IL CORPO DONATO

Gv 13, 1-15 – Giovedì Santo (Messa in Coena Domini)

Commento per lavoratori cristiani

 

In alcuni Paesi dell’America Latina, quando si celebra un funerale, si dice che la messa è celebrata ‘a corpo presente’, per indicare che vi è la salma del defunto e per distinguerla dalla celebrazione di commemorazione.

Ciò che invece celebriamo oggi, e che continueremo a celebrare nei giorni santi del Triduo Pasquale – che sono come un unico santo giorno -, è una messa ‘a corpo donato’. Così è, infatti, di Gesù, della sua morte e risurrezione: un mistero di totale donazione! Esso culmina nel ‘corpo assente’ del sepolcro, dove non ci sarà mai più un cadavere a indicare la vicinanza di Dio all’uomo, ma la mancanza che alimenta un desiderio e una verità: Egli è risorto e noi siamo fatti per l’eternità!

Quest’oggi in particolare, nella memoria dell’ultima cena e nel gesto suggestivo e toccante della lavanda dei piedi, contempliamo il senso profondo di quanto accadrà domani e nella meravigliosa veglia pasquale. Il senso di tutto è proprio l’offerta senza misura, l’incondizionata consegna di sé che Dio compie assumendo senza limiti la nostra povera e fragile umanità mortale.

Gesù, Figlio fatto uomo in un corpo, che è carne abitata dallo Spirito, coinvolge in questa sua vita umana e divina anche i suoi discepoli più intimi, gli apostoli chiamati a continuare la sua missione. Gesù fa corpo con i suoi, attraverso il contatto dei corpi: la carezza delle mani che lavano i piedi, la delicatezza di asciugare e sollevare le piaghe del cammino, la tenerezza umile di un gesto che nemmeno lo schiavo era tenuto a compiere. Gesù rende tutti noi corpo con Lui: noi Chiesa siamo un solo corpo, il Corpo di Cristo che abita il mondo da salvare. Gesù Eucaristia è il Corpo vivo che rende viva la Chiesa, e la trasfigura in ogni Santa Messa facendo così presente ancora una volta il Suo Corpo.

Siamo invitati e anche resi abili, in questo giorno santo, di sentirci uniti come un unico corpo, ognuno accanto e legato inseparabilmente all’altro, in virtù del battesimo. Il Corpo di Gesù ci fa popolo, assemblea, famiglia: oggi ci scopriamo uno in Lui, perché Egli dona ad ognuno l’esempio e la capacità di servire il corpo dell’altro.

Questo corpo di Gesù è donato, consegnato, al punto da perdersi in una logica di amore ‘sino alla fine’. Nulla è trattenuto per sé. Così la Chiesa è fedele al Suo Signore, al Capo del corpo. Se a partire dall’Eucaristia, sacramento che rinnova l’offerta del Capo, esce e si consegna in ogni dove, a ogni prossimo, per ogni malcapitato che scende a Gerico. La Chiesa samaritana, che tocca con mano il dolore del corpo e dello spirito dell’altro, continua la missione di essere dono donato.

Questo è il senso del nostro esistere e ciò che il mondo, necessitato di salvezza, si aspetta – anche senza saperlo – da noi che siamo Chiesa. Che ci doniamo, con la fantasia delle opere di misericordia, con la ricchezza delle loro opportunità. Così un padre e una madre sono Corpo di Cristo nel riprendere un figlio che sbaglia, ma anche nell’accarezzarlo perché è triste. Così un lavoratore è Corpo di Cristo nel compiere con onestà il proprio dovere per non rubare, ma anche condividendo parte dello stipendio con il collega se c’è il rischio che sia licenziato. Così un anziano è Corpo di Cristo se sopporta con pazienza la vecchiaia che rende fragili, ma anche se non smarrisce il gusto di donare la propria sapienza a figli e nipoti smarriti. Così un giovane è Corpo di Cristo nel generare creative esperienze di servizio e di volontariato, ma anche nel lasciarsi guidare per orientare la propria esuberanza.

Il Corpo donato di Cristo, quest’oggi, rende possibile e sollecita il dono di noi stessi. Ma non isolati ed eroici promotori di assistenza, bensì corpo unico, uniti sotto il manto della misericordia ricevuta, per fare della vita della Chiesa intera una concreta vita eucaristica.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

TRA DESIDERIO E NECESSITÀ

Lc 22,14-23,56 – Domenica delle Palme C

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi’ (22,15).

La Pasqua di Gesù comincia da un intimo desiderio di amicizia e di condivisione. Gesù desidera mangiare con i suoi, prima di affrontare il dramma della Croce. La scelta di avviarsi su per la salita di Gerusalemme, con passo deciso e risoluto, nonostante la consapevolezza di quanto lo attende, sgorga in Gesù da un animo che coltiva il desiderio. Gesù, uomo perfetto, non si lascia dominare dagli eventi, non accompagna passivamente la storia, non subisce le inevitabili conseguenze dei fatti: ma li abita, li riempie di presenza, li orienta secondo un orientamento voluto e cercato. Ed è la spinta del desiderio a sostenere il suo camminare, coltivato con passione e secondo un preciso senso di marcia.

