LA CON-VERSIONE DI GESU'

Mt 15, 21-28 – XX domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

Non c’è dubbio: il modo di comportarsi di Gesù, davanti a questa donna Cananèa, è davvero strano. Per chi ha in testa l’immagine di un Messia dolce e accomodante con tutti, si ha quasi l’impressione di ricevere un pugno nello stomaco. Per qualcuno, questo Gesù risulta addirittura irritante. E sembra abbastanza forzato cercare di giustificarlo alludendo a un presunto insegnamento che egli volesse dare alla donna o ai suoi, come per ‘provarli’ nella fede.

Diciamoci chiaramente che non ci capiamo granché. E forse è proprio in questa disarmante umanità che percepiamo con maggior intensità la presenza di un mistero irraggiungibile. Sì, pare proprio che Dio si riveli nella sua divinità non nascondendosi, ma immischiandosi tanto profondamente nella nostra umanità da risultare addirittura sconcertante.

Sembra persino più comprensibile una umanità segnata dal dolore e dalla sofferenza che Dio, in Gesù, porta su di sé. È una sua scelta di amore, è il segno tangibile della sua prossimità alla nostra miseria. Risulta certamente una rivelazione inimmaginabile, seppure pennellata di annunci sottili nei testi di Isaia e degli altri profeti.

Ma questo Messia che ‘fa soffrire’ una donna, per di più straniera e lacerata dalla disperazione… Questo Messia che si arrocca nelle posizioni quasi tradizionaliste del giudaismo che lo ha formato, ma al quale ha dato più volte dure spallate di rinnovamento… Questo Messia che appare quasi scorbutico e arrogante, che ‘non le rivolse neppure una parola’, quasi ad alimentare la tragedia dell’indifferenza e dell’esclusione… Questo Messia ci fa tanto male!

Chissà… se da un lato potremmo presumere di farci paladini dei diritti della donna straniera che chiede pietà, dall’altro rischiamo di fare la figuraccia degli apostoli. Come loro, infatti, siamo facilmente capaci di assumere il partito dei più deboli, ma probabilmente più perché la smettano di fare confusione che per amore. A volte ci sbrighiamo a dare una manciata di spiccioli a chi chiede l’elemosina per evitare di doverci fermare a scambiare due chiacchiere fastidiose. C’è anche chi non disdegna di mettersi un poco in mostra con un gesto caritatevole…

Ma questo Messia, così scostante e duro, ci fa male proprio per questo? Ci da’ davvero fastidio il modo in cui tratta una povera donna? O forse siamo inconsapevolmente coinvolti dal fatto che, non raramente magari, anche noi ci sentiamo trattati così da Lui?

L’incontro con questo Gesù ci scombussola forse perché ci piacerebbe di più avere davanti un Salvatore a nostra misura. Uno che, quando gli chiedi qualcosa, subito te la consegna. Uno che, quando gli si presenta un bisogno, immediatamente lo gratifica. Uno che, senza indugi e con un gran sorriso, risolve i problemi e sforna soluzioni sullo stile di un mago con la bacchetta magica.

Gesù, invece, non è così. La sua umanità – quella vera, non quella che noi gli proiettiamo addosso – è piena e perfetta perché appella instancabilmente a una relazione. E a una relazione autentica. Gesù prende sul serio il suo essere uomo, il mondo in cui vive, il volto e la storia di chi incontra. Ciò significa evitare di banalizzare i rapporti. L’incontro non è questione di facili approcci e di concessioni allo stile ‘usa e getta’, purtroppo tanto di moda tra noi oggi. La relazione si costruisce, accettando l’incognita e la diversità, livellando le asperità, subendo i contrasti, recuperando novità dai conflitti e dalle sorprese.

Sì, la relazione è anche sorpresa. L’altro non è programmabile e gestibile a proprio uso e consumo. Né Gesù… né la donna Cananèa! Che sorprende il Messia, che stupisce il Maestro! Splendido: Gesù, Uomo – Dio, accetta la sfida della sorpresa, e se anche conosce bene il cuore degli uomini, ciò non significa che li abbia già tutti incasellati dentro uno schema preconfezionato. Gesù, giudeo della sua epoca, viene educato alla novità della Nuova Alleanza immergendosi nell’avventura di relazioni che non sono predestinate e ovvie. Da un lato le cerca, con coraggio e apertura – chi lo avrebbe costretto, sennò, a ritirarsi proprio in zona pagana? Dall’altro non le programma, e la sua disponibilità impara a riconoscere la presenza creativa della persona. Di una donna, persino, straniera ed emarginata, mezzo straziata dal dolore.

