LA PAROLA CHE DA' DIGNITA'

Mc 7, 31-37 – XXIII domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Si dice che ‘non c’è peggior sordo di quel che non vuol sentire’. Aggiungiamo anche che non c’è peggior muto di chi non vuol parlare. Le limitazioni fisiche, nella logica della Bibbia, sono segno esteriore di un allontanamento da Dio, di una condizione di peccato o di impurità. La Parola vuole evidenziare come il difetto o la fragilità appaiano quali impedimento all’esercizio della libertà.

In questo senso, anche oggi è vero che coloro che non possono udire, parlare, vedere, camminare sono limitati nella loro libertà. Ma sembra ancor più vero che questi limiti spesso ce li poniamo da noi stessi. Si potrebbe pensare alla vasta gamma di malattie psicosomatiche, che abbondano nel nostro mondo frenetico e troppo preoccupato di una salute frutto di pillole e massaggi. Ma più profondamente ci si rende conto che l’individualismo dominante, la competizione fondata sul timore del giudizio altrui, l’ansia di prestazione, il senso diffuso di solitudine generano di fatto personalità incapaci di comunicare e di relazionarsi serenamente.

Di fatto, ascoltare e parlare sono gli strumenti basilari per una comunicazione efficace. La parola è tratto originale dell’uomo, che lo innesta nel mistero originario di Dio. Dio ha creato pronunciando una Parola efficace, che si è fatta evento, storia. E nella storia continua a disseminare parole di vita, che si realizzano quando trovano orecchi e cuori disponibili ad ascoltarla, e mani pronte per porla in opera.

L’uomo di oggi è isolato e chiuso, rattrappito nel tentativo di sopravvivere senza aprire le orecchie all’altro, senza porgere una parola di contatto autentica, diretta, a voce alta. L’uomo di oggi urla il frastuono che impedisce di capire veramente, perché sovrasta la capacità di ascolto. L’uomo di oggi tace terrorizzato dal rischio di incontrare e percepire la sfida della diversità.

Siamo avvolti in una realtà sempre più asettica e meno capace di farci gustare l’impatto dei sensi, del corpo vivo e protagonista dell’esistenza. Dietro una maschera di esaltazione della carne, siamo vittime di una frantumazione della persona che ritorna ad antiche modalità dualiste.

Invece Gesù infrange nuovamente il confine tra corpo e anima, perché desidera restituire ad ognuno di noi il gusto di una comunicazione che sia di comunione. Sorprende l’intimità estrema ricercata di Gesù, e là dove sono i suoni a non farsi percepire, nella vita di un sordomuto, egli cerca il contatto fisico, il rapporto immediato, l’esperienza dei sensi, perché non si restituisce mai a una persona la dignità se non la si aiuta a riscoprirsi tutta intera se stessa.

Così Gesù tira fuori dall’ombra e dalla massa il povero, lo mette in disparte per stare con lui: è il gesto salvifico del Dio che santifica, consacra, cioè ‘mette da parte’ per sé. Gesù comincia con un segno che afferma decisamente la ‘proprietà’ dell’uomo: ‘tu sei mio’, sembra voler dire, restituendo così l’unico spazio vero per l’esercizio della libertà, cioè la relazione con il Signore della propria vita. E allo stesso tempo, in questo inno all’appartenenza che salva, Gesù apre un itinerario, svela un inizio, sollecita a una risposta. Che è personale, che non massifica, che manifesta lo specifico di ogni volto.

Ecco dunque che Gesù tocca, purificando l’impuro e assumendo su di sé lo scandalo dell’esclusione. Chi tocca un menomato condivide la sorte del suo peccato. Gesù non teme, assume il peso, si fa carico di questo assordante silenzio che invoca una presenza nuova. Gesù tocca con le dita e con la saliva, gesti sconcertanti, quasi di invadenza. Desidera un rapporto che sia penetrante, perché da dentro si sciolgono le corde vocali della lode e della riconoscenza. Non è un miracolo contro natura, ciò che Egli vuole compiere, ma un mistero di comunione intima.

Esso è possibile soltanto con la forza del Padre che abita il Cielo e con la potenza dello Spirito, che esce come un alito di vento dal sospiro del Figlio. Si anticipa la Pentecoste della Croce. La Trinità tutta si impegna a restituire dignità all’uomo, e chiede domicilio dentro di lui.

È solo ora, quando si rinnova la consapevolezza della presenza di tutta la Trinità, che la Parola diventa efficace. ‘Effatà’ è il grido battesimale di Gesù, e la salvezza si compie. L’uomo viene restituito alla bellezza della relazione, alla verità della parola condivisa, all’ascolto che rende liberi e alla risposta che responsabilizza. ‘Effatà’ significa che il sepolcro è di nuovo aperto, per sempre. E così ogni volta che lasciamo pronunciare questo grido di salvezza nella nostra vita, la Pasqua torna a realizzare la sua novità, la sua missione. Il battesimo si consolida e si radica nella nostra esperienza ordinaria.

Chissà quante volte abbiamo bisogno di sentire pronunciare per noi questa parola di speranza, di vita, di futuro. Chissà quante volte ci viene chiesto di pronunciarla per gli altri, con fiducia, con consapevolezza. Siamo dimora della Trinità, e la Sua voce può risuonare nel silenzio del mondo soltanto attraverso la nostra disponibilità ad essere trasmettitori credibili, con la nostra vita, della Sua verità.

