TERRA DI DELIZIE

Lc 7, 11-17 – X domenica del tempo ordinario – Anno C

Commento per lavoratori cristiani

Due folle in cammino si incontrano.

Vi è una folla pellegrinante, che dalle periferie entra in città. Camminano con il Signore della vita coloro che da moltitudine desiderano divenire popolo, e riconoscersi in un luogo che divenga appartenenza. Un luogo che ha un nome, destinato a rimanere scritto nei secoli: la città si chiama ‘Delizie’, ed è la terra promessa, meta di chi intraprende il proprio viaggio dietro al Maestro. La folla che entra a Nain, quindi, è un popolo in esodo, che cerca lo sposo del Cantico con cui condividere la dimora e la terra in cui scorre latte e miele.

Un’altra folla, invece, esce. Un corteo di morte, molta gente raggruppata attorno a una bara portata in spalla, come giogo pesante sulle spalle degli uomini ma soprattutto sul cuore di una madre vedova. Questa gente percorre le strade ordinarie, conosciute e calpestate ogni giorno, sulle tracce di una donna senza marito: rimasta sola, ora anche la vita appare definitivamente averla abbandonata. Perché il figlio è l’eredità promessa, è l’Alleanza che si compie: e ora non è più! La folla che cammina sulle tracce di un morto è una moltitudine senza speranza, aggregata da una tradizione religiosa destinata solo alla tomba.

Le due folle si incontrano. La vita incrocia la morte, il ventre ormai reso sterile dal fallimento viene sfiorato dalla fecondità dello Sposo. Un ponte si genera, inatteso e sorprendente come lo è la vita nuova in Cristo. Uno sguardo e le viscere di misericordia di Gesù gettano le travi di questo contatto. Gesù la vede: vede la donna, vede il suo pianto, vede il suo grembo inaridito. È la donna che lo colpisce. Ed è invece il grembo di Gesù a sussultare di compassione. Vedere e sentire: ecco i movimenti della misericordia.

Gesù è la vita che non rifugge lo sguardo profondo e vero su ciò che della vita fa parte: il passaggio della morte. Gesù sa che non c’è esodo senza l’attraversamento di questo guado. Gesù però conosce le profondità delle acque in cui ogni figlio inizia la sua esistenza, ed anche lo Spirito genera alla vita nel battesimo.

Il resto è la tenerezza che si fa evento. La misericordia che salva non è mai astratta e teorica. Gesù si avvicina per asciugare il pianto, dopo averlo riconosciuto e accolto: sarà il pianto di sua Madre, della nostra Madre sotto la croce. Gesù tocca la bara, preparandosi a starci dentro, a penetrare le profondità della terra, fino a invadere con l’esultanza della vita anche il regno dei morti. Gesù ferma così il flusso della disperazione e l’onda della folla che si allontana dalle Delizie promesse, per annunciare e realizzare una trasformazione definitiva: ‘Alzati!’. È la resurrezione, che nel Suo corpo glorioso troverà il compimento definitivo.

‘Ragazzo, dico a te…’ …a te, con il tuo nome unico e irripetibile, figlio amato di un amore fedele e inesauribile! …a te, che sperimenti la morte del cuore, che ti senti orfano di padre, che ti accorgi di avere tante volte abbandonato la madre! …a te, prediletto da sempre: Dio ti dice ‘Alzati!’.

È una storia che si compie nella meraviglia di un incontro personalissimo, come quando nell’intimità degli sguardi gli occhi si riconoscono e nel riconoscersi a vicenda ritroviamo energia di vita.

Allo stesso tempo, è un incontro che trasforma una massa in un popolo, e che trasfigura l’antico patto, incapace di donare vita, nella nuova Alleanza, in cui la Chiesa si rinnova, resa sposa e madre dall’Amante.

Siamo coinvolti in questo mistero di salvezza, chiamati a scegliere non tanto in quale corteo stare, ma a quale sguardo rivolgere i nostri occhi. Se ancora esitiamo, aggrappati alle bare della nostra esistenza, oggi si rinnova la buona notizia: anche noi possiamo girare lo sguardo, convertirci allo Sposo e ritornare a guastare le Delizie del Suo banchetto.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

IL LINGUAGGIO DELL’AMORE

Gv  14, 15-16.23-26 – Solennità della Pentecoste

Commento per lavoratori cristiani

 

Stamattina hanno suonato alla porta. Sono andato ad aprire: il giovane che stava lì in attesa si era voltato, guardando altrove. All’affacciarmi, sono rimasto sorpreso: sembrava non essersi accorto del mio arrivo, e anche al mio altisonante ‘buongiorno’ non ha dato cenni di risposta. Ho insistito, alzando un poco la voce. Lui era lontano alcuni passi, per cui a un certo punto, tra lo stupito e l’infastidito, mi sono avvicinato, ponendomi davanti al suo sguardo. Mi ha sorriso e mi ha porto subito una cartellina con una penna: chiedeva aiuto, qualche offerta, senza però dire una parola… Era sordomuto!

