LASCIARSI FARE PER VIVERE IN PIENEZZA

Mc 1, 14-20 – III domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Quando normalmente diciamo che qualcosa è compiuto, intendiamo dire che è finito, che si è concluso. Nella nostra logica abituale, compiere è sinonimo di terminare, se non addirittura chiudere. Il vangelo di oggi, invece, ci annuncia un compimento diverso, e ci manifesta il paradosso di Dio: ‘il tempo è compiuto’, proclama Gesù in Galilea… ed inizia qualcosa di assolutamente nuovo!

La compiutezza è per il Signore pienezza traboccante, esuberanza di novità. L’attesa del popolo di Israele, i giorni spesi a vegliare per riconoscere la venuta del Messia, le generazioni trascorse nel progressivo svelamento del dialogo tra Dio e l’uomo, oggi trovano non il punto di arrivo, ma una nuova partenza, uno sconcertante avvio. Con Gesù, il Regno di Dio è qui: il dinamismo della storia trova un nuovo senso e vede sgorgare le più intime energie che lo animano.

Tutto questo non è poesia. È piuttosto la concretezza di una e più vite umane che cambiano radicalmente, perché il passaggio di Gesù genera la pienezza che Egli stesso annuncia. La sua voce arriva, sorprendente, autorevole, coraggiosa e ferma, e chiama a una sequela.

Immaginiamo lo sconcerto e il turbamento di Simone e gli altri. Tra tanti ebrei forse ben più praticanti e zelanti, fra mille categorie religiosamente più osservanti, soprattutto in mezzo a una moltitudine di uomini e donne che vivono la loro esistenza quotidiana come tutti, lo sguardo di Gesù si è poggiato proprio su di loro, su di lui. ‘Fra tutti, ha scelto me!’. Tra la folla, Gesù vede e chiama un volto, un nome, una storia. Questo è il primo compimento: l’uomo aperto ad ascoltare, non è più anonimo e irrilevante, ma egli diventa importante, il più importante agli occhi del Maestro. Gesù chiama, e nell’oggi dell’esistenza regala dignità, rispetto, riconoscimento.

È strano, ma spesso i nostri giorni passano con una sensazione di incompiutezza perché ci sentiamo soli, inadatti, forse dimenticati e abbandonati. Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare, magari sentendoci proprio ‘servi inutili’… ma questa inutilità ci brucia l’anima! Non sappiamo più di esistere, perché a nulla vale l’ora spesa per gli altri solo per essere riempita di rumori e di frenesia. Gesù, invece, dona lo stupore della presenza riconoscente alla persona, meglio ancora al lavoratore, a chi è indaffarato nelle proprie ordinarie e quotidiane vicende.

‘Vi farò pescatori di uomini’: è novità, è partenza, è cambiamento, ma che s’innesta nell’accoglienza di una storia vera, integrata nel sogno di un futuro diverso. Simone e gli altri sono pescatori, e rimarranno tali. Ma il loro operare ordinario si dilaterà abbracciando altri mestieri: la pastorizia: saranno pastori del gregge; la medicina: saranno medici delle anime; l’oratoria: saranno annunciatori di bellezza…

Il tutto è vocazione. Cioè risposta a un movimento che ci precede, quello di Dio. Il tempo di Dio compie il nostro perché lo precede. E se lo lasciamo entrare, lo rigonfia di meraviglia, lo rende turgido di speranza, lo feconda perché possa essere grembo di piccoli germogli di vita. Ecco la conversione: ‘vi farò diventare’. L’iniziativa è del Padre, il passo e la voce sono del Figlio, la mano che modella è dello Spirito. Simone, gli altri, noi stessi diveniamo opere d’arte e artigiani di futuro nella misura in cui lasciamo fare a Loro, alla Trinità che riempie il tempo.

Consolante quanto difficile questo affidamento, che nelle nostre giornate, nel nostro tempo cronologico si appesantisce della presunzione di sapercela fare da soli. O dell’angoscia di aver fallito il nostro tentativo di santità. Gesù chiede ai suoi compagni e discepoli di lasciarsi fare. È un atteggiamento interiore: la conversione è dunque sinonimo del credere, è la faccia più ordinaria della fede. Crede veramente chi ogni giorno si lascia sorprendere dalla voce che lo chiama, e pronuncia il suo timido e imbarazzato ‘sì’ all’incontro con Gesù. Crede veramente chi riconosce nel passaggio dei fratelli e delle sorelle un ulteriore, paziente e fedele tentativo di Dio di svuotarci di noi stessi, per riempirci di carità. Il compimento del nostro tempo, dunque, non sta nell’abbuffarsi di attività e di impegni, ma nell’inzupparci dentro il fiume di grazia che è l’invocazione, la domanda, la pro-vocazione giunta da chi ci sta accanto. È lì il Regno di Dio, vicino. Fisicamente vicino. Nell’oggi della nostra ferialità.

Diventiamo così sempre più noi stessi. Sprofondati nella nostra intimità perché capaci di essere intimi al Dio che ci interpella ogni giorno con i bisogni, le ‘lune’, i fastidi dei nostri fratelli. La nostra conversione avviene lì dove la tecnica tradizionale della pesca non  funziona, perché il pesce non va sottratto al mare per essere ucciso, ma immerso nell’acqua di vita perché risorga. Un ‘sì’ semplice, ordinario, quotidiano; un ‘sì’ qui e adesso da’ compimento al tempo e rende presente il Regno di Dio: è il vangelo, Gesù stesso, che vive in me.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

LA VITA E' VOCAZIONE

Gv 1, 35-42 – II domenica del tempo ordinario – Anno B

Fin dall’inizio della sua missione pubblica, Gesù va costituendo una comunità attorno a sé. Chiama degli uomini a seguirlo e a condividere con lui la propria passione e la propria sorte. Non si tratta soltanto di un necessario seguito, adibito a portare gli onori di un nuovo maestro, per esibirne l’autorità e la sapienza. Non è neanche una semplice compagnia come antidoto alla inevitabile solitudine del capo. Gesù cerca invece una vera e propria comunione di vita.

Ecco perché risuonano particolarmente commoventi gli scambi di sguardi che si scambiano i primi due discepoli, sull’esempio del Battista, e il ‘rabbì’ di Galilea che passa dopo il Battesimo nel Giordano. I volti si cercano, si incrociano gli occhi, emerge un desiderio, vibra una domanda. La ricerca dell’uomo si incontra con la ricerca di Dio. L’uno e l’altro si cercano. In Gesù si incontrano. Definitivamente.

Celebriamo oggi il miracolo della vita umana. In Gesù, infatti, l’ansia profonda dell’uomo, la trepidazione di ogni persona che cammina nella storia alla ricerca di un senso, trova la risposta e la via per dimorare finalmente nella pace. Nel Bambino di Betlemme sono stati varcati per sempre gli spazi che separavano il Cielo dalla terra. Ma non è sufficiente questo sconvolgente miracolo divino, se esso rimane lontano dalla quotidiana e personalissima storia di ogni figlio di Dio.

