CHE NOI DIMINUIAMO E TU CRESCA

Lc 3, 15-16.21-22 – Battesimo del Signore

Commento per lavoratori cristiani

  

Ci sono momenti, nella storia, in cui è saggio tirarsi da parte. E questo non per modestia o per una particolare strategia educativa, quasi a voler poi ricercare in noi i meriti e i ringraziamenti per le abilità e i doni di chi viene dopo di noi. Si correrebbe il rischio di sentirsi allenatori di tutti i campioni di calcio apparsi nelle squadre di un ipotetico campionato, oppure ci si assumerebbe il vanto di aver generato vita in chi invece ha imparato da altri a camminare con la testa alta e le gambe solide.

Piuttosto, a volte, si tratta semplicemente di constatare una realtà di fatto: ‘viene colui che è più forte di me’ (v. 16)! E dunque è necessario lasciargli spazio, restituirgli il campo che gli appartiene, porsi a lato o dietro la fila. Si potrebbe al massimo constatare di avere fatto al meglio il proprio dovere, e accogliere con animo grato gli eventuali gesti di riconoscenza, più gratuiti che guadagnati. ‘Siamo servi inutili’ potrebbe riassumere l’atteggiamento del cuore di chi conosce bene la propria condizione di creatura. Chi infatti potrebbe attribuire a sé anche solo il merito di respirare e di saper sudare? Chi – in tutta onestà – potrebbe dire che anche il più piccolo gesto di bene operato non sia in realtà un dono ricevuto da una sottile e meravigliosa trama della vita che l’ha reso possibile?

La venuta di ‘colui che è più forte’ restituisce a questa stessa vita i giusti equilibri, e consegna a me la visione più autentica della realtà. Detto in altri termini, significa che mi ridona il gusto della libertà, perché è la verità che mi fa libero, cioè una sana coscienza di ciò che io sono, attraverso la scoperta di ciò che Lui è.

Ebbene, il Forte, che è nato piccolo – inesauribile paradosso dell’Amore! – mi riconduce all’esperienza originaria della mia piccolezza. Lo ha fatto con Giovanni il Battista, ‘il più grande fra i nati di donna’; lo può fare anche con me e con chiunque si lasci coinvolgere in questo misterioso dialogo di grazia.

Gesù è il Forte: Lui, e solo Lui può battezzare ‘in Spirito e fuoco’, cioè iniettare nella miseria della nostra esistenza di esiliati e poveri la potenza della divinità, la passione per orizzonti infiniti, la dimensione eterna della nostra origine e del nostro destino. Solo nella sua misericordia, ventre che genera e dona vita, ci dissetiamo ‘con acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo’ e diventiamo ‘eredi della vita eterna’ (Tt 3,6.7). Quale figlio può raccogliere eredità più meravigliosa? Cosa possiamo desiderare di più dai nostri cari che, avendoci generati, ci lasciano per continuare a camminare con le nostre gambe? Quale consolazione più bella per chi si è sentito allontanato dalla propria terra e ha cercato affannosamente una nuova casa e una nuova abitazione nel cuore di pastori di carne?

Gesù è il Forte: chi lo segue, affascinato dalla sua dolcezza, può nutrirsi della vita che da Lui sgorga, e sentirsi rinvigorire le gambe vacillanti per non perdersi nel cammino. Ogni altra relazione ha senso se porta a Lui. Ma ogni relazione è chiamata a scomparire nel mantello dell’eternità – che è sinonimo di umiltà – per non oscurare mai la vera fonte battesimale.

Nessuno conta opere e medaglie sufficienti per poter assurgere a diritto la figliolanza divina: solo un pazzo potrebbe pensarlo! Ma tutti possiamo essere immersi nella sorgente che trasforma la nostra sete di eternità in autentica partecipazione alla vita del Figlio! Non ci sono applausi né riconoscimenti terreni che possano competere con la gioia di essere abbracciati gratis dell’amore dell’unico veramente Forte!

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Servir en las periferias

El diaconado en Amèrica Latina. Noticias y reflexiones teològicas.

Il diaconato in America Latina. Notizie e riflessioni teologiche.

IL REGNO DELLA VERITÀ

Gv 18, 33b-37 – XXXIV domenica del tempo ordinario B

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

Commento per lavoratori cristiani

Il Regno di Dio è il Regno della verità! Gesù è Re perché Egli è la Verità! Per questo motivo il Regno di Gesù non è di quaggiù: perché i regni di questo nostro mondo violento e affannato non sono fondati sulla verità.