Gesù, vero uomo come noi, alimenta il proprio desiderio di donazione, di servizio, di consegna totale. Ne parla ai suoi negli attimi cruciali dell’ultima cena, perché di questo ha colmato tutta la sua esistenza. Si giunge ai momenti ultimi dell’esistenza portando con sé ciò che di ultimo si è cercato per tutta l’esistenza. Alla fine dei giorni si porta quello che ha riempito i nostri giorni.

‘Deve compiersi in me questa Parola della Scrittura’ (22,37).

Accanto al desiderio, dimensione estremamente personale, se non a volte soggettiva, Gesù ha consapevolezza che esiste una necessità, un dovere, forse anche una ineluttabilità della storia. Esiste, nel mondo, qualcosa che ‘deve’ essere così, e non può essere altrimenti. C’è un elemento che ‘bisogna’ accogliere come tale, pena il rifiuto della storia stessa e lo smarrimento nel pellegrinaggio della vita. Anzi, pena la negazione di se stessi e della propria umanità.

Che cos’è questo dato? È uno spazio di limite e di condizionamento tale da non poterne sfuggire.

Gesù assume in sé tutto questo. Si entra così nella tensione pesantissima tra il desiderare personale e la necessità di accogliere qualcosa che non dipende da sé. La vita vera, in fondo, è fatta di questo. E forse sta lì il vero senso della Passione: non solo l’ineluttabilità della morte, ma lo scontro tra il limite e la restrizione che essa comporta e quell’infinita aspirazione di vivere per sempre, di onnipotenza e onnipresenza che dimora nella profondità del cuore.

‘Desidero’… ma ‘devo’… Non sempre conciliabili, non sempre armoniosamente orientati allo stesso fine. Almeno in apparenza. L’uomo si ritrova così lacerato, e tende a rifiutare la lacerazione e lo scarto. Si sente meno uomo, se non può affermare la propria indiscussa autonomia. Si ritrova meno uomo, se non riesce ad assumere ogni dimensione dell’esistente, anche quando questo gli sfugge nella sua verità. Perché l’uomo è dato a se stesso, non c’è nulla da fare! Ma allo stesso tempo custodisce un appello di autorealizzazione che non può sradicare da sé!

E allora patisce, soffre, urla, suda sangue! Forse è proprio questa la necessità: bisogna che tu, o uomo, o Figlio, ascolti e assecondi il desiderio immenso di diventare uomo davvero!

Dove sta la chiave? Quale la risposta? Cosa attutisce o ‘porta a compimento’ la ricerca?

‘Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà’ (22,42).

Ecco la via: donarsi totalmente all’unico che è Tutto. Senza ridimensionare il desiderio, ma trasformandolo in relazione. Senza evadere alla necessità, ma riconoscendola come volontà di un Altro. Non è il fato, né la casualità a portare il Figlio sulla croce: è la scelta consapevole di assecondare il desiderio di essere tutto del Padre. Che la Sua volontà diventi la mia! Che nell’essere in due diventiamo uno!

Così la via che si svela è percorribile anche da noi. Si tratta di far divenire nostro desiderio ciò che il Padre vuole. Così il dolore e l’offerta intessono nuovi ricami che ricuciono gli strappi del cuore: non siamo più affannati a rivendicare indipendenza per sfuggire all’inevitabile morte, ma ci troviamo abbandonati con fede alla cura amorevole di Colui che rimane accanto e dentro il nostro quotidiano sacrificio. La Sua presenza, umanissima e divina, consola e asciuga le nostre lacrime, che pur tuttavia continueranno a cadere. Perché, per chi desidera vivere, è necessario piangere.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

POLVERE DI STELLE

Gv 8, 1-11 – V domenica di Quaresima C

Commento per lavoratori cristiani

 Ma perché gli scribi e i farisei se ne sono andati tutti? Perché di fronte a un gesto di misericordia, che desidera arrivare a tutti, loro scappano? Sarà la vergogna, l’imbarazzo, lo smacco inaspettato a far sì che la compassione abbia una simile potenza di disarmo?

Gesù scrive con il dito per terra. È il dito del Creatore, lo stesso dito che fece le stelle del firmamento (cfr. Sal 8,4). È il dito di un artista: con le dita si fanno i dettagli, si curano i particolari. L’uomo, invece, era stato plasmato dalla terra con la mano di Dio. Ora Gesù tocca nuovamente la stessa terra, e ne ridefinisce le sfumature. Davanti ha una donna lacerata: è la Sposa caduta nel peccato, è l’infedeltà all’Alleanza che ha ferito l’umanità prediletta. E Gesù, come Sposo fedele, la sfiora con la delicatezza dell’Amante, di colui che sistema le ciocche di capelli spettinate e carezza le rughe di dolore. Il dito di Gesù non si limita a restituite dignità a chi ha sbagliato, ma rende più bello il volto di chi è sprofondato nella bruttura. Con l’argilla era stato fatto l’uomo, impastato dai palmi di Dio. Con la polvere, a cui l’uomo deve tornare, Gesù modella la preziosità dei lineamenti, feriti nella loro vulnerabilità, e per questo di nuovo aperti all’amore.

