'STETTE IN MEZZO A LORO'

Lc 24, 35-48 – III Domenica di Pasqua B

Commento per lavoratori cristiani

 

Agli evangelisti preme sottolineare che Gesù risorto vuole stare ‘in mezzo’ alla sua Chiesa. Non ai margini, non sulla soglia, ma proprio ‘in mezzo’. Così afferma Luca, descrivendo la prima apparizione nel cenacolo; così aveva ribadito ben due volte Giovanni, testimone oculare (cfr. Gv 20, 19.26).

‘Gesù in persona stette in mezzo a loro’ (v. 36). Lo ‘stare’ non è cosa scontata. Soprattutto per noi, che viviamo una società liquida e siamo così fluidi nelle nostre relazioni, così incostanti e sbrigativi, così abituati a far scorrere la vita quasi fosse un torrente impetuoso piuttosto che il fiume calmo della grazia descritto da Ezechiele profeta (cfr. Ez 47,5). Nella cultura del ‘mordi e fuggi’, chi sceglie di stare va contro corrente. Gesù ne fa uno stile definitivo. Egli, infatti, è risorto e non morirà più. La sua permanenza in mezzo ai suoi è per sempre. Ma non la si comprende come una pura dimensione astratta, quasi che Egli si accontenti di rimanere con noi nel nostalgico ricordo dei tempi passati. Gesù non è un ricordo: è una presenza! Viva, concreta, reale!

Sembra a volte difficile a noi, che non lo abbiamo conosciuto mentre percorreva le strade della Palestina, poterlo riconoscere presente nella nostra epoca cosiddetta post-contemporanea. Ma paradossalmente risultò difficile anche ai suoi compagni di avventure: quando Egli venne e ‘stette in mezzo’, rimasero ‘sconvolti e pieni di paura’ (v. 37) e successivamente increduli dalla gioia e ‘pieni di stupore’ (v. 41). Un turbinio di sentimenti, un trambusto di emozioni, una battaglia interiore. Forse la stessa che afferra ogni persona quando si tratta di entrare in una relazione autentica, senza più maschere né sotterfugi. Tanto più la relazione con Gesù. I suoi, pur avendone condiviso sogni e attese, delusioni e fallimenti, pur avendone visto il dramma dell’amore crocifisso, lo conoscevano solo per sentito dire, come Giobbe! E lo scambiano per un fantasma… o forse, inconsapevolmente, avrebbero preferito che lo fosse… Pare atroce questa idea: ma non succede anche a noi di sperare intimamente che non ci siano troppi scombussolamenti nella nostra esistenza? Non siamo anche noi partitari dello ‘status quo’, almeno circa il nostro vissuto personale? E non è forse per questo che, non appena si prospetta un reale cambiamento dovuto a un incontro nuovo con l’altro, preferiamo scappare a altri lidi, per evitare che l’altro ci ‘costringa’ al cambiamento?

Come è difficile accogliere la gioia di una buona notizia, quando questa notizia ci cambia la vita!

Gesù invece sta, per davvero. Come è rimasto anche prima. Come è stato per davvero nel grembo della Madre; come è stato per davvero fra la sua gente di Galilea; come è stato per davvero mescolato con le speranze e le fatiche del suo popolo e dell’umanità intera. Gesù è stato sulla croce, e non era un fantasma. Per questo, Gesù risorto sta in mezzo ai suoi, alla sua Chiesa, e con la sua fedeltà indica la via dell’autentica trasformazione.

È proprio così: la sua permanenza, come roccia sicura su cui si costruisce tutto l’edificio, fa della nostra vita e della vita della Chiesa un luogo da abitare. Ma allo stesso tempo, ci interpella a un costante cambiamento. Di fronte alla vita che ha sconfitto la morte, non possiamo più vivere come prima. Le chiusure egoistiche, le comode lamentazioni, le accuse al mondo che è una minaccia e dal quale preferiamo difenderci, non hanno più valore né giustificazione nella logica di Colui che sta, perché è ‘Colui che è, che era e che viene’ (Ap 1,8). La vita, il mondo, l’umanità acquistano un nuovo spessore. Non è più lecito trascorrere i giorni come fantasmi, imprigionati in luoghi comuni e schemi ripetitivi, che ci incasellano come marionette e ci separano dalla verità gli uni degli altri.

Gesù sta in mezzo. Non da una parte, non fra gli altri. Gesù rivendica amorevolmente il proprio posto. Come punto di riferimento, anzi come ‘pietra di inciampo’. Chi sta in mezzo, con tutta la sua carne, con tutto il suo peso, che è – in ebraico – la gloria, non può passare indifferente. Gesù non è trasparente ai suoi. Oggi è invisibile agli occhi della carne, ma – come insegnano i maestri dello Spirito – nessuno può scappare dalla domanda su di Lui. Gesù, insomma, dà un po’ di salutare fastidio, lì in mezzo ai suoi, alla sua Chiesa. Dobbiamo necessariamente fare i conti con Lui, e con le false immagini che di Lui continuamente ci riempiamo la testa.

No, Gesù non è un fantasma. Per questo non scivola via come una fantasia, ma entra dolcemente e fermamente nella nostra esistenza. Con lo stile che sempre lo ha caratterizzato, e che ora possiamo riconoscere come lo stile inconfondibile di Dio. Si tratta dello stile della mensa condivisa. Gesù sta a mangiare con i suoi, ne condivide tutto il trambusto e lo trasforma in pace attraverso la sua fraterna e semplice presenza. Gesù risorto siede a tavola, si alza e serve, spezza il pane, lo mangia e lo distribuisce, offre il calice del sacrificio e della gioia. E lo fa per l’eternità.

Nel cenacolo avviene un anticipo della pienezza del Cielo. Lì infatti il Figlio continua a vivere da Servo, perché servire è proprio dell’Amore. E a noi, commensali turbati e timorosi, porgerà definitivamente l’alimento di grazia che pregustiamo nel cenacolo delle nostre comunità cristiane. A questa mensa ci viene proposto e offerto di stare, un poco, anche noi. Perché nella frenesia del giorno, nell’ansia della settimana, nella paura di essere solo dei fantasmi, riscopriamo il riposo che ricrea e sperimentiamo la trasformazione che ci restituisce il vero peso della nostra dignità. Siamo ‘spirito, anima e corpo’: anche noi chiamati a vivere nella gloria dei risorti, rimanendo come tralci attaccati alla vite.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

'EGLI VI PRECEDE IN GALILEA'

‘EGLI VI PRECEDE IN GALILEA!’

