IL POTERE DI COSTRUIRE PONTI

Mt  28, 16-20 – Solennità dell’Ascensione del Signore A

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Non si va in Cielo salendo scale, ma costruendo ponti’. L’espressione è di don Tonino Bello, testimone credibile del nostro tempo. L’insegnamento è antico come la Chiesa, in cui i suoi ‘pontefici’ (dal latino pontifex, cioè ‘costruttori di ponti’) sono i primi garanti dell’eredità lasciataci da Gesù in persona.

Non sempre tale insegnamento è stato custodito e vissuto dalla Chiesa stessa con fedeltà radicale al Maestro che ce lo ha affidato. Ed è per questo che anche oggi, come allora, quando gli undici discepoli, piccolo e imperfetto resto di Israele, lo ricevettero come dono prezioso, questo stesso insegnamento deve risuonare costantemente come buona notizia, più che come monito che spaventa, alle orecchie e dalla bocca di ogni cristiano.

Gesù stesso, proprio mentre sale per l’ultima volta sul monte di Galilea, apice dell’esperienza quotidiana e feriale della sua permanenza fra noi, luogo in cui la sua normalissima vita di artigiano ebreo si era manifestata come l’ambito autentico in cui abita il Dio della Vita, luminoso del Sole della trasfigurazione; proprio lì, dove si prepara a salire al Cielo per ricongiungersi con il Padre, dal quale è venuto ed al quale ritorna… lì Gesù rivela che la salita non ha nulla a che vedere con i gradi della superiorità a cui siamo abituati a pensare. E che il potere di Dio, che è stato dato tutto a Gesù, ‘in cielo e sulla terra’, ha un nome ben diverso dal potere dell’uomo, con cui abbiamo dolorosa consuetudine. Non è infatti il potere del comando del superiore sull’inferiore, del più ‘alto’ sul più ‘basso’, del maggiore sul minore; è piuttosto il potere della relazione autentica, della verità che rende liberi.

Ecco i ponti da costruire. Ecco i pilastri su cui ergere le strade che conducono al Cielo e che preparano all’incontro con Dio. Si tratta di instaurare relazioni autentiche e liberanti. Si tratta di spendersi instancabilmente affinchè la relazione sia il nome proprio del nostro esistere. É la relazione il potere di Dio dato a Gesù, ed è questo stesso potere che Egli conferisce ai suoi e alla sua Chiesa, lasciando in eredità gli strumenti necessari per praticarlo.

Il tutto va compreso bene. Le scienze umane parlano spesso e molto di relazione, e ci aiutano a comprenderci meglio. Ma la luce che riverbera tutta la sua bellezza viene dalla r-iv-elazione divina e dall’esperienza spirituale di una intima relazione (appunto) con la Trinità.

Dio è Trinità, quindi è relazione. É proprio di ogni autentica relazione la tensione tra i poli dell’individuazione e della dipendenza. In una relazione vi è sempre una ricerca di identità e di autonomia da parte di chi vi si mette in gioco, e allo stesso tempo la necessità di una reciprocità che permetta ai due di riconoscersi bisognosi l’uno dell’altro a vicenda. Più si scopre il tu e se ne accoglie l’esistenza, che incrocia vitalmente la propria, più si diventa io. In questo scambio misterioso e vivificante, sgorga, come nuova realtà unica e irripetibile, non calcolabile in precedenza, il noi dell’amore. Ecco la Trinità: il compimento perfetto di tale gioco di reciprocità, che realizza e riconosce l’unicità di ogni Persona, la quale però non può esistere se non di fronte, volto a volto, all’Altra.

Infinito e indicibile mistero di amore, la Trinità è in se stessa il potere di Dio. Dio, dunque, non ha un potere separato da sé, come quando un Re prende in mano lo scettro o la spada e, simbolicamente o concretamente, mostra il suo potere quale oggetto da manipolare e usare a proprio piacimento.

Il potere di Dio, invece, è Dio stesso. É il suo essere e il suo modo di essere. E dunque non può che essere così: amore. Potere e amore coincidono, nella infrangibile relazione intima della Trinità. Il potere di Dio è il suo stare l’Uno di fronte all’Altro, tendendosi in un abbraccio reciproco che genera la vita.