Il dito di Gesù è lo stesso che toccherà le piaghe di Tommaso incredulo. Perché se all’apostolo focoso sarà dato il privilegio di allungare la mano per metterla nel costato del Risorto, questo gesto poi non gli sarà più necessario. E allora sarà il dito di Gesù a carezzarne lo stupore, a risanare la spaccatura della diffidenza, a ricucire lo strappo di chi non ha avuto fiducia. Lo stesso dito, dunque, che alla polvere oggi dona un profumo di stelle. Il firmamento torna a brillare nella carne e nel cuore di una donna, che ha sbagliato, ma che Dio non ha smesso di amare e di cercare.

E allora ci si chiede, addolorati come Gesù: come si può fuggire di fronte a tanto amore?

Nella festa del perdono senza misura e della misericordia che oltrepassa la legge, perché va al cuore della legge, ci riconosciamo anche noi, spesso, farisei terrorizzati dall’amore. Ci spaventa poter essere coinvolti in una vertigine che non controlliamo. Ci spiazza l’invito a lasciarci travolgere da un fiume di grazia che viene da Lui e di cui noi non siamo proprietari, ma destinatari prediletti. Ci fa’ tremare le gambe la tenera carezza di un dito che ci sfiora, più potente di ogni imposizione violenta e di ogni giudizio minaccioso.

Quanto avrà desiderato, il cuore misericordioso di Gesù, che almeno uno di quegli uomini, assieme alle pietre, lasciasse cadere a terra il muro dell’orgoglio e magari anche le ginocchia irrigidite, per poi vedersi rialzare, accanto alla donna, ad una nuova dignità! Quanto avrà sofferto il Signore per non aver potuto abbracciare nella nube del perdono anche le membra dure degli esperti della Legge, così che tutta la comunità potesse trarre profitto dalla trasfigurazione dei suoi capi!

Ogni uomo e ogni donna, oggi, sono chiamati a stare nel mezzo, a rimanere ben in vista, davanti allo sguardo di Dio. Sono occhi benevoli e benedicenti, ma sono anche penetranti come spada che raggiunge le giunture dove avvengono le nostre scelte importanti. Sono occhi che bruciano le scorie e restituiscono purezza di vita. Ogni uomo e ogni donna, oggi, può decidere di non fuggire al crogiuolo dell’amore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DENTRO L’ESPERIENZA DI DIO

Lc 9, 28b-36 – II domenica di Quaresima C

Commento per lavoratori cristiani

 

Gesù oggi ci prende per mano, come compagno e guida che conduce all’esperienza fondamentale. Gesù oggi condivide con i suoi – tra cui anche noi – l’incontro con il Padre, che trasforma la vita  da dentro. Stare dentro l’incontro con Dio è lasciarsi trasfigurare da dentro di noi. È vedere cambiato radicalmente il volto della persona, che ritorna a sfolgorare della bellezza originaria.

Per entrare nell’esperienza di Dio, e rimanerci, c’è prima di tutto da camminare. E si cammina in salita. Si sale sul monte, immagine di una ricerca, ma anche e soprattutto di un’attesa. Lassù il Signore desidera avvolgerci della sua presenza, e ci attira a sé, non per farci patire la distanza tra la nostra miseria e la sua grandezza, ma per rinnovarci la fiducia che noi non siamo fatti per gravitare nelle ombre degli inferi. Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, che sono la Chiesa, e quindi anche tutti noi, e ascende con noi verso il luogo da cui è disceso: il seno del Padre.

Di questa intimità con il Padre, Egli ci è innanzitutto testimone. Perché Gesù, il Figlio, prega. E prega insistentemente. Prega regalandosi spazi di silenzio e di raccoglimento. Ma prega soprattutto nel respiro quotidiano del suo vivere. La preghiera, infatti, è scambio costante con il Padre, è un va e vieni di sguardi e di intese, è un ascolto proteso a lasciarsi modellare dalla Parola. La preghiera plasma. Per questo, al culmine della salita, intravediamo brillare in tutta la persona di Gesù la meraviglia di una identità che si manifesta: la preghiera, infatti, è relazione, e Relazione trinitaria. Il bagliore che squarcia il monte altissimo non è più soltanto lo sconvolgimento della creazione che scuote il Sinai; è invece la luce dello Spirito Santo, celebrazione dell’amore tra il Padre e il Figlio.