Mc 16, 1-7 – Veglia Pasquale nella Notte Santa - B

Commento per lavoratori cristiani

 

Vennero, le donne, al sepolcro. È presto, il sole si sta appena levando. Le donne sono sempre le più intraprendenti, si muovono prima. E si sono preparate con cura, comperando gli oli per la sepoltura. Le donne non si dimenticano facilmente dell’amore ricevuto, e difficilmente si lasciano superare nella riconoscenza e nei gesti di bene. Il loro Amato ora è morto. Ma non smettono di manifestare il loro affetto, che è segnato nella carne dalla sofferenza, e penetra nello spirito attraverso un religioso atteggiamento di tenerezza verso il corpo del defunto.

Le donne patiscono la morte dell’Amato, ma desiderano perpetuare la comunione con Lui. Anche se tutto sembra finito, le spinge a venire l’inconsapevole speranza che l’aroma della vita possa ancora profumare gli odori della morte. Sebbene portino nell’animo la pesantezza del momento, del dubbio, della rassegnazione: ‘Chi ci farà rotolare via la pietra?’.

Pare la domanda essenziale. Chi toglierà l’ostacolo e ci permetterà di comunicare ancora? Chi oltrepasserà davvero il confine tra noi e Lui, che non è più qui? Chi metterà in comunione nuovamente il Cielo con la terra, ora che la terra si è chiusa sopra di Lui?

È la nostra domanda, spesso angosciata, impaurita, che manifesta la nostra intima impotenza: chi ci libererà dal dramma della morte? Chi porrà fine alla tragedia della nostra finitezza? Dove troveremo la risposta al nostro desiderio di infinito? Aspiriamo a che siano infinite le nostre relazioni d’amore, che sia infinito il bene che vogliamo ai nostri cari, che sia infinita la pace tra i popoli! Le nostre paure si fanno invocazione: ‘Signore, quando sarà che la vita vincerà la morte e durerà per sempre?’. La morte ci terrorizza, perché sembra porre una pietra di definitiva incomunicabilità tra noi, perché ci emargina in un assoluto isolamento…

Ci siamo noi, nella domanda delle donne. Che chiacchierano tra loro, con lo sguardo basso. Come noi cerchiamo risposte spesso senza alzare gli occhi, illusi da false promesse tecnologiche che possono al massimo prometterci di allungare la fatica della nostra fragilità. Ha senso vivere 100, 200, 500 anni se rimaniamo inesorabilmente mortali? Ha senso eliminare ogni malattia e ogni imperfezione se comunque dobbiamo lasciare questa terra? Ha senso smettere di soffrire se non possiamo continuare a vivere per sempre? Ha senso la nostra intima solitudine?

Ma le donne non permettono a queste domande di inchiodarle nella rassegnazione. Pur non capendo e oppresse dal dolore, o forse proprio per questo, si mettono in movimento. Insieme. Rifiutano alla radice l’individualismo. E vengono. Vengono lì dove solo può esserci un bagliore, una luce che squarcia l’incomprensibile. Vengono lì dove hanno deposto il corpo dell’unico che ha saputo mostrare un nuovo modo di guardare la vita, e ha vissuto in modo nuovo la morte. Vengono perché hanno visto celebrare il dramma e il mistero di una donazione totale. Forse c’è un’attrazione inesprimibile: ogni persona è attirata verso la testimonianza del dono gratuito, perché la verità di sé affascina anche i cuori più duri. Lo aveva detto l’Amato: ‘Attirerò tutti a me!’.

Così avviene l’inatteso. Irrompe l’imprevedibile. O meglio, alzando lo sguardo si accorgono che è già accaduto.

Perché se le donne sono mattiniere, Dio lo è di più. E Dio è imbattibile in iniziativa. ‘La pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande’ (v. 4). Se ne accorgono quando finalmente fissano gli occhi e osservano: cioè si fermano, e contemplano quanto lo sguardo umano mai avrebbe potuto immaginare di poter vedere. La pietra è già stata tolta, seppur pesantissima.

Dio ha vinto la morte! Gesù è risorto!

No, non lo capiranno né lo crederanno facilmente le donne. Le buone notizie, le notizie inattese hanno bisogno di tempo per essere incamerate e metabolizzate. Ma questa in particolare è un terremoto, più forte di quello che ha scosso la terra quando Gesù ha dato il suo ultimo respiro. La buona notizia, il vangelo della risurrezione genera in esse paura!

Capita: lo spostamento d’aria è potente, perché Dio va ben oltre le nostre aspettative. Egli abbraccia la nostra debolezza e ci dona la forza dell’amore senza fine. Egli infrange i limiti della nostra temporalità e ci fa abitare l’eterno. Egli attraversa la frontiera della morte e ci immette nel godimento dell’immortalità. Insieme .

Ecco ciò che desideravamo, con le donne; ecco la risposta, definitiva, imprevedibile. Siamo fatti per la vita, siamo fatti per l’eternità! E Dio ci precede, nel condividere questa verità esistenziale con noi. Dio non aspetta di trovarci degni, di riconoscerci ben preparati. I vasetti di olio e di aromi non servono più; gli attrezzi con cui cerchiamo di garantirci un bagaglio adeguato all’incontro con Lui non hanno più valore. Possiamo lasciare tutto lì, nel sepolcro aperto e vuoto, come la brocca ormai inutilizzabile per attingere acqua antica. Ora serve solo la nostra sete, la nostra trepidante esigenza di incontrarlo, toccarlo, stare con lui.

Dio, nel suo angelo, invita le donne e noi a tornare a casa, alla vita quotidiana, al mondo. E anche lì ci precede Lui. Ci precede Gesù risorto. Ci precede con il costato aperto e zampillante acqua di salvezza e sangue di donazione. Nei rapporti ordinari, nelle relazioni di ogni giorno, nelle gioie e fatiche normali è penetrato definitivamente il profumo della Risurrezione. L’ha sparso Egli stesso, e continua a farlo ogni volta che qualcuno di noi, anziché rimanere a testa bassa a fantasticare ingannevoli fughe dalla realtà della nostra fragilità, alza lo sguardo e coglie l’opportunità di una comunione profonda con Lui attraverso i fratelli.

Mettiamoci in cammino, allora. Oggi esultiamo di gioia, perché la nostra pietra è stata già rotolata via. E oggi, venuti al sepolcro e sorpresi da Dio che ci ha preceduto nella Vita, andiamo a riconoscerlo Vivo in mezzo alla nostra gente. Siamo risorti con Lui, in questa Santa Notte! Viviamo da risorti, senza più paura, perché Gesù Risorto ci precede in Galilea!

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

'HO SETE!'