Questo è il mistero della vocazione, di ogni vita umana che è vocazione. Nella vocazione ogni uomo e ogni donna scopre che la venuta di Dio al mondo non è una questione che interessa in generale l’umanità e che rimane impressa nelle pagine di una storia distaccata da sé. La venuta di Dio al mondo è invece l’evento più importante per la vita personale di ognuno, per la mia esistenza di oggi. Ognuno di noi è coinvolto nel miracolo dell’incarnazione. Gesù entra nella nostra unica e irripetibile esistenza, come desidera ardentemente di poter fare con l’esistenza di ogni persona nata e che nascerà su questa terra.

Solo Dio sa tenere insieme così bene l’universale e il particolare. Solo Dio sa volgere il suo sguardo con la stessa lacerante tenerezza ad ogni suo figlio, regalando ad ognuno l’esperienza indicibile di sentirsi unico e privilegiato al cospetto di Dio. Dio guarda me, e chiede a me di guardare Lui!

Ci viene donato, dunque, nella scoperta della nostra vita come vocazione, il segreto del cammino, il bandolo della matassa, la chiave di volta. Perché sono al mondo? Che senso ha il mio esistere? Da dove vengo e dove vado? In queste domande che gridano al Cielo in mille toni e in mille armonie, a volte sguaiate, a volte ammutolite dal dolore, si esprime tutta la sete di infinito che abita il cuore dell’uomo. È il sogno di felicità, è l’anelo di libertà impresso nel nostro intimo, perché fatto a immagine e somiglianza della Trinità.

Ecco la risposta: felicità e libertà sono relazione, sono legame con la Trinità fatta carne in Gesù. Dio si è alleato con la mia gioia, e la mia vita è bella con Lui! Solo con Lui! Non solo non c’è contraddizione tra la mia realizzazione e la mia libertà e la sua vitale presenza nel mio mondo di rapporti quotidiani, ma è proprio il mio rapporto con Gesù a dare lo spessore della mia festa. Vivere la vita come vocazione significa infatti rispondere al suo appello che mi invita a intessere un vincolo, a costruire intimità, a dimorare nella sua casa, che è il suo cuore, il suo corpo, la sua stessa persona.

Quanto terrore abbiamo dell’intimità! Quanti scivoloni rischiamo di compiere se Egli non l’abita prima con il suo sguardo amorevole e la sua voce penetrante e fedele! Egli è la dimora stessa in cui si disseta la nostra sete di amore: da ricevere e da dare.

Non c’è niente da fare: quando entriamo in casa di Gesù, quando sostiamo anche solo un istante con Lui nella sua dimora, non lo possiamo scordare più. Resta indelebile il segno, per quanto tentiamo di allontanarne la memoria e il sigillo. Per questo motivo non c’è altra via per la realizzazione della nostra vita che seguire il cammino di Colui che, quando ci guarda, ci trafigge di amore. La sequela di Gesù è la bellezza della vita, perché mantiene questa stessa vita sulle tracce dell’infinito a cui aspiriamo. Ci evita gli sconti, ci solleva ad alta quota, ci sprona a vette più consone alla nostra natura umana e divina, ferita dal peccato, ma mai domata. Tutte le altre relazioni diventano gemme di bellezza, se vissute in Lui. Anche le fatiche sono trasfigurate e redente.

La gioia dell’incontro e del legame con Gesù non può essere trattenuta. Anche per noi, come per lui, diviene necessità vitale, esigenza di verità costruire comunità, cercare altri con cui condividere la pazzia dell’amore, stringere nuovi intimi legami di comunione. Essi ci cambiano l’esistenza, si traducono in mutamenti visibili e concreti: il nostro nome ora, come tutta la nostra persona, ritorna a essere Suo, tutto Suo, come per Simon Pietro e gli altri. E non è questo in fondo che sempre abbiamo cercato? Non è una appartenenza quella che desideravamo? La ricerca di ogni uomo si compie definitivamente quando senza più resistenze e remore ci mettiamo in cammino, ‘a muso duro’ (cfr. Lc 9, 51), alla sequela del Signore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

IL VERO VOLTO DI DIO

Mc 1, 7-11 – Battesimo del Signore

Commento per lavoratori cristiani

Le feste del Natale sono feste di rivelazione. È tempo di manifestazione, di epifania. È tempo per lasciarci introdurre alla scoperta del vero volto di Dio. E sembra che, nel nostro tempo di confusione e di manipolazione, di abuso e di offesa del nome di Dio, sia più che mai urgente tornare a guardare a Lui, per chiedergli umilmente: ‘chi sei, tu, o Dio?’.

Non è scontato, purtroppo, questo atteggiamento di umiltà, per una umanità spesso arrogante quando si tratta di decidere chi è e cosa deve fare Dio. Eppure sembra così necessario, quando ci si pone in relazione con qualcosa – figuriamoci con qualcuno! -, mettere in conto almeno la possibilità che l’altro sia diverso da come lo abbiamo immaginato, e quindi ci sorprenda, ci stupisca. Per ritrovare il gusto della meraviglia, è necessario fidarsi… ma il nostro mondo sembra in guerra contro la fiducia!

Cosa ci dice, oggi, il mistero del Battesimo di Gesù, in un contesto culturale mondiale che sollecita al sospetto, che invita a stare in guardia, che alimenta sottili nubi di paura e che percepisce l’altro sostanzialmente come una minaccia?

Innanzitutto, mi pare, Dio oggi ci dice in Gesù che le fazioni, i partiti contrapposti, gli schieramenti di battaglia non sono parte di Lui e, quindi, nemmeno del suo piano di amore sull’uomo. Gesù, infatti, il Figlio di Dio incarnato, si fa uno dei tanti. Si mescola con la folla, si confonde, si mette in fila proprio con i più poveri ed emarginati. Solidarizza, così, con la miseria dell’umanità, nella sua espressione più drammatica e profonda, che è il peccato. Gesù si mette accanto a coloro che sono frammentati dall’esperienza del peccato, e lì nel Giordano, al confine tra ‘i due popoli’, quello giudeo e quello pagano, con la sua umiltà stende un ponte di vicinanza e di comunione.

Nessun romanticismo. Il peccato è una cosa seria. La ferita che viene dal male sta dentro l’uomo, dentro la persona, e spiega molto più profondamente i dolorosi drammi che intessono tanta cronaca angosciante dei nostri tempi. Dio va a toccare le corde intime della sofferenza, e si fa prossimo a ogni uomo che si scopre lacerato in profondità. Non sarà che proprio lì, nel delicato rispetto per questa immane tragedia di ogni persona, nel solidale intreccio tra la divinità e l’umanità ferita, nell’attento e rispettoso passaggio del Dio della vita laddove la morte sembra farla da padrona… non sarà che proprio lì si innesta il germe della vera libertà?