Nella preghiera sono coinvolte tutte le creature. Chi prega – e in chi prega sempre prega Gesù, il Figlio – rende partecipe il creato del suo incontro con Dio. E porta il creato, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, dentro una dimensione nuova, più vera. Dai patriarchi ai profeti, dai padri ai figli, dal passato al futuro: tutto si condensa e si ricapitola in questo istante misterioso di luce.

L’esperienza di Dio, però, è anche sempre segnata dall’esperienza dell’umanità. La fragilità, la debolezza, la tragedia del peccato da redimere non rimane estranea. È l’esodo del popolo che si rinnova nel Figlio, il quale esce da sé, inviato dal Padre, per andare incontro all’uomo. Ma è anche l’esodo di ogni figlio, chiamato a uscire dal proprio egoismo per scoprire accanto a sé un fratello da amare. L’amore è sempre esperienza di luce che si intreccia con la croce. Il monte diviene icona e anticipo del Getsemani, ed è il sonno della paura e dell’incomprensione che sfiora minaccioso l’animo del discepolo. Scegliere di camminare nell’esodo della vita non è scontato. L’esperienza di Dio è come fiamma che brucia, è lisciva che purifica, penetrando la ferita dell’autoreferenzialità a cui il demonio vuol costringere l’uomo.

Dentro il dolore si intuisce però il desiderio. L’Infinito infatti si fa presente proprio nell’infinita vulnerabilità della creatura. A noi, con Pietro, non rimane che gridare – magari tra le lacrime – l’impotenza che anela alla gioia, e l’intuizione che lì, dentro quell’incontro, sta l’unica e irripetibile gioia. Sono moti di ingenuo altruismo, ancora acerbi, perché ancora incapaci di accogliere veramente l’altro nella sua originalità e dignità. Ma sono i passi previi, per poter essere poi marcati a fuoco dal sigillo della Croce. Con Pietro, anche noi dovremo passare per l’umiliazione dell’atrio di Gerusalemme, e scoprire stupiti di aver preso lo stesso accento del Maestro.

Questo turbinio di contraddizioni ci spaventa. La fiamma e la nube che avvolgono i discepoli, la Chiesa, la nostra vita a volte ci scombussolano, perché non sono in nostro possesso. Siamo noi che abbiamo bisogno di lasciarci possedere, o meglio, di scoprirci appartenenti a Lui. È il Signore che si prende cura del suo popolo, e lo accompagna di notte e di giorno per le vie del deserto della vita.

E risuona una voce, la Sua voce, la voce del Diletto: ‘Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!’. Non ci resta che tendere l’orecchio. E la mano, per non lasciare solo Gesù dentro questa esperienza che, unica, trasfigura.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

TENTATI DALLA PAROLA

Lc 4, 1-13 – I domenica di Quaresima C

Commento per lavoratori cristiani

 

La Parola è una grande protagonista della battaglia che si scatena nel deserto. Da una parte Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, sospinto dallo Spirito che lo riempie oltre modo come aveva riempito di grazia traboccante la Madre. Dall’altra il maligno, subdolo compagno di 40 giorni di solitudine e privazione, che della debolezza condivisa dal Figlio ne fa occasione di tentazione e di prova.

La Parola è l’arma vincente di Gesù. Egli si appella alla sua forza che agisce, alla sua efficacia che disarma, alla sua potenza che genera e trasforma. Gesù conosce bene la Parola, perché Egli è la Parola; ma allo stesso tempo è la Parola che gli rivela la propria vocazione e missione.

Tuttavia, qualcosa di scandaloso accade: anche il diavolo conosce la Parola, e la cita e la utilizza per rendere più dura e insidiosa la tentazione. Si può essere perfetti conoscitori della Parola, senza che questa diventi motivo di salvezza e di trasfigurazione. Come è possibile? Che cosa differenzia il Figlio di Dio che salva da satana che accusa e condanna?

Due percorsi, due ambienti di vita si manifestano come necessari affinché la Parola resti se stessa, strumento di liberazione.

Il primo, è la viscerale solidarietà con la fragilità della creatura umana. Gesù percorre questo itinerario nel deserto: sperimenta nella carne la debolezza, fino ad avere fame. Ebbe davvero tanta fame! Ebbe cioè nelle proprie membra i segni tangibili del prezzo di essere umani; sentì tutto il peso della creatura, peso paradossale perché viene dal vuoto della propria piccolezza. Gesù, che è Dio, sentì tutto lo svuotamento di chi non è Dio, pur desiderando ardentemente raggiungerne le vette. In questa esperienza vitale, in questo coraggioso cammino dentro le vertigini del deserto, che genera smarrimento e bisogno, Gesù è rimasto senza sconti. Ecco il primo passo necessario affinché la Parola resti se stessa e sia vera: deve ardere della bruciatura del nostro limite, deve tagliare come spada a doppio taglio le aspirazioni umane che rivendicano grandezza, facendo sentire tutto il dolore delle potature. Gesù ne porta la ferita nella carne. Per questo la Parola è illuminata dalla fiamma dello Spirito.