Gv 18,1 – 19,42 – Venerdì Santo (Passione del Signore)

Commento per lavoratori cristiani

 

Negli ultimi istanti della sua vita terrena, Gesù ha ancora forza per ricordarsi di noi. Le parole della Croce indicano la sua misericordia (‘Padre, perdona loro..’; ‘Oggi sarai con me in Paradiso…’), la sua premura per noi (‘Figlio, ecco tua madre!’). Gesù è anche proteso nell’angosciata ma fiduciosa ricerca del Padre (‘Dio mio, Dio mio…’). Egli è instancabilmente in relazione, anche in queste ore tragiche. In relazione con l’Alto, e in relazione con l’altro.

Ma c’è una parola, in particolare, che commuove, come invocazione suprema di questo infinito desiderio di relazione che abita il cuore di Gesù, già squarciato nello spirito: ‘Ho sete!’ (19,20). È il sussurro di una passione che attraversa fino in fondo la propria fragilità. È la parola che già aveva rivolto alla Samaritana, come appello  per iniziare un rapporto di intimità che guarisce (cfr. Gv 4,7). È il gesto più semplice e più vero che, rivolto ai suoi, aveva indicato come via per guadagnare il Cielo: ‘chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa’ (Mt 10,42).

‘Ho sete!’ è l’invocazione del povero. Il suo grido, profondamente umano, si rivolge non al Dio del Cielo, ma all’umanità violenta che l’ha crocifisso. Gesù ha bisogno di aiuto, e non si chiude nella vergogna e nel rancore. Chiede, e chiede proprio a chi l’ha appena appeso al patibolo. Quasi a voler dare un’ultima opportunità di redenzione a coloro che finora hanno rifiutato la relazione liberatrice con Lui, che è il Redentore, il Goel, Colui che sta pagando il prezzo anche per loro.

Dentro il dramma della morte del Salvatore, che racchiude tutti i drammi di oggi e di ieri dell’umanità lacerata dalla rabbia distruttrice e dall’odio, si illumina sorprendente ancora la fiammella della tenerezza. Che non è anzitutto una tensione a dare, bensì una apertura a ricevere, una mano tesa a promuovere, un gesto che mette l’altro nella condizione di scoprirsi buono. Gesù bussa imperterrito alla parte buona del nostro cuore, persino dei suoi aguzzini, per suscitare un moto di bontà che spezzi la spirale di morte in cui ci siamo impantanati.

La via è quella della debolezza manifestata. Gesù non urla spavaldamente di non avere paura, anzi esprime fino all’ultimo la sua debolezza e la sua necessità di aiuto, di incontro, dell’altro.

Il Messia è come Agnello portato al macello che non si vergogna di mostrarsi nudo. La sua nudità si rivolge alla nostra, quasi a voler spogliarci Lui, con tanta dolcezza, delle mille maschere e della paura rovinosa che ci lega all’apparenza e al formalismo. La sua nudità e il suo bisogno si mettono al nostro livello, ci permettono di mostrarci a nostra volta spogli e bisognosi, perché non c’è più pericolo. Dio, infatti, l’Onnipotente, ha definitivamente squarciato la maschera del giudizio e del castigo che gli abbiamo messo addosso, e si è rivelato nella sua Verità, come Umiltà e Misericordia.

Per guarire la nostra sete, Gesù ha dato da bere il vino quando l’acqua dell’Alleanza antica avrebbe soltanto appesantito la festa. Gesù ha offerto nel calice il vino del nuovo Patto, che racchiude l’offerta del Suo sangue quale bevanda che irrora di bene ogni relazione. Gesù ha condiviso l’acqua zampillante dello Spirito con i suoi, affinché avessimo con che dissetare il grido dei tanti assetati della terra. Ora anche l’invocazione dei nostri fratelli non ci fa più paura.

A noi è chiesto di riconoscere che nel Suo c’è anche il nostro grido. La sete è la condizione della nostra anima, che si inaridisce se non rimane fedelmente a bagnarsi sotto la Croce, accanto alla Madre. La sete è la condizione dell’umanità in cui si riconosce vivo anche oggi il Crocifisso, perché chi gli porga da bere entri a far parte del Regno degli eletti (cfr. Mt 25). La sete è la condizione dell’uomo a cui da solo non può dare risposta, perché è intimamente sete di relazione e di incontro con il Signore: solo lì viene saziata per non tornare più ad attingere l’acqua del pozzo che non disseta.

‘Ho sete!’. Gesù aspetta la nostra risposta: che cosa gli porgiamo da bere?

‘Ho sete!’. Gesù ascolta il nostro grido, e ci offre il sangue della salvezza: siamo disposti a berlo, al banchetto dell’Eucaristia?

‘Ho sete!’. Gesù si identifica con la supplica di tanti fratelli: siamo capaci di ascoltarla e di porgere il nostro umile bicchiere che disseta?

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

LA TRINITA' UMILE

Gv 13, 1-15 – Giovedì Santo (Messa in Coena Domini)

Commento per lavoratori cristiani

 

Chi piega le ginocchia per lavare i piedi all’altro è il servo. Oggi contempliamo il mistero di Dio che si fa servo dell’uomo.  ‘Non ci si abitua mai al mistero dell’umiltà di Dio’, ci ricorda papa Francesco. L’umiltà si traduce concretamente nell’atteggiamento del servizio, della diaconia, e nella scelta consapevole e libera di stare all’ultimo posto.

Gesù è l’Umile di Dio, ed è manifestazione dell’umiltà del Padre e dello Spirito. Tutta la Trinità si fa servizio, e manifesta la propria costitutiva umiltà. Dio non è umile in apparenza, o per un certo periodo di tempo, o come concessione alla nostra povertà. Dio è l’Umile sempre. Di Dio è costitutivo il servizio, l’amore.

Tutto ciò è paradossale: come può, il Creatore del cosmo, l’Infinito e l’Assoluto, il Signore di Cielo e Terra essere allo stesso tempo essenzialmente Umile e Servo? In Dio, gli opposti si toccano. O meglio, la Signoria si svela con una via nuova, che sconvolge la mentalità del mondo.

Dio è Verità, e in Dio si conosce la verità. Gesù ce la mostra incarnata nel suo essere uomo. La via della Verità è la via del servizio e dell’umiltà: è il modo di essere di Dio, e per questo è anche il modo vero di essere dell’uomo. Chi serve, chi è umile è più uomo. Alla maniera di Gesù, che svela l’autentica vocazione dell’uomo.

L’umanesimo, in Gesù, trova il suo autentico modello, Colui che va imitato e ‘copiato’. In Gesù, l’uomo trova anche la fonte di vita per lasciarsi modellare e trasformare in ciò che egli veramente è: se stesso, creatura in relazione di dialogo con il suo Creatore. Quindi, figlio!