Non c’è dubbio che lo Spirito, a tempo opportuno, sa stupire e trasformare la preghiera in vita. La Pentecoste è festa della comunicazione, è inno all’incontro, è mistero di unità nella diversità dei linguaggi. Ed ecco allora, improvvisamente come improvvisa è la vita ordinaria, l’opportunità di renderla carne e di lasciare operare lo Spirito.

Per comunicare con un sordomuto c’è bisogno di pazienza, arte e fantasia. Ma soprattutto, c’è da spogliarsi dalla presunzione di esserne capaci. C’è da lasciarsi coinvolgere in una relazione che all’inizio ha un sapore buffo, e ti mette nella condizione di scoprire la tua rigidità e di smascherare quanto sei impacciato e duro.

Siamo tutti un po’ sordomuti. Sordi verso le parole degli altri, verso i messaggi dei piccoli, verso le indicazioni della vita. Sordi anche verso noi stessi, e le esigenze più profonde del cuore, incasellate dentro schemi di comunicazione spesso inamidati e sclerotizzati. Così diveniamo sordi alla voce di Dio, supponendo di avere già ascoltato tutto il necessario, oppure – che forse è peggio – ritenendoci ormai inadatti ad ‘aprire gli orecchi, attenti come gli iniziati’ (cfr. Is 50,4).

E da sordi si rimane muti, incapaci di trasformare in dialogo la trepidante ansia di relazione che ci abita in corpo. Al massimo balbettiamo bisogni, senza accorgersi che, se viviamo alla superficie, anche i nostri messaggi rimangono sterili, a volte violenti, perfino utilitaristici.

Siamo comunità umane e cristiane di isole, così desiderose di incontro eppure così impaurite dal diverso. Siamo comunità monche, dalle lingue tagliate e dagli orecchi tappati. Siamo…

Ma oggi non vogliamo più esserlo! Oggi lo Spirito soffia, come vento impetuoso; oggi nuove lingue di fuoco scendono e si impossessano di noi; oggi il terremoto scuote la nostra interiorità e genera un trambusto nei nostri rapporti. Oggi è il tempo della Chiesa, dell’Assemblea nuova dei discepoli: è il tempo che vince la paura dell’altro e ci scaraventa nei piazzali ad annunciare l’Amore!

Dio infrange gli schemi in cui si sente stretto e che non possono trattenerne la creatività e la fantasia traboccante. Dio invia il Suo Spirito per renderci capaci di comunicazione e di relazione. Il Padre e il Figlio, nella loro diversità interdipendente, ci coinvolgono con passione ad imparare l’arte di tessere unità fra gli opposti. La lingua dell’altro ha bisogno di sciogliersi, ed è per questo che a me dà il coraggio di fare un passo, di pormi davanti al suo sguardo, di stringere le mani e di imparare a leggere le parole che escono timide e commosse dalle labbra strette.

La voce tenera dello Spirito consola e collega, congiunge menti e cuori, ma anche mani e passi. Per capirci, infatti, nel nuovo linguaggio dell’amore, c’è bisogno di esserci tutti interi, per scoprire il varco attraverso il quale passa l’incontro e l’accoglienza dell’altro.

Questi miracoli, e molto più, realizza lo Spirito di Dio, per chi si abbandona docile al suo doloroso e perseverante lavorio di artista. Lui, Persona che è Relazione, fa di noi verità e pienezza, sprigionando le energie nascoste. Così anche i sordomuti saliranno sui tetti e grideranno, cantando, la gioia del Vangelo!

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

TRA DESIDERIO E NECESSITÀ

Lc 22,14-23,56 – Domenica delle Palme C

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi’ (22,15).

