IL LINGUAGGIO DELL’AMORE

Gv  14, 15-16.23-26 – Solennità della Pentecoste

Commento per lavoratori cristiani

 

Stamattina hanno suonato alla porta. Sono andato ad aprire: il giovane che stava lì in attesa si era voltato, guardando altrove. All’affacciarmi, sono rimasto sorpreso: sembrava non essersi accorto del mio arrivo, e anche al mio altisonante ‘buongiorno’ non ha dato cenni di risposta. Ho insistito, alzando un poco la voce. Lui era lontano alcuni passi, per cui a un certo punto, tra lo stupito e l’infastidito, mi sono avvicinato, ponendomi davanti al suo sguardo. Mi ha sorriso e mi ha porto subito una cartellina con una penna: chiedeva aiuto, qualche offerta, senza però dire una parola… Era sordomuto!

Non c’è dubbio che lo Spirito, a tempo opportuno, sa stupire e trasformare la preghiera in vita. La Pentecoste è festa della comunicazione, è inno all’incontro, è mistero di unità nella diversità dei linguaggi. Ed ecco allora, improvvisamente come improvvisa è la vita ordinaria, l’opportunità di renderla carne e di lasciare operare lo Spirito.

Per comunicare con un sordomuto c’è bisogno di pazienza, arte e fantasia. Ma soprattutto, c’è da spogliarsi dalla presunzione di esserne capaci. C’è da lasciarsi coinvolgere in una relazione che all’inizio ha un sapore buffo, e ti mette nella condizione di scoprire la tua rigidità e di smascherare quanto sei impacciato e duro.

Siamo tutti un po’ sordomuti. Sordi verso le parole degli altri, verso i messaggi dei piccoli, verso le indicazioni della vita. Sordi anche verso noi stessi, e le esigenze più profonde del cuore, incasellate dentro schemi di comunicazione spesso inamidati e sclerotizzati. Così diveniamo sordi alla voce di Dio, supponendo di avere già ascoltato tutto il necessario, oppure – che forse è peggio – ritenendoci ormai inadatti ad ‘aprire gli orecchi, attenti come gli iniziati’ (cfr. Is 50,4).

E da sordi si rimane muti, incapaci di trasformare in dialogo la trepidante ansia di relazione che ci abita in corpo. Al massimo balbettiamo bisogni, senza accorgersi che, se viviamo alla superficie, anche i nostri messaggi rimangono sterili, a volte violenti, perfino utilitaristici.

Siamo comunità umane e cristiane di isole, così desiderose di incontro eppure così impaurite dal diverso. Siamo comunità monche, dalle lingue tagliate e dagli orecchi tappati. Siamo…

Ma oggi non vogliamo più esserlo! Oggi lo Spirito soffia, come vento impetuoso; oggi nuove lingue di fuoco scendono e si impossessano di noi; oggi il terremoto scuote la nostra interiorità e genera un trambusto nei nostri rapporti. Oggi è il tempo della Chiesa, dell’Assemblea nuova dei discepoli: è il tempo che vince la paura dell’altro e ci scaraventa nei piazzali ad annunciare l’Amore!

Dio infrange gli schemi in cui si sente stretto e che non possono trattenerne la creatività e la fantasia traboccante. Dio invia il Suo Spirito per renderci capaci di comunicazione e di relazione. Il Padre e il Figlio, nella loro diversità interdipendente, ci coinvolgono con passione ad imparare l’arte di tessere unità fra gli opposti. La lingua dell’altro ha bisogno di sciogliersi, ed è per questo che a me dà il coraggio di fare un passo, di pormi davanti al suo sguardo, di stringere le mani e di imparare a leggere le parole che escono timide e commosse dalle labbra strette.

La voce tenera dello Spirito consola e collega, congiunge menti e cuori, ma anche mani e passi. Per capirci, infatti, nel nuovo linguaggio dell’amore, c’è bisogno di esserci tutti interi, per scoprire il varco attraverso il quale passa l’incontro e l’accoglienza dell’altro.

Questi miracoli, e molto più, realizza lo Spirito di Dio, per chi si abbandona docile al suo doloroso e perseverante lavorio di artista. Lui, Persona che è Relazione, fa di noi verità e pienezza, sprigionando le energie nascoste. Così anche i sordomuti saliranno sui tetti e grideranno, cantando, la gioia del Vangelo!

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

LO SPIRITO DI VERITA'

Gv  15, 26-27; 16,12-15 – Solennità della Pentecoste

Commento per lavoratori cristiani

 

Per vivere appieno la Pentecoste, Pasqua dello Spirito Santo, c’è da ridestare il desiderio profondo di verità. Quello che anima i grandi testimoni e i martiri della Chiesa, come il beato Mons. Oscar Romero. La venuta del Paraclito è novità e turbamento, è incendio e refrigerio, è consolazione e sconvolgimento. Ma nulla di tutto ciò può invadere e trasformare il cuore dell’uomo se non risorge dall’intimo la domanda esistenziale della verità.