L’uomo è figlio, perché Figlio è Gesù. Ma essere figlio significa vivere da servo. Non da schiavo, sottomesso a capo chino al suo padrone, che opera da despota e domina da superiore. Bensì da diacono, che piega le ginocchia e lava i piedi, e che ancor prima si è lasciato lavare i piedi dall’altro. Anche a Gesù è capitato: una donna lo aveva inondato del profumo di nardo e delle lacrime di conversione, per asciugare poi i suoi piedi con la dolcezza dei propri capelli sciolti.

Il Figlio agisce da Servo, il Servo diviene così veramente Figlio. In greco, una parola dice i due concetti: pais. Nel profondo, ciò che accomuna il Figlio al Servo e fa unità è il suo atteggiamento di obbedienza. Obbedire al Padre, obbedire allo Spirito d’Amore che spinge e urge, obbedire al fratello che è manifestazione del Padre e tempio dello Spirito è la vocazione del Figlio che si fa Servo.

Obbedire non significa rinunciare alla propria libertà, né banalmente mettere in pratica leggi e dettami. Obbedire è ascoltare con amore, è mettersi in sintonia con la musica dell’Altro, è accogliere la relazione costitutiva che definisce il Figlio come tale e il Servo nella sua donazione. Obbedire significa riconoscersi dipendente da chi mi da la vita, e scegliere di restare attaccato alla Fonte perché la sua acqua zampilli anche in me. Anch’io divento figlio, servo, fratello, uomo obbedendo al rapporto vitale e sorgivo con il Dio che mi ha creato e mi ha redento. Egli non è padrone: è Padre!

Obbedire significa allora lasciarmi lavare i piedi dalla Trinità, imparando così il sentiero dell’umiltà. Gesù, con questo gesto semplice, sconvolge le nostre categorie e abbassandosi ci esalta nella nostra dignità. Più degno è l’uomo che, lasciandosi lavare i piedi, si inginocchia a sua volta a lavare i piedi, obbediente al grido dei fratelli che ancora non sanno di essere figli.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

PROFUMO E SPUTI, VINO E ACETO

Mc 14,1-15,47 – Domenica delle Palme B

Commento per lavoratori cristiani

 

Si può toccare il corpo lacerato di Gesù in tanti modi.

C’è chi lo tocca con la delicatezza dell’amante. Una donna, prima che accada il dramma della passione, anticipa ciò che altre donne vorrebbero ma non riusciranno a fare sul corpo senza vita dell’Amato. Sparge profumo di nardo, unguento prezioso, per sconfiggere la puzza del cadavere e attutire la paura della morte. Una donna per noi senza nome, ricca soltanto di un vasetto di alabastro, come i vasetti delle vergini che vanno incontro allo Sposo. Di lei Gesù conosce il nome e lo scrive per sempre nel libro della vita, che è in Cielo e che è il Vangelo ‘dovunque proclamato, per il mondo intero’ (14,9). Ancora oggi ci sono donne delicate e coraggiose, silenziose e innamorate, che non temono il giudizio dei calcolatori, e ‘fanno ciò che è in loro potere’ (cfr. 14,8) per diffondere il bene e la bontà. La tenerezza tocca il corpo di Gesù. La tenerezza tocca i corpi dei crocifissi di ogni tempo: se non c’è profumo di tenerezza, è meglio non toccare i poveri, è meglio non riempirsi la bocca della loro tragedia. La tenerezza sa sprecare gratuità per gli ultimi. E se il pastore deve odorare di pecora, come è bello scoprire che le pecorelle più umili profumano di tenerezza.

C’è invece chi tocca il corpo di Gesù con la rabbia e la violenza che nascono dalla paura. O per paura, nemmeno lo toccano: gli sputano addosso. La folla inferocita e i soldati, in fondo la gente sfruttata che trova un nuovo capro espiatorio per la loro infelicità e la delusione di un sistema religioso e sociale ingiusto. Trovano un corpo indifeso, e se la prendono con lui. Sputare significa mantenere la distanza, quasi a evitare il rischio di impurità. Ma chi tocca Gesù può solo essere contagiato di bontà: chi tocca con fede sente sprigionare la potenza dell’amore dal suo corpo, come era accaduto per tanti malati nella sua vita pubblica. Però è necessario riconoscersi malati, bisognosi di guarigione, di autentica purificazione. Chi sputa sono soltanto i più scalmanati: è un gesto da bruti. Dietro, però, si nasconde l’ideologia calcolatrice e la falsa purità legale di sacerdoti e capi, di scribi e farisei, troppo pieni di sé per avere l’umile coraggio di toccare il copro sfigurato del Crocifisso. Lo insultano, lo offendono, ma sempre da lontano. Si può decidere di non entrare in relazione con il Crocifisso, perché la sua nudità e la sua debolezza sono troppo dure per lasciarsi smascherare nel proprio peccato. Si può lasciarsi allora comandare dalla paura di essere a nostra volta spogliati della nostra iniquità. Allora si sopravvive, da impauriti e arrabbiati.

Si tratta di scegliere. Il profumo della tenerezza, alla scuola delle pecorelle più umili, o gli sputi dell’ignominia, arroccati nella difesa delle nostre paure e delle nostre menzogne.

Il corpo di Gesù, consegnato al supplizio più infame, è però anche un corpo che dona, che consegna e si consegna. Gesù dona, con il suo corpo, anche il vino della festa. Strano pensare a fare festa, mentre nel cenacolo si prepara il sacrificio e l’offerta. Ma è proprio questa offerta, questa consegna, la vera festa. Gesù fa festa perché ha scelto di fare della vita – e quindi anche della propria morte – un dono totale. Ne manifesta così il senso, ci condivide la via, ci suggerisce l’essenza. E vince la morte consegnandosi, perché della morte ci spaventa l’insondabilità, l’assoluta resa, l’incontrollabilità. Gesù ne diviene padrone, abbracciandola per scelta mentre è vivo. Il vino donato e condiviso, che è il suo sangue sparso sulla Croce, diventa così simbolo che perpetua la festa. Anche noi oggi possiamo accogliere il suo corpo consegnato bevendo al calice della donazione, che è l’Eucaristia celebrata insieme ed è una vita trasformata in diaconia, in servizio ai fratelli. Gesù prepara per noi il vino della festa, il sangue della donazione: è questo il suo modo di vivere il corpo, ricolmo dello Spirito di vita e di amore.