Come tacere tanta bellezza? Le folle non ci riescono, i discepoli non possono. E disobbediscono persino alla sollecitazione del maestro. Quando ci si lascia stupire dal miracolo della comunione, della Parola che salva, soltanto una può essere la reazione: un comune sussulto di meraviglia, desideroso di coinvolgere altri in questa sorprendente novità.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

IL PADRE CELESTE IMPASTA IL PANE DI VITA

Gv 6, 24-35 – XVIII domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

La bontà del pane dipende da tanti elementi: l’acqua, la farina, il sale, il fuoco con cui lo si prepara. La sua fragranza, il suo profumo, sono aspetti che ne caratterizzano l’origine e quindi la genuinità. Non tutti i pani sono uguali, dunque. Ma la bontà del pane dipende anche da chi lo prepara, dalle mani che lo lavorano, dalla passione che si pone nell’opera paziente e nascosta. Sì, perché il pane si fa di notte, quando il mondo ancora sonnolento è combattuto tra la notte e il giorno, e regna la penombra. L’oscurità comincia a essere attraversata da qualche bagliore di luce, e il pane inizia a essere impastato, infornato, tolto caldo e saporito.

Chi fa il pane deve avere mani esperte e cuore dedicato, perché quella del panettiere è un’arte antica e nuova, che non si inventa dal nulla, che parla di esperienza e amore.

Chi, allora, ha impastato il Pane disceso dal Cielo? Chi sta all’origine della kenosis di Gesù? Chi sta  dietro il suo parlare ardito e il suo agire coraggioso?

Questa è la domanda che sorge fra coloro che hanno mangiato il pane materiale, memoria della manna del deserto, e che si accorgono che c’è qualcosa di più che un semplice banchetto per affamati. I Giudei percepiscono che la fragranza di Gesù ha una autorevolezza e una profondità che non può essere solo di questa terra. E sembra che la bontà del Pane, rimandando a un Artigiano ben più grande di loro, anziché generare stupita ammirazione e rinnovare l’intimo desiderio del Cielo, susciti timore e progressiva avversione.

Può darsi che capiti quando ai Giudei – e a ognuno di noi – si insinua nel cuore quella vena di invidia per non poter essere padroni e gestori di questo Pane buono. Può darsi che sotto sotto si sviluppi quella mortale gelosia di chi vorrebbe essere il produttore e l’unico consumatore, ed è incapace di godere del bene generato e donato da altri.

Il confronto con Dio, però, non può essere sostenuto; e così i Giudei – e forse noi con loro – si mettono a far paragoni con Giuseppe e Maria: ‘se i panettieri, cioè gli educatori e catechisti che hanno generato un uomo così saggio e forte, un Pane così allettante, sono due poveracci del nostro paese, noi possiamo fare meglio!’.

Mai oserebbero dire di sé questo, confrontandosi con Dio! Anche loro sanno che nessuno può operare meglio di Dio! E così si nascondono, e con loro anche noi spesso ci mascheriamo dietro futili, ma dolorosissime diatribe di competizione.

Ma è Dio l’unico Panettiere, la fonte d’Acqua viva e il Fuoco che corrobora la cottura del Pane! Dio è il Padre, che genera il Figlio in tutta la sua incommensurabile bontà!

Per riconoscere questo è necessario riconoscere che Gesù è un Pane disceso dal Cielo, che non si incrosta in nessuna logica di rivalità umana, e non si incasella in misere ricette terrestri. Significa accettare di… perdere il controllo, e dare al Pane la possibilità di inebriarci con il suo profumo e il suo sapore. Chiudendo gli occhi per poterci fidare di Lui.

Questa è la posta in gioco: la fede, il credere per avere la vita eterna. Per poter mangiare il Pane del Cielo senza che questo diventi la nostra condanna, come ricorda Paolo ai Corinzi, è necessario scegliere decisamente e senza mezze misure di fare del Panettiere celeste l’unico nostro Artigiano di riferimento e del suo Pane impastato nella carne del Cristo l’alimento quotidiano, abbandonando la nostra pretesa di governare e commerciare la Grazia, per lasciarci trasformare dalla Grazia.

Non è una meta per pochi eletti o un privilegio per qualche persona speciale. Si tratta invece della possibilità data a tutti di scoprirsi cari allo stesso Artigiano celeste. In Gesù Pane, infatti, in Gesù Eucaristia si realizza per ognuno di noi la profezia dell’Antico Testamento: lo Spirito prende casa nel cuore di ogni uomo, giovane o vecchio che sia, e la Terra Promessa si concretizza nella vita celeste accolta nella nostra interiorità come anticipo di Paradiso.

Tutti possiamo mangiare di questo Pane, che è la carne del Figlio offerta in sacrificio per noi. E in esso incontriamo la verità di un Padre che si sveglia molto presto, prima dell’alba, sperando di trovare la nostra povera ma amata carne disponibile a farsi impastare e cuocere ancora, per essere, come Gesù, offerta al banchetto del mondo ogni giorno, come sacrificio gradito a Dio.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

GESU' E' PANE CHE CI FA PANE

Gv 6, 24-35 – XVIII domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Quello che si trova dipende certamente da ciò che si cerca. La risposta è conseguente alla domanda. Fa parte della dinamica della vita. Gesù lo sa bene, e quando vede le folle che lo seguono, sollecita il dubbio, stimola a interrogarsi.