Sì, perché essere liberi significa essere liberati. E questo è il secondo grande messaggio della rivelazione odierna. Dio si fa prossimo all’umanità peccatrice per liberarla. Il vero nome della libertà è redenzione, e nasce dal perdono accolto perché riconosciuto come necessario. Dio invia suo Figlio tra di noi perché, tendendoci la mano, Egli possa tirarci fuori da questa condizione di schiavitù che ci fa nemici gli uni degli altri. Non da soli, non con le nostre forze, non come eroi di una cultura ‘del primo della classe’, ma come fratelli e membra di uno stesso corpo, a dimensione universale, possiamo affermare i valori più autentici dell’uomo. Che sono dono ricevuto dall’alto, sono grazia immeritata e per questo reale e motivante. L’uomo non ha più bisogno di pratiche basate solo sulle proprie energie, come la santità di Giovanni il Battista indicava. Lo Spirito Santo del nuovo Battesimo in Cristo ci fa creatura nuova. Abbiamo tutto, gratis. Possiamo metterlo a servizio degli altri, che sono fratelli – tutti. Questa è la vera libertà.

Un terzo aspetto ci viene donato come rivelazione. Il volto di Dio, oggi, ci mostra la sua forza. Egli è ‘più forte’ di Giovanni, ed è anche molto di più: è l’Onnipotente! Ma l’onnipotenza di Dio si racchiude in un gesto di somma umiltà. Gesù non tralascia di essere l’Onnipotente; lo è per davvero, al modo di Dio. Mediante la relazione, e una relazione di amore. La potenza di Dio si esprime nella relazione. Egli è relazione trinitaria, e oggi la Trinità tutta si mostra partecipe della sorte dell’uomo. Egli è poi relazione con l’uomo stesso, e per poterlo essere si abbassa con amore. Colui al quale nemmeno Giovanni – ‘il più grande fra i nati di donna’ – è ‘degno di chinarsi per slegare i lacci’, piega le sue ginocchia e lava i piedi nudi ai suoi discepoli. Questa è la potenza di Dio: la diaconia, il servizio amorevole.

Chi vuol essere di Dio, allora, chi vuol agire a nome suo, chi vuol farsi custode della Sua causa – perché oggi Dio rimane estremamente indifeso e maltrattato, come a Betlemme, come sul Calvario – deve percorrere la stessa via dell’abbassamento. Non è alzando armi, bensì piegando ginocchia che si riflette il volto autentico di Dio, che è amore.

Infine, l’essenza di tutto ciò. La rivelazione più sconvolgente, che facciamo tanta fatica ad accettare nella sua verità esistenziale. Dio è Figlio, perché è Padre. Dio è Amore. E noi in Lui diventiamo figli. Questa è la fonte della fraternità universale. Non c’è da stancarsi mai a rimarcare una verità così ostinatamente aggredita e violentata. Siamo figli di Dio! Tutti! La consapevolezza di questa verità ci porta a guardare gli altri con occhi nuovi e ci dilata il cuore. Dio rigetta i restringimenti di confini, Dio non apprezza gli steccati ideologici, Dio rifiuta le ostentazioni egocentriche. Egli spalanca gli orizzonti, perché ama gratuitamente, ama prima, ama indistintamente. Deciso a pagare di persona questo amore.

Oh, come è più che mai necessario continuare a innervare di questo amore anche la nostra società, troppo avvezza a scandalizzarsi solo per emozioni morbose, e poco attenta alle insidie quotidiane dell’indifferenza e dell’individualismo!

La relazione bisognosa di redenzione, il servizio umile che dilata il cuore, la figliolanza che si trasforma in fraternità sia la nostra scelta coraggiosa di libertà. Perché il nostro futuro sia più divino e quindi più umano.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

GLOBALIZZARE LA FRATERNITA'

Lc 2, 16-21 – Solennità di Maria Santissima Madre di Dio

Commento per lavoratori cristiani

Se è vero quello che gli archeologi e gli studiosi della Bibbia ci raccontano, Gesù è nato in una grotta che costituiva la parte più interna di una povera casa di Betlemme. Era tipico ubicare giù in fondo, nella zona più nascosta dell’abitazione, la stalla degli animali, perché il loro fiato potesse risalire e riscaldare l’ambiente intero. Nella parte anteriore, invece, costruita con pietre, si trovava lo spazio della vita famigliare, giornaliero e notturno. Lì dormivano i bambini, rannicchiati attorno al capo famiglia, accanto alla loro mamma (cfr. Lc 11,7).

In questo ambiente famigliare non c’era posto per Giuseppe e Maria, migranti dal nord a causa di un censimento. Non erano propriamente stranieri, ma la quantità di gente che si muoveva, forse, non aveva potuto riservare un luogo migliore a Gesù, il Figlio di Maria, per nascere. Così, la giovane mamma lo aveva dovuto avvolgere in fasce per proteggerlo dal freddo e deporlo nella mangiatoia, nel luogo più nascosto della casa.

Succede così. A volte non si è attenti, affannati nelle mille cose da fare, e un gesto di carità sfugge semplicemente per distrazione. Non è detto da nessuna parte, nel Vangelo, che la gente di Betlemme fosse particolarmente cattiva o inospitale. A pensarci bene, sembra che fosse gente normale, presa da tanti affari ordinari, che aprì le porte a questa coppia di giovani sposi venuti da lontano, ma senza guardarli bene negli occhi. A volte accade semplicemente questo: ci sfugge la luce che brilla negli occhi di chi bussa alla nostra porta!

Il Figlio di Maria, allora, non nasce in una solitudine fisica, in un ambiente di abbandono. Il Figlio di Dio nasce probabilmente in un luogo particolarmente affollato, direi proprio confusionario. Nasce povero, ma soprattutto nasce nella totale ferialità, che risica l’indifferenza.

Proprio così. Ciò che colpisce, nelle parole scarne del Vangelo, è che il popolo di Israele, che attendeva un Messia, si ritrova troppo distratto da altre cose per riconoscere la venuta dell’Atteso. E così, Dio stesso, Colui che l’ha inviato, Colui che ha preparato la Vergine a essere Madre, si premura di risvegliare i vigilanti.

Gli angeli vanno dai pastori. Sono fra i pochi che non dormono, nella loro coscienza di esclusi o semplicemente di lavoratori. Devono accudire le pecore, non possono permettersi di lasciarsi intontire dalle preoccupazioni né tanto meno dai vizi. O forse si tratta dei più emarginati, degli ultimi, e basta. Così Dio li sceglie perché il suo cuore di Padre desidera ardentemente che tutti, ma proprio tutti si accorgano che suo Figlio è nato!

Proviamo a immaginare l’accaduto. Questi uomini abituati alla notte, poco avvezzi alle relazioni pubbliche, storditi dall’apparizione gioiosa degli angeli, corrono in città e cercano il Bambino che è stato loro annunciato. Arrivano sporchi e stanchi, lasciando addirittura ciò che avevano di più prezioso – le pecore – incustodite nei campi. Arrivano e chiedono sicuramente informazioni, come faranno poi i Magi. Sono loro, puzzolenti e decisi, a richiamare l’attenzione del popolo. Se la folla dei poveri di Jahvé si muove così trepidante, qualcosa deve essere successo!

E infatti la gente vedrà entrare i pastori al cospetto di Gesù, e ascolterà il loro racconto: ‘abbiamo avuto una apparizione di angeli…!’ (cfr. 2,17). Ecco l’annuncio, ecco la prima evangelizzazione, ecco la Parola che diventa testimonianza. Faranno lo stesso uscendo dall’intimità di quella casa, dove il Figlio di Dio è deposto a custodire ciò che vi è di più profondo, accanto alla propria Madre.