La Pasqua di Gesù comincia da un intimo desiderio di amicizia e di condivisione. Gesù desidera mangiare con i suoi, prima di affrontare il dramma della Croce. La scelta di avviarsi su per la salita di Gerusalemme, con passo deciso e risoluto, nonostante la consapevolezza di quanto lo attende, sgorga in Gesù da un animo che coltiva il desiderio. Gesù, uomo perfetto, non si lascia dominare dagli eventi, non accompagna passivamente la storia, non subisce le inevitabili conseguenze dei fatti: ma li abita, li riempie di presenza, li orienta secondo un orientamento voluto e cercato. Ed è la spinta del desiderio a sostenere il suo camminare, coltivato con passione e secondo un preciso senso di marcia.

Gesù, vero uomo come noi, alimenta il proprio desiderio di donazione, di servizio, di consegna totale. Ne parla ai suoi negli attimi cruciali dell’ultima cena, perché di questo ha colmato tutta la sua esistenza. Si giunge ai momenti ultimi dell’esistenza portando con sé ciò che di ultimo si è cercato per tutta l’esistenza. Alla fine dei giorni si porta quello che ha riempito i nostri giorni.

‘Deve compiersi in me questa Parola della Scrittura’ (22,37).

Accanto al desiderio, dimensione estremamente personale, se non a volte soggettiva, Gesù ha consapevolezza che esiste una necessità, un dovere, forse anche una ineluttabilità della storia. Esiste, nel mondo, qualcosa che ‘deve’ essere così, e non può essere altrimenti. C’è un elemento che ‘bisogna’ accogliere come tale, pena il rifiuto della storia stessa e lo smarrimento nel pellegrinaggio della vita. Anzi, pena la negazione di se stessi e della propria umanità.

Che cos’è questo dato? È uno spazio di limite e di condizionamento tale da non poterne sfuggire.

Gesù assume in sé tutto questo. Si entra così nella tensione pesantissima tra il desiderare personale e la necessità di accogliere qualcosa che non dipende da sé. La vita vera, in fondo, è fatta di questo. E forse sta lì il vero senso della Passione: non solo l’ineluttabilità della morte, ma lo scontro tra il limite e la restrizione che essa comporta e quell’infinita aspirazione di vivere per sempre, di onnipotenza e onnipresenza che dimora nella profondità del cuore.

‘Desidero’… ma ‘devo’… Non sempre conciliabili, non sempre armoniosamente orientati allo stesso fine. Almeno in apparenza. L’uomo si ritrova così lacerato, e tende a rifiutare la lacerazione e lo scarto. Si sente meno uomo, se non può affermare la propria indiscussa autonomia. Si ritrova meno uomo, se non riesce ad assumere ogni dimensione dell’esistente, anche quando questo gli sfugge nella sua verità. Perché l’uomo è dato a se stesso, non c’è nulla da fare! Ma allo stesso tempo custodisce un appello di autorealizzazione che non può sradicare da sé!

E allora patisce, soffre, urla, suda sangue! Forse è proprio questa la necessità: bisogna che tu, o uomo, o Figlio, ascolti e assecondi il desiderio immenso di diventare uomo davvero!

Dove sta la chiave? Quale la risposta? Cosa attutisce o ‘porta a compimento’ la ricerca?

‘Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà’ (22,42).

Ecco la via: donarsi totalmente all’unico che è Tutto. Senza ridimensionare il desiderio, ma trasformandolo in relazione. Senza evadere alla necessità, ma riconoscendola come volontà di un Altro. Non è il fato, né la casualità a portare il Figlio sulla croce: è la scelta consapevole di assecondare il desiderio di essere tutto del Padre. Che la Sua volontà diventi la mia! Che nell’essere in due diventiamo uno!

Così la via che si svela è percorribile anche da noi. Si tratta di far divenire nostro desiderio ciò che il Padre vuole. Così il dolore e l’offerta intessono nuovi ricami che ricuciono gli strappi del cuore: non siamo più affannati a rivendicare indipendenza per sfuggire all’inevitabile morte, ma ci troviamo abbandonati con fede alla cura amorevole di Colui che rimane accanto e dentro il nostro quotidiano sacrificio. La Sua presenza, umanissima e divina, consola e asciuga le nostre lacrime, che pur tuttavia continueranno a cadere. Perché, per chi desidera vivere, è necessario piangere.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

TENTATI DALLA PAROLA

Lc 4, 1-13 – I domenica di Quaresima C

Commento per lavoratori cristiani

 

La Parola è una grande protagonista della battaglia che si scatena nel deserto. Da una parte Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, sospinto dallo Spirito che lo riempie oltre modo come aveva riempito di grazia traboccante la Madre. Dall’altra il maligno, subdolo compagno di 40 giorni di solitudine e privazione, che della debolezza condivisa dal Figlio ne fa occasione di tentazione e di prova.