Chi cerca nutrimento materiale, probabilmente può trovarlo: Gesù ha sfamato la moltitudine, come Dio aveva provveduto alla fame del popolo nel deserto. Ma si tratta di un cibo che perisce, che dura un giorno, che domani è già passato, se non dimenticato. La ‘manna’ è qualcosa che soddisfa i bisogni di un tempo, forse proprio di una dimensione dell’uomo. Perché la manna risponde alla domanda: ‘che cos’è?’ (cfr. Es 16,12-15). Esaudisce il desiderio di chi cerca qualcosa.

Ma l’uomo non è solo questo. E soprattutto Gesù non è qualcosa. Gesù è qualcuno, anzi Qualcuno con la lettera maiuscola. Gesù risponde alla ricerca di chi ha il coraggio di chiedersi e di chiedergli: ‘ma tu, chi sei?’. ‘Io sono il Pane disceso dal Cielo!’.

È un’altra dimensione, è un altro cibo, è un’altra vita. Gesù è la risposta alla domanda di relazione, di esistenza, di senso che il cuore dell’uomo porta con sé, in sé. Perché anche l’uomo non può essere ridotto a qualcosa, e chi si limita a cercare risposte materiali ai drammi dell’esistenza, non può che restare a un livello parziale, anche delle soluzioni. L’uomo è un ‘chi’, è una persona. Nessuna creatura al mondo gode di altrettanta dignità, per quanto tutta la creazione meriti il rispetto e la cura affidati proprio all’uomo.

E la dignità più alta della persona umana sta proprio nel riconoscersi capace di mangiare il Pane che è Dio. Cioè capace di accogliere Lui, di assumerlo in sé come parte vitale, come nutrimento integrale, totalizzante. Gesù si dà come Persona perché ogni persona possa riceverlo nella propria esistenza e trasformarsi in Lui.

Strano cibo, questo Pane: a differenza di ogni altro pane, non è la persona ad assimilarlo a sé, ma è il Pane stesso che ci assimila alla Sua natura. L’uomo diviene divino, partecipa della Vita eterna. È un Pane che rompe i confini del tempo, e introduce i suoi commensali a un banchetto che non ha limiti, che fin da ora irradia la fragranza del Paradiso. Gesù ci fa diventare come Lui. Con la pazienza del mugnaio e del panettiere, con la costanza dei fermenti vivi, che operano da dentro una lenta e progressiva trasformazione. Nutrendoci del Pane disceso dal Cielo prendiamo il colore e il sapore del Cielo stesso.

Questo è il nutrimento di cui ha veramente bisogno il mondo. Si tratta di un cibo che non perisce, perché chi di Lui si nutre, diviene egli stesso Lui, cioè segno e strumento della sua presenza nel mondo. Noi diveniamo Pane, con sapore di Cielo. E la folla che continua a cercare, spesso inconsapevole, ma affannata e a tratti angosciata, può sentire risvegliare in sé quel desiderio di ‘Qualcuno’ se sulla propria via incrocia qualcun altro che si sta lasciando contagiare di gusto di pane.

Chissà sia l’occupazione più urgente e totalizzante da fare propria, per ogni cristiano che scopre la ricchezza e la dolcezza della mensa eucaristica. Spendere tempo quotidiano a raccogliere i frammenti del Pane celeste, che stanno nella Parola e nei sacramenti, per poterli a sua volta continuamente seminare nei campi del mondo. Non solo come piccoli cestini di vimini, portatori di un cibo profumato e succulento, ma addirittura noi stessi come pagnottelle – o anche briciole, ma comunque saporite – del buon Pane disceso dal Cielo.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

NON USCIRE A SPARLARE DEL CRISTO

AGOSTO 2015 - Impegno di vita

Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cembalo che strepita (1 Cor 13,1)

L‟inno alla Carità è pagina di sublime spiritualità e di prassi cristiana, di pastorale e di vita fraterna comunitaria. Dire „Carità‟ ci porta a pensare a quante cose dobbiamo ancora fare. Ci spinge a essere zelanti nel compiere il bene. Ci rende disponibili al servizio. San Paolo ci fa andare oltre e ci illumina con le sue parole rivolte ai cristiani di Corinto. Mentre dice cos‟è la Carità, spalanca una finestra dopo l‟altra su orizzonti di autentica vita cristiana. Apre l‟inno suggerendoci quasi che la Carità è una „lingua‟ da imparare. È una lingua che può fare del rimbombo del bronzo una musica che si avvicina al „sentire di Gesù‟. Il nostro peccato, la nostra indifferenza, le nostre chiusure lasciano sempre uno strepitio inevitabile. La Carità invece costruisce uno spartito lungo il quale anche le nostre note stonate possono trovare armonia.

IL MONDO HA FAME

Gv 6, 1-15 – XVII domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Siamo in piena estate, le notizie dei telegiornali non disdegnano le tradizionali carellate di gossip delle vacanze dei vip. A Milano continua la maratona dell’EXPO, dove il tema del cibo è messo bene in mostra, con sfilate di potenti e scambi affascinanti di culture non solo culinarie.

E intanto, le tragedie degli ultimi del mondo non terminano, anzi sembrano acuirsi con maggiore drammaticità. Ci entrano nelle case e negli occhi le immagini dei disgraziati esuli del Mediterraneo, a volte stravolti ma sopravissuti, altre – tante – volte giunti alla inesistente terra promessa senza più fiato da dare.

E folle di disgraziati si ammassano presso altre innumerevoli frontiere del mondo, verso nazioni che spesso diventano mete vecchie e nuove di illusorie fantasie di salvezza. Gli stati erigono muri e barriere di difesa. O forse sarebbe meglio chiamarle per nome: di discriminazione! Mentre scoppiano le bombe, muoiono gli innocenti anche a casa loro, senza distinzione di stato sociale e di religione.