Questa vita generata siamo noi, e il creato intero. Ma noi in particolare, come figli prediletti di questa comunione feconda d’amore. L’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, è quindi frutto della relazione intima di Dio in se stesso, e allo stesso tempo è se stesso nella misura in cui rimane in relazione con Dio e con gli altri uomini. L’uomo ha ricevuto in sé il potere della relazione. Ma relazione è amore, nella sua verità originaria, ricevuta in dono. Non può, l’uomo, ‘usare’ la relazione diversamente, se non per amare; perché significherebbe sfigurarla e camuffare se stesso di menzogna. É l’agire del Maligno che frantuma, frammenta, divide… Rompe, appunto, la relazione.

Ecco allora il significato del comandamento che Gesù, tornando al Padre, nel giorno della sua ascensione che è esercizio di comunione, affida ai suoi discepoli: ‘siate voi stessi e vivete la relazione. E immergete ogni uomo in questa stessa relazione originaria, che li vivifica, cioè li rende veramente uomini’. Gesù esercita il suo potere rinnovando l’amore fecondo e generatore di vita nei sacramenti. E lo fa insieme al Padre e allo Spirito: non sono mai separabili, coloro che sono insieme una cosa sola. Ma ci abilita a fare altrettanto, generando vita nuova con Lui nel farci strumento di grazia e di relazione.

Ecco i ponti che si costruiscono, pienamente rispettosi dei ruoli e dei limiti che ogni relazione richiede e sostiene. Come un padre e una madre non possono e non devono scambiarsi di ruolo con un figlio, così l’uomo non può e non deve sostituirsi a Dio. Soprattutto quando esercita il potere. Non può nemmeno cambiare lo stile di Dio, perché sarebbe come sfigurare nuovamente il Suo volto, già crocifisso dal nostro rifiuto della relazione originaria con Lui. In ogni ambito di esistenza, nella Galilea dei rapporti quotidiani, fra le genti e fra la propria gente, ogni discepolo è chiamato a mettere in pratica e a condividere l’insegnamento vitale del Signore, che è una maniera di essere più che un complesso di concetti teorici. Il discepolo, ogni giorno, dovunque, si ingegna per costruire relazioni nuove, relazioni autentiche, relazioni che fanno verità, relazioni che danno vita. E si sforza di mantenerle vive, anche quando vengono messe a rischio dalle intemperie dell’esistenza, dalle ferite della storia, dalle tentazioni del Maligno, dalle cadute della carne debole.

In questo, il discepolo e la Chiesa intera ritornano costantemente alla relazione originaria, ricevuta in dono nel battesimo. Perché solo il Signore vive pienamente la fedeltà della relazione, Egli che è con noi, ‘fino alla fine del mondo’. Nel tempo e nello spazio, solo l’amore di Dio non ha confini. Neanche quando l’amore si chiama perdono, vertice della relazione. E solo questo amore ci rende capaci di gettare ponti verso chiunque, anche quando il peso dell’opera si fa sentire!

Un grande mistero ci è stato affidato: il potere di ascendere con il Signore al Cielo, tanto più sapremo realizzare ponti di amore su questa terra!

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

GAREGGIAMO NELL’AMORE CON DIO

Gv 14, 15-21 – VI Domenica di Pasqua

Commento per lavoratori cristiani

 

Viviamo in un mondo abituato a parlare di amore e a presentarne ogni giorno il volto sfigurato e banalizzato, nelle miriadi di proposte offerte dalla tecnologia. Viviamo in un mondo capace di mettere in contatto le persone alle estremità dei continenti e assetato profondamente di relazione, ma terrorizzato quando si tratta di stringersi le mani l’un l’altro e di guardarsi negli occhi. Viviamo in un mondo che promuove il culto del corpo e stimola ossessivamente le corde delicate della nostra affettività, ma attraversato da una spaventosa epidemia di solitudine e frammentato in rivoli dolorosi di egoismo.

Viviamo… e dire che viviamo è già un andare controcorrente, una proposta rivoluzionaria. Perché ci si abitua, anche nelle competizioni televisive e nei rapporti ‘usa e getta’, a credere di dover sostanzialmente soltanto sopravvivere e difendersi dalla minaccia dell’altro. Invece, noi vogliamo vivere! E vivere felici! Felici proprio in questo mondo, che non si accorge di correre il rischio più grande: quello di non vedere più Gesù, la fonte della vita, e di non poter ricevere ‘lo Spirito della verità’, ‘perché non lo vede e non lo conosce’.