Assistiamo addolorati e impauriti, sconvolti e a tratti intolleranti gli uni verso gli altri, alla corsa agli armamenti, alla legge della vendetta, alla strage quotidiana di vite innocenti. Tutto questo accade, ed è reale. Ma la verità che soggiace a tanta crudeltà non ci è svelata. I motivi veri per cui aumenta la sfiducia fra gli uomini, il sospetto fra i popoli, l’odio tra le nazioni rimangono nel buio della menzogna.

I regni del mondo si imbottiscono di parole e di immagini, oltre che di armi e di diffidenza: ma la comunicazione globale che passa attraverso le raffinate tecnologie moderne non sembra aiutare molto le persone ad essere più umane. Le regole che governano i rapporti tra gli uomini appaiono capaci di stordire e anestetizzare, per poi far scoppiare rabbia e ira, smarrendo la capacità di un giudizio ragionevole. È un regno tanto materialista, da aver perso di vista l’integrità dell’essere umano, la dignità di ogni uomo – di OGNI uomo! -, la necessità del rispetto dei diritti di tutti ma anche dei propri doveri.

I regni del mondo urlano la legge del più forte, e schiacciano i piccoli e gli indifesi nell’oblio del ‘politicamente corretto’: è politicamente corretto il genocidio di innocenti nel grembo materno; è politicamente corretto – a volte religiosamente controfirmato – il massacro di inermi tra le vie della vita quotidiana o dall’alto di missioni punitive. Quaggiù le grida dei poveri si mescolano all’esibizione di sfacciata criminalità dei dominatori.

Questo non è il Regno di Dio, non è il Regno di Gesù, non è il Regno della Verità!

Il Regno di Gesù chiede prima di tutto una scelta personale, un incontro che responsabilizza. Non si può riconoscere la regalità di Gesù ‘per sentito dire’. Anche Pilato è invitato da Gesù a lasciarsi coinvolgere nel rapporto con Colui che gli sta davanti, indifeso e disarmato. Senza questa opzione, non si entra a far parte del Regno di Dio. Si tratta di lasciarsi a nostra volta spogliare da sicurezze e armamenti vari, con cui cerchiamo di mascherare la nostra intima vulnerabilità. Si tratta di superare il terrore che ci prende, quando ci confrontiamo con la nostra personale debolezza e con l’insicurezza che ne consegue. Il terrore sta dentro di noi! Gesù, il Re, la Verità, si offre come inerme Signore che accoglie e sostiene la nostra fragilità. Egli ne è il custode, il guaritore amante! Ma si tratta di lasciarlo libero di entrare nella nostra vita, senza fuggire e senza nasconderci dietro affannosi e intraprendenti progetti di aggressione all’altro.

Il Regno di Gesù, poi, rifiuta la logica della notte e dell’ombra. Non c’è posto per le notizie pilotate, per i gesti a proprio servizio, per le battaglie che mascherano oscuri interessi. Nessun esercito combatte per gli interessi del Re. Il Re, piuttosto, porta alla luce gli interessi dei propri cittadini, di coloro che si riconoscono suoi servitori, e che ricevono così l’inaspettato dono della libertà. È Lui che li serve! La verità del Re, infatti, porta alla luce ciò che Egli è e ciò che noi siamo, e la nostra costitutiva dipendenza da Lui, creatore e datore di vita. La verità che viene da Gesù ci permette di abbandonarci fiduciosi alla vitale relazione con Lui. E in Lui ci specchiamo, veramente uomini e donne, liberi nella misura in cui abbandoniamo le difese e tendiamo le mani per stringerne altre e costruire la pace.

Il Regno di Gesù, quindi, ci rende liberi. Tutti coloro che riconoscono il proprio nome pronunciato dalla voce tenera e forte del Re, entrano in una dimensione dell’esistenza che va oltre le dure tensioni di questo mondo. Non perché le evadono, ma perché le soffrono ‘da dentro’, facendosi testimoni di un modo nuovo di viverle. I cittadini del Regno di Gesù, spesso giudicati e condannati dalla legge di questo mondo, rifiutano di essere a loro volta giudici e censori, e avviano spirali di riconciliazione e di fraternità. Perché la verità è che noi tutti siamo fratelli e sorelle, figli di uno stesso Padre. NOI TUTTI!