Non così il maligno, che guarda la debolezza come uno spettatore scettico e la rifiuta quale impedimento alla propria realizzazione. Per questo, ci insegna la fede, Egli cadde dal Paradiso, perché rivendicava una esistenza di creature con le prerogative di Dio. Chi guarda la vita, fatta di povertà e dolore, come si guarda uno spettacolo da giudicare e rifiutare soltanto, non può cogliere la Parola nella sua potenza rivelatrice e liberatrice, ma ne farà un oggetto a proprio uso e consumo per giustificare il proprio accanimento egoista.

Ma non basta stare dentro la vita, per viverla bene e vincere le tentazioni. È anche necessario avere lo sguardo rivolto verso l’altro, verso l’Altro. Non essere concentrati solo su se stessi. È il secondo ambiente vitale, la relazione di consegna. Gesù ha gli occhi fissi sul Padre. Egli è il Figlio, ma Lui è il Padre. E la Parola è di Dio: Gesù si lascia possedere e condurre, perché non si percorre la via del deserto da soli. La Parola citata solo a partire dai propri bisogni è sfigurata. Il diavolo ne abusa, perché ha lo sguardo concentrato su se stesso, e degli altri vuole solo farne uno strumento da sfruttare. Ecco allora che la Parola può davvero divenire per noi la forza di una prova che trasforma se abbiamo continuamente il cuore ancorato alla Fonte, e gli orecchi attenti ad ascoltare Colui che la pronuncia.

È l’esperienza del popolo di Israele, per il quale il deserto è cammino voluto proprio da Dio. “Ricordati di tutto il cammino che Il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore” (Dt 8,2). La Parola di Dio diviene guida, impegnativa e dura come lama affilata che discerne il bene dal male nel nostro cuore. Ma lo è soltanto se siamo costantemente preoccupati di rivolgerci – di tornare a volgerci - a Dio stesso, che questa Parola pronuncia incessantemente con la propria Voce di misericordia. Nessun utilizzo individualista della Parola è fonte di bene; nessuna Parola “è soggetta a privata interpretazione” (2Pt 1,20), ci ricorda l’apostolo Pietro.

È la Chiesa convocata a celebrare la Parola che garantisce la Sorgente, da cui è chiamata a essere assemblea e che allo stesso tempo custodisce come tesoro prezioso. Nella Chiesa che cammina portando nel cuore le gioie e le speranze, le angosce e le tribolazioni del popolo, si ascolta e si è tentati in maniera salutare dalla potenza della Parola che salva.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

PROFUMO E SPUTI, VINO E ACETO

Mc 14,1-15,47 – Domenica delle Palme B

Commento per lavoratori cristiani

 

Si può toccare il corpo lacerato di Gesù in tanti modi.

C’è chi lo tocca con la delicatezza dell’amante. Una donna, prima che accada il dramma della passione, anticipa ciò che altre donne vorrebbero ma non riusciranno a fare sul corpo senza vita dell’Amato. Sparge profumo di nardo, unguento prezioso, per sconfiggere la puzza del cadavere e attutire la paura della morte. Una donna per noi senza nome, ricca soltanto di un vasetto di alabastro, come i vasetti delle vergini che vanno incontro allo Sposo. Di lei Gesù conosce il nome e lo scrive per sempre nel libro della vita, che è in Cielo e che è il Vangelo ‘dovunque proclamato, per il mondo intero’ (14,9). Ancora oggi ci sono donne delicate e coraggiose, silenziose e innamorate, che non temono il giudizio dei calcolatori, e ‘fanno ciò che è in loro potere’ (cfr. 14,8) per diffondere il bene e la bontà. La tenerezza tocca il corpo di Gesù. La tenerezza tocca i corpi dei crocifissi di ogni tempo: se non c’è profumo di tenerezza, è meglio non toccare i poveri, è meglio non riempirsi la bocca della loro tragedia. La tenerezza sa sprecare gratuità per gli ultimi. E se il pastore deve odorare di pecora, come è bello scoprire che le pecorelle più umili profumano di tenerezza.

