fa, cercava di realizzare il suo sogno: diventare Cavaliere! 

Ma si sa…quando il Signore ci mette lo zampino, il tuo sogno non rimane solo tuo…si comincia a sognare insieme a Lui e improvvisamente questo sogno comincia a diventare GRANDE oltre ogni immaginazione! Il Signore prende la tua vita e ne vuole fare molto di più…Vuole che tu sia FELICE , vuole che tu sia proprio come Lui ti ha creato e pensato: un CAPOLAVORO! Allora tu, proprio come sei, con i tuoi pregi, le tue aspirazioni, i tuoi difetti, le tue paure, DECIDI se metterti in gioco e cominciare a vivere sul serio, o  se continuare a guardare dalla panchina e vivacchiare una vita che ti sta un po’ stretta, con un vestito che qualcuno ti ha cucito addosso e che ti fa apparire come gli altri vorrebbero che tu fossi…che ti imprigiona…

Ma se rimani unito a Dio, Egli ti immerge nel Suo Amore e tu, come se fossi un BISCOTTO IMMERSO NEL LATTE, ti INZUPPI completamente e si ammorbidisce quella corazza che ti eri creato o che qualcuno ti aveva fatto indossare, fino a far emergere chi tu sei veramente…e si sa…chi è VERO è LIBERO…e chi è LIBERO è BELLO…e chi è BELLO lo è perché è AMATO e AMA.

Questo è quello che è successo a Francesco: << Quello che io vivo non mi basta più, tutto quel che avevo non mi serve più. Io cercherò quello che davvero vale! Non più il servo, ma il Padrone seguirò!!!>>

E dal giorno in cui Francesco ebbe il coraggio di SPOGLIARSI di tutto, di quella vita che gli stava stretta e, fidandosi ciecamente di  Dio, consegnarsi TUTTO a Lui, TUTTO CAMBIO’…ed alla sua domanda: “Cosa vuoi che io faccia?”, il Crocifisso di San Damiano gli rispose: “Francesco vai e ripara la mia casa!”.

…Anche a noi quel Crocifisso ha parlato, ha toccato il cuore, ha preso contatto attraverso quegli OCCHI APERTI e PIENI D’AMORE, con i nostri occhi… A ciascuno ha detto qualcosa di diverso…ma tutti in cuor nostro gli abbiamo chiesto la stessa cosa: “Cosa vuoi che io faccia?”. Questo perché VOGLIAMO FARE SUL SERIO! Non vogliamo una “bella vita”, ma una VITA BELLA!!! ALLA GRANDE!!! Come Francesco, Chiara e il nostro amico Don OTTORINO!

Vogliamo il Coraggio che ebbe Chiara di decidere lei per la sua vita, cosa che a quei tempi era impossibile per una ragazza… quel Coraggio che le fece respingere un intero esercito di Saraceni che attaccavano il Convento di San Damiano, semplicemente affacciandosi alla finestra e mostrando Gesù Eucaristia…

Vogliamo fare come quel tale che trovando un TESORO PREZIOSO in mezzo ad un campo, và vende tutto e PIENO DI GIOIA lo compra! E quel Tesoro è GESU’! Perché quando noi sogniamo di essere Felici, è Cristo che sogniamo, come disse San Giovanni Paolo II.

Ma questo tesoro puoi trovarlo solo se ti metti in SILENZIO, quel luogo SACRO dove il Signore vuole incontrarti e parlarti…il Silenzio, come quello immerso nella Bellezza della Natura del Monte Subasio, di cui abbiamo goduto all’Eremo delle Carceri, luogo dove Francesco amava rifugiarsi per andare a trovare questo Tesoro…solo dopo una salita di 7 km a piedi…che FATICA!!! J ma se la Fatica la condividi con i fratelli, diventa GIOIA!

Questo e molto altro ancora ci ha insegnato ASSISI, CITTA’ DELLA PACE E DELLA FRATELLANZA!!!