Gli uomini rannicchiati in se stessi, invece, non percepiscono altro che la tragedia del nulla. La morte è la parola fine, per loro. Non c’è altro. La morte è subita e data con cattiveria. Così gli uomini non sanno donare il vino della festa, perché non lo sanno preparare in vita. Una vita spesa a compiere ordini, a imporre leggi, a difendere l’immagine di sé, a torturarsi e a torturare in rapporti superficiali e vacui, è una vita che ha il gusto acido dell’aceto. Poteva essere vino buono; lo hanno sciupato, lasciandolo divenire amaro. Sono i soldati, ma siamo tutti noi. Qualche volta proviamo a rimediare, e mescoliamo mirra al vino acerbo: ma Gesù non la vuole, perché non si lascia toccare dalle illusioni. Così come Gesù non vuole anestetici al male, egli non scende nemmeno a compromessi con il Maligno. Gesù è radicale, e si dona tutto. O è vino, o non è. La vita data a metà è mezza vita, la morte diviene una disperazione.

Si tratta di scegliere, in questa Santa Settimana, come vogliamo stare davanti al corpo dell’Uomo dei dolori. La Passione ci interpella, esige una risposta. La fede del centurione: ‘Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!’ (15,39); è vino buono, è una una folgore che illumina. Oppure l’ostinata indifferenza che non si esprime, e cerca ‘falsi testimoni’ per non uscire dalle tenebre.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DIO HA SCELTO L'UOMO

Gv 3, 14-21 – IV domenica di Quaresima B

Commento per lavoratori cristiani

 

Gesù crocifisso, il Figlio innalzato come il serpente nel deserto dell’esodo, è la svolta della storia, il perno attorno a cui ruotano le vicende dell’umanità, il punto senza ritorno della ricerca tra l’uomo e Dio. Ogni uomo e ogni donna, voglia o non voglia, si trova a dover scegliere, di fronte allo scandalo della Croce e alla stoltezza del Calvario, da che parte stare.

La vita di ogni persona ha bisogno di fondarsi su una opzione fondamentale, che orienta ogni altra decisione. Spesso viviamo inconsapevoli di questa verità, supponendo di poter scegliere di volta in volta a seconda dei condizionamenti del momento, dei gusti personali, delle emozioni passeggere. Diventiamo così schiavi della ‘dittatura del relativismo’ (Benedetto XVI), che in realtà alimenta un pensiero e una costruzione ideologica rigida e insidiosa quanto le più atroci ideologie del passato. ‘Ognuno faccia quello che vuole, basta che non disturbi la mia libertà’: è una concezione fondamentalista della vita, capace di attaccare e condannare chiunque osi pensare, al contrario, che per me, invece, non è indifferente ciò che l’altro pensa o fa. L’illusione di una libertà senza riferimenti e senza valori portanti, la seduzione di un operare privo di segnali stradali che ne indichino la meta, la meschinità di proposte fondate unicamente sul culto dell’immediato sono ferite quotidianamente inferte all’uomo, insinuazioni del ‘serpente che striscia’ e si traveste di angelo di luce.

Ma chi ne diviene seguace, chi cade nella trappola e nell’inganno, vive invece in una profonda oscurità. E le tenebre fanno dura resistenza alla luce. Le tenebre provano a impedire di incontrare la luce, perché potrebbe bruciare gli occhi, non abituati al fulgore della verità.

Il Figlio crocifisso è la luce, è la verità, è la vittoria sulle tenebre. Di fronte a Lui non ci si può esimere da una scelta. O rimaniamo nella notte, condannandoci da soli a un progressivo aumento di isolamento e di autoreferenzialità, che porta alla morte; oppure accettiamo il bruciore dell’anima che viene dal raggio potente del suo dono d’amore, e ci lasciamo purificare dal crogiuolo della verità. Il Figlio crocifisso è la verità, ne è la via, e da’ la vita.

Perché il Crocifisso scardina la falsità della legge dell’individualismo e dell’indifferenza globalizzata. Sul corpo del Crocifisso è impressa la legge del dono di sé. L’offerta di Gesù della propria vita è rimasta marchiata nella carne fragile, perché lo Spirito incide decisamente e profondamente anche nella nostra debolezza. Il Crocifisso è il segno credibile che una esistenza donata ha valore persino oltre la morte, e da’ senso all’insensato, rende necessario ciò che sembra inutile, sprigiona energie di vita eterna dalle ceneri della morte.

Tutto questo è possibile e vero perché in Dio la scelta è già stata compiuta. Da sempre. Mentre noi siamo sempre in ballo tra la luce e le tenebre, e il nostro cuore sembra combattuto costantemente tra un ‘fifty – fifty’, quasi che scegliere di stare in Lui o di rifiutarLo possa avere lo stesso peso e valore, Dio invece ha già sbilanciato la sua opzione. Dio non ha avuto dubbi e non ha ripensamenti: il Padre ‘non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui’ (v. 17). Perché Dio ama il mondo, lo ama infinitamente. Dio è luce perché è amore, e non può essere diversamente. Dio ha scelto l’uomo, la creatura più buona, e con lui l’intera creazione, e non si scrolla di dosso questa sua passione d’amore. Dio è inequivocabilmente dalla nostra parte.

Il perno della storia in Dio è squilibrato: è proteso verso l’uomo per salvarlo, è piegato verso le piaghe dell’umanità per guarirle, è innalzato verso il Cielo per mostrarlo e ridonarlo a chi teme di averlo irrimediabilmente perduto. Dio crede nell’uomo e nel mondo più di quanto possiamo credere noi in noi stessi. A volte crediamo a quello che vediamo e tocchiamo, ma credere in noi stessi è altra cosa. Ha lo spessore della divinità. Nessuno può credere veramente di essere chiamato alla luce per sempre, se non sceglie di mettersi sotto l’irradiazione della Luce.

Credere nella Luce è scegliere la vita, quella eterna, cioè piena, divina, traboccante. Dalla Croce si sprigiona questa verità e ce ne viene donata la forza. Il Padre e il Figlio non accettano la logica dell’indifferenza: ‘si salvi chi può!’. Il Padre e il Figlio hanno scelto e pagato di persona la logica dell’offerta: ‘se vuoi, io ti ho già salvato; se vuoi, noi stiamo dalla tua parte; se vuoi, puoi essere luce anche tu, vivendo nella verità’. Può darsi che costi il prezzo della croce anche a noi. Ma la nostra croce partecipa della Croce di gloria. La nostra morte nell’oscurità, invece, rischia di precluderci fin d’ora la bellezza dell’essere uomini.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DI DIO CI SI PUO' FIDARE

Gv 2, 13-25 – III domenica di Quaresima B

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Egli infatti conosceva quello che  c’è nell’uomo’ (v. 25).

Che cosa c’è nell’uomo? Che cosa conosceva Gesù, tanto da non fidarsi dei molti che ‘credettero nel suo nome’ (v. 23)? Si può credere in Gesù e non essere degni della sua fiducia? Cosa significa questa parola dura, a commento di un gesto duro come la cacciata dei mercanti dal tempio?