C’è invece chi tocca il corpo di Gesù con la rabbia e la violenza che nascono dalla paura. O per paura, nemmeno lo toccano: gli sputano addosso. La folla inferocita e i soldati, in fondo la gente sfruttata che trova un nuovo capro espiatorio per la loro infelicità e la delusione di un sistema religioso e sociale ingiusto. Trovano un corpo indifeso, e se la prendono con lui. Sputare significa mantenere la distanza, quasi a evitare il rischio di impurità. Ma chi tocca Gesù può solo essere contagiato di bontà: chi tocca con fede sente sprigionare la potenza dell’amore dal suo corpo, come era accaduto per tanti malati nella sua vita pubblica. Però è necessario riconoscersi malati, bisognosi di guarigione, di autentica purificazione. Chi sputa sono soltanto i più scalmanati: è un gesto da bruti. Dietro, però, si nasconde l’ideologia calcolatrice e la falsa purità legale di sacerdoti e capi, di scribi e farisei, troppo pieni di sé per avere l’umile coraggio di toccare il copro sfigurato del Crocifisso. Lo insultano, lo offendono, ma sempre da lontano. Si può decidere di non entrare in relazione con il Crocifisso, perché la sua nudità e la sua debolezza sono troppo dure per lasciarsi smascherare nel proprio peccato. Si può lasciarsi allora comandare dalla paura di essere a nostra volta spogliati della nostra iniquità. Allora si sopravvive, da impauriti e arrabbiati.

Si tratta di scegliere. Il profumo della tenerezza, alla scuola delle pecorelle più umili, o gli sputi dell’ignominia, arroccati nella difesa delle nostre paure e delle nostre menzogne.

Il corpo di Gesù, consegnato al supplizio più infame, è però anche un corpo che dona, che consegna e si consegna. Gesù dona, con il suo corpo, anche il vino della festa. Strano pensare a fare festa, mentre nel cenacolo si prepara il sacrificio e l’offerta. Ma è proprio questa offerta, questa consegna, la vera festa. Gesù fa festa perché ha scelto di fare della vita – e quindi anche della propria morte – un dono totale. Ne manifesta così il senso, ci condivide la via, ci suggerisce l’essenza. E vince la morte consegnandosi, perché della morte ci spaventa l’insondabilità, l’assoluta resa, l’incontrollabilità. Gesù ne diviene padrone, abbracciandola per scelta mentre è vivo. Il vino donato e condiviso, che è il suo sangue sparso sulla Croce, diventa così simbolo che perpetua la festa. Anche noi oggi possiamo accogliere il suo corpo consegnato bevendo al calice della donazione, che è l’Eucaristia celebrata insieme ed è una vita trasformata in diaconia, in servizio ai fratelli. Gesù prepara per noi il vino della festa, il sangue della donazione: è questo il suo modo di vivere il corpo, ricolmo dello Spirito di vita e di amore.

Gli uomini rannicchiati in se stessi, invece, non percepiscono altro che la tragedia del nulla. La morte è la parola fine, per loro. Non c’è altro. La morte è subita e data con cattiveria. Così gli uomini non sanno donare il vino della festa, perché non lo sanno preparare in vita. Una vita spesa a compiere ordini, a imporre leggi, a difendere l’immagine di sé, a torturarsi e a torturare in rapporti superficiali e vacui, è una vita che ha il gusto acido dell’aceto. Poteva essere vino buono; lo hanno sciupato, lasciandolo divenire amaro. Sono i soldati, ma siamo tutti noi. Qualche volta proviamo a rimediare, e mescoliamo mirra al vino acerbo: ma Gesù non la vuole, perché non si lascia toccare dalle illusioni. Così come Gesù non vuole anestetici al male, egli non scende nemmeno a compromessi con il Maligno. Gesù è radicale, e si dona tutto. O è vino, o non è. La vita data a metà è mezza vita, la morte diviene una disperazione.

Si tratta di scegliere, in questa Santa Settimana, come vogliamo stare davanti al corpo dell’Uomo dei dolori. La Passione ci interpella, esige una risposta. La fede del centurione: ‘Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!’ (15,39); è vino buono, è una una folgore che illumina. Oppure l’ostinata indifferenza che non si esprime, e cerca ‘falsi testimoni’ per non uscire dalle tenebre.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DIO HA SCELTO L'UOMO

Gv 3, 14-21 – IV domenica di Quaresima B

Commento per lavoratori cristiani

 

Gesù crocifisso, il Figlio innalzato come il serpente nel deserto dell’esodo, è la svolta della storia, il perno attorno a cui ruotano le vicende dell’umanità, il punto senza ritorno della ricerca tra l’uomo e Dio. Ogni uomo e ogni donna, voglia o non voglia, si trova a dover scegliere, di fronte allo scandalo della Croce e alla stoltezza del Calvario, da che parte stare.

La vita di ogni persona ha bisogno di fondarsi su una opzione fondamentale, che orienta ogni altra decisione. Spesso viviamo inconsapevoli di questa verità, supponendo di poter scegliere di volta in volta a seconda dei condizionamenti del momento, dei gusti personali, delle emozioni passeggere. Diventiamo così schiavi della ‘dittatura del relativismo’ (Benedetto XVI), che in realtà alimenta un pensiero e una costruzione ideologica rigida e insidiosa quanto le più atroci ideologie del passato. ‘Ognuno faccia quello che vuole, basta che non disturbi la mia libertà’: è una concezione fondamentalista della vita, capace di attaccare e condannare chiunque osi pensare, al contrario, che per me, invece, non è indifferente ciò che l’altro pensa o fa. L’illusione di una libertà senza riferimenti e senza valori portanti, la seduzione di un operare privo di segnali stradali che ne indichino la meta, la meschinità di proposte fondate unicamente sul culto dell’immediato sono ferite quotidianamente inferte all’uomo, insinuazioni del ‘serpente che striscia’ e si traveste di angelo di luce.