Per quanto riguarda me…il Signore non mi ha donato solo la Pace, ma mi ha RIPARATO il cuore…e l’ha fatto anche grazie all’AMORE di 60 ragazzi STUPENDI…Belli, perché sono amati ed amano, perché fanno sul serio, pregano sul serio, cantano sul serio, addirittura scherzano sul serio (ahahah J)…

Ha rispolverato qualche sogno che avevo messo un po’ da parte…mi ha fatto capire che se si fa la Sua Volontà si è Felici, perché Lui ci ha creati per essere FELICI!!! 

Come si è concluso il campo???

IN UNA TOMBA…la tomba di S.Francesco ed i suoi compagni…

Perché?

Perché da una TOMBA, una Notte, è ESPLOSA LA VITA ed ha sconfitto la morte per sempre!!! Ed allora è stato l’INIZIO di TUTTO…non la fine.

E per affrontare questo nuovo inizio, il Signore non ci ha lasciati senza un aiuto… Grazie al PERDONO DI ASSISI nella BELLISSIMA E DOLCISSIMA PORZIUNCOLA il Signore ha rinnovato il nostro cuore e ci ha dato la Forza, la Pace, la Gioia per iniziare di nuovo la nostra vita nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità…CON CRISTO NEL CUORE!

Proprio come ci avevano promesso i nostri “Amici innamorati di Gesù”, al momento di partire eravamo RICOLMI DI FELICITA’  e nel viaggio di ritorno, scandito da CANTI, ABBRACCI e qualche “GRAZIE per aver INCROCIATO la mia vita”, si ripensava a tutte le persone incontrate nel nostro viaggio (i ragazzi, le cuoche, i sacerdoti, i diaconi, sorella Elisabetta, le suore Mariana, Monica, Lula, Marta, fra’ Massimo e tanti altri…) e si ringraziava il Signore perché ha scelto proprio NOI per donarci tutto questo…ed anche se noi non lo “GUARDAVAMO”, Lui ci aveva già GUARDATI ed AMATI ed aveva preparato tutto questo per noi! <3

Che dire, Signore?...MENO MALE che hai deciso di SOGNARE insieme a NOI!!! 

E allora…SOGNIAMOOO!!!! ;)

Erminia Maria Oppedisano, Villa San Giovanni

 

 PREGHIERA

 

Signore, rendimi mercante:

gioioso pellegrino in cerca di te.

 

Signore, rendimi discepolo:

fiducioso seguace dei tuoi passi.

 

Signore, donami il tesoro prezioso,

affinché io possa essere l’uomo pieno di gioia.

 

A cosa non rinuncerei per l’amore vero,

la gioia piena, la pace eterna?

Allora, Signore:

aiutami a essere mercante per cercare

la perla, te;

aiutami a essere uomo per custodire

il tesoro, te;

aiutami a perdere tutto e sentirmi

pieno di te.

 

Guidami, Signore, all’incontro con te:

il Regno dei Cieli.

Amen.

 

Marta Pignataro, Crotone

 

 ESSERE SEMPRE DI PIU’… COME GESU’!