I pastori rompono lo schermo dell’indifferenza, che è molto più atroce della solitudine. Sono i poveri che irrompono nell’esistenza, infrangendo lo schema consunto dell’abitudine, a risvegliare lo stupore: ‘ma allora chi è questo Bimbo? …e chi è questa Madre?’ (cfr. 2, 18). La Madre, dal canto suo, conserva silenziosa ogni gesto e ogni parola nel proprio cuore, per restituircelo a noi, suoi figli a venire, come confidenza intima nel profondo della nostra casa di preghiera.

All’irruzione dei poveri, ognuno si trova di fronte a una scelta. Si sceglie il modo di ascoltare, si sceglie l’intensità della presenza, si sceglie se restare ancora nella logica della distrazione superficiale o se cambiare registro, e aprirsi alla fraternità.

A Betlemme ci è nato un Figlio, quindi un Fratello. Un piccolo Fratello maggiore. E ogni volta che dei fratelli più poveri ed emarginati bussano alla nostra esistenza, eccoci richiamati a scuoterci dal torpore del nostro egocentrismo. Non siamo figli unici. Non siamo però neanche orfani. Il nostro Padre ci ha dato pure una Madre, dolcissima Madre, Vergine nel corpo e nel cuore. Mirabile mistero di universalità. Nessuno è escluso dalla purezza dell’amore di Maria. In lei ognuno conosce la bellezza di un amore che libera, che restituisce dignità, che spalanca orizzonti di solidarietà. Maria depone nell’intimo della nostra casa il Re della Pace, di cui siamo tanto bisognosi.

Anche noi, allora, come ci invita a fare papa Francesco, in questo nuovo anno che inizia, accorsi accanto alla mangiatoia di Betlemme, penetriamo con lo sguardo il mistero della Natività, e, vincendo la tragedia dell’indifferenza, resistiamo ‘alla tentazione di comportarci in modo non degno della nostra umanità’.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

 

 

 

"NULLA E' IMPOSSIBILE A DIO!"

Lc 1, 26-38 – IV domenica di Avvento B

Commento per lavoratori cristiani

 “O Vergine, da’ presto la risposta.

Rispondi la tua parola e accogli la Parola:

dì la tua parola umana e concepisci la Parola divina,

emetti la parola che passa e ricevi la Parola eterna”.

San Bernardo

 

L’incontro è tutta trepidazione. L’evento che sconvolge la storia è tutta meraviglia. L’aria è silenziosa e tersa, in quel di Nazareth, borgata ai margini della storia eppure al centro dell’eternità. Dio ha scelto il quotidiano, il nascosto, l’invisibile. Chi l’avrebbe mai detto? Chi l’avrebbe mai potuto immaginare?

Ma l’amore è fatto di fedeltà e di sorpresa. L’amore è perseveranza e novità insieme: conferma e stupisce, consola e scuote. Dio viene nella ferialità di una fanciulla che attende, con il suo popolo, la redenzione della sua gente ferita e smarrita. Dio realizza la promessa, le promesse.

Ma il compimento non è irrigidimento. Dio evita i rumori del tempio, Dio preferisce le periferie del mondo. E così la promessa che si compie diviene anche futuro che si apre. Imprevisto: Dio è imprevisto! Perché Dio è vita, è relazione, è incontro, e ogni incontro, se autentico, spalanca cammini di novità.

L’incontro è bellezza. Nella sua maestosa e semplicissima intensità: un Dio che si fa amico di una ragazzina, per chiacchierare del futuro dell’umanità, per decidere le sorti di tutte le donne e gli uomini di ogni tempo. L’incontro è sussulto, impensabile… impossibile! Impossibile pensare che la meta del nostro esistere penda dalle labbra di una giovinetta. Impossibile supporre che l’Infinito attenda, trepidante, la decisione di una sua piccolissima figlia. Impossibile congiungere due poli così distanti, per la nostra cocciuta mente calcolatrice…

Ma “nulla è impossibile a Dio” (v. 37). Nulla è impossibile all’amore. Anzi, l’amore porta il nulla all’esistenza, l’amore travalica i confini della ragione e porta a galla la più intima ragionevolezza. La vita ha senso se vive il piccolo, la vita è bella perché emerge la dolcezza del dettaglio, la finezza della traccia, la premura del nascondimento. Così anche l’incontro è bello, quando corre il rischio dell’attesa e lascia all’altra, la più piccola fra tutte le donne – e per questo la più bella -, tutta la libertà di scegliere la sua risposta.

Che subbuglio di sentimenti, o piccola Maria! Che travaglio concepire e già generare, in un parto di fede, quel bimbo altrettanto piccolo e allo stesso tempo immenso, figlio del’Altissimo! Hai vissuto tutta la tua umanità, o Maria, in quegli istanti mattutini, nella brezza dell’aurora. La tua attesa ha incrociato lo sguardo e la parola di Dio, tramite il suo messaggero soave; e poi è divenuta Sua, questa tua attesa di madre.

Dio sta con il fiato sospeso, davanti a te. E dal profondo del tuo grembo di donna, finalmente chiamato a divenire se stesso, è sgorgata la Parola creatrice: fiat! Tu hai prestato a Dio l’attesa, Lui ha donato a te la sua Parola! Dio ha iniziato a vivere in te. La sua Parola, il suo Verbo di vita, ha iniziato a crescere nell’infinitamente piccolo, per far di ogni piccolezza un inno all’Infinito.

Anche noi, dolce Maria, fanciulla e madre, attendiamo trepidanti. Anche noi cerchiamo lo sguardo e la Parola di Dio che ci attende. A te imploriamo di irrorarci della stessa Grazia che ti ha dato il nome e la bellezza. Tu sei la piena di Grazia, la traboccante di Lui, la sorgente dell’incontro. A te chiediamo di allargare le frange del mantello con cui l’ombra benedetta ti avvolse, e di accoglierci tutti sotto, noi deboli peccatori bisognosi di redenzione. Condividi con noi, o Maria, la sorpresa consolante della promessa che si compie e che ci supera.

Anche noi, tenerissimo Verbo racchiuso nelle membra fragilissime di bambino, desideriamo ardentemente concepirti nello spirito, nutrirti in noi perché Tu ci nutra, lasciarti crescere, Figlio in noi, figli in Te.

Vieni, Dio umile di Israele. Scegli nuovamente la piccola Madre, vieni e salutala, perché si riversi abbondante la Grazia laddove noi seminiamo fin troppa zizzania. E così, in Maria, la Chiesa, figlia e Madre, diventi casa feriale dell’impossibile: Tu, Dio infinito, hai scelto l’ordinario, l’incontro, il nascondimento per restituire al mondo l’esultanza del senso.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

IL TESTIMONE CHE SA ATTENDERE

Gv 1, 6-8.19-28 – III domenica di Avvento B

Commento per lavoratori cristiani

 

La figura di Giovanni Battista svetta, accanto a quella della Vergine Maria, in questo cammino di Avvento. Egli è il testimone che annuncia la venuta dell’Atteso. Egli è l’amico dello Sposo che prepara la carovana degli invitati a nozze. Egli è il profeta che guida il popolo verso il passaggio definitivo alla sponda della Nuova Alleanza.