Non possiamo che guardare a questa immensa folla, oggi, mentre Gesù guarda quella ‘grande folla’ che ‘lo seguiva… perché vedeva i segni che compiva sugli infermi’ (v. 1). In quella gente assetata di un gesto di speranza e di cura, Gesù vede anche noi e questa nostra umanità ferita dei giorni nostri. Siamo lì con loro, e gli occhi allora non possiamo e non dobbiamo chiuderli. Il mondo soffre, e molto. Soffre perché ha fame e sete di giustizia. E continua ad avere fame e sete di pane e di acqua materiali, oltre che spirituali.

È vero, non sono i soldi che risolveranno il problema. Filippo lo dice da economo un po’ tirchio, ma realista. Gesù lo ripete, con un altro stile, però: senza nascondersi dietro la scusa, senza rinunciare alle proprie responsabilità, senza abbattersi e ritirarsi di fronte alla sproporzione del dramma.

Gesù è disposto a pagare di persona. E desidera coinvolgere anche i suoi discepoli nella stessa logica, nella stessa rivoluzione. No, non sono i soldi che risolveranno il problema: i soldi si possono usare anche per comprare armi e per costruire barriere. Ma è la mentalità nuova che compirà il miracolo.

La mentalità di un ragazzo, fresco e pulito come ancora se ne trovano per le strade del mondo. La trasparenza della gioventù va custodita, va amata come un valore necessario alla bellezza del mondo. Un fanciullo, forse un poco ingenuo, mette a disposizione tutto quello che ha, senza trattenere neanche una briciola per sé. Avrebbe avuto senso garantirsi almeno la propria pagnotta: avrebbe forse dato un tono di sicurezza ai suoi genitori, se erano lì presenti. Invece lui dà tutto, disposto a perderlo. Paga di persona, come farà Gesù. Gesù impara dai piccoli.

La purezza di questo dono rende gli occhi di Gesù ancora più teneri. Nel mezzo del sudore della gente, tra tanta stanchezza che lo circonda, oltre il sospetto dei suoi più vicini collaboratori, egli vede la bellezza del creato. C’è ‘molta erba in quel luogo’, segno che il Padre Creatore non si è dimenticato di dare un poco di ristoro a chi è ‘affaticato e oppresso’ (cfr. Mt 11,28). Dio è umile di cuore, come i piccoli. Per questo la folla, che è come un gregge senza pastore, può sedere e trovare ristoro. Il riposo della creazione si rinnova. Ma questa volta Dio non contempla più da solo la meraviglia delle sue creature. Ora insegna anche a loro la via per divenire figli e figlie: è la via della condivisione e della solidarietà, che nasce dal germe del dono. Chi desidera vedere con gli occhi di Dio e imparare a contemplare, deve lavarsi al collirio della gratuità. Chi desidera amare con il cuore di Dio, deve svuotare il proprio e liberare le mani da ogni attaccamento che ne appesantisce le idee.

Così furono saziati. Tutti. E oltre ogni aspettativa. Così ne avanzò tanto, di pane e di pesce, da poter sfamare un altro popolo, il popolo che è la Chiesa. Così la povertà del trattenuto si trasforma nella sovrabbondanza del dono. Profezia commovente - come si è commosso il cuore di Dio in Gesù - di un mondo davvero rinnovato, della vera Terra promessa.

Guardiamo all’unico popolo di oggi, che ha fame, tanta fame di pace e di riconciliazione, di vita e di speranza. Guardiamo con gli occhi e il cuore di Dio, disposti a dare tutto quello che a noi tocca perché si realizzi la comunione annunciata dall’Eucaristia. Guardiamo con la logica del servo, perché è l’animo trasparente e umile del piccolo, e non la corona altezzosa del re, che salverà il mondo.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

'PRENDETE, QUESTO E' IL MIO CORPO!'

Mc 14, 12-16.22-26 – Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – anno b

Commento per lavoratori cristiani

 

A pensarci bene, se c’è qualcuno che avrebbe potuto legittimamente decidere di appropriarsi di sé e di tenersi stretto per sé ciò che è e ciò che ha, questo qualcuno sarebbe solamente Dio! Egli è l’Onnipotente, l’Altissimo, il Creatore di tutte le cose. Che cosa, dunque, gli impedirebbe di esercitare la sua autorevole supremazia sul mondo e sull’uomo decidendo di gestire per sé quello che Egli è?

Paradossalmente, invece, noi scopriamo sempre più un Dio che di sé ha voluto spogliarsi ed espropriarsi, per donarsi a noi, piccole sue creature. Questa logica di Dio impressiona! Ha voluto darsi, lasciando spazio di sé affinché l’uomo esista e viva. E quando questo spazio l’uomo lo ha acquisito con atteggiamento egocentrico, pretendendo di essere dio al suo posto, Egli di nuovo ha scelto di donarsi. Così è venuto a mescolarsi in mezzo ‘ai suoi’, assumendo un corpo, che esprime più di ogni altra cosa il limite e il confine in cui esistono le sue creature.

Il corpo è dimensione costitutiva, ‘habitat’ necessario per essere uomini qui, su questa terra. Il corpo è strumento di approccio e di relazione, primo tramite per incontrare l’altro. Il corpo è fisicità, è l’esercizio dei sensi, è concretezza: si vede, si tocca, si ode, si odora. Il corpo si bacia e può baciare. Tutto questo, Dio l’ha assunto in sé, facendosi uguale alla sua creatura. Tranne nel modo di gestire questo tabernacolo della grazia che è il corpo.