 Per quanto mi riguarda, si sa che l’esperienza del campo vocazionale non delude mai: è un’occasione infinitamente bella sia per trascorrere del tempo più intimo e personale, che tra il frenetico da farsi della quotidianità sfugge sempre, sia per rivedere i volti di quegli amici con cui, oramai, mi do appuntamento ogni anno e sia per conoscere nuovi compagni d’avventura con cui condivido lo stesso obbiettivo: conoscere e amare Gesù, farlo conoscere e farlo amare. Ed è proprio con questo spirito e con l’entusiasmo che caratterizza noi giovani che ci siamo incamminati, sulle orme di San Francesco e Santa Chiara, per le strade di Assisi alla ricerca di ciò che ci fa essere sempre di più ‘come Gesù’. La cosa più significativa del campo è stata ascoltare la testimonianza di tante persone che, ognuna con la propria vocazione, mi ha trasmesso la gioia di chi ha conosciuto e sperimentato l’amore immenso che Dio riserva a ciascuno di noi. Così come ci ha spiegato Suor Monica, basta solo che noi, biscottini da colazione, ci lasciamo immergere nel… ‘latte’, che è l’amore, immensamente grande, del nostro Papà del cielo! La gioia che mi porto nel cuore dopo questa esperienza deriva anche dalla consapevolezza che io, sì, proprio io ‘sono preziosa ai Suoi occhi’, sono un’importante tesserina del Suo mosaico, sono una pecorella così amata a tal punto che Egli lascia le altre novantanove per cercare proprio me. In questo periodo di ricerca del  ‘mio posto’ è stato meraviglioso riscoprirsi figlia amata da Dio e, di ritorno da questa fantastica esperienza, sento di aver ‘ereditato’ un pizzico di coraggio di San Francesco e Santa Chiara che mi permetterà di essere, nella mia quotidianità, luce del Mondo e sale della Terra, per essere sempre di più..come Gesù!

Irene Perpiglia, Crotone

 

 DA 1 A 10? 100!

 Avevo una vaga idea su cosa aspettarmi da questo campo,ma di quello che pensavo non si è avverato proprio nulla.

Tutto questo è meglio poiché le cose che sono accadute sono le migliori che una persona potrebbe mai volere!

Durante questi sei giorni il rapporto con Dio ha  toccato livelli altissimi; Qui preghiera,meditazioni,silenzi ti avvolgono il cuore e ti fanno sentire amato come non mai!

Questo campo mi ha lasciato,sicuramente, una fiamma d’amore verso Dio più grande rispetto alla precedente, facendomi prendere degli impegni verso di me, e verso Dio, che prima non avrei preso.

Quest’esperienza allo stesso modo ha lasciato nel cuore non solo Dio ma anche quelle persone che stavano intorno a me, Don Luca, Juan e tutti gli altri, che ci hanno accompagnato in questo viaggio d’amore e che ringrazio con tutto il cuore!

Per quanto riguarda la compagnia, bhe non so proprio trovare parole per descrivere il mio amore verso di loro e la mia riconoscenza,vi ringrazio.

Il mio voto per quest’esperienza su 10?

100.

Un abbraccio da Yuri, Sansepolcro (AR)

 

 ASSISI… PER LA CRONACA!