In fondo, abbiamo davanti, nel Vangelo di oggi, una concretissima esperienza spirituale. Se ciò accade anche nelle relazioni umane, in cui siamo chiamati a lasciarci sorprendere e con-vertire – cioè, a farci volgere verso l’altro -, proprio come è successo a Gesù, tanto più questo avviene nella preghiera che matura e cerca autenticamente il volto di Dio.

Dio non rientra nei nostri schemi. Dio non soddisfa le nostre aspettative. Dio non banalizza l’umano, né rifiuta di considerare la serietà del dolore e della diversità. Dio sorprende, sorpassa, precede.

Dio tace, per farci fare un passo verso la Parola. Dio si nasconde, per spingerci a muovere con rinnovato vigore. Dio risponde, ma a modo suo, perché possiamo imparare la sua lingua: l’amore.

Oggi una donna Cananèa ci è modello e testimone di fede. Non la fede della legge e della lettera, bensì la fede dell’incontro. Oggi il Maestro e il Messia si lascia con-vertire da una piccola del Regno. A noi l’opportunità di abbracciarne lo stile, di tosta misericordia, seriamente umano e per questo fortemente divino.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

MARIA, DONNA DAL PASSO LEGGERO

Lc 1, 39-56 – Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria

Commento per lavoratori cristiani

 

C’è tanta leggerezza, nel corpo e nello spirito della Vergine Maria. Non la leggerezza di chi prende le cose con superficialità. È invece la leggerezza del passo veloce, dell’incontro appassionato, del canto gioioso. Non la leggerezza di chi finge di non sentire la fatica e il dolore. È piuttosto la leggerezza di chi scopre una forza più profonda per affrontare le arsure della vita.

Maria è leggera, quando si alza in fretta e cammina verso la regione montuosa della Giudea. Il passo è leggero. Dopo l’incontro con l’angelo, e l’annuncio dell’evento che rivoluziona la storia dell’uomo, Maria ha i palpiti del cuore a mille e il sangue che scorre veloce nelle vene. Per questo cammina, quasi corre leggera, mossa dalla Vita che l’ha cercata e da una nuova vita che inizia a pulsare nel suo grembo. Nessun indugio più. La vita stessa ha bisogno di andare, e custodire la vita non significa immobilizzarsi pesantemente in inutili precauzioni. Una mamma intuisce che leggero è il cuore e anche il grembo, quando si fida di chi la vita gliel’ha donata.

Maria entra leggera in casa di Zaccaria, cercando la cugina Elisabetta. Le tradizioni e la legge non sono legacci ai piedi e la storia della salvezza, forse più maschile che femminile, ritrova in questo incontro la fresca leggerezza degli abbracci di donna. Due donne controcorrente: una sterile e l’altra senza marito, entrambe rimaste incinta della vita. Il vento dello Spirito rende leggero l’impossibile. La benedizione di Elisabetta consacra semplicemente una verità: ‘nulla è impossibile a Dio’. Cosa vale di più, di fronte alla sofferenza di madri private dei figli e di figli privati dei genitori? Una tenerissima corsa verso un abbraccio che rinnova la fiducia, per dirti che ‘non sei sola’. Non è trascurato il dolore, non viene oscurata la pena. Solo acquista nuovo valore, nuovo peso. Non più il peso della condanna e del giudizio, ma quello potente dell’amore. La leggerezza dell’incontro in Dio rende pesante il dono d’amore.

Maria canta, leggera. Il Magnificat è canto di brezza leggera. Ristora l’anima, rincuora l’afflizione, abbraccia le pene del popolo e dei popoli. Nessun dramma è escluso dall’inno di grazie di Maria. Ma nessun dramma diventa lamentazione, bensì celebrazione della gratitudine. Chi si fida dell’Onnipotente, che leggerissimo ha posato il suo sguardo sull’umile, intravede anche nelle vicende della storia gli stessi occhi che attraversano intimamente le viscere dell’umanità. E danno speranza. Maria è donna di speranza. Speranza è leggerezza di spirito, capacità di vedere dentro e oltre, movimento operoso di diaconia.