In Gesù, infatti, Dio ha manifestato la sua donazione offrendo ai suoi anche il suo corpo e il suo sangue. Anche la carne fragile del Maestro è divenuta oggetto di espropriazione, e mai Gesù ha voluto esercitare il diritto al possesso. Perché in Lui tutto si integra nella logica sconvolgente del dono.

Ci troviamo così, oggi, a poter vedere, toccare, gustare ancora il Corpo del Signore. Non in una esperienza puramente materialista, quasi molecolare. Piuttosto, lo percepiamo presente e donato a noi soltanto se anche noi accettiamo di non possedere, di non gestire tutto, e di entrare nella logica del dono gratuito di sé.

Questa è l’Eucaristia: una sorgente di vita donata, perché frutto maturo della Vita donata. Dall’Eucaristia ‘prendiamo’ ciò che ci è necessario per vivere. Un nutrimento fisico, che diviene spirituale e ci fa assaporare il gusto della carne di Cristo: sa di offerta! Il pane divenuto corpo e il vino diventato sangue sono presenza tangibile della logica dell’amore. Chi infatti pretende di comprendere con la testa o di controllare con il ragionamento, perde di vista il senso profondo dell’essere Corpo di Cristo. Che è appunto la spogliazione dalla pretesa di possedere.

Gesù non ci ha solo indicato la strada della consegna per amore, praticandola per primo. Egli ci rende anche capaci di seguirlo in questa via di autentica realizzazione, attraverso la condivisione di sé nell’Eucaristia. Se accettiamo che Egli si da a noi realmente, ma senza presumere di incasellarlo nei nostri schemi materialisti, allora impariamo a contemplare anche il nostro stesso corpo e la nostra stessa fisicità – abitata dallo Spirito – come dono da ricevere piuttosto che come oggetto da possedere e usare.

Quanto dolore, mascherato di illusione, genera oggi l’affannosa corsa a voler abusare delle risorse limitate del nostro corpo, a manipolare la vita che scorre nelle cellule della carne nostra e altrui, a insinuare freneticamente il superamento di ogni confine naturalmente impostoci dalla nostra fisicità! Oltre ogni singola e complessa questione etica, va ribadito che noi siamo dono a noi stessi, che il corpo è ricevuto come grazia e come peso, che l’intera persona, in anima e carne, è prezioso regalo del Cielo da accogliere, non da sfruttare.

La solennità del Corpo e Sangue del nostro Signore Gesù Cristo ci interpella oggi a uno sguardo più profondo e intimo sulle realtà così quotidiane e coinvolgenti della nostra affettività, dei nostri sentimenti, delle nostre relazioni, che necessariamente interpellano la nostra fisicità, e quella di ogni persona, piccola o grande che sia. ‘Prendete, questo è il mio corpo… questo è il mio sangue…’: sono le formule di un’alleanza, non di una costrizione. Dio offre tutto se stesso, anche la povertà assunta in sé nell’Incarnazione, perché soltanto nella logica della spogliazione da sé trova fissa dimora il patto d’amore tra Lui e noi.

La stessa disponibilità a ‘perdersi’ perché l’altro abbia vita è l’autentica vocazione eucaristica che rende saldo il rapporto tra due persone.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

LO SPIRITO DI VERITA'

Gv  15, 26-27; 16,12-15 – Solennità della Pentecoste

Commento per lavoratori cristiani

 

Per vivere appieno la Pentecoste, Pasqua dello Spirito Santo, c’è da ridestare il desiderio profondo di verità. Quello che anima i grandi testimoni e i martiri della Chiesa, come il beato Mons. Oscar Romero. La venuta del Paraclito è novità e turbamento, è incendio e refrigerio, è consolazione e sconvolgimento. Ma nulla di tutto ciò può invadere e trasformare il cuore dell’uomo se non risorge dall’intimo la domanda esistenziale della verità.

Il mondo di oggi è tempestato di notizie. Le informazioni corrono, alla velocità di un clic, da una parte all’altra del globo, quasi in contemporanea con i fatti che accadono. Non si fa in tempo a vivere un’esperienza, a gustarne le emozioni, a coltivarne lo stupore e l’imbarazzo, la gioia e la delusione, che le foto e i video dei volti e dei luoghi già corrono da uno smartphone all’altro.

Siamo connessi con ogni angolo della terra. E sebbene restino intere sacche di popolazioni escluse da questo mondo mediatico, che non è forse meno reale del mondo del contatto fisico, l’interrogativo più coinvolgente che si impone riguarda piuttosto un’altra dimensione: la verità! Quanto, cioè, di ciò che comunichiamo è vero? Quali i criteri e le garanzie per definire una notizia come vera? Dove trovare i punti di riferimento affinché l’interazione che si genera nello scambio sia vera?

Perché è la verità che trasforma una connessione in cammino di comunione. Solo nella verità l’intreccio di individui collegati tra loro diviene anticipo di unità tra persone che si amano.

La verità, però, non può essere data per scontata. E quando invece si da per scontato che ciò che vedo, ciò che leggo, ciò che scambio sia vero, qualcosa manca alla relazione. Manca la profondità, manca lo svelamento, manca la persona intera. Ecco perché il mondo dei media non elimina, anzi allarga e provoca ancora maggiormente la necessaria e vitale domanda di senso. Che è la domanda che ci fa essere uomini.