 “Oh Signore, fammi dono”. Con questa preghiera nel cuore si ritorna a casa dopo la bellissima esperienza del campo vocazionale vissuto ad Assisi dal 6 all’11 agosto. Ospiti presso le suore francescane missionarie di Gesù Bambino, a Santa Maria degli Angeli, e accompagnati da don Luca, il diacono Juan, don Giuseppe Sgarbossa, il diacono Graziano ed Elisabetta Granziera sorella nella diaconia, per una settimana giovani provenienti da Crotone, Monterotondo, San Sepolcro, Vicenza e Lushnje (Albania) hanno ripercorso i passi di due grandi santi del Duecento, San Francesco e Santa Chiara d’Assisi, che, facendo della propria vita un dono per gli altri, ancora oggi posso proporsi come modello per i giovani del Duemila. Giovani che diversi tra di loro per età (erano presenti più di 50 ragazzi dai 12 ai 30 anni) e per provenienza hanno trovato un grande ideale in comune, quello di un mondo con Gesù nel cuore, come si legge sulle loro magliette. Un mondo dove ciascuno, in base alla propria vocazione, può trovare il posto giusto in quel grande mosaico della vita, come hanno fatto Elena e  Daniele, una delle coppie di Amici di don Ottorino di Vicenza, venuti al campo in veste di cuochi, insieme alla più piccola dei loro tre figli, Ester, che nonostante la precarietà di un posto dove vivere, affidandosi totalmente alla Provvidenza, riescono ad essere felici e ad impegnarsi per gli altri, o don Giuseppe Sgarbossa, che fin da piccolo ha sentito che la sua vocazione era quella di donarsi completamente a Dio, o ancora Suor Marta, giovane suora di clausura nel monastero di San Quircio presso Assisi, o Frate Massimo, giovane modenese, laureto in economia e commercio che lascia il suo lavoro e i suoi affetti per seguire Cristo e oggi lavora a San Damiano, luogo importante per la vita di Francesco, fu qui, infatti, che Francesco accolse l’invito del Crocifisso: “Francesco va’ e ripara la mia chiesa”. Davanti a quello stesso crocifisso, oggi conservato all’interno della Basilica di Santa Chiara, l’emozione che si prova è tanta e lo dimostra anche il silenzio e la compostezza dei numerosi fedeli/turisti che quotidianamente affollano la Basilica. Quel crocifisso che parlò a Francesco, stravolgendo la vita di quel giovane, figlio di un ricco mercante di stoffe, desideroso di diventare cavaliere, che si sveste di tutto e si fa dono, parla ai cuori di ciascuno di noi e ci invita a farci anche noi dono, senza nessuna paura! La stessa emozione la si avverte alla Porziuncola, una piccola chiesetta, oggi situata all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli, dove Francescò fondò l’ordine dei frati minori e dove morì sulla nuda terra la notte del 3 ottobre del 1224, sofferente per il dolore provocatogli dalle stimmate, che ne hanno fatto l’alter Christus (Francesco è il primo Santo della storia della Chiesa a ricevere le stimmate). Si entra nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, un edificio a tre navate, costruito nel XVI secolo, con colonne bianche senza nessun affresco, l’attenzione è rivolta alla chiesetta della Porziuncola: una chiesa nella chiesa. È la notte di San Lorenzo e i giovani della famiglia di don Ottorino partecipano alla preghiera della compieta, trovando spazio tutti all’interno della Porziuncola stessa, sulla cui volta rimane un pezzetto dell’affresco originale, un cielo pieno di stelle! Visitando Santa Maria degli Angeli, il percorso guidato porta ad un giardino, si tratta di un roseto, un roseto particolare, le rose fioriscono senza spine, unico caso al mondo: si racconta che Francesco tentato dal demonio si buttò in un roveto che si trasformò in roseto senza spine.

Non è sempre facile seguire i passi di Francesco, spesso la strada è in salita, ma la fatica non spaventa i  nostri giovani e pur sudando si arriva anche all’Eremo delle Carceri, a 4 chilometri da Assisi e a 791 metri di altitudine sulle pendici del Monte Subasio, qui Francesco vive a contatto con la natura, con “sora acqua” e “frate sole”  (Cantico delle Creature) e qui i nostri giovani vivono un momento di “deserto”, un momento di dialogo solo con Dio.

Immaginiamo che Francesco da giovane insieme ai suoi compagni amasse divertirsi e anche per i nostri giovani non mancano i momenti di divertimento e di gioco, ai quali partecipano anche le nostre instancabili “guide”, suor Mariana e suor Monica, suore francescane, che nonostante il caldo e la fatica di indossare il saio, si mettono simpaticamente in gioco! Le nostre amiche suore prima di salutarci ci donano un piccolo tau, ultima lettera dell’alfabeto ebraico, che Francesco scelse, come simbolo per il suo ordine, che pone alla base la povertà, quel farsi ultimo tra gli ultimi, quel farsi dono.

Il cammino sui passi di Francesco si conclude con la celebrazione della Santa Messa, all’interno della cripta del santo. Siamo all’interno della Basilica di San Francesco, sono le nove del mattino e ancora il luogo non è affollato dai fedeli. Suor Mariana ci spiega che la tomba di San Francesco venne trovata solo nell’Ottocento, i frati l’avevano nascosta bene per paura che il corpo di Francesco venisse trafugato. La tomba si trova esattamente sopra l’altare della Basilica Inferiore che a sua volta si trova sopra l’altare della bellissima Basilica Superiore, arricchita dai celebri affeschi di Giotto. L’altare è la mensa di Cristo, di lui ci cibiamo per trovare la forza di cui abbiamo bisogno per vivere. Tutto deve ruotare attorno a Lui!