Il mondo di oggi è tempestato di notizie. Le informazioni corrono, alla velocità di un clic, da una parte all’altra del globo, quasi in contemporanea con i fatti che accadono. Non si fa in tempo a vivere un’esperienza, a gustarne le emozioni, a coltivarne lo stupore e l’imbarazzo, la gioia e la delusione, che le foto e i video dei volti e dei luoghi già corrono da uno smartphone all’altro.

Siamo connessi con ogni angolo della terra. E sebbene restino intere sacche di popolazioni escluse da questo mondo mediatico, che non è forse meno reale del mondo del contatto fisico, l’interrogativo più coinvolgente che si impone riguarda piuttosto un’altra dimensione: la verità! Quanto, cioè, di ciò che comunichiamo è vero? Quali i criteri e le garanzie per definire una notizia come vera? Dove trovare i punti di riferimento affinché l’interazione che si genera nello scambio sia vera?

Perché è la verità che trasforma una connessione in cammino di comunione. Solo nella verità l’intreccio di individui collegati tra loro diviene anticipo di unità tra persone che si amano.

La verità, però, non può essere data per scontata. E quando invece si da per scontato che ciò che vedo, ciò che leggo, ciò che scambio sia vero, qualcosa manca alla relazione. Manca la profondità, manca lo svelamento, manca la persona intera. Ecco perché il mondo dei media non elimina, anzi allarga e provoca ancora maggiormente la necessaria e vitale domanda di senso. Che è la domanda che ci fa essere uomini.

Lì abita lo Spirito, lì avviene la Pentecoste. Quando degli uomini – appunto – sconvolti dall’accaduto della storia, storditi dal fallimento del loro Maestro crocifisso e spiazzati dalle voci e dagli sguardi di chi lo dice risorto, si domandano se ciò sia vero. Quando degli uomini – appunto – impauriti e tentati di evadere e tornare alla banalità dell’esistenza di prima, vengono raccolti dalla Madre nel Cenacolo, luogo di memoria e di rivelazione, e si lasciano inquietare profondamente dal grido del cuore: ma è vero tutto questo?

Il peso è grande: la domanda sul senso della vita e sulla verità delle cose non può trovare risposta nella piccolezza del nostro ragionare. La nostra testa è povera, per contenere l’immensità della manifestazione. Perché la verità, in effetti, è cosa tanto umana quanto divina. In essa si incontrano il Cielo e la terra. La verità della terra, infatti, è che è fatta dal Cielo e per il Cielo. La verità ha la ‘V’ maiuscola: è la Verità di una relazione, è Persona!

Per questo, la Verità scrolla di dosso la polvere che appesantisce e invecchia i bei lineamenti della creazione. Solo chi l’ha creata lo può fare, perché ne conosce i dolci tratti e soprattutto desidera rivederli, anche quando le ferite del peccato e della menzogna li hanno sfigurati. Per questo, Gesù promette e invia quello stesso Spirito creatore che all’origine del mondo era nel grembo del Padre, come Colomba inquieta, e aleggiava muovendo correnti di vita nuova nel caos da portare ad armonia.

Ebbene sì, la Pentecoste è una rinnovata Creazione. Lì il creato e in esso l’uomo, la creatura più buona, vengono ricondotti alla verità originaria, che è quella di essere usciti da Dio e dal suo cuore innamorato, per tornare a Lui avendo generato nell’intimo la vita del Figlio.

Quando ti dicono che assomigli tutto a tuo padre, il cuore si riempie di orgoglio e di gratitudine: appartieni a qualcuno, e anche il tuo corpo lo dice, i tuoi tratti non riescono a nasconderlo. Se questo padre ti ha deluso, senti quella rabbia che invoca riscatto, perché la verità è che un figlio ha diritto a un padre che lo ami. Ma se questo Padre, invece, è Dio in persona, che di amore ti ha inondato da sempre; e se ciò significa che tu appartieni proprio alla Famiglia divina, allora la gratitudine è anche infinita umiltà, perché mai avresti potuto meritare di appartenere a una casa più bella.

Lo Spirito rivela e crea tutto ciò. Ci chiede soltanto di lasciar venire a galla la domanda, il desiderio, la trepidante ricerca della verità. Di non spaventarci del dubbio: ‘chi sono io? E chi sei tu, Signore?’. Di non nasconderci di fronte alla paura della solitudine. Perché quando mi accorgo di non poter esistere da solo, ecco che il peso dell’abbandono viene travolto dall’irruzione di una Presenza: ‘tu sei mio figlio, in te mi sono compiaciuto!’.

È parola di Verità, pronunciata dal Padre e che da Gesù trabocca a noi, sotto la spinta dello Spirito Paraclito. La verità, quindi, si mostra come relazione e intimità con la Trinità tutta. Non è concetto soltanto, non è idea che convince: è rapporto che contagia, appartenenza e reciprocità; è lasciarsi possedere da Colui che tutto lo mette nelle mani del Figlio e dello Spirito perché, attingendo alla stessa Fonte, possano immergere anche noi nel battesimo della gioia.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

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