Penso che per tutto questo, e molto più, non sia costato molto al Padre, che l’ha creata figlia, e allo Spirito, che la fecondata madre, attrarre accanto a sé la sposa. Penso che sia stato semplicemente naturale che il corpo leggero della Vergine abbia potuto seguire lo spirito immacolato in Cielo, per tornare a sedere accanto al Figlio e dialogare teneramente di nozze e di dono, di servizio e di cercatori di tesori.

La leggerezza con cui qui, in questa terra, la Grazia ha inondato la sua vita, ha fatto di Maria una creatura totalmente abbandonata al vento dello Spirito. E il vento serve per alzare in alto e sospingere. Verso su, dove la nube di vapore si ricostituisce in goccia, e scendono di nuovo le piogge della grazia. Maria, riempita dalla fonte in ogni istante della sua esistenza terrena, è salita al Cielo per restituire, goccia dopo goccia, tanta acqua dissetante e ristoratrice a chi, come lei, cresce assetato dell’infinito. E le si rivolge fiducioso.

Maria, vaso di creta traboccante del tesoro prezioso, fin dall’infanzia del suo Gesù lo aveva cercato come perla preziosa, nel mistero del nascondimento del figlio dodicenne. E ora, da lassù, si fa compagna di viaggio per ogni cercatore di tesori che crede ancora nella forza dello stupore.

Nel mezzo dei pesi della nostra vita, a volte così duri e insopportabili, guardare a Maria, leggera portatrice della Grazia, ci suggerisce un passo, una trasfigurazione. Mettiamo le nostre zavorre in lei, e con lei in Gesù, e saranno trasformate in contenitori di benedizione. Il peso della sofferenza lascerà spazio al peso dell’amore: che, in altri termini, si chiama Gloria, ed è la stessa Gloria di cui ora la dolce Madre gode leggera nei Cieli.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

FARSI PANE 24 ORE AL GIORNO

Mt 14, 13-21 - XVIII domenica del tempo ordinario

Commento per lavoratori cristiani

 

É certamente un dolore grande quello che ha colpito Gesù alla notizia della morte di Giovanni Battista, il cugino. É senza dubbio una grande domanda quella che attraversa il suo cuore, perché Giovanni Battista, oltre che segnato da vincoli di sangue con il Messia, è anche e soprattutto il precursore della nuova alleanza nello Spirito. Gesù, il Figlio, ha bisogno di ritirarsi, ‘in un luogo deserto, in disparte’, perché un’inquietudine attraversa il suo animo: ‘Perché, o Padre? Che cosa significa questa morte? Qual è il cammino, se la verità e la giustizia della tua legge fanno questa fine?’. Gesù cerca la voce di Dio nel silenzio e nella memoria dell’Esodo, e sembra invocare un segno, una indicazione: ‘Per dove camminare, Signore?’.

Lo sentiamo prossimo a noi, il nostro amato Maestro, ferito dalla sofferenza di una perdita così dura da digerire… Sentiamo urlare nel suo silenzio le nostre invocazioni, smarrite e intimorite: ‘Perché, o Padre? Cosa significa tanta ingiustizia e tanta violenza che ci sono nel mondo? Che cosa dobbiamo fare?’.

E il Padre risponde, fedele alla Storia di Salvezza che ha intrecciato con Israele e che ora vuole definitivamente imprimere nel cuore della Chiesa. Gesù, infatti, incontra le folle, primizia di quella comunità errante e senza pastore che da ogni parte della terra cerca consolazione e speranza, implora sostegno e guida. Gesù, nel momento in cui anela la solitudine, alza gli occhi e incontra i volti delle pecorelle smarrite. ‘Sentì compassione per loro e guarì i loro malati’. Perché loro sono la risposta di Dio all’interrogativo di Gesù.

La voce del Padre risuona tenera ed esigente, nell’agire della storia, nelle pieghe dell’umanità, nel dolore della folla. Gesù comprende: deve farsi pane! Prima di spezzare il pane, deve farsi lui pane! Deve farsi nutrimento, deve lasciarsi mangiare, deve darsi totalmente perché la grande folla abbia vita, vita in abbondanza. E diventi popolo, non più errante e smarrito, ma pellegrinante nuovamente verso la Terra Promessa.

Così, alla solitudine fisica si sostituisce per Gesù una faticosa giornata di lavoro. L’appello silenzioso del Padre attraverso la presenza silenziosamente implorante della folla diviene per lui esplicito messaggio, orientamento per la propria missione di salvezza. Il Messia è colui che si dona instancabilmente per il bene del suo gregge, affamato di parole e gesti di speranza.