Antonella Palermo, Crotone

 

 IL SIGNORE E’ GRANDE!

 Tutto ebbe inizio nel lontano 5 Agosto quando preparai la valigia e ci misi dentro tutti i miei pensieri, le mie preoccupazioni, i miei desideri... ero pronta per affrontare questo pellegrinaggio in posti mai "vissuti" prima. Da quel momento fu una sorpresa, una scoperta dopo l'altra e sentivo che il Signore era vicino al mio cuore. Sentivo una pace e una serenità mai vissuta prima! Ho conosciuto nuovi amici con i quali abbiamo condiviso parte della nostra vita e insieme abbiamo camminato (e anche tanto :)) verso Assisi "la città della PACE!!” È in quei giorni che mi sono totalmente affidata alla Provvidenza, in ogni singolo istante tra i sorrisi e le parole dei miei compagni di viaggio vedevo e sentivo il Signore. Il momento più bello è stato incrociare lo sguardo di Gesù della croce di S. Damiano... questo Gesù cosi misericordioso, così amorevole ha parlato al mio cuore... da quel giorno porto dentro dei sentimenti diversi dal solito. Tornando a casa ho creato così il mio "angolo di paradiso" e li ogni volta ricordo e ringrazio il Signore per questo meraviglioso campo vocazionale, per le tante persone conosciute, per i tanti sorrisi condivisi. Il Signore è grande!!!! Continuerei a scrivere all'infinito ricordando attimo x attimo il tempo vissuto....

Carolina Leto, Crotone

 

 

FRANCESCO, UNA PERSONA SEMPLICE

 Giovedì 14 Agosto.. (non scrivo dal 31 di Maggio)

sono qui, sdraiato sul letto, con una penna e un foglio bianco in mano e lentamente mi passa tutto per la mente, cerco di ricordare ogni attimo della giornata,cerco di ricordare ogni sguardo di un amico sorridente, cerco di trovare nei ricordi anche lo sguardo di Dio.

Un Dio, unico e solo, che mi ha tenuto per mano, proprio come un padre tiene il suo piccolo bambino, per una settimana ad Assisi, al campo vocazionale degli Amici Di Don Ottorino.

Ad Assisi sono stato,in un luogo in cui è vissuta una persona immensa,Francesco, figlio di un mercante, Pietro. Francesco, poi diventato San Francesco era, come ho già detto, una persona che ha devastato positivamente il mondo intero, nonostante la sua altezza e bellezza, che a me però piace riassumere con un solo aggettivo, SEMPLICE, Francesco era ed è una persona semplice!

Mi ha colpito molto la sua umiltà, la sua forza di volontà, il suo coraggio, perchè, da ricco mercante che era, da proprietario di un castello (forse), da nobile che era si è denudato ed è diventato povero, proprio come quella gente con le scarpe rotte che prendiamo in giro per strada, proprio come quei ragazzi che stanno davanti ai supermercati, si! Francesco era diventato uno come loro. 

Noi ragazzi, Amici di Don Ottorino, abbiamo girato per Assisi sulle orme di San Francesco cercando di trovare, come ha fatto lui, il volto di Gesù, di sentire la Sua voce e di scherzare insieme a Lui, che è allegria per i nostri cuori.

Ho finito le parole per farvi capire quanto mi ha reso felice Gesù e quanto ci può far cambiare la vita conoscendolo. Sì lo so fa paura, anche io ho molta paura,ma se ci fidiamo di lui, se ci abbandoniamo a Lui, tutto è più facile e cominceremo a volare fino ad arrivare a sederci al suo fianco, alla sua destra.

Carmine Ranieri, Crotone

 

  PREGHIERA

 

Ti ringrazio Gesù per questo momento che siamo stati insieme, io e Te, da soli, come due innamorati, che mi hai illuminato gli occhi della Tua presenza e hai fatto della natura la mia stanza, di questo comodo tronco il mio letto.