Ma chi ne diviene seguace, chi cade nella trappola e nell’inganno, vive invece in una profonda oscurità. E le tenebre fanno dura resistenza alla luce. Le tenebre provano a impedire di incontrare la luce, perché potrebbe bruciare gli occhi, non abituati al fulgore della verità.

Il Figlio crocifisso è la luce, è la verità, è la vittoria sulle tenebre. Di fronte a Lui non ci si può esimere da una scelta. O rimaniamo nella notte, condannandoci da soli a un progressivo aumento di isolamento e di autoreferenzialità, che porta alla morte; oppure accettiamo il bruciore dell’anima che viene dal raggio potente del suo dono d’amore, e ci lasciamo purificare dal crogiuolo della verità. Il Figlio crocifisso è la verità, ne è la via, e da’ la vita.

Perché il Crocifisso scardina la falsità della legge dell’individualismo e dell’indifferenza globalizzata. Sul corpo del Crocifisso è impressa la legge del dono di sé. L’offerta di Gesù della propria vita è rimasta marchiata nella carne fragile, perché lo Spirito incide decisamente e profondamente anche nella nostra debolezza. Il Crocifisso è il segno credibile che una esistenza donata ha valore persino oltre la morte, e da’ senso all’insensato, rende necessario ciò che sembra inutile, sprigiona energie di vita eterna dalle ceneri della morte.

Tutto questo è possibile e vero perché in Dio la scelta è già stata compiuta. Da sempre. Mentre noi siamo sempre in ballo tra la luce e le tenebre, e il nostro cuore sembra combattuto costantemente tra un ‘fifty – fifty’, quasi che scegliere di stare in Lui o di rifiutarLo possa avere lo stesso peso e valore, Dio invece ha già sbilanciato la sua opzione. Dio non ha avuto dubbi e non ha ripensamenti: il Padre ‘non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui’ (v. 17). Perché Dio ama il mondo, lo ama infinitamente. Dio è luce perché è amore, e non può essere diversamente. Dio ha scelto l’uomo, la creatura più buona, e con lui l’intera creazione, e non si scrolla di dosso questa sua passione d’amore. Dio è inequivocabilmente dalla nostra parte.

Il perno della storia in Dio è squilibrato: è proteso verso l’uomo per salvarlo, è piegato verso le piaghe dell’umanità per guarirle, è innalzato verso il Cielo per mostrarlo e ridonarlo a chi teme di averlo irrimediabilmente perduto. Dio crede nell’uomo e nel mondo più di quanto possiamo credere noi in noi stessi. A volte crediamo a quello che vediamo e tocchiamo, ma credere in noi stessi è altra cosa. Ha lo spessore della divinità. Nessuno può credere veramente di essere chiamato alla luce per sempre, se non sceglie di mettersi sotto l’irradiazione della Luce.

Credere nella Luce è scegliere la vita, quella eterna, cioè piena, divina, traboccante. Dalla Croce si sprigiona questa verità e ce ne viene donata la forza. Il Padre e il Figlio non accettano la logica dell’indifferenza: ‘si salvi chi può!’. Il Padre e il Figlio hanno scelto e pagato di persona la logica dell’offerta: ‘se vuoi, io ti ho già salvato; se vuoi, noi stiamo dalla tua parte; se vuoi, puoi essere luce anche tu, vivendo nella verità’. Può darsi che costi il prezzo della croce anche a noi. Ma la nostra croce partecipa della Croce di gloria. La nostra morte nell’oscurità, invece, rischia di precluderci fin d’ora la bellezza dell’essere uomini.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DI DIO CI SI PUO' FIDARE

Gv 2, 13-25 – III domenica di Quaresima B

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Egli infatti conosceva quello che  c’è nell’uomo’ (v. 25).

Che cosa c’è nell’uomo? Che cosa conosceva Gesù, tanto da non fidarsi dei molti che ‘credettero nel suo nome’ (v. 23)? Si può credere in Gesù e non essere degni della sua fiducia? Cosa significa questa parola dura, a commento di un gesto duro come la cacciata dei mercanti dal tempio?

Indubbiamente Gesù non è tipo da cercare facili consensi o approvazioni euforiche. È uomo fermo e diretto, e anche in questo manifesta l’amore di Dio. Noi, come i suoi discepoli, abbiamo bisogno della luce di Dio, del fulgore della Risurrezione, per comprendere la profondità del suo essere uomo. A lui dunque guardiamo, per capire meglio noi, quello che siamo e quello che siamo chiamati ad essere.