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DARE TUTTO, SOTTO LO SGUARDO DI GESÚ

Mc 12, 38-44 – XXXII domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Gesù ci propone come modello di discepola una povera vedova, che depone timidamente due spiccioli nel tesoro del tempio. Perché?

Mi sembra che siano in ballo due questioni fondamentali, per identificare chi sia il discepolo. La prima è la questione dell’offerta: che cosa sono disposto a dare? Il secondo è l’assunto della visibilità: da chi e perché desidero essere visto?

Prima di tutto, il dare. O meglio il darsi. Gesù propone la vedova ai suoi come modello, confrontandola con la schiera di fedeli ossequiosi che passano davanti al tesoro e fanno scivolare dentro monete più o meno grosse di discreto valore. Lei, invece, lascia appena due spiccioli. Ma è tutto ciò che ha. Questa è la novità, questa è la realtà che commuove lo stesso Gesù. O meglio: la vedova deposita tutto ciò che è, perché senza monete non può nemmeno mangiare, e quindi non può esistere più.

Il discepolo, dunque, è colui che da tutto di sé, che dona tutto se stesso a Dio. Dio è Colui che abitava il tempio e veniva onorato dalle offerte nel tesoro; è Colui che – oggi lo sappiamo – vive in ogni fratello che incontriamo. Il discepolo è colui che dona tutto per il bene del fratello bisognoso. Anche nella sua povertà, il discepolo ha comunque se stesso da mettere a disposizione di Dio e dell’altro.

C’è però il secondo elemento: la visibilità. Gesù vede la vedova perché egli si mette, di proposito, a osservare ciò che accade nel tempio. Se non si fosse seduto lì, paziente scrutatore della vita, non avrebbe colto l’importante dettaglio. E dopo avere visto la donna e il suo gesto, Gesù chiama i suoi e svela a loro il miracolo: non chiama la donna, che forse non avrà mai saputo di essere stata elogiata dal Figlio di Dio, se non nel loro incontro definitivo in Paradiso.

La donna, dunque, rimane nel più totale anonimato, agli occhi degli uomini. La donna resta così come sempre aveva dovuto vivere: invisibile, nascosta. Poco prima, invece, Gesù se l’era presa duramente con gli scribi non tanto perché donavano poco, bensì perché si mettevano in mostra. Gesù sembra più irritato dall’esibizionismo che dall’avarizia. O forse si tratta di cogliere come la ricerca esagerata di visibilità agli occhi del mondo, strumentalizzando anche le leggi religiose, non sia in fondo un atto di profonda avarizia e di intima superbia.

Se, infatti, come molti degli scribi, faccio le cose per essere visto – e sottolineo: per -, vuol dire che ho bisogno di essere visto per sapere che esisto, che sono qualcuno, che conto qualcosa. Non c’è niente di strano in questo, se almeno ne avessi coscienza. Il guaio è che se cerco direttamente questa visibilità, significa che non mi sento visto abbastanza, e che se non appaio sufficientemente presentabile agli occhi degli altri, sotto sotto ho paura di non esistere, di morire. Ecco allora che il naturale bisogno di contare per qualcuno prende il sopravvento, mi domina: insomma, non lo consegno a Gesù, lo trattengo per me. La paura di perdermi, di morire, mi fa stringere forte a me l’ansia di essere visto e notato, pensando che così aumenti la mia vita.

E invece la vita si consuma inaridendosi. Perché si spegne appena gli occhi che mi guardano si distolgono da me. E questo è inevitabile, rischiando di immergermi in un circolo vizioso di sempre maggiore esibizionismo, per avere di nuovo la sensazione superficiale di esistere.

L’alternativa è il nascondimento, in cui do tutto davvero: anche il mio bisogno di essere importante e notato da qualcuno. La vedova rimane nascosta.  E in lei anche noi possiamo percepire che lì, in realtà, siamo già guardati, che la nostra vita consegnata è sotto lo sguardo attento e premuroso di qualcuno: Gesù.

Non si tratta, allora, di disprezzare la ricerca di uno sguardo, di occhi da incrociare. Si tratta piuttosto di lasciar rasserenare il cuore dalla certezza che Qualcuno ha già posato il suo sguardo su di me, con quell’amore gratuito che mi da vita vera e mi fa esistere. E questi occhi sono fedeli, rimangono e liberano la mia lacerante paura di morire, assicurandomi la vita eterna.