A suo dire, però, egli è soltanto una voce. Si presenta ai Giudei più nell’ottica della negazione che dell’affermazione di sé, più come fonte di delusione che di realizzazione delle aspettative. Sorprende questo suo atteggiamento, che sembra denigratorio. Certamente non è molto consono all’esaltazione esasperata dell’individuo a cui ci ha abituato la cultura pseudo – umanistica contemporanea. Ecco perché Giovanni emerge maestoso anche oggi: ben consapevole che egli dovrà diminuire, perché Gesù, il Messia, cresca, il Battista riconosce di valere qualcosa solo in riferimento a Colui che viene.

Egli infatti è voce perché Gesù è la Parola. In questo senso Giovanni ‘confessò e non negò’ (v. 20). Non si arrogò nessun titolo onorifico, nessun ruolo fuori misura, nessun merito inopportuno: ma si riconobbe semplicemente come un uomo in relazione a Gesù, totalmente orientato a Lui, con lo sguardo fisso al Maestro. Giovanni ‘confessò’ il Salvatore, ubicando se stesso al posto giusto. E la giustizia divenne così verità che libera.

Pensiamo a noi, e alla tentazione sfrenata di narcisismo di cui siamo vittime ogni giorno. Abbiamo un bisogno ossessivo di metterci in mostra, di esibirci e di essere apprezzati e riconosciuti. Abbiamo una brama affannosa di apparire nei mass media anche solo per poterci sentir dire: ‘ti ho visto’. E questa ansia di visibilità si traduce in una corsa spasmodica ad arrivare prima, a pubblicare per primi la nostra foto sui social network, a cogliere nell’immediatezza un dettaglio sebbene a migliaia di chilometri di distanza. Si perde il gusto dell’attesa, del silenzio, della scoperta gratuita. Si perde la calma e la trepidazione della gestazione.

Giovanni invece si ritira, al di là del Giordano, in luogo straniero. Si ritira nel deserto, vestendosi e nutrendosi nella più austera sobrietà. Non c’era nulla di attrattivo in lui. Eppure proprio questo, oltre a restituirgli la propria identità in relazione allo Sposo che viene, gli dona anche il rapporto più significativo con il suo popolo, con il gregge a cui egli stesso appartiene. Giovanni, infatti, non è una voce che grida da lontano, impartendo comandi e sentenziando vaticini spaventosi. Egli non è nemmeno un testimone che osserva distaccato le vicende della folla, che cammina smarrita e senza pastore.

Giovanni, invece, sta nel deserto con i suoi. Sta nel cuore della fatica più grande del suo popolo. Anzi, sta dentro la separazione e la frattura che la Legge di Israele ha generato tra i Giudei e i pagani, e in questa divisione – simbolo del dramma di una religiosità vissuta come giogo pesante anziché come liberazione – egli porta con gli altri il fardello doloroso della speranza. Giovanni può essere testimone non solo perché è in contatto con Colui che testimonia e si alimenta alla luce del divino che si intravede all’orizzonte, ma anche perché si immerge con coraggio nella notte e non ha timore a riconoscere dal di dentro le tenebre in cui vive l’umanità.

Per noi, spesso nostalgici di una illusoria fuga da ogni ombra che ci opprime, egli diviene profezia di uno stile di accompagnamento del dolore della gente. Essere cristiani che vivono le doglie del parto del Bimbo di Betlemme significa avere l’ardire di immergerci nell’aridità del deserto contemporaneo, riconoscendo la sete più o meno nascosta del popolo che si è allontanato da Dio. Noi siamo come un marito che si affianca alla sposa – alla Vergine – e non fugge l’intimità della sala da parto, dove si intrecciano l’amore più straordinario e il dolore più atroce. Decidiamo di stare lì, a contemplare il mistero che sorprende, sprovveduti e poveri, ma almeno vicini al piccolo che nasce come fossimo novelli buoi e asinelli. Almeno il nostro fiato impaurito potrà scaldare un poco la fragile carne del nascituro. E il nostro pianto di commozione – che fa melodia con il vagito del Bimbo – diviene il nostro canto, la nostra voce che si alza e si unisce a quella del Battista: ‘viene il Signore, preparate la via!’.

In questo Avvento Giovanni è per noi richiamo potente a recuperare il gusto e la responsabilità di una presenza. In mezzo al popolo che sta nella notte, lo Sposo, la Parola, il Bambino che viene ci chiede di esserci. E di esserci in stretta e manifesta relazione con Lui. Noi ci siamo, come uomini e come cristiani, perché siamo in attesa di Lui. E questo ci da’ fiducia e speranza. E questo accende in noi la luce, e di essa brilliamo condividendo con gli altri la luce.

Abbiamo già ricevuto tutto quello che ci serve: è l’olio dello Spirito, che ci è stato dato in dono, e che viene rinnovato nei piccoli vasetti della carità, attinta alla fontana della Grazia nei sacramenti. Abbiamo già ricevuto il battesimo di fuoco, che ci immerge nel cuore del Mistero di amore e dolore, trasfigurato da Dio in Gesù morto e risorto.

Poiché già abbiamo ricevuto, grati Lo attendiamo vigilanti, chiamati a essere testimoni fra chi ancora non lo conosce. L’attesa restituisce senso alla vita, mai più bruciata dai fuochi ingannevoli del ‘tutto e subito’.

 

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

VEGLIATE!

Mc 13, 33-37 – I domenica di Avvento B

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Vegliate!’. In quattro versetti, ritorna per quattro volte questo verbo, e tre volte come imperativo. ‘Vegliate!’: all’inizio del tempo di Avvento, all’ingresso nel nuovo anno che percorre tutta la storia della salvezza, Gesù ci esorta, con decisione, a un atteggiamento fondamentale: la vigilanza!

In che contesto ci viene indicato questo atteggiamento?

In primo luogo, Gesù ci ricorda che ci è stato dato un compito nella grande casa del nostro Signore. Dio ha creato il mondo e l’ha voluto affidare a noi, perché ne custodissimo la bellezza e la ricchezza, facendoci a sua immagine e somiglianza, perché potessimo essere segno e strumento per tutte le creature della misericordia del Padre. Il mondo, dunque, è stato pensato da Dio come sua casa, da gestire nell’ottica della salvezza. È la logica dell’economia trinitaria: l’economia è proprio la gestione della casa, e le nostre mamme ne sono le migliori esperte. La cura e l’utilizzo delle risorse del creato, a cominciare dai rapporti tra di noi e con ogni essere vivente, sono volute da Dio al fine di portare ogni uomo alla salvezza e di fare di ogni creatura una traccia del suo progetto di amore.

Purtroppo, il calore e la bellezza della casa di Dio sono stati sfigurati dall’irruzione del peccato nel mondo. È scesa la notte. Notte di dolore e di morte, notte di lacerazione e di violenza, notte di menzogna e di paura. Quanta notte nella nostra vita e nella vita dell’umanità! La libertà donata all’uomo, come creatura prediletta da Dio, è stata ferita dalla seduzione del Maligno, e così l’economia della salvezza ha avuto bisogno di una rinnovata presenza da parte della Trinità creatrice. È la presenza redentrice del Figlio: Egli deve venire, a squarciare la notte, a illuminare il buio, a restituire alla casa di Dio l’originaria bellezza e luminosità.