Gesù sa che nel nostro cuore abita la tentazione del mercante. Abita cioè la bramosia di possedere e di gestire la creazione e le creature come oggetti da prendere e da vendere, di cui appropriarsi e di cui usufruire in modo da sentirci un poco più sicuri. Si tratta della tentazione di divenire padroni, per vivere l’illusione di essere padroni anche della nostra vita. Le cose create e a noi donate, dunque, divengono calamite per piccoli o grandi attaccamenti, sostituibili soltanto dall’attaccamento al denaro. E anche le relazioni e le persone scadono progressivamente nella categoria utilitarista di idoli da venerare, ma per il proprio autocompiacimento e per la gratificazione dei propri bisogni. Si ha così l’impressione di esistere di più, perché ci si sente più importanti. Fino al punto da trasformare anche Dio e la sua casa, con tutte le ‘cose sacre’, in un oggetto da possedere e portare dove vogliamo noi, da adorare per ricevere in cambio qualcosa. È la logica del vitello d’oro, immagine plastica di tutti i tradimenti alla legge del Sinai ricevuta da Mosè e donata al popolo perché si lasci condurre e non pretenda di condursi da solo.

Gesù conosceva e conosce tutt’oggi quest’intima tentazione, che nasce da un accorato grido di vita. Forse questo grido ci spaventa troppo, come spaventava i Giudei, figli dell’esodo. Ci impaurisce stare in ascolto di questo urlo, che nasce dallo smarrimento del deserto, dalla vertigine della libertà, dall’esigenza di un’oasi in cui riposare che non sia la nostra superficiale compravendita di favori e di concessioni affettive. Forse ci fa tremare le gambe toglierci da sotto la sedia comoda delle nostre abitudini e ci raffredda le ossa uscire fuori dalle mura arroccate della nostra religiosità di facciata.

Gesù conosce anche questa nostra profonda paura. E fa appello a questo stesso grido nascosto, perché lo lasciamo emergere e lo trasformiamo in invocazione. Ci chiede di rischiare la rottura con le nostre formalità, ci propone di distruggere le pareti in cui nascondiamo la nostra debolezza e fantastichiamo di dover essere migliori o all’altezza degli altri, per provare a fidarci di Lui.

Nel cuore dell’uomo abita una infinita esigenza di fiducia! È il terreno fertile per una autentica libertà, è l’humus dove può crescere l’adesione alla vera legge dell’amore. Fidarsi è bene… non fidarsi è morire! Morire nelle nostre false sicurezze, morire nella logica del mercato, morire come oggetti di commercio, perché prima o poi chi compra e vende diviene a sua volta oggetto di compravendita.

Gesù lancia un esigente appello alla fiducia, che in realtà è la dimensione costitutiva dell’essere umano e lo fa veramente persona. Ci si fida continuamente, più o meno consapevolmente. O almeno si dovrebbe. E chi non si fida, vive in continua tensione, terrorizzato di poter rimanere solo, per sempre… quindi di morire!

Ci si fida, quando si va a dormire la sera, che domani ci si sveglierà di nuovo e il sole non interromperà il suo generoso lavoro di irradiazione; ci si fida delle persone che si incontrano, che il macellaio non ci venderà carne avvelenata e che l’autista dell’autobus non sbaglierà strada di proposito; ci si fida persino di se stessi, che si potrà respirare anche oggi per 24 ore di fila… E chi non si fida di queste cose è considerato malato!

Gesù ci propone di trasformare in esperienza divina questa naturale e inconsapevole esperienza umana di ogni giorno. Fidarsi di Lui è fidarsi di Dio. Significa riconoscere che la vita nostra è Sua, e che quindi è in buone mani. Che il lavoro duro di dargli una casa, costato anni di fatica, a Lui interessa nella misura in cui noi ci lasciamo costruire da Lui la nostra casa. È la casa della beatitudine, è la stanza interiore dove riposare in qualsiasi luogo ci troviamo, è la bellezza dell’amore. Gesù ci chiede di lasciar venire a galla tutto ‘quello che c’è nell’uomo’, perché nell’uomo c’è Dio. E di Dio ci si può fidare. Anche quando il corpo e la carne tutta sono così fragili da pensare di non farcela più. Anche quando la memoria della storia suggerisce solo dolore. Anche quando sembra che il presente sia sotto l’egida della tragedia, e che pochi ne approfittino a scapito dei molti. Anche se il futuro appare incerto, se non addirittura assurdo: ‘…e tu in tre giorni lo farai risorgere?’ (v. 19).

Sì, Dio, in Gesù, fa risorgere la vita e costruisce il tempio nuovo, dove non abita la logica del mercato, ma si vive la legge dell’amore. E se noi facciamo fatica a fidarci di questa verità, a noi sono già stati dati una schiera di testimoni, che accogliendola e facendone il cuore della loro esistenza, hanno manifestato in mezzo a noi uno squarcio della Casa definitiva di Dio.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

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