Ti ringrazio Signore perché hai donato la vita a San Francesco D'Assisi che ha reso la mia vita sempre più piena di Te. Ti prego Signore lascia in me un Tuo segno, fa che sia indelebile, perché quando tu stai con me io sto bene.

–GESU’ TI PREGO FA CHE IO SIA DONO PER GLI ALTRI-

T'Amo.

 

Carmine Ranieri, Crotone

 

ASSISI: UNA PAROLA, MILLE EMOZIONI

Per noi è stato un passo avanti, una conferma, un cambiamento interiore che ci dona pace e tranquillità in modo da star bene insieme. È stato un incontro più vicino con Dio dove abbiamo potuto "toccarlo" con mano e renderci conto che non è una persona così lontana come molti credono, in questo modo anche noi abbiamo detto il nostro 'SI' a Lui come Maria, cercando di capire la sua volontà dove ci porta. Vi lasciamo con l'augurio di poterLo incontrare e capire la vostra strada.

Gruppo giovani Vicenza

 

 LA LIBERTA’ DI AMARE DIO

Com’è difficile trovare, nella caoticità della vita quotidiana, un tempo di deserto e un’ atmosfera buona per riflettere su quello che abbiamo vissuto. Anche quest’ anno però, Dio mi ha invitato a cercarlo, regalandomi cinque meravigliosi giorni nella pace di Assisi, una città santa in cui si ha la possibilità di immergersi pienamente nella Parola del Signore.

Ci tengo a fare una testimonianza priva di immagini, a condividere le mie emozioni più forti senza rivelarvi il momento concreto, preciso in cui le ho vissute perché ognuno possa sentirsi libero di emozionarsi completamente anche senza vedere ciò che ho visto io, libero di provare le stesse cose magari anche nella propria quotidianità. 

Così come spesso la sera culla i pensieri migliori, questo pellegrinaggio ha cullato e rigenerato la mia spiritualità, facendomi vivere dei forti, intensi momenti di vero contatto con Dio e quindi avvicinandomi ancora un po’ di più a Lui. Le vite di San Francesco e Santa Chiara, che ho avuto modo di conoscere bene durante questo campo vocazionale, sono state per me un po’ il sentiero, il mezzo per arrivare a comprendere a fondo la parola di Dio.

C’è un tema in particolare che porto nel mio cuore da molto tempo e che in questo pellegrinaggio si è fatto sentire più del solito: la libertà di amare Dio, senza nessun tipo di timore. Mi accorgo di confondere spesso la volontà di libertà con la libertà stessa, rischiando di sentirmi libero solo perché voglio essere libero, anche se in realtà sono ingabbiato da tante paure inutili, come la paura di sentirmi solo e vulnerabile. Allora questa solitudine non è altro che mancanza di Dio. Dio mi ha teso la mano, mi ha abbracciato e per qualche istante mi sono sentito leggero, libero da ogni peso, svuotato di ogni problema e pieno solo del Suo amore infinito, non più solo. Com’è grande la Sua capacità di rivelarsi a ciascuno di noi, in ogni momento, diversamente, per l’eternità. Lui ci cerca anche quando lo ignoriamo e non può che essere il Dio di tutti e il Dio di ognuno.

Ringrazio questo campo per avermi regalato dei meravigliosi momenti di condivisione ed è appunto con gioia che condivido questa mia piccola testimonianza, perché una felicità non condivisa vale la metà e se poi questa felicità viene da Dio allora deve essere a maggior ragione più contagiosa di ogni altra felicità.