Lì abita lo Spirito, lì avviene la Pentecoste. Quando degli uomini – appunto – sconvolti dall’accaduto della storia, storditi dal fallimento del loro Maestro crocifisso e spiazzati dalle voci e dagli sguardi di chi lo dice risorto, si domandano se ciò sia vero. Quando degli uomini – appunto – impauriti e tentati di evadere e tornare alla banalità dell’esistenza di prima, vengono raccolti dalla Madre nel Cenacolo, luogo di memoria e di rivelazione, e si lasciano inquietare profondamente dal grido del cuore: ma è vero tutto questo?

Il peso è grande: la domanda sul senso della vita e sulla verità delle cose non può trovare risposta nella piccolezza del nostro ragionare. La nostra testa è povera, per contenere l’immensità della manifestazione. Perché la verità, in effetti, è cosa tanto umana quanto divina. In essa si incontrano il Cielo e la terra. La verità della terra, infatti, è che è fatta dal Cielo e per il Cielo. La verità ha la ‘V’ maiuscola: è la Verità di una relazione, è Persona!

Per questo, la Verità scrolla di dosso la polvere che appesantisce e invecchia i bei lineamenti della creazione. Solo chi l’ha creata lo può fare, perché ne conosce i dolci tratti e soprattutto desidera rivederli, anche quando le ferite del peccato e della menzogna li hanno sfigurati. Per questo, Gesù promette e invia quello stesso Spirito creatore che all’origine del mondo era nel grembo del Padre, come Colomba inquieta, e aleggiava muovendo correnti di vita nuova nel caos da portare ad armonia.

Ebbene sì, la Pentecoste è una rinnovata Creazione. Lì il creato e in esso l’uomo, la creatura più buona, vengono ricondotti alla verità originaria, che è quella di essere usciti da Dio e dal suo cuore innamorato, per tornare a Lui avendo generato nell’intimo la vita del Figlio.

Quando ti dicono che assomigli tutto a tuo padre, il cuore si riempie di orgoglio e di gratitudine: appartieni a qualcuno, e anche il tuo corpo lo dice, i tuoi tratti non riescono a nasconderlo. Se questo padre ti ha deluso, senti quella rabbia che invoca riscatto, perché la verità è che un figlio ha diritto a un padre che lo ami. Ma se questo Padre, invece, è Dio in persona, che di amore ti ha inondato da sempre; e se ciò significa che tu appartieni proprio alla Famiglia divina, allora la gratitudine è anche infinita umiltà, perché mai avresti potuto meritare di appartenere a una casa più bella.

Lo Spirito rivela e crea tutto ciò. Ci chiede soltanto di lasciar venire a galla la domanda, il desiderio, la trepidante ricerca della verità. Di non spaventarci del dubbio: ‘chi sono io? E chi sei tu, Signore?’. Di non nasconderci di fronte alla paura della solitudine. Perché quando mi accorgo di non poter esistere da solo, ecco che il peso dell’abbandono viene travolto dall’irruzione di una Presenza: ‘tu sei mio figlio, in te mi sono compiaciuto!’.

È parola di Verità, pronunciata dal Padre e che da Gesù trabocca a noi, sotto la spinta dello Spirito Paraclito. La verità, quindi, si mostra come relazione e intimità con la Trinità tutta. Non è concetto soltanto, non è idea che convince: è rapporto che contagia, appartenenza e reciprocità; è lasciarsi possedere da Colui che tutto lo mette nelle mani del Figlio e dello Spirito perché, attingendo alla stessa Fonte, possano immergere anche noi nel battesimo della gioia.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DISCENDERE PER SALIRE AL CIELO

Mc  16, 15-20 – Solennità dell’Ascensione del Signore B

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra?’ (Ef 4,9).

La via per ascendere al Cielo è la discesa verso la terra. Questo è stato l’esodo di Gesù, il Figlio di Dio. Questo è l’itinerario proposto anche a noi, per imitare il Maestro e Signore che ci invia per il mondo a ‘proclamare il Vangelo a ogni creatura’.

Tradizionalmente, si usa dire che la vita cristiana e la vita spirituale in genere sia un cammino per ascendere sempre più in alto e avvicinarsi a Dio. Sembra però che Dio stesso abbia stravolto questa visione delle cose, mettendoci tutti gambe all’aria. Infatti si ascende verso di Lui nella misura in cui si accetta di scendere assieme a Lui.

Le pratiche ascetiche, gli esercizi virtuosi, l’impegno per una buona condotta di vita valgono nella misura in cui siamo immersi nella kenosis di Dio, che è la sua spogliazione: questo è il battesimo, questa è la fede!

Sono due i luoghi della discesa.

Il primo è quello dei prossimi che incrociano le nostre esistenze. C’è da avviarsi e percorrere le strade che portano alle viscere del mondo, dove cioè brucia la sofferenza, la divisione, l’emarginazione. Lì il diavolo divide e frantuma le persone e i rapporti: nei luoghi dell’egoismo e della competizione esasperata, negli spazi dell’individualismo e della rivalità che uccide. Siamo mandati a scendere negli inferi dell’umanità, dove il povero interpella drammaticamente la nostra solidarietà e la nostra capacità di condivisione. È la prima via di spogliazione e di discesa, sempre più urgente, sempre più universale. Lì c’è da compiere gesti di guarigione, di riconciliazione, di unificazione, con la potenza dello Spirito, del Signore che agisce insieme con noi, con gesti che confermano la scelta del discepolo.