Ecco che Egli verrà, verrà di nuovo, nel bel mezzo della notte del male che ferisce la dignità dell’uomo, dell’umanità, del creato. Gesù ci annuncia così la Buona Notizia, e in Se stesso la realizza. Egli infatti è già la presenza sfolgorante della Trinità che salva. Egli è, nel suo corpo e nel suo sangue, anticipo e realizzazione della promessa di salvezza da parte di Dio.

Vegliare, dunque, ha un molteplice significato.

Innanzitutto, vuol dire aprire gli occhi per riconoscere la vera identità di noi stessi e di quanto ci circonda. Siamo frutto della bellezza feconda di Dio, generati dal cuore della Trinità per esserne presenza vivente nel mondo; e il mondo stesso è frutto di un’azione di amore gratuito da parte di Dio. Vegliare vuol dire quindi vincere la sottile tentazione di ‘vedere tutto nero’, di demonizzare e condannare a priori la realtà in cui ci troviamo, di catalogare ogni essere vivente e noi per primi come irrimediabilmente perduti. Vegliare significa alzare lo sguardo verso il Cielo, per riconoscere lì la radice dell’esistenza della terra e di chi la abita, accogliendo la Buona Notizia di un originario amore fedele e benevolo con cui Dio ha creato il mondo e ci ha fatti suoi figli.

In secondo luogo, vegliare significa non cadere nella ingenuità di nascondere a noi stessi la profonda ferita da cui sanguinano le vene dell’umanità. Significa riconoscere che il male e il peccato esistono, e che non sono frutto del caso o di un incidente di percorso nella spirale di maturazione progressiva della persona e del creato. Il Maligno ha impresso una piaga terribile nel cuore di ognuno, e chi si addormenta pensando che ciò riguardi solo miti del passato, ne rimane mortalmente infettato.

Ma vegliare vuol dire, poi, avere già sfiorato con stupore e riconoscenza la venuta del Figlio, che sana la ferita e restituisce a noi la bellezza delle origini. La vigilanza è l’atteggiamento di colui che attende con fede e trepidazione il compimento di quanto ha già percepito come vero e sicuro. Si tratta di una relazione, per ora vissuta come liberante e vera, ma non ancora goduta in pienezza: ne sgorga così una infinita nostalgia di compimento. Avviene allora che la veglia di chi attende si configura come una instancabile ricerca dei segni della sua presenza, come un appassionato sguardo verso le tracce del suo passaggio, come un fervente sospiro di gioia nel coglierne il profumo e l’ombra di luce.

L’uomo vigilante, dunque, non è il cacciatore terrorizzato di poter essere sorpreso dalla fiera feroce, né il timido agnello che sfugge ogni traccia del predatore pericoloso. L’altro, il mondo, il futuro, non sono minaccia e rischio, bensì opportunità e chiamata. Sono un kairos, di cui il presente contiene l’annuncio e la potenzialità di vita. L’uomo vigilante – il cristiano – è il figlio che corre incontro al Padre, perché ha intuito che il Padre sta facendo il tratto di strada più lungo e più duro, e non lo vuole far stancare di attesa e di nostalgia. L’uomo vigilante è il fratello che ha riconosciuto dentro di sé i segni della risurrezione donati in un soffio dal Crocifisso Risorto, e ‘non sta nella pelle’ fintantoché non gode in pienezza della gioia incontenibile della vita eterna.

In questo atteggiamento di speranza attiva, di cui è tanto bisognoso il mondo contemporaneo, la ferita del peccato viene guarita e rimarginata senza finzioni né sconti. E la sofferenza dei fratelli più poveri diviene il luogo privilegiato in cui riconoscere e rendere presente il raggio di luce che squarcia il buio della notte.

 

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

IL RE MEDICO DELL'ANIMA E DEL CORPO

Mt 25, 31-46 – XXXIV domenica del tempo ordinario A

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

Commento per lavoratori cristiani

Sono numerosi i testi profetici che annunciano la venuta del Messia come la realizzazione di ‘nuovi cieli e nuova terra’ (Is 65, 17), in cui i diseredati e gli emarginati troveranno consolazione e sollievo. La venuta definitiva di Dio per portare a compimento il suo Regno corrisponderà con l’instaurazione di un mondo di relazioni nuove, in cui tutti godranno con abbondanza delle delizie della Sua presenza.

Per Isaia, questa visione escatologica comporta, come per ricaduta, la necessità di un impegno etico autentico e credibile, affinché fin d’ora chi si professa religioso contribuisca ad anticipare la realizzazione di tale promessa. Le scelte morali dell’uomo, dunque, vanno misurate a partire da questa prospettiva di bene e di futuro, chiamandoci così ad agire adesso sul piano delle relazioni umane, perché queste siano il più possibile secondo il cuore di Dio. Ecco perché per il profeta il vero digiuno, cioè il più arduo e significativo dei gesti religiosi, piuttosto che trasformarsi in una pratica autoreferenziale e individualista di mortificazione, deve configurarsi come una continua ed efficace azione di misericordia. ‘Sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi… dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che è nudo…’ (cfr. Is 58, 6-7): ecco i gesti veramente religiosi, che fanno di chi li compie una luce che sorge ‘come l’aurora’ (Is 58,8a).

È l’anticipo dell’alba definitiva, dell’incontro con la luce folgorante del Re dell’Universo, Buon pastore attento al proprio gregge, giusto e misericordioso. È l’annuncio del giudizio finale, che in realtà si compie fin d’ora e che sta nelle nostre mani, nella possibilità che abbiamo di scegliere se entrare o meno nella logica delle relazioni nuove, decentrate verso il debole e il bisognoso.

Perché, allora, operare come misericordiosi? Nel Vangelo di Matteo, Gesù promette la beatitudine, la felicità, a coloro che sono misericordiosi (cfr. Mt 5, 7). Ci si guadagna parecchio, insomma! L’importante è non concentrarsi troppo sulla misura della nostra felicità, perdendone di vista la fonte e il motivo: la carità verso i fratelli più piccoli. Lì è il punto di svolta: con-vertire gli occhi e il cuore agli altri, spostare l’attenzione da noi a loro, spendere le migliori nostre energie nel proiettarci verso il prossimo anziché nel focalizzarci sul nostro ombelico.

Appare curioso, infatti, ma decisivo, notare che i ‘benedetti del Padre mio’ (25, 34) hanno vissuto tutta la vita senza rendersi conto del tanto bene che stavano facendo: ‘Quando mai…’ abbiamo fatto questo? (cfr. 25, 37-39). Come può accadere ciò?

La continuazione del testo di Isaia 58 ci aiuta a comprendere. Chi sceglie il ‘digiuno che vuole il Signore’ avrà infatti una ricompensa inattesa: ‘la tua ferita si rimarginerà presto’ (Is 58, 8b). E sarà solo allora che camminerà davanti a lui la giustizia. Dunque, giustizia è guarigione! Dunque, il vero malato non è tanto colui che il giusto è andato a visitare, bensì lo stesso giusto, l’uomo religioso, ogni uomo! Sono io il povero!