Federico Ferrari, Monterotondo (RM)

 

 SANTI NELLA QUOTIDIANITA’

Il campo vocazionale di Assisi è stata un’esperienza davvero indimenticabile. Insieme sulle orme di San Francesco e Santa Chiara siamo riusciti a “tagliare il traguardo”: cercare di essere Santi nella nostra quotidianità. Abbiamo assistito a molte testimonianze di persone che hanno intrapreso strade molto diverse tra di loro, ma anche diverse da quello che avevano pensato di essere, eppure una cosa l’avevano in comune: tutti continuano a percorrere questa strada con lo stesso sorriso e la stessa sicurezza che Gesù sarà sempre felice con loro. Da quest’esperienza porterò senz’altro nel cuore i sorrisi dei ragazzi con cui abbiamo condiviso il campo e i momenti di preghiera che mi hanno dato la speranza di poter sognare un mondo con Gesù nel cuore.

                                                                  Maria Paola Perpiglia, Crotone

 

VOCAZIONE: LA PERLA PREZIOSA

Salve io sono Simone di Crotone, ho 29 anni e faccio parte della parrocchia di San Francesco; da pochi giorni sono rientrato a casa dopo una campo vocazionale ad Assisi ed ora vorrei condividere questa grande esperienza con tutti voi.

Tra alti e bassi frequento la parrocchia di San Francesco da molto tempo, faccio parte del Rinnovamento nello Spirito Santo, degli Amici di don Ottorino e da quasi un anno del gruppo ‘Come Gesù’.

Quando mi è stato riferito che c’era la possibilità di partecipare ad un campo vocazionale ad Assisi insieme ad altri giovani ne sono stato molto felice.

Non avevo mai partecipato ad un campo vocazionale, sono a stato a Madrid alla GMG nel 2011 e in Terra Santa nel 2012.

Sono partito con il cuore aperto e pieno di gioia, e anche se ero uno dei più grandi non avevo problemi ad ambientarmi con gli altri ragazzi visto il mio carattere molto socievole.

E’ stata una settimana sotto tutti i punti di vista straordinaria, profonda e intensa, tra preghiere, attività, condivisioni, giochi, canti e visite nei vari luoghi Santi dove sono vissuti Francesco e Chiara.

Il sogno di Francesco era quello di diventare cavaliere a realizzarsi come persona, ma proprio quando fu molto vicino ad esserlo si ammalò e nella notte udì la voce del Signore che gli chiese di diventare cavaliere al suo servizio; dopo gli chiese di riparare la sua casa, ma egli non comprese subito che la casa del Signore risiedeva proprio nel cuore di Francesco: a partire da qui avvenne la sua conversione.

Conoscere Francesco altro non è stato che conoscere Gesù, contemplare la bellezza del creato e creare un rapporto sempre più intimo con lui.

Cosa mi porto nel cuore di questi bellissimi giorni?

In primis la semplicità dei ragazzi del campo, la loro purezza genuinità, allegria, simpatia ed il loro coraggio di lasciarsi provocare e mettersi in gioco al cospetto di Dio e scoprire qual è il loro posto e cosa gli chiede il Signore.

Mi porto nel cuore anche l’ospitalità, cordialità e sapienza delle Suore che ci hanno ospitato e guidato tutti i giorni del campo.

Da non dimenticare la grande pazienza e bontà che hanno avuto i nostri sacerdoti, diaconi e suore che ci hanno accompagnato e seguito sempre e comunque.

E per finire custodirò con grande amore nel mio cuore le testimonianze molto profonde e toccanti di Fra Massimo e Suor Marta, il sorriso dei loro occhi, il fascio di luce che esso emanava: si poteva quasi intravedere un pezzo di paradiso. La gioia che trasmettevano nel testimoniare l’incontro con il Signore e la loro conversione era disarmante, ed anche loro come Francesco si sono spogliati delle loro maschere abbandonandosi completamente al Signore trovando cosi la loro dimensione (vocazione), la loro “perla preziosa”.

Simone Sulla, Crotone

 

 

Germogli da Assisi

Campo vocazionale della Famiglia di don Ottorino

6-11 agosto 2014

Presso le Suore Francescane di Gesù Bambino

– Santa Maria degli Angeli (Assisi)

 

 

 

Pagina 6 di 7
Go to top