Arriva la sera, e forse i più vicini a Gesù non hanno ancora compreso molto del mistero del suo lavorare. Vorrebbero garantirgli e garantirsi un angolino di autonomia e di riservatezza autoreferenziale. Quasi a volersi carezzare a vicenda, sotto lo sguardo compiaciuto di Gesù, le fatiche di una lunga giornata di lavoro. E invece no. Il Maestro ha un’altra opinione. Proprio lui, così capace di amicizia e di tempi gratuiti come a Betania, così premuroso nel riservare momenti di intimità con i dodici per spiegare le parabole, così attento a riservarsi spazi a tu per tu con il Padre, stavolta intravede una micidiale tentazione: quella di lavarsi le mani del dolore altrui, nascondendosi dietro la facciata di un apparente successo.

Non è questa la logica del Regno. Gesù ha capito: l’esodo è offerta di sé, il cammino verso la Terra Promessa è costante donazione. Altrimenti non è. Chi si ritira nella propria comodità, ferma il ‘santo viaggio’… il proprio, ma forse anche quello del popolo. Così Gesù, che si è fatto pane di carità e si farà pane eucaristico, coinvolge nella propria missione anche i suoi, i più intimi, coloro che Egli ha chiamato a sé. ‘Voi stessi date loro da mangiare’. Cioè date da mangiare a loro voi stessi… diventate pane per gli affamati! Nutrite il popolo con l’offerta della vostra vita! Fatevi mangiare per amore!

Non è semplice capire, per noi abituati a sbarazzarci del bisogno altrui con compiti ben fatti e servizi ben ordinati. Ad orario, secondo il ruolo, dentro le regole: non sia mai che non conserviamo i nostri ambiti di recupero e di ristoro. C’è a volte una sorta di terrore al born out per amore. Come se una donazione 24 ore su 24 rischiasse di divenire il peggior contratto a tempo indeterminato della storia. Si cade in una specie di lassismo dell’amore, e il pane rimane scotto o diviene subito duro e immangiabile. Non è una questione di cose da fare: si tratta dello spirito con cui si fanno! La materia prima, poi, la mette ancora una volta la folla, che sta diventando popolo, ed ha dunque da parte una piccola dose di pani e di pesci disponibile a essere distribuita e poi di nuovo raccolta, tesoro custodito nel cuore della Chiesa.

Non siamo noi i salvatori del mondo. Ma siamo noi, discepoli di Cristo, che possiamo far vedere al mondo qual è la direzione per lasciarsi salvare. Siamo noi chiamati a vedere senza stancarci l’invocazione accorata di parole e di gesti d’amore che sussulta nei cuori della gente. Siamo noi che abbiamo ricevuto in dono il Pane che ci rende sentinelle dell’offerta gratuita, acuti nel discernere le tentazione del mercato religioso e spirituale. Nessun inganno: il deserto ci fa sobri e attenti, come Gesù, a non confondere l’aroma e il profumo del pane buono, Pane vero disceso dal Cielo, con i surrogati egocentrici, dolci al palato ma estremamente amari alla sera della vita.

É proprio la vera vita, abbondante e traboccante, come misura pigiata nel grembo di una donna contadina, quella che si spande al nutrirsi di Gesù. La si riceve, quale caparra del banchetto finale, e la si restituisce, non al Panettiere celeste, ma agli altri commensali che seguono a piedi con noi, affamati di vita vera. L’Eucaristia, dunque, diviene fornace di cottura del cibo più ricco: quello della gratuita offerta di sé, nelle consuete vicende dell’esistenza, anche quando la giornata chiede 24 ore di instancabile lavoro.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

Mt 13, 44-52 - XVII domenica del tempo ordinario

Commento per lavoratori cristiani

 

Il regno di Dio è al centro della passione di Gesù. É il suo sogno, il suo ideale, il suo desiderio più intimo: che venga il regno del Padre! Così anche in questa domenica accogliamo da Gesù le sue confidenze: Egli ci parla, con linguaggio che tocca il cuore, di ciò che scalda il suo cuore e che, nel corso del suo cammino di crescita, ha preso i colori e i profumi delle quotidiane esperienze di vita. Così le cose semplici e ordinarie parlano di quanto invece è grande e straordinario: la ferialità richiama all’eternità, il passeggero al definitivo, la terra al Cielo. Da Gesù, dunque, impariamo anche noi ad avere uno sguardo penetrante nelle piccole vicende di ogni giorno, un’intelligenza della vita che sa riconoscere dove realmente si trova il tesoro: nel bel mezzo del campo!