Indubbiamente Gesù non è tipo da cercare facili consensi o approvazioni euforiche. È uomo fermo e diretto, e anche in questo manifesta l’amore di Dio. Noi, come i suoi discepoli, abbiamo bisogno della luce di Dio, del fulgore della Risurrezione, per comprendere la profondità del suo essere uomo. A lui dunque guardiamo, per capire meglio noi, quello che siamo e quello che siamo chiamati ad essere.

Gesù sa che nel nostro cuore abita la tentazione del mercante. Abita cioè la bramosia di possedere e di gestire la creazione e le creature come oggetti da prendere e da vendere, di cui appropriarsi e di cui usufruire in modo da sentirci un poco più sicuri. Si tratta della tentazione di divenire padroni, per vivere l’illusione di essere padroni anche della nostra vita. Le cose create e a noi donate, dunque, divengono calamite per piccoli o grandi attaccamenti, sostituibili soltanto dall’attaccamento al denaro. E anche le relazioni e le persone scadono progressivamente nella categoria utilitarista di idoli da venerare, ma per il proprio autocompiacimento e per la gratificazione dei propri bisogni. Si ha così l’impressione di esistere di più, perché ci si sente più importanti. Fino al punto da trasformare anche Dio e la sua casa, con tutte le ‘cose sacre’, in un oggetto da possedere e portare dove vogliamo noi, da adorare per ricevere in cambio qualcosa. È la logica del vitello d’oro, immagine plastica di tutti i tradimenti alla legge del Sinai ricevuta da Mosè e donata al popolo perché si lasci condurre e non pretenda di condursi da solo.

Gesù conosceva e conosce tutt’oggi quest’intima tentazione, che nasce da un accorato grido di vita. Forse questo grido ci spaventa troppo, come spaventava i Giudei, figli dell’esodo. Ci impaurisce stare in ascolto di questo urlo, che nasce dallo smarrimento del deserto, dalla vertigine della libertà, dall’esigenza di un’oasi in cui riposare che non sia la nostra superficiale compravendita di favori e di concessioni affettive. Forse ci fa tremare le gambe toglierci da sotto la sedia comoda delle nostre abitudini e ci raffredda le ossa uscire fuori dalle mura arroccate della nostra religiosità di facciata.

Gesù conosce anche questa nostra profonda paura. E fa appello a questo stesso grido nascosto, perché lo lasciamo emergere e lo trasformiamo in invocazione. Ci chiede di rischiare la rottura con le nostre formalità, ci propone di distruggere le pareti in cui nascondiamo la nostra debolezza e fantastichiamo di dover essere migliori o all’altezza degli altri, per provare a fidarci di Lui.

Nel cuore dell’uomo abita una infinita esigenza di fiducia! È il terreno fertile per una autentica libertà, è l’humus dove può crescere l’adesione alla vera legge dell’amore. Fidarsi è bene… non fidarsi è morire! Morire nelle nostre false sicurezze, morire nella logica del mercato, morire come oggetti di commercio, perché prima o poi chi compra e vende diviene a sua volta oggetto di compravendita.

Gesù lancia un esigente appello alla fiducia, che in realtà è la dimensione costitutiva dell’essere umano e lo fa veramente persona. Ci si fida continuamente, più o meno consapevolmente. O almeno si dovrebbe. E chi non si fida, vive in continua tensione, terrorizzato di poter rimanere solo, per sempre… quindi di morire!

Ci si fida, quando si va a dormire la sera, che domani ci si sveglierà di nuovo e il sole non interromperà il suo generoso lavoro di irradiazione; ci si fida delle persone che si incontrano, che il macellaio non ci venderà carne avvelenata e che l’autista dell’autobus non sbaglierà strada di proposito; ci si fida persino di se stessi, che si potrà respirare anche oggi per 24 ore di fila… E chi non si fida di queste cose è considerato malato!

Gesù ci propone di trasformare in esperienza divina questa naturale e inconsapevole esperienza umana di ogni giorno. Fidarsi di Lui è fidarsi di Dio. Significa riconoscere che la vita nostra è Sua, e che quindi è in buone mani. Che il lavoro duro di dargli una casa, costato anni di fatica, a Lui interessa nella misura in cui noi ci lasciamo costruire da Lui la nostra casa. È la casa della beatitudine, è la stanza interiore dove riposare in qualsiasi luogo ci troviamo, è la bellezza dell’amore. Gesù ci chiede di lasciar venire a galla tutto ‘quello che c’è nell’uomo’, perché nell’uomo c’è Dio. E di Dio ci si può fidare. Anche quando il corpo e la carne tutta sono così fragili da pensare di non farcela più. Anche quando la memoria della storia suggerisce solo dolore. Anche quando sembra che il presente sia sotto l’egida della tragedia, e che pochi ne approfittino a scapito dei molti. Anche se il futuro appare incerto, se non addirittura assurdo: ‘…e tu in tre giorni lo farai risorgere?’ (v. 19).

Sì, Dio, in Gesù, fa risorgere la vita e costruisce il tempio nuovo, dove non abita la logica del mercato, ma si vive la legge dell’amore. E se noi facciamo fatica a fidarci di questa verità, a noi sono già stati dati una schiera di testimoni, che accogliendola e facendone il cuore della loro esistenza, hanno manifestato in mezzo a noi uno squarcio della Casa definitiva di Dio.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

CHIAMATI ALL'ARMONIA DEGLI OPPOSTI

Mc 1, 12-15 – I domenica di Quaresima B

Commento per lavoratori cristiani

 

Scarno ed essenziale, il racconto delle tentazioni di Marco ci presenta tutte le contraddizioni che in Gesù trovano armonia. Pochi versetti, per mostrarci in Lui ciò che siamo noi, e allo stesso tempo indicarci una meta per il nostro cammino di uomini assetati di felicità.

Gesù ha appena ricevuto la visita dirompente dello Spirito nel Battesimo, riconoscendosi Figlio amato dal Padre. E lo Spirito diviene la sua consapevole guida, il suo compagno di discernimento, la sua forza trascinante. Come aveva fatto Dio con il ragazzo Geremia, ora è lo Spirito a fare violenza su Gesù e a sedurlo per quella missione che è la sua vocazione: vivere da Figlio ogni istante della propria esistenza, in ogni luogo e in ogni situazione. E Gesù ha deciso di lasciarsi sedurre e guidare!

Sospinto così dallo Spirito, dalla Carità che urge risposta e abbandono, Gesù è letteralmente trasportato nel deserto, luogo dell’esodo, spazio del silenzio, solitudine dell’incontro. È la nuova Alleanza che si prepara con lo stesso itinerario di spogliazione e di progressiva integrazione di Israele, che da un groviglio di tribù e di marmaglia si va lentamente trasformando in popolo. Così fa il Padre con il Figlio, così fa lo Spirito con chi si lascia modellare e raccogliere: unifica, integra, armonizza, senza perdere la sconcertante bellezza degli opposti che si contrappongono e si richiamano.