Ci fa tanto bene, nella festa di Cristo Re dell’Universo, riconoscere per un momento quanto siamo tutti malati, feriti profondamente, bisognosi di sanazione. La fragilità degli affamati e assetati, dei nudi e dei carcerati, dei malati e degli stranieri – quanta fragilità in questi tempi nell’incontro tra popoli! – non è nient’altro che la manifestazione, l’epifania della nostra profonda fragilità. Le ferite del corpo e dell’agire non sono nient’altro che icona della ferita dell’anima, che ci attanaglia tutti. Siamo feriti dal peccato dell’orgoglio, dell’individualismo, dell’egoismo. La ferita è dolorosa: spurga in rivoli di violenza e di disperazione.

Oggi il nostro Re ci suggerisce la cura, ci dona la medicina: è il nostro fratello più piccolo! Il bisognoso, l’emarginato, proprio colui che ‘non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, né splendore per poterci piacere’ (Is 53, 2b) è appello potente affinché intraprendiamo l’itinerario della guarigione. Il fratello che sta alla nostra porta e bussa, infatti, attendendo silenziosamente ma insistentemente, come vedova dolorosa, che qualcuno gli apra, è la presenza del Signore che non si stanca di venire a noi perché noi possiamo accogliere la sua medicina. Egli ci salva dalla nostra superbia perché ci permette di aprirci, ci sollecita ad uscire da noi stessi, ci obbliga ad attraversare la feritoia del nostro dolore sporgendoci verso l’altro per un incontro.

Possiamo dunque pensare il giorno del nostro incontro definitivo con il Re dell’Universo, e il giorno della sua ultima venuta nel mondo, non tanto come il processo di un tribunale che mira alla sentenza senz’appello, quanto piuttosto come un ultimo struggente appello a lasciarci guarire. Gesù, il Figlio di Dio, che ha vissuto e vive la sua regalità lavando i piedi ai propri amici, verrà per toccare ancora una volta le nostre ferite e sanarle, laddove noi non avremo ancora avuto il coraggio di lasciarci sfiorare dai poveri, che sono la Sua presenza fra noi. Gesù, Medico delle anime e dei corpi, verrà per una diagnosi di misericordia, desideroso soltanto che tutti noi, riconoscendoci malati e prigionieri del nostro peccato, ci saremo lasciati visitare da Lui, per introdurci nel Regno in cui ‘non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate’ (Ap 21, 4b) e la ferita è rimarginata.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL TALENTO DELLA FIGLIOLANZA

Mt 25, 14-30 – XXXIII domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

Tutti abbiamo dei doni, delle capacità, delle doti naturali. Chi più, chi meno: questo è certo. Succede anche che le vicende della vita condizionino la possibilità di mettere a frutto tali qualità, oppure che addirittura le elimino del tutto. Si pensi a un incidente che immobilizza la persona su un letto di ospedale, o a una grave malattia mentale.

Tutti, quindi, abbiamo dei doni, ma se si misura la dignità della persona a partire da essi, effettivamente ci ritroviamo – come spesso accade nella storia – a generare categorie di valore, caste, scale di misura diverse. Sembrerebbe che, fra le persone, c’è chi vale di più e chi vale di meno.

Il Vangelo di oggi, invece, ci parla di talenti. Sono dati, idealmente, a tutti i servi del padrone, cioè ad ogni uomo e donna del mondo, di cui la parabola raccontata da Gesù è icona. Ogni persona venuta al mondo riceve almeno un talento; alcuni ne ricevono di più, proprio ‘secondo le capacità di ciascuno’ (25,14) . Non sono le capacità il dettaglio principale, ma il talento. Il talento ci viene consegnato personalmente e senza distinzione, e questo talento non ci appartiene, ma è del padrone, che ce ne chiederà conto.

Prima di notare il diverso atteggiamento dei servi della parabola, è opportuno soffermarsi un attimo ancora sul talento. In generale, come patrimonio prezioso consegnato dal padrone ai servi, ogni talento indica qualcosa di soprannaturale, di divino. E viene spontaneo pensare che abbia molto a che vedere con quella parte di eredità che il Padre suddivise fra i suoi due figli (cfr. Lc 15, 12). I talenti sono doni che vengono dal Cielo. Ce ne sono tanti, e forse non abbiamo piena coscienza di quanto siano importanti: ce ne accorgiamo quando mancano. Basti pensare alla fede, al Vangelo, alla capacità di perdono.

Ma qual è il talento che è davvero dato a tutti e che tutti possono trafficare? Se ricordiamo il volto sfigurato del Padre misericordioso, trasformato dai figli in un padrone severo, o se intravediamo l’amara ironia nascosta nella risposta del signore della nostra parabola al servo ‘malvagio e infingardo’ (26, 25), cogliamo il talento dato a tutti: è la grazia della figliolanza!

Siamo figli di Dio, ‘e lo siamo realmente’ (1Gv 3,1), grida Giovanni, uno che le parabole le ha ascoltate dal vivo. Siamo figli in virtù del battesimo, del dono dello Spirito Santo. La figliolanza divina dice la nostra identità profonda, ciò che siamo più intimamente, ciò che nessuna vicenda o condizione al mondo può rubarci. Anche prigioniero, san Paolo vive la libertà dei figli di Dio (cfr. Ef 4,1). E nel talento della figliolanza troviamo l’appoggio, il sostegno, il motore, la forza per vivere in pienezza la nostra vita, per scoprire e far crescere il germe della bellezza che ci fa felici.

Se questo è vero, trafficare la figliolanza significa condividerne la verità, raccontarla e comunicarla. Nel riconoscermi figlio, mi comporto da fratello con chiunque ho accanto. Ecco perché il talento si può moltiplicare, come il pane buono distribuito da Gesù a tutti. Ecco perché l’obiezione di chi non vede per tutti il dono di essere figli, in quanto molti non hanno ricevuto il battesimo, è in realtà un appello a trafficare il talento. Riconoscere che non tutti gli uomini e le donne della terra hanno ancora ricevuto il dono dello Spirito Santo significa riscoprire nuovamente l’urgenza missionaria della Chiesa, casa dei ‘talentuosi’, non perché bravi e meritevoli, ma perché graziati dalla misericordia preveniente del Padre.

C’è dunque un rischio enorme, raffigurato nella parabola dall’atteggiamento del servo che nasconde il talento: è il pericolo di avere paura della propria bellezza! Proprio così: scoprirsi figli è fonte inesauribile di gioia, ma è anche appello alla responsabilità e sfida ad un cammino a volte incerto e faticoso, che a tratti ci fa camminare ad altezze da vertigine. Si può scivolare nella tentazione di accomodarsi e di sminuire il valore di quanto abbiamo ricevuto gratuitamente: far finta che sia indifferente essere o non essere figli, essere o non essere cristiani, essere o non essere innamorati di Gesù.

Forse è la condizione più drammatica e pericolosa, l’unica che realmente comporta l’essere esclusi dal Regno! E forse per questo Gesù ha voluto venire e rendersi solidale proprio con coloro che si nascondono, con coloro che rifiutano… perché Dio vuole davvero salvare tutti, e non si stanca di dare nuove opportunità per incontrarlo, non esaurisce la sua fantasia di amore!