E il secondo ambito della discesa siamo noi stessi, la nostra interiorità, il nostro misterioso mondo interiore. Abbiamo bisogno del coraggio di entrare dentro noi, accettando il rischio di abitare le nostre fragilità e i nostri dolori che ci terrorizzano. I demoni si nascondono nella sottile superbia di evadere dalle nostre ferite. Quando ci diciamo troppo deboli per essere perfetti, ma non ci accorgiamo che si maschera lì la menzogna che nemmeno Dio possa riscattarci dalla nostra miseria. Scendere in noi significa credere che lo Spirito è abbastanza potente da vincere la frammentazione che ci spacca dentro, da sconfiggere il maligno che ci sussurra la bugia di essere così indegni da non meritare nemmeno lo sguardo del Signore. Come se il Signore se ne fosse andato lassù nel Cielo per rimanerci per sempre, lontano e dimentico di noi.

E invece, chi accetta il rischio e il fascino di percorrere queste due vie di discesa, si incontra con il compimento della promessa: Lui, il Signore, è già lì che ci attende, perché è disceso prima di noi.

Gesù, infatti, abita nel povero, che è icona della Sua fedele permanenza nel mondo, non solo a fianco, ma dentro la stessa esistenza di ogni emarginato. E Gesù abita nella stanza intima del nostro cuore, laddove si incontrano i nostri desideri di infinito e la nostra più lacerante miseria. Gesù, ‘più intimo a noi di noi stessi’, è sceso agli inferi della storia e di ogni persona, per prenderci per mano e portarci fuori, riscattati dal suo Nome, che è ‘Signore’.

Discendere, per ascendere, significa in fondo accettare di tendere a Lui la nostra mano, perché Egli ci sollevi fino ai vertici della sua bellezza. Chi percorre le strade del mondo con questa consapevolezza, fa della propria vita un segno credibile dell’efficacia della Parola.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

LA CASCATA DELL'AMORE

Gv 15, 9-17 – VI Domenica di Pasqua B

Commento per lavoratori cristiani

 

Siamo nel cuore dell’inno all’amore di Giovanni. Una cascata di Amore, lo Spirito Santo. La cui sorgente è il Padre e il cui letto che ne raccoglie le cataratte è il cuore squarciato del Figlio. Da lì trabocca, infrangendo gli argini, verso i suoi diletti, coloro che Egli ha scelto come suoi amici. Siamo noi, torrenti mandati a spargere in ogni angolo della terra questo effluvio di Grazia.

L’Amore è ciò che accomuna il Cielo e la terra, è il ponte che congiunge questi estremi, consegnando anche alla fragilità della Creazione l’impronta dell’Infinito. L’Amore è traccia dell’Eterno che si imprime fra lo scorrere del tempo, rendendolo dinamicamente stabile. L’attimo fuggente si trasforma in definitivo, perché l’Amore fissa nei volti degli uomini i tratti del Volto di Dio.

La contemplazione coinvolge, avvolge, penetra la sete di immortalità che abita nei nostri cuori. Grazie all’Amore, ricevuto senza meriti dall’Alto e diffuso senza misure a chi ci è accanto, la carne mortale rimane impregnata del profumo della Risurrezione. Gesù, il Figlio donato per noi dal Padre, vive per sempre nell’attimo in cui uno di noi si lascia trasportare dal mistero della consegna e sceglie di abbracciare d’amore il fratello.

Strano percorso, quello dell’Amore. Abituati a pensare che lo si dà per riceverne in cambio, scopriamo invece che la sua natura divina è quella di consegnarsi gratis, senza desiderare ritorno. Che il suo tragitto ha solo la direzione di andata, quasi un senso unico che si sparge, a ricercare i viottoli meno esplorati dell’esistenza. Dove meno lo si pensa presente, l’Amore va a cercare diritto di cittadinanza.

Così Dio ‘piega il suo cielo e scende’ a spargere Amore nella vita della sua più bella e umile creatura. E alla creatura stessa, Dio chiede e dona la capacità di allargare cuore e braccia ad amare coloro che nessuno ama. È in questo percorso unidirezionale il motivo della gioia. Si scopre che vivere l’immagine e somiglianza originaria con il Creatore è questione di donazione, e che questa opzione, più che essere una legge da rispettare, è un’esigenza di identità. È una vocazione: noi siamo fatti dall’Amore e siamo fatti per amare. Siamo capaci di amare, perché amati dall’Amore.

Come si realizza questo comandamento di grazia? Quali le tappe dell’itinerario divino e umano dell’Amore?

Gesù ci suggerisce di imitarlo: amatevi ‘come io ho amato voi’. Risuonano le parole dell’ultima cena: ‘quello che io ho fatto a voi, anche voi fatelo l’uno all’altro’. Ecco quello che ha fatto a noi Gesù.

Prima di tutto ci ha scelti. Senza motivi specifici, senza che noi potessimo presentare curriculum o punti al merito. Ci ha scelti perché Lui ha voluto. Allora anche noi, per amare una persona, dobbiamo sceglierla. E non perché se lo merita, non perché ci piace, non perché è amabile. Ma per libera e gratuita benevolenza. E a volte per scegliere c’è da andare a cercare, c’è da avvicinare: c’è sicuramente da fare il primo passo. Non si ama se si subisce o si sopporta solamente.