Ed è proprio laddove prevale lo Spirito e dove la Carità penetra i meandri della persona, i suoi tempi e i suoi spazi, persino la sua carne – gli evangelisti dicono che Gesù, dopo quaranta giorni, ha fame, come Israele in cammino -, che Satana si fa sentire più insidioso e bruciante. Laddove è più profonda e appassionata la relazione con l’Uno e Trino, allora si scatena più violenta la tentazione del Maligno. I padri della Chiesa lo capirono ben presto, proprio alla scuola del deserto.

Ma il deserto è soprattutto nell’anima. Chi ha il coraggio di fermarsi per visitarla, per dimorare in essa, chi accetta di stare con se stesso senza sfuggire alla propria frantumazione interiore, scopre da un lato, come mistero insondabile che ci precede, la Presenza della Trinità in lui. Ma subito si riconosce tanto fragile da sperimentare come tentazione anche il più piccolo sotterfugio dell’Avversario: una critica che sfugge alle labbra, un gesto di insofferenza motivato dalla stanchezza, un moto di pigrizia sottile o una banale rivendicazione possono scatenare dolorosissimi pensieri di indegnità e di ingratitudine.

L’uomo che cammina tra le dune del proprio deserto percepisce sempre più di essere soltanto creatura infinitamente piccola e fragile, senza la presenza dell’Amato Figlio, che lì l’ha preceduto. Perché in noi abitano le bestie più selvatiche, e se all’inizio del cammino interiore esse appaiono così voraci ma anche così facilmente identificabili, più si va avanti e più si fanno astute, come il serpente. Sono i nostri istinti, le nostre pulsioni, che tuttavia sono volute da Dio, e da Lui donate per renderci vivi. Ecco allora che, a contatto con gli angeli, con la dimensione trascendente del nostro io, con quell’intima tensione ad andare oltre e a non accontentarci della nostra miseria, possiamo scoprire che le forze passionali racchiuse nella nostra carne e nella nostra mente sono una indicibile risorsa di vita. Gesù non caccia le bestie: caccia soltanto – e decisamente – Satana. Con le fiere Egli sta, perché in Lui, nella sua santa umanità, le bestie convivono armoniosamente accanto agli angeli.

Così ci vuole Dio. Non scissi e spaccati, rifiutando quella parte di noi che ci crea disagio, perché identificata con la debolezza e automaticamente relegata alla dimensione della bestialità. Se rifiutiamo la realtà passionale del nostro essere, la consegniamo al dominio di Satana.

Dio ci vuole invece unificati. Ma è solo opera paziente e certosina dello Spirito, questo lavorio di deserto che integra nell’armonia gli opposti. E ci rende più umani, come Gesù, che è ‘più’ Dio essendo ‘più’ uomo, uomo perfetto. Senza quest’opera di fedele e quotidiano affidamento all’agire divino in noi, anche i pensieri angelici divengono luogo di tentazione, rischio di vanagloria, sottile auto centramento ben gradito a Satana.

Il segno più evidente e paradossale di questo cantiere aperto, di questi ‘lavori in corso’ è l’apertura missionaria ed evangelizzatrice. Sostenuto nell’armonia degli opposti, dentro la contraddizione della vita segnata da un evento tragico come l’arresto di Giovanni, Gesù esce da se stesso e dalla solitudine per annunciare la Buona Notizia. Così per noi: è l’urgenza all’annuncio e all’amore verso i fratelli la cartina di tornasole dell’agire dello Spirito in noi. Perché se al deserto davvero ci sospinge lo Spirito, la sua forza travolgente trabocca fino a farci tornare ancora più appassionati a testimoniare il Regno e il suo compimento nel mondo.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

SCENDERE PER ESSERE GUARITI

Mc 1, 29-39 – V domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Il centro di una giornata ebraica sono le sei del mattino. Il calcolo del tempo, infatti, inizia con il tramonto del giorno prima. Se ciò è vero, al centro della giornata di Gesù c’è la preghiera.

Marco ci regala lo stralcio di una giornata tipo del Maestro. Gli impegni sono tanti, gli incontri si moltiplicano, c’è tanto lavoro, ma anche lo spazio per visitare gli amici, per condividere un pasto a casa di Simone. Non c’è molto spazio per stare solo, durante le ore del giorno. E allora Gesù si riserva nel buio della notte, ancora prima che sorga il sole, un angolo di intimità con il Padre. La preghiera è questo: un tempo di confidenza e di riposo a tu per tu con il Padre. Si tratta del riposo dell’anima, dell’abbandono di ogni preoccupazione nelle braccia di Dio, dell’ascolto attento della voce del Signore Creatore e Provvidente. Gesù, in questo, ci è modello ed esempio.

Soprattutto, Egli ci rivela che al vertice della ferialità, e quindi di una vita normale di un battezzato, non può che starci l’incontro personale con Dio. Garantire uno spazio fisico e temporale di silenzio è essenziale all’esistenza di Gesù e di chi vuole vivere come Lui. Luogo e tempo aiutano il silenzio del cuore, perché è la stanza interiore che ha bisogno, fedelmente, di una visita per stare accanto a Colui che la abita da sempre.

L’intimità con il Padre è anche per Gesù, il Figlio, guarigione dai pesi della propria missione, nella condivisione dell’ansia di liberazione per il popolo oppresso dal Maligno. Anche per noi, a volte troppo impauriti dall’odore e dal dolore delle nostre piaghe, stare con il Padre è medicina che sana dalla paura, dalla solitudine, dall’immagine disperata di noi stessi, che ci pensiamo troppo malati per poter risorgere ancora. Gesù sceglie di mettere al primo posto questa dolce e dura terapia di preghiera.

Il centro e il vertice della giornata di Gesù, dunque. Immaginiamo le ore che passano e corrono verso questo culmine, e quelle che vengono dopo, attingendo alla fonte, alla forza di questo incontro mattutino. Ma se è vero ciò che ci rivela la Parola, il cammino verso questo vertice non ha l’aspetto di una faticosa ascesa verso la cime del monte. Gesù, infatti, è Colui che è disceso dal Cielo, e solo perché è disceso potrà ascendere al luogo da dove è venuto.

Lo stile dell’abbassamento, della spogliazione, della kenosis è costitutivo dell’identità del Figlio di Dio, del Maestro. Ogni giorno, dunque, si ripete la dinamica. Gesù va verso il centro della sua vita, il vertice della sua esistenza, la fonte della salvezza (in latino, salus significa salute!), cioè Dio, abbassandosi e inginocchiandosi ai piedi dei fratelli, per lavarli e sanarli dalle loro infermità.