La Parola è l’arma vincente di Gesù. Egli si appella alla sua forza che agisce, alla sua efficacia che disarma, alla sua potenza che genera e trasforma. Gesù conosce bene la Parola, perché Egli è la Parola; ma allo stesso tempo è la Parola che gli rivela la propria vocazione e missione.

Tuttavia, qualcosa di scandaloso accade: anche il diavolo conosce la Parola, e la cita e la utilizza per rendere più dura e insidiosa la tentazione. Si può essere perfetti conoscitori della Parola, senza che questa diventi motivo di salvezza e di trasfigurazione. Come è possibile? Che cosa differenzia il Figlio di Dio che salva da satana che accusa e condanna?

Due percorsi, due ambienti di vita si manifestano come necessari affinché la Parola resti se stessa, strumento di liberazione.

Il primo, è la viscerale solidarietà con la fragilità della creatura umana. Gesù percorre questo itinerario nel deserto: sperimenta nella carne la debolezza, fino ad avere fame. Ebbe davvero tanta fame! Ebbe cioè nelle proprie membra i segni tangibili del prezzo di essere umani; sentì tutto il peso della creatura, peso paradossale perché viene dal vuoto della propria piccolezza. Gesù, che è Dio, sentì tutto lo svuotamento di chi non è Dio, pur desiderando ardentemente raggiungerne le vette. In questa esperienza vitale, in questo coraggioso cammino dentro le vertigini del deserto, che genera smarrimento e bisogno, Gesù è rimasto senza sconti. Ecco il primo passo necessario affinché la Parola resti se stessa e sia vera: deve ardere della bruciatura del nostro limite, deve tagliare come spada a doppio taglio le aspirazioni umane che rivendicano grandezza, facendo sentire tutto il dolore delle potature. Gesù ne porta la ferita nella carne. Per questo la Parola è illuminata dalla fiamma dello Spirito.

Non così il maligno, che guarda la debolezza come uno spettatore scettico e la rifiuta quale impedimento alla propria realizzazione. Per questo, ci insegna la fede, Egli cadde dal Paradiso, perché rivendicava una esistenza di creature con le prerogative di Dio. Chi guarda la vita, fatta di povertà e dolore, come si guarda uno spettacolo da giudicare e rifiutare soltanto, non può cogliere la Parola nella sua potenza rivelatrice e liberatrice, ma ne farà un oggetto a proprio uso e consumo per giustificare il proprio accanimento egoista.

Ma non basta stare dentro la vita, per viverla bene e vincere le tentazioni. È anche necessario avere lo sguardo rivolto verso l’altro, verso l’Altro. Non essere concentrati solo su se stessi. È il secondo ambiente vitale, la relazione di consegna. Gesù ha gli occhi fissi sul Padre. Egli è il Figlio, ma Lui è il Padre. E la Parola è di Dio: Gesù si lascia possedere e condurre, perché non si percorre la via del deserto da soli. La Parola citata solo a partire dai propri bisogni è sfigurata. Il diavolo ne abusa, perché ha lo sguardo concentrato su se stesso, e degli altri vuole solo farne uno strumento da sfruttare. Ecco allora che la Parola può davvero divenire per noi la forza di una prova che trasforma se abbiamo continuamente il cuore ancorato alla Fonte, e gli orecchi attenti ad ascoltare Colui che la pronuncia.

È l’esperienza del popolo di Israele, per il quale il deserto è cammino voluto proprio da Dio. “Ricordati di tutto il cammino che Il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore” (Dt 8,2). La Parola di Dio diviene guida, impegnativa e dura come lama affilata che discerne il bene dal male nel nostro cuore. Ma lo è soltanto se siamo costantemente preoccupati di rivolgerci – di tornare a volgerci - a Dio stesso, che questa Parola pronuncia incessantemente con la propria Voce di misericordia. Nessun utilizzo individualista della Parola è fonte di bene; nessuna Parola “è soggetta a privata interpretazione” (2Pt 1,20), ci ricorda l’apostolo Pietro.

È la Chiesa convocata a celebrare la Parola che garantisce la Sorgente, da cui è chiamata a essere assemblea e che allo stesso tempo custodisce come tesoro prezioso. Nella Chiesa che cammina portando nel cuore le gioie e le speranze, le angosce e le tribolazioni del popolo, si ascolta e si è tentati in maniera salutare dalla potenza della Parola che salva.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

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