È proprio così. Il vangelo di oggi inizia con un tesoro e termina con un tesoro. Il primo è scoperto, quasi senza volerlo, mentre l’uomo se ne sta probabilmente indaffarato nelle sue mille occupazioni ordinarie. Il secondo è dentro casa, ben custodito dalle abitudini e dalle tradizioni della propria vita e della propria storia. Ma in entrambi i casi, il tesoro sta lì senza che l’uomo, il ‘padrone di casa’, sia consapevole della ricchezza che questo tesoro nasconde.

Succede, in un modo o nell’altro, a tanti di noi, se non a tutti. Sia a chi trascorre la propria esistenza quasi come un forestiero, attraversando relazioni e incontri, impegni e responsabilità con la superficialità dell’estraneo o con il timore del migrante; sia a chi si impunta a delimitare i confini del proprio spazio vitale, sforzandosi di trasformarlo in casa abitabile, ma selezionando affannosamente chi e cosa ha diritto di accesso e di esistenza, per ridurre la propria abitazione in una rigida proprietà privata. In entrambi i casi, c’è il campo, c’è la casa, ma c’è anche il tesoro… e tuttavia non ci si accorge…

Fino a che – e qui solo lo stupore può lasciar trapelare qualche spiegazione – un evento, un passaggio, un volto, una parola non ci scaraventano giù dal nostro cavallo di indifferenza o di ripiegamento. Improvvisamente si accende la luce, non fuori ma dentro di noi: c’è un tesoro! C’è un dono colmo di sorprese, c’è qualcosa che vale la pena scoprire, che mi affascina e mi impaurisce allo stesso tempo.

É l’esperienza di Dio. Colui che ‘conoscevo per sentito dire’, ora ha deciso di svelarsi perché io lo possa incontrare e conoscere. É l’azione gratuita e inafferrabile del Signore. Gesù non vuole spiegarcela, perché non ha spiegazione la gratuità dell’amore. Semplicemente c’è. É questo che risalta nella gioia infinita che coglie lo scopritore del tesoro, quando si imbatte nell’imprevisto. La scintilla del regno scocca nel campo della vita quando vuole. Paradossale.

Chi passa tanto tempo, come il mercante di perle preziose, a cercare la più bella fra le perle, potrebbe seccarsi un poco dell’accaduto. “Ma come: io trascorro una vita e spendo tutte le mie energie per cercare ciò che più vale, e Tu lo regali gratis a uno che non si è speso un solo istante per fare altrettanto?” È il ragionamento logico e serrato del ‘cristiano praticante’, che non fa una piega… Ma non è l’esultanza del cuore di chi ha intuito che la perla, in realtà, vale al punto da non considerare nemmeno più le energie spese o non spese per cercarla. Anche il mercante di perle, rappresentante ordinato e testardo dei più agguerriti cercatori di Dio, in realtà teneva da parte tanto di sé, per una qualche ipotetica garanzia, nel caso la ricerca si fosse prolungata troppo tempo. Notiamolo con chiarezza: sia l’uomo del campo, sia il compratore di gioielli vendono tutto dopo aver trovato il tesoro, non prima. In fondo, l’atteggiamento di chi abita la casa del regno è quello dello svuotamento totale da ogni altra certezza che non sia l’accoglienza e la custodia del tesoro. Ma è necessario ricevere la grazia della meraviglia e della gratitudine di fronte alla gratuità del dono per poter comprendere che il campo, i beni d’acquisto, la casa stessa non ci appartengono. E che in fondo, non siamo noi a custodire il tesoro, ma è il tesoro che custodisce noi, restituendoci la bellezza e la dignità che ci toccano per grazia!