Sarà così assolutamente secondario se, agli occhi del mondo, mi toccherà comparire in prima fila o dovrò accontentarmi di restare appartato. La trepidazione di non esserci per nessuno sarà scardinata dai momenti in cui anch’io resterò seduto di fronte al mio Tesoro, quel Gesù che non si alza se non per venire ad abbracciare la mia povertà. E la cui voce diventerà l’unica necessità, per sapere se il mio posto per testimoniare il Vangelo della vita deve essere dietro le quinte o sopra il candelabro.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DOMENICA XXXII – B

Due povere vedove, due grandi donne, sono le protagoniste della Parola di Dio di questa domenica, la vedova di Sarepta, che dà da mangiare al profeta Elia, e la vedova che Gesù fa notare ai suoi discepoli nel tempio mentre essa dà in offerta le due uniche monetine che ha.

DESIDERIO, INCONTRO, SEQUELA

Mc 10, 46-52 – XXX domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

A Gerico avviene un incontro tra figli. Il figlio di Timeo incontra il figlio di Davide, che è anche figlio di Giuseppe. E il figlio di Giuseppe, venuto dal nord, dalla Galilea, restituisce a Bar-timeo (figlio di Timeo in ebraico) la dignità di figlio di Davide. Bartimeo, come Gesù, appartiene a un popolo, al popolo eletto. L’aveva scordato, mendicante di attenzioni e di pane, e ne era rimasto escluso: imprigionato dalle norme e dalla folla, dalle paure che diventano catene.

È anche incontro tra un figlio dell’uomo e il Figlio di Dio. E in questo incontro Gesù, che si è fatto Figlio dell’Uomo, dona a Bartimeo la consapevolezza di essere chiamato a divenire figlio di Dio anche lui. È una storia di fratellanza, dunque, smarrita e ritrovata. È una storia di vocazione: nell’incontro, Gesù restituisce a Bartimeo la bellezza di scoprire se stesso e di decidere di vivere da protagonista la propria vita con Lui.

Sembrano delinearsi tre tappe di un itinerario vocazionale: il desiderio, l’incontro, la sequela.

Bartimeo, al passaggio di Gesù, sente sgorgare da dentro un desiderio che era rimasto forse nascosto, seppellito, ammutolito dall’oscurità e dalla Legge da tanto tempo. È probabilmente e semplicemente il desiderio di vivere, di appartenere, di esistere ed essere riconosciuto da qualcuno. Esce in maniera scomposta, come capita spesso a noi, ai nostri giovani, a ogni persona. Esce come un grido esagitato, fuori luogo, che turba. La folla cerca di farlo ritornare al proprio posto, spento nel silenzio delle proprie viscere buie e abbandonate. Qualche volta rischiamo anche noi, inesperti pedagoghi, di tacciare il grido del desiderio, perché lo percepiamo esagerato, scomposto, inadeguato, fuori dalle righe. Urge, invece, aiutarci e aiutare a far tornare a galla, nel tram-tram quotidiano, il trepidante bisogno di alterità, di trascendenza, che significa relazione autentica. Il figlio dell’uomo non può vivere solo, né tanto meno escluso. Ha bisogno dell’altro, e quindi di Dio. Per questo cerca un altro Figlio a cui rivolgersi! E grida…

Gesù si ferma. Avviene l’incontro, la chiamata. Anche la chiamata passa attraverso la folla, la stessa folla irritata e spaventata dalla difficile gestione del desiderio. È la Chiesa, povera, affannata, ammassata attorno al Maestro, di cui poco capisce, ma che qualche volta sa accompagnare nella sua appassionata tenerezza per l’ultimo. Avviene l’incontro, tra il Figlio di Davide e il figlio di Timeo, tra Gesù e ognuno di noi, che ci riconosciamo figli della nostra storia, fragile e irripetibile allo stesso tempo. L’incontro toglie dall’anonimato definitivamente. Siamo preziosi agli occhi di Gesù: la nostra voce, pur sconclusionata e stonata nel coro del mondo, è cara al Figlio di Dio. È Lui che, cercato, ci cerca. È Lui che, desiderato, ci attrae a sé. E Bartimeo butta via le sue difese e le sue resistenze antiche, quel mantello che gli concedeva di sentirsi a posto anche nella sua passività, perché decide di lasciarsi incontrare. Dall’incontro con Gesù scocca la scintilla della fede e dell’amore che salva.