Poi Gesù confida le cose sue, che sono le cose del Padre. Ci investe, cioè, di fiducia. Incredibile fiducia, visto il dislivello tra noi e le confidenze che ci fa. E così ci ha chiamati, cioè fatti suoi amici. Amare è riporre fiducia nell’altro. Ed è comunicare con l’altro, aprire il dialogo, approfondire il contatto. Amare è generare ponti di comunicazione e di condivisione, instancabilmente. Anche quando si percepisce un dislivello con l’altro, che merita rispetto e cura, ma mai indifferenza e rifiuto. Non siamo migliori di nessuno. Come il samaritano, siamo chiamati a farci prossimi, amici, più che a pretendere amici. Sempre una condivisione delle ‘cose del Padre’ porta ricchezza e gioia, preannuncia frutti abbondanti.

Infine, Gesù da la vita per noi. Tutta la sua vita, tutto se stesso. Gesù ama perché è totalmente donato, decentrato, proprio come il Padre. Troppo certo dell’Amore del Padre, per tenersi stretta la propria vita. Si dona chi sa di non possedersi, perché si è ricevuto. Si dona chi appartiene a qualcun altro, perché non ha più nulla da difendere. Anche noi, dunque, siamo resi capaci di donarci senza misura, inspiegabilmente, quando vediamo nell’altro la traccia di un’appartenenza più grande: lui e io siamo di Cristo, e Cristo è di Dio.

Ecco tre piccoli grandi passi. Una logica esigente, ma vera e dirompente. La vita perduta ritorna più viva. Alla morte succede la meraviglia della Risurrezione. E l’Amore si diffonde fino a ogni angolo della terra.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

INNESTATI IN CRISTO, VERA VITE

Gv 15, 1-8 – V Domenica di Pasqua B

Commento per lavoratori cristiani

 

Se si guarda una vite potata all’inizio dell’inverno, si ha l’impressione di avere a che fare  con una natura morta. Il tronco rugoso e attorcigliato, con i nodi dei tralci tagliati, da’ un senso di malinconia, che i contadini mediterranei conoscono bene. È in sintonia con il clima freddo che si avvicina e che stende un velo di silenzio sull’aria ricolma, fino a poche settimane prima, dei canti di festa della vendemmia. I frutti succosi sembrano un ricordo ormai lontano: è rimasto il vino, conservato con cura per fare memoria sulla tavola del sacrificio dei grappoli strappati, schiacciati, spremuti per dare il meglio di sé.

La vite e la vigna sono una parabola straordinaria della vita. Lo sono soprattutto della vita spirituale, della vita in Cristo. Per chi ha sperimentato la bellezza di portare grappoli di bene nella vita e desidera continuare a dare frutto, o addirittura accrescere la propria capacità di dono, c’è da fare una scelta di fondo: quella di restare innestati alla vite e di accettare il prezzo della potatura. Essere ulteriormente spogliati dell’apparente vitalità delle foglie autunnali fa male. Ma la certezza che questa donazione sarà efficace e porterà nuova vita ci viene proprio dalla sofferenza della vite, da quel profilo quasi rannicchiato su se stesso che ricorda le parole del profeta:

‘È cresciuto come un virgulto davanti a lui

e come una radice in terra arida.

Non ha apparenza né bellezza

per attirare i nostri sguardi,

non splendore per poterci piacere.’ (Is 53, 2).

 

La vite è Gesù, il Servo che ‘non ha apparenza né bellezza’, perché sulla Croce ha pagato per primo il prezzo della propria donazione. Ogni volta che viene potato un tralcio, è ancora Lui che soffre per le membra del proprio corpo donato che patisce per amore. Non siamo soli, mai, nel nostro dolore.

A una condizione, però: che restiamo innestati in Lui! Ci sono, infatti, tanti tipi di piante che amano arrampicarsi sulla vite, appoggiandosi al suo tronco accogliente e succhiando persino il nutrimento dalle sue vene. Ma la radice dell’edera e degli altri parassiti rimane separata da quella della vite.

C’è il rischio, a volte, che ci avvinghiamo a Cristo, mostrando di avere per Lui tanta passione e ardente desiderio. Ma invece di lasciarci rivestire della sua veste martiriale, copriamo Lui del nostro abito fastoso di formalismi e di ritualità, di giudizi e di interessi egocentrici. In fondo, nutriamo le nostre convinzioni comode della Parola asservita ai nostri bisogni. Si può vivere attaccati a Gesù come dei parassiti.

E Lui, la vite, continua a donare e a soffrire. Ma la sua sofferenza, per noi, in quel caso non ha conseguenze, non ci permette di dare nuovi frutti. Oppure diviene un’ulteriore, accorata invocazione di Dio perché ci lasciamo ferire e innestare in Lui.

È necessario essere innestati in Gesù, cioè accettare di attingere alla sua stessa radice. Che è la relazione con il Padre, sempre misericordiosa, ma anche sorprendente; ed è l’ascolto paziente e coraggioso dello Spirito, che illumina la nostra vita e la realtà con Parole e scelte controcorrente, poco avvezze ad adeguarsi al ‘tran-tran’ del mondo. La radice di Cristo è la vita trinitaria, così intensa e densa di scelte nell’ottica dell’unità, della riconciliazione, della pace.

Restare innestati in Cristo è fondamentale, perché i tagli dell’esistenza siano potature e non distruzioni. Alla violenza, Dio preferisce la concretezza e la radicalità dell’amore. Si tratta di scegliere la radice che nutre, perché le esigenze della crescita non portino lontano dal Pane della vita e dal Vino della festa.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

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