Ma noi viviamo: ce l’ha detto Lui, come promessa che si compie oggi. ‘Perché io vivo e voi vivrete’.

Anche questa domenica, la Parola ci suggerisce di non accontentarci, e di essere svegli e vigilanti. Ci viene offerta la opportunità di ricevere in dono e di custodire per sempre la perla più preziosa di tutte, l’acqua zampillante di cui abbiamo sete, la risposta alle nostre più intime angosce: ci viene donato Dio in persona. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che vivono nell’amore e sono l’amore, si offrono a noi per renderci partecipi della loro traboccante relazione d’amore.

Tutto ciò può sembrare così lontano e astratto, se continuiamo a pensare che Dio non abbia niente a che vedere con le vicende quotidiane del mondo e che i nostri problemi e i nostri guai sussistano su una sfera diversa da quella della fede. La fede, invece, è la realtà più concreta dell’esistenza: è ciò su cui si regge l’intero edificio della nostra vita, sono le fondamenta che impediscono alla casa di cadere. Pietro lo scriveva ai membri della comunità di Roma, invitandoli a saper dare ragione della loro speranza (cfr. 1Pt 3,15). E questa speranza – lo aveva capito bene, avendolo vissuto sulla propria pelle – non nasce dalla conoscenza esteriore e razionale di un episodio storico o di qualche norma morale suggerite dal profeta Gesù. Nasce invece dall’adorazione del Signore Gesù ‘nei vostri cuori’. L’evento della morte e risurrezione di Cristo entra a far parte costitutiva della nostra persona, entra in circolo nel sangue che scorre nelle nostre vene, entra nella memoria della nostra personale storia di salvezza. La relazione intima con Gesù sostiene la nostra esistenza, e la rende spazio di senso, luogo di amore, storia di salvezza nella misura in cui ci lasciamo avvolgere e impregnare da essa.

É qualcosa difficile da esprimere in parole, per noi figli dell’immediato e dell’esteriore. Può avere qualcosa a che vedere con le ansie dei disoccupati e degli sfruttati di questo mondo? Può intaccare la presuntuosa autoreferenzialità dei potenti e degli oppressori? Sì. Perchè è una buona notizia sconvolgente. Gesù ci invita a divenire partecipi con Lui della stessa relazione che Egli ha con il Padre. Quindi a divenire in Lui figli, figli adottivi per grazia dello Spirito. É come se, mentre prima, guardandoci allo specchio, ci vedevamo vuoti e ci sforzavamo di nascondere tanta povertà aumentando gli strati di trucco e facendo la voce grossa, ora invece possiamo guardarci allo specchio e vedere traboccare dalla luce degli occhi la pienezza di quello che siamo dentro: figli! Se ogni mattino inizia così, ne trova profondo giovamento l’intera giornata e tutti i nostri rapporti!

Dio, infatti, vince il dramma dell’orfanità. Dio sconfigge la tragedia dell’abbandono. Dio scava dentro e fa sgorgare la novità della vita dalla relazione vitale e vivificante con Lui. Lo Spirito Santo, leggero come una brezza, e profumato di tutti gli aromi della creazione e della storia, opera questo prodigio e ci restituisce la nostra identità più bella. Ritorniamo capaci di amare, perché ci lasciamo amare.

Questa è la nostra verità, ricevuta in dono, ma anche progetto da compiere. Questo è il significato dei comandamenti che Gesù ci lascia in eredità, che rappresentano piuttosto la necessaria e naturale conseguenza del motivo del nostro esistere. Se scopro che sono amore, non posso non amare. Proprio come il Padre. Se scopro che sono ricolmo di amore, non posso trattenere l’amore ricevuto gratuitamente in dono. Proprio come il Figlio. Se scopro che attorno a me tanti ancora si sentono orfani – e quanti sono resi orfani dall’egoismo del mondo! -, non posso che condividere la scoperta affascinante di essere ovunque e con chiunque una comunità di fratelli, perché figli. Proprio come lo Spirito, che fa la Chiesa.

Si genera così l’unica incredibile gara che ha senso di correre in questa vita. É una specie di competizione, tra noi, ma persino con Dio stesso, a vedere chi ama di più! Si può competere nell’amore con la Trinità? Sappiamo già di essere perdenti… Ma non ci interessa la classifica, il premio è già nell’amare, o meglio nell’essere amato. E chi guarda alla classifica, ha già smarrito il senso dell’amore, che è dono gratuito. Ci interessa lasciar esplodere l’amore ricevuto.