E infine, terzo e necessario passo che nasce da questa relazione nuova, ecco la decisione di partire, di mettersi in cammino, di seguire le tracce del Figlio di Dio per vivere non soltanto da fratello, ma anche da amico. Gesù apre gli occhi oscurati dal peccato, che ha tante manifestazioni e conseguenze personali e sociali. Gesù ridona la vista sulla propria identità profonda. Gesù restituisce la consapevolezza che la luminosità dell’esistenza dipende più dalla nostra voglia di camminare che dai cliché applicati a noi dagli altri. Siamo liberi, perché Gesù ci rende liberi nella cura della nostra relazione con Lui. E libertà significa legame, ora imprescindibile, irrevocabile: la sequela realizza, passo dopo passo, quella brama di trascendenza che ha urlato nella povertà tutta la passione del figlio. E la folla? Rimane lì, silenziosa; siamo noi, la Chiesa, lasciati liberi di dare la nostra risposta.

Desiderio, incontro, sequela. Ecco l’itinerario della nostra vocazione, come della vocazione di Bartimeo. Che nel lasciarsi coinvolgere in questa spirale di liberazione, scopre la luce di sapersi Bar- Abbà: Figlio del Padre, come Gesù.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

SPOSI NEL SOGNO DI DIO

Mc 10, 2-16 – XXVII domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Il matrimonio e la famiglia stanno nel meraviglioso progetto originale di Dio!

Oggi Gesù ci ribadisce semplicemente questo: e non è poco! Lo sappiamo: è un tempo difficile, questo, per la famiglia. Ne è messa a dura prova non soltanto la vita ordinaria, la resistenza fra le tempeste della vita, l’efficacia nella affascinante missione di costituire l’ambiente naturale in cui nascere e crescere come persone. Oggi è attaccata la sua identità stessa!

La famiglia è culla di diversità. In essa, trovandosi l’uno di fronte all’altra, l’uomo e la donna si scoprono per quello che sono, in quanto diversi l’uno dall’altra. Non esiste identità se non nel confronto con la diversità. Non sappiamo veramente chi siamo, se non incontrandoci con un ‘tu’ che ci pone di fronte alla nostra specifica originalità.

La famiglia è il luogo della relazione. E per vivere relazioni è necessario accettare la sfida dell’ingestibile e sorprendente differenza. Affascina il miracolo dell’unità che si compie, per cui moglie e marito ‘non sono più due, ma una sola carne’! Un miracolo paragonabile soltanto al mistero della Trinità; o meglio, reso possibile dalla decisione dell’Uno e Trino di essere vivo e presente proprio nell’incontro fra l’uomo e la donna, trasformati dalla Grazia del sacramento del matrimonio nella traccia più credibile dell’Amore di Dio sulla terra.

La famiglia, allora, è impronta del divino sulla terra, sigillo di Grazia impresso nella carne fragile. La carne stessa, che significa il complesso mondo dell’affettività, della sessualità, della fecondità, della capacità di donazione di ogni persona, manifesta nel modo più bello questa presenza di unità di Dio proprio nell’intimità del rapporto fra marito e moglie.

La famiglia è dunque fondata sul matrimonio, che è icona dell’Amore trinitario. È penetrazione di corpi, di energie e di desideri, trasfigurati dalla scelta di donarsi e di accogliersi totalmente, oggi e per sempre. E in questa reciproca consegna, la coppia genera vita, proprio come il Padre e il Figlio, nell’incontro eterno, generano lo Spirito Santo.

La famiglia diviene così segno e strumento di speranza per il mondo, assetato di amore gratuito, di accoglienza e di donazione. Fondato su questo amore, il dono reciproco dei coniugi diviene capace di una radicalità umanamente impensabile: la fedeltà indissolubile nell’esperienza della debolezza si rivela come la conferma più bella che l’Amore è più grande, che nelle tracce di fragilità si spalanca il disegno di infinito che Dio ha inscritto nel cuore di ogni persona.

Gesù indica una via perché questo sogno di Dio continui a essere realtà, anche in mezzo a tanta fatica, a tante tentazioni, a tanti rischi. E la via è quella dei fanciulli, degli stessi bambini che rendono una famiglia – e con essa, un intero popolo – speranza di futuro per la società. Ed è la via del Regno dei Cieli. Queste due caratteristiche sono necessarie affinché ogni coppia di sposi e ogni famiglia rimanga radicata al sogno originario.