Così il Figlio non ha considerato il suo talento come un tesoro da preservare per sé, ma si è fatto uomo, assumendo la condizione di servo, e ha nascosto la sua figliolanza divina nella fragilità della carne umana. Lui che è l’eredità e l’erede insieme, si è mescolato con la terra (humus), essendo umile e obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. E il suo talento di Figlio è stato sepolto, per poter raggiungere negli inferi anche coloro che non si lasciano amare come figli, per tendere la mano di Fratello maggiore anche a coloro che rifiutano la grazia di essere famigliari di Dio, per abbracciare nuovamente chi é scappato di casa a sperperare i propri doni. Per questo il Padre lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome: nome condiviso con tutti noi, cristiani perché figli e fratelli; nome che siamo inviati a portare con Lui e a diffondere nel mondo come unica via di salvezza per tutti (cfr. Fil 2, 5-11).

In questo mistero di totale abbassamento, contempliamo stupiti la gratuità che vi è racchiusa. Dio desidera che nessuno sia escluso dal banchetto definitivo. Nella sua umiltà, corre il rischio e ci dona il talento più prezioso sapendo che potremmo rifiutarlo. Ma a chi accoglie la grazia di essere figlio, in eterno avrà moltiplicata la gioia. Gioia di altri talenti, ma soprattutto gioia di tanti fratelli.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

OGNI TANTO FA BENE SPAZZARE LA CHIESA!

Gv 2, 13-22 – Festa della Dedicazione della Basilica Lateranense

Commento per lavoratori cristiani

Gesù ha una passione: suo Padre! E di suo Padre gli sta a cuore tutto, come ogni figlio che si è scoperto amato dal suo genitore e lo custodisce in ogni sua cosa. Del Padre, Gesù cerca la compagnia e annuncia il Regno che viene. Del Padre compie la volontà in ogni istante e ama frequentare i suoi prediletti: i poveri. Del Padre, Gesù ama la casa, il tempio di pietre e sudore che ne raccoglie i figli stanchi ed oppressi.

Per i poveri di Israele, tornati stremati dall’esilio, il tempio significava infatti la fedeltà di Dio, la provvidente sua presenza che non svanisce nonostante le dure prove della vita, la signoria su tutta la storia. È fra i poveri di Israele, gli anawim, che Gesù scopre come anche il Padre ha una passione, che sono proprio loro: i derelitti del suo popolo, coloro che non hanno altro a cui appoggiarsi se non la roccia di Yahvé.

Ecco perché per Gesù il tempio è la casa del Padre suo: perché è il luogo in cui i prediletti del Padre suo sperano ancora di trovare ristoro e speranza, nel mezzo di una esistenza in cui la violenza e il sopruso segna così spesso una sorte triste e dolorosa per gli ultimi della terra. Il tempio, come casa del Padre, esiste per restituire all’umanità un ordine giusto, per richiamare alla fraterna condivisione, per ripristinare la solidarietà che è frutto della compassione. Nel tempio, l’uomo, posto di fronte alla memoria viva del suo Dio che è Padre e della comunità dei suoi fratelli, è richiamato alla verità di se stesso e della propria religione: ‘religio’ significa legame, non separazione; vincolo, non distacco; relazione, non isolamento. Nel tempio, l’assemblea convocata non ammette discriminazioni e classi: le uniche classi che esistono sono quelle del servizio, e chi più è in vista più è chiamato a essere servo.

Ecco perché è necessario difendere il tempio dalla logica commerciale, che fa di tutto una questione di prezzo e di compravendita. Come se si potesse vendere e acquistare la dignità di essere figlio del Dio a cui il tempio rimanda, fratello dell’uomo che si inginocchia a venerare il Padre!

La logica del mercato, purtroppo, si insinua terribile nella mentalità religiosa anche oggi. C’è chi spende energie e ricchezze nel mal uso della lingua e nell’ambizione di comando. Ma è anche un tempo in cui si sentono disprezzare le istituzioni e i palazzi, e che in realtà rinvigorisce subdole gerarchie di potere in gruppi autoreferenziali e spesso alla mercé di qualche leader narcisista. La compravendita delle cose dello spirito e l’apparente innocuità di fasulle pratiche di benessere è un’altra tentazione insidiosa come la bilancia dei mercanti del tempio, che non si lasciava scappare nemmeno la decima sul comino e la rucola.

Oggi, per Gesù, restituire alla casa del Padre la sua giusta dimensione significa certamente fare verità sull’autentico edificio che ne accoglie la Parola di Vita. La Chiesa, che Egli ha voluto come continuatrice della sua missione nel mondo, è l’assemblea convocata attorno al vescovo, in comunione con il suo presbiterio e i suoi diaconi, in cui ogni battezzato vive, annuncia e celebra la propria affascinante identità di figlio e fratello. È una famiglia che abbraccia la terra fino agli estremi confini, unendo le tante comunità sparse ovunque e presiedute nella carità dal vescovo di Roma – di cui oggi ricordiamo la dedicazione del tempio. È una comunità gerarchica e fraterna, che ha bisogno estremo di simboli, e per questo ama la bellezza, che è sinonimo di gratuità. I sacramenti sono l’inno alla gratuità di Dio, che spande l’abbondanza della Sua Grazia in coloro che lo accolgono come Padre, e continua a diffondere l’inesauribile vitalità sgorgata dal cuore squarciato nella passione del Figlio Gesù.

Difendere la dignità della casa del Padre, anche nelle sue necessarie incarnazioni storiche, significa dunque restituire ai suoi poveri il diritto di sentirsi comodi dentro il tempio. Che sia una piccola cappella delle terre di prima evangelizzazione oppure un garage delle grandi periferie cittadine; che sia la decorosa chiesa di una parrocchia tradizionale oppure l’affascinante bellezza di un’opera d’arte di sfoggio antico: ciò che conta è che i poveri, prediletti dal Padre, si riscoprano lì dentro membri di diritto della Chiesa. Perché lì riconoscono e celebrano con tutti i fratelli di essere al centro dell’attenzione tenera e compassionevole dell’intera famiglia, non come puri destinatari di elemosine, ma quali vivi e vivaci protagonisti e costruttori di futuro.

A volte non bastano gli anni che scorrono a rendere sufficientemente accogliente e calda una comunità cristiana, perché si insinua il virus della divisione, della critica, dell’invidia. Lo zelo appassionato del Figlio torna quindi a far memoria per noi che si può sempre ricominciare a fare pulizia, a rimettere ordine, a ripulire gli scalini dell’onore e del merito. A tal scopo, prendere in mano la scopa e contribuire, con umiltà, a risistemare i banchi e le sedie del nostro tempio serve a volte molto di più che preparare una ricercata omelia o leggere una sontuosa meditazione sulla diaconia della Chiesa.

Ad ogni pastore del gregge di Yahvé, a ogni appassionato cercatore della volontà del Padre, a ogni instancabile custode della gratuità, l’augurio di fare questa ordinaria esperienza fianco a fianco con la più semplice delle figlie della Chiesa.

 

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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