E d’altro canto, al guardare il Figlio Crocifisso, primogenito di tanti figli, non scopriamo con trepidazione che è proprio perdendo che vinciamo nell’amore? Amare Gesù è amare la Croce, autentica dimora dell’amore. Perché sulla Croce, che ci visita ogni giorno se impariamo ad offrirci per amore, si manifesta la sconfitta che vince il mondo: abbandonati i muri dell’egoismo e dell’autorealizzazione, consegnate le armi della superbia e della sensualità, spalanchiamo le braccia alla relazione che riempie la nostra esistenza. In questa intima unione con la Trinità crocifissa anche i dolori del mondo e la crisi dell’uomo divengono opportunità per manifestare la densità dell’amore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Non la meta, ma la via!

Gv 14, 1-12 – V Domenica di Pasqua

Sì, il nostro cuore non può essere turbato, perché la dimora che Gesù ha preparato per noi sta proprio qui. Non tanto, o non soltanto, nel Cielo dell’al-di-là, bensì nell’intimo dell’al-di-qua.

Vivere in maniera nuova le relazioni

Gv 14, 1-12 – V Domenica di Pasqua

Gesù ci sollecita a vivere in maniera nuova le relazioni, perché Egli viene e va continuamente nel cuore della Relazione per eccellenza: quella trinitaria.

Non sia turbato il vostro cuore!

Gv 14, 1-12 – V Domenica di Pasqua

Quanti turbamenti appesantiscono la nostra vita. Quante ansie, quanta frenesia, quante paure. Il rancore per il ieri, l’affanno dell’oggi, il fantasma del domani: sembra che tutta la vita si ammassi sulle spalle di ognuno di noi, in particolare dei giovani; e genera inquietudine. Tanta inquietudine.

IL DITO DEL RISORTO TOCCA LE TUE PIAGHE

Gv 20, 19-31 – II Domenica di Pasqua

Commento per lavoratori cristiani

 

Sono ancora chiuse le porte del cenacolo, nonostante l’annuncio ricevuto da Maria di Magdala. Sono ancora chiuse le porte dei cuori, per timore dei nemici.

IMPARO’ L’OBBEDIENZA DALLE COSE CHE PATI

Gv 18,1 – 19,42 – Venerdì Santo (Passione del Signore)

Commento per lavoratori cristiani

 

Passione significa dolore, sofferenza, fatica. Ma significa anche ardore, desiderio, donazione. La passione ha a che vedere strettamente con l’amore, ne è l’espressione più coinvolgente e allo stesso tempo più drammatica.

LI AMO’ SINO ALLA FINE!

Gv 13, 1-15 – Giovedì Santo (Messa in Coena Domini)

Commento per lavoratori cristiani

 

Inizia il triduo pasquale, inizia il Giorno della nostra salvezza, inizia il tempo opportuno. Ecco l’Ora, in cui Gesù compie le promesse di Dio verso il suo popolo, amando i suoi ‘sino alla fine’ (v. 1). L’incipit solenne del racconto della lavanda dei piedi ci pone nel clima giusto per entrare nel mistero di grazia della Pasqua.

Mt 26,14-27,66 – Domenica delle Palme e della Passione del Signore

Commento per lavoratori cristiani

 

L’evangelista Matteo si preoccupa di mostrare ai suoi lettori che Gesù è il compimento di tutte le promesse fatte da Dio al suo popolo. Gesù è la pienezza del dono di salvezza che Dio stesso ha voluto lasciare in eredità alla storia dell’uomo. In Gesù, l’amore di Dio penetra profondamente dentro la vita di ogni persona.

IL RE UMILE E IL CORTEO DEGLI ESCLUSI

Mt 21, 1-11 – Domenica delle Palme e della Passione del Signore

Commento per lavoratori cristiani

 

Gesù entra nella Città santa, Città della pace: Gerusalemme. Gesù entra nella Settimana Santa, per instaurare il Regno della pace. Spazio e tempo si avviano al culmine. Gesù, il Messia, si appresta a portare a compimento la Sua missione, a portare a pienezza le ore e i luoghi dell’esistenza dell’uomo.

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