La prima caratteristica è appunto l’atteggiamento dei piccoli: i bambini vivono felici nella misura in cui sono figli, cioè hanno la possibilità di affidarsi alla cura premurosa dei propri genitori. Così è per l’uomo e la donna di fede, così è per la coppia cristiana che desidera costruire sulla roccia la propria casa: fede è abbandono al Padre! Ecco dunque la necessità della quotidiana esperienza della preghiera: preghiera insieme, preghiera curata bene, preghiera fatta di semplicità e gratuità. La coppia, la famiglia che prega è forte, anche in mezzo alle intemperie!

La seconda caratteristica è l’orizzonte a cui guardare. Gli sposi, e prima ancora i fidanzati, non sono chiamati a restare fermi per guardarsi continuamente negli occhi l’un l’altro. Sono piuttosto invitati a guardare insieme nella stessa direzione per camminare verso una meta che va oltre essi stessi. Sono mandati verso il Cielo, sono chiamati a realizzare quell’angolo di Paradiso che solo ad essi spetta coltivare e custodire. Il matrimonio e la famiglia non sono fini a se stessi, come non lo è la Chiesa. Esistono e vivono per gli altri, perché l’Amore si irradi a tutti, perché l’esempio e la forza di relazioni di amore totale e totalizzante coinvolgano chiunque incontrino, specialmente i più poveri. Sono loro, infatti, i destinatari del Regno di Dio. E la famiglia è scrigno del Regno, come granellino di senape nel campo del mondo.

Una coppia di sposi affidati nella preghiera e aperti all’orizzonte del Regno costruiscono una famiglia forte nella debolezza e credibile nell’amore. Di questa testimonianza, oggi, all’apertura del sinodo sulla famiglia, e domani, nelle vicissitudini del mondo, ha tanto bisogno l’umanità.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

PER NON ESSERE PIETRA DI INCIAMPO

Mc 9, 38-43.45.47-48 – XXVI domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

I discepoli di Gesù sembrano piuttosto preoccupati di non avere concorrenti in campo! Sono stati chiamati a seguire il Maestro, hanno lasciato tutto per rispondere alle esigenze della sequela, sono ormai da tempo i più intimi di questo sorprendente Rabbi, la cui fama si diffonde in tutta la Palestina. Bisogna riconoscere che hanno qualche buon motivo per rivendicare un minimo di privilegio gerarchico.

E di fronte a qualche altro uomo religioso, che opera prodigi, o che parla in nome di Gesù, o che risponde a qualche richiesta della gente appellandosi all’azione del Cielo, è comprensibile anche che i discepoli siano preoccupati di custodire una cosiddetta ‘ortodossia’ del messaggio del Maestro. Se uno si appella al Suo nome, come minimo dovrebbe essere da Lui conosciuto o inviato.

Non sono atteggiamenti strani: in fondo li viviamo anche noi, discepoli del terzo millennio, e sempre uomini. Nel nostro sincero impegno di cercare e di seguire Gesù, avvertiamo una sorta di sottile gelosia verso chi sembra seguirlo con… maggior esito e successo. Oppure ci presentiamo come ferventi difensori dei deboli, quando mettiamo in luce tutti i ‘contro’ di una azione pastorale o di un progetto evangelizzatore che non è gestito da noi… rischiando di perdere di vista tutti i notevoli ‘pro’. Altro che trave dentro il nostro occhio!

Che cosa è in gioco, in tutto ciò? Come mai anche nelle sante cose di Dio siamo così vittime delle più mediocri beghe di relazione?

È facile rispondere e risolvere la questione ricordandoci che siamo uomini fragili e che lo resteremo sempre. Lo si dice anche della Chiesa, quando la si sente attaccata o giudicata per i dolorosi errori dei suoi membri: ‘in fondo’, si dice, ‘anche i preti sono uomini, bisogna capirli!’.

In un certo senso, tutto questo è vero. Ed è anche utile prevenirci dalla costante tentazione di pensarci angelicamente perfetti e intoccabili dagli istinti e dalle pulsioni della carne, allorché abbiamo intrapreso la via della conversione sulle tracce di Gesù.