Tutta la giornata di Gesù scorre nella logica della discesa, della diaconia. Ecco perché Egli diviene il taumaturgo e il medico delle anime e dei corpi. Perché la potenza di Dio che lo riempie e lo abita trabocca in un atteggiamento di misericordia e di pace che coinvolge, penetra, guarisce. La potenza di Dio in Gesù è l’umiltà del servizio, di fronte al quale anche i demoni vengono sconfitti.

La Parola di Gesù e il tocco della sua mano hanno l’efficacia della Parola creatrice di Dio e del braccio potente del Padre, che trasforma e libera tutto ciò che tocca. In questo modo, la kenosis del Figlio si dilata in una spirale di bontà che non può trattenersi e chiudersi a questo o quell’ambiente, a questo o quel gruppo. Gesù assume tutta l’umanità in sé, allargando i confini, e la sua discesa va fino agli inferi dell’esistenza, dove la malattia e la sofferenza sono segnate dall’esperienza tragica del peccato.

Tutto ciò valeva per i suoi contemporanei, e vale tanto più oggi. La presenza del Figlio di Dio nel mondo è ancora viva e si riconosce nei segni credibili di uomini e donne che si fanno piccoli e poveri a fianco dei diseredati di tutta la terra. Una terra lacerata di dolore, spesso atroce, incomprensibile. Eppure una terra amata immensamente da Dio, che non si stanca di cercare cuori e braccia coraggiosi per farne presenza del proprio amore. Desidera guarirli, infondendo la fiducia dell’intimità per renderli capaci di guarire.

Dio, in Gesù, ci invita a mettere al centro, al vertice della nostra giornata, pur densa di impegni e di attività, l’incontro intimo e autentico con Lui, che sana le nostre piaghe. E dopo aver parlato con Lui dei nostri fratelli feriti, oppressi, infermi, ci invia ‘a tutti i villaggi vicini’ per rinnovare il prodigio della sua potenza: potenza di abbassamento, potenza di servizio, potenza di relazione.

Rendici, o Dio, segno credibile della potenza dell’umiltà, che sana le nostre malattie!

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

L'AUTORITA' DEL SANTO DI DIO

Mc 1, 21-28 – IV domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

L’autorità di Gesù, ‘il Santo di Dio’, oggi ci interpella. È l’autorità di chi sta sempre dalla parte di Dio. Perché essere ‘santo’ significa essere messo da parte da Dio e per Dio. Dio stesso, dunque, ha messo Gesù dalla sua parte, lo ha preso per sé. Dio è diventato la roccia su cui Gesù ha fondato la propria casa. Dio è la Roccia: Egli quindi è la forza, che dà autorità, alle parole e ai gesti. Perché ciò che Dio dice, avviene; la sua Parola si compie; l’agire creatore si rinnova e diviene nuovamente un evento, perché Gesù ha l’autorità di Dio.

A volte, però, è Dio stesso che ha bisogno di essere aiutato, difeso, custodito, quasi tutelato. Con forza, con autorità. Quante bugie si raccontano su di Lui! Quante colpe gli imputano, di cui è innocente! Quante false parole si usano, accusando Lui di altre parole che non ha mai pronunciato… e quindi di gesti che non ha mai compiuto!

Di fronte all’apparente assurdità della vita, Dio è stato ed è spesso messo alla gogna, crocifisso di responsabilità di cui l’uomo non ha il coraggio di farsi carico. Come se Dio, che ha generato la vita e spende tutto se stesso per riconciliare e restituire la vita anche a chi è frantumato dai demoni di morte, fosse l’origine degli orrori che l’uomo stesso, quando rifiuta di essere dalla parte di Dio, continuamente procura a sé e ai fratelli. Già nel mezzo della tragedia di Auschwitz la giovane Etty Hillesum, ebrea, aveva intuito la debolezza di Dio, sentendo dentro di sé l’esigenza imperativa di difendere quel Dio che a tutti i costi volevano far morire in lei.

Difendere Dio, con autorità, nella nostra interiorità è oggi quanto mai necessario, perché Egli possa continuare a mostrare a tutti il proprio volto di misericordia. Questa instancabile lotta – e il campo di battaglia è dentro di noi – è il nostro migliore contributo perché il mondo non scivoli nel baratro della disperazione, di fronte ai drammi dell’umanità, ma anche davanti al sottile vento dell’indistinto e dell’indifferente.

Chi è indifferente nega la diversità e la sua ricchezza, e relega all’anonimato ogni figlio di Dio. Il Santo di Dio, invece, prende le difese di Dio custodendo e proteggendo i suoi prediletti, i poveri, i frantumati, gli oltraggiati. Così vede le differenze, e ne tutela la dignità, per eliminare le discriminazioni.

Così Gesù diviene autorevole: difendendo Dio in lui e negli altri.

Difendere Dio vuol dire metterlo al posto che si merita: il primo! Dio e la sua legge, Dio e il suo Regno, Dio e la sua Parola sono la passione di Gesù, contro ogni tentativo di sfigurare il volto dell’Altissimo. Fino al punto di rendersi disponibile a dare la propria vita, perché i figli di Dio possano conoscere la verità del proprio Padre, che è misericordia. Dio, per il Santo, vale più anche della propria vita. ‘La tua grazia vale più della vita’ (Sal 62,4).

C’è bisogno di autorità, nella società umana. C’è bisogno di autorevole autorità, fondata nella santità, sulla Roccia di Dio. C’è bisogno di difendere Dio, non in una forma di assicurazione legale ed esteriore, che abbona ogni sacrificio e fa sconti alle proprie responsabilità. L’autorità ha radici nella propria interiorità e nella scelta radicale di stare dalla parte dei poveri.

Preserva, o Dio, questo mondo irrequieto dall’ambizione di cercare autorità e potere altrove. Rendi i pastori dei popoli persone autorevoli come il tuo Santo, Gesù, preoccupati di difendere la tua vita in loro e la vita dei poveri in Te. Fa che gli uomini di comando siano presenti a se stessi nello stare presenti a Te, in ogni decisione, perché diventi discernimento e non demagogia. Mantieni i loro cuori – e anche i nostri – a contatto con la propria intimità, quella parte di sé in cui abiti Tu, e che protegge dalla paura degli spiriti immondi, strumenti di divisione. Potranno così vincerli, con la tua forza, con il tuo potere. E saranno capaci di generare autorevolmente processi di unità e di riconciliazione, percorsi di integrazione e di fraternità, itinerari di comunione nella verità.

Restituisci, o Dio, alla tua Chiesa e a questo mondo la dolce premura di chi si prende cura della vita più debole, vivendo come servizio amorevole la propria autorità.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

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