Ma non è utile concepire questa idea di umanità per poterci giustificare della nostra perseveranza nell’invidia, nella gelosia, nella critica e nella mormorazione. No: una certa idea accondiscendente verso il nostro peccato induce a una forma di superbia tanto sottile quanto pericolosa. È l’idea che sotto sotto ‘non cambieremo mai’ perché non vogliamo cambiare. E ancora di più: è la convinzione che Dio non ci può cambiare. E dunque è un atto di profonda idolatria: idolatria di se stessi e della propria presunta inalterabilità, anche nella debolezza riconosciuta.

Si tratta alla fin fine di coltivare una immagine di sé statica e dunque sbagliata, radicata in una immagine distorta anche di Dio. Gesù diviene allora un paladino dei propri comodi, se non addirittura della propria violenza, piuttosto che un Maestro da seguire, sulla via della conversione, che è la via della croce.

Oggi Gesù mette in guardia i suoi discepoli, e noi fra loro, contro la tentazione di impossessarsi di Lui per farne un idolo, sotto il quale nascondere la nostra paura di cambiare e l’insistente tentativo di gestire non solo la vita nostra, ma anche quella degli altri.

Di fatto, Gesù invita i suoi a spostare lo sguardo, e a purificarlo.

Verso gli altri, invita a guardare con occhi di misericordia e di tenerezza, per essere capaci di cogliere anche il più piccolo gesto di amore compiuto da chiunque. Basta un bicchiere d’acqua dato a un suo discepolo, per meritare la compiacenza di Dio. Perché Dio posa il suo sguardo su ogni semplice atto di carità, senza fare i conti con l’etichetta da cui è uscito.

E verso se stessi, Gesù sollecita ad avere uno sguardo altrettanto fine e delicato, nel saper cogliere i rischi sottili del nostro narcisismo. A volte basta un occhio avido, una mano violenta, un piede pauroso perché diventino una dura pietra di inciampo nel cammino del discepolo. O peggio ancora, per essere pietra di inciampo per quei piccoli che cercano la via sulla quale percorrere il cammino di Gesù.

La cercano con difficoltà, la cercano feriti dalla storia, la cercano affaticati da tanti tentativi falliti: quale enorme responsabilità per il discepolo di Gesù, per il cristiano, chiamato a prostrarsi ai piedi dell’altro perché trovi aiuto e sostegno nel proprio percorso, anziché riempire la via di pietre insidiose, che possono uccidere e lapidare.

Per Gesù questa finezza di spirito, che parte dalla cura della propria interiorità e si manifesta nell’instancabile testimonianza di tenerezza, vale più di qualsiasi miracolo e di qualsiasi successo pastorale. I piccoli che desiderano fidarsi di Lui trovino un compagno di strada in chi ha ascoltato la chiamata del Maestro. Questa premura di pellegrini disposti a rinunciare a sé, pur di non essere di ostacolo e impedimento ai fratelli più deboli, manifesta non soltanto il volto di una Chiesa più autentica, ma soprattutto la verità di un Dio libero e innamorato di tutti, verso il quale nessuno può rivendicare un diritto di proprietà privata.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DI CHE COSA PARLAVATE LUNGO LA VIA?

Mc 9, 30-37 – XXV domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

‘Di che cosa stavate discutendo per la strada?’. Colpisce questa domanda di Gesù fatta ai suoi discepoli nell’intimità della casa. Nel segreto della loro amicizia, aveva parlato loro di morte e di resurrezione. Non avevano capito molto, e non avevano ancora la confidenza di fare domande. Perché per la strada i loro interessi erano altri, le loro logiche diverse, la loro preoccupazione lontana dal cuore di Gesù. Lui parla di donazione totale, di offerta di sé, nella crudezza della  croce e nel mistero della risurrezione. Ma loro sono presi dall’ansia di raggiungere i posti migliori, di avere visibilità. E allora, davanti a Gesù, tacciono: avevano paura di fare brutta figura.

‘Di che cosa state parlando?’. È la stessa domanda che Gesù porrà anche a due discepoli dopo i fatti di Gerusalemme, mentre se ne ritornano delusi e impauriti alla propria vita, diretti verso Emmaus. Non hanno capito nulla nemmeno mentre è accaduto. La morte e la resurrezione di Gesù non corrisponde ai consueti dialoghi dei suoi, che sono come noi, come la stragrande maggioranza della gente. Persone semplici, sebbene più fortunate di altre: erano stati chiamati a seguire da vicino questo Maestro che parla e agisce con una autorità mai vista prima, ma che ora inizia a fare discorsi poco ragionevoli, pressoché incomprensibili!

Erano fortunati, sì, e si sentivano privilegiati. Scelti per essere discepoli intimi e ‘stare con Lui’, loro potevano vantare di avere raggiunto un gradino più alto nella scala dell’onore sociale. Non c’è niente di strano, forse neanche niente di male. Desiderare di occupare qualche posto di prestigio, specialmente per chi è stato sempre abituato ad abbassare la testa per far spazio ad altri più potenti, oppure a sudare per guadagnarsi la vita in un mestiere spesso poco gratificante… beh, non è qualcosa di inedito nei cuori degli uomini!

Onore, prestigio, riconoscimento… ‘Per la strada avevano discusso tra loro chi fosse il più grande’. E verso Emmaus, frustrati nei sogni di maestà e successo del loro Maestro, stavano parlando del dramma di un fallimento incompreso.

E noi, di che cosa discutiamo per la strada? Di che cosa parliamo lungo la via? Che cosa occupa i nostri pensieri e i nostri discorsi nel tram tram quotidiano, di discepoli desiderosi di seguire il Maestro?

La nostra vita di tutti i giorni ci mette costantemente davanti situazioni e occasioni in cui c’è semplicemente da scegliere con quale logica affrontarle. C’è la tattica del mondo che si ritiene adulto e autonomo: fare a gara per vedere chi merita di stare un gradino più in alto degli altri, magari manifestando la furbizia di arrivarci servendosi degli altri.

E c’è la svolta del Maestro, la rivoluzione di Gesù, che propone a modello la vulnerabilità dei bambini. Si tratta di scegliere di stare a livello degli ultimi, degli esclusi, degli ‘abbassati’, di coloro che dalla vita stessa sono costretti a stare ‘piegati e curvi’… e non possono far altro che decidere di appoggiarsi a Dio per stare in piedi!

Scegliere fra le due logiche non è questione tanto di opposti, quanto piuttosto di profondità. Si vive a due livelli completamenti diversi. E quindi o si vive la vita in superficie, sciupandone le parti più belle che stanno alla radice della vita stessa; oppure si scava e si va giù, verso le fonti della vera gioia. Chi si piega per lavare i piedi in fondo ha scelto la via migliore, la strada della penetrazione nel mistero pieno della vita. E la pienezza è beatitudine.

Quando si sceglie di vivere da abbandonati a Dio, come un bambino si abbandona nel grembo della madre, si accoglie la parte migliore. Ai piedi degli ultimi, si sta ai piedi del Maestro, come Maria di Betania. E si tocca così l’intensità dell’esistenza.

Di che cosa, dunque, parliamo lungo la normale e ordinaria via della nostra vita? Mentre aspettiamo l’autobus affollato, durante le gite tra amici, facendo la coda in posta o al mercato, cosa occupa i nostri dialoghi?

Quale novità di vita può portare un uomo o una donna di fede, che tra le preoccupazioni per i prezzi della verdura e le inquietudini circa il futuro dei propri figli, sanno tenere presente che la vita stessa non si esaurisce al corpo e al pane, alla carriera e alla salute! Non è il successo il senso della vita, non sono le opere e gli applausi che vanno in televisione la visibilità che conta, non restano i meriti guadagnati a spese degli altri nel cuore di Dio.

Rimane piuttosto ogni parola ascoltata e detta con amore. Rimane ogni gesto di affidamento e di abbassamento. Rimane ogni scelta di ‘stare con Lui’ in profondità, senza rincorrere fugaci gratificazioni ‘a pelle’. È questa logica dell’umile servo di Dio che consegna all’uomo il primo posto nel Regno: quello del bambino fra le braccia del Padre!

 

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

GUARITI DA GESÙ CI APRIAMO ALLA GIOIA

DOMENICA XXIII - B 

Marco nel brano di vangelo che leggiamo in questa domenica ci parla di Gesù che spingendosi oltre i luoghi abituali della sua predicazione va verso delle regioni pagane. Qui non ci sono più scribi e farisei  che gli vengano a fare delle domande sulla legge, ma solo gente che ha sentito parlare di lui come guaritore e lo prega di essere sanata. Sono per Gesù richieste impreviste, che sembrano non rientrare nei suoi piani, ma lui si lascia interpellare e smuovere da una fede che nasce spontaneamente da un bisogno di aiuto.

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