Infatti, è nei vasi di argilla - che siamo noi - che questo tesoro riposa. E da lì trabocca. Comprendiamo allora che l’atteggiamento grato e lieto di chi vende tutto per accogliere il tesoro non richiama a una irresponsabile separazione dal mondo e a un idilliaco distacco da se stessi. Al contrario: l’impressione è che Gesù voglia proprio invitarci a comprarlo, quel campo, che siamo noi, che è la nostra vita, che è la nostra carne debole, il corpo e la fragile umanità che ci appartiene. Non si può abbracciare veramente la ricchezza del tesoro che è in noi, se non si lavora pazientemente ad acquistare come dono anche la povertà dei nostri processi psichici e fisiologici che ci fanno essere quello che siamo. La logica del regno è la logica dell’incarnazione, non la logica della divisione.

Nessun dualismo, nessuna spiritualizzazione. Più che mai il tesoro, la perla, ci parlano di vita ordinaria, ci chiedono di stare con i piedi per terra. E tuttavia, con un sguardo sempre rivolto all’origine del tesoro, che è celeste, che è eterna. Ecco il richiamo diretto e fermo della parabola della rete gettata nel mare. È un invito alla consapevolezza del ponte che è stato gettato tra Cielo e terra, in quella pazzesca dinamica di incarnazione inaugurata dagli eventi della storia della salvezza – le cose antiche ben conosciute dallo scriba, discepolo del regno – e realizzata in pienezza dal Figlio di Dio in Gesù – Colui che ‘ha fatte nuove tutte le cose’, facendosi in noi tesoro prezioso per la nostra salvezza.

Abbiamo una opportunità unica, qualsiasi sia la nostra condizione esistenziale e il nostro percorso spirituale. Quella di scoprire la perla di grande valore che da’ senso alla nostra vita. È dono di grazia. Può raggiungere, inondandoli di gioia inattesa, anche i cuori indifferente o distratti. Ma se ne abbiamo intuito o pregustato anche solo un piccolo assaggio, sperimentando le delizie che possono riempire il nostro cuore, avrebbe poco senso rannicchiarci nei nostri capricci egoisti pretendendo che Lui, il Signore del regno, si faccia vivo al più presto. Vale molto più la pena prendere il coraggio a piene mani e decidere senza indugio di intraprendere il ‘santo viaggio’ alla ricerca dell’Amato. Nessuna via da percorrere è migliore di quella iscritta nello stesso campo che ci siamo trovati addosso: noi stessi, così difficili da accettarci, così duri da lasciarci scavare e trasformare.

‘Non so se mi spiego bene. È tanto importante conoscerci, che in ciò non vorrei vi rilassaste, neppure se foste già arrivate ai più alti cieli, perché mentre siamo sulla terra, non c’è cosa più necessaria dell’umiltà’. Firmato: santa Teresa d’Avila!

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

VINCERE IL MALE CON IL BENE

Mt 13, 24-43 - XVI domenica del tempo ordinario

Commento per lavoratori cristiani

 

Il male esiste. Chiunque, guardandosi intorno con sincerità, percepisce il dramma dell’esistenza del male. A meno che non si sia nascosto dentro fantasie e illusioni fasulle, che mascherano l’esistenza di pericoloso romanticismo. Anche nelle favole dei bambini esiste il male, ed è bene che sia così. Perché le favole educano alla vita, e sono spesso più reali dei racconti manovrati di tanti programmi televisivi per adulti.

E il male fa male. Ma forse fa ancora più male l’esperienza di non poter fare nulla contro il male. Forse è ancora più doloroso, quando si constata che nel campo della vita sono germogliati semi di zizzania, sperimentare la propria impotenza di fronte a una simile tragedia. Forse è motivo di maggiore sofferenza l’incapacità di fare giustizia, perché la giustizia è vincere il male e far crescere il bene.

Nelle favole dei bambini, quelle più belle, il male viene sconfitto. É il bene a trionfare. E forse i discepoli di Gesù, nell’ascoltare le sue parabole, avevano negli orecchi e nel cuore i racconti dei nonni, impastati di Parola di Dio, ma per certi versi molto simili alle favole che fanno crescere. Conoscevano un Dio vincitore, più forte di ogni malvagità, un Dio potente che fa’ giustizia e che promette di cancellare definitivamente il male dalla faccia della terra. E da Gesù, probabilmente, si aspettavano la conferma di questo Dio, di questa giustizia, di questa attesa: il bene deve trionfare debellando senza mezze misure il male fin dalle sue radici.

‘E vissero tutti felici e contenti’: a volte, di fronte all’esperienza del male, nel nostro cuore riaffiora la speranza di questo finale idilliaco, come nelle favole. Chissà sia questo l’unico vero limite delle favole: l’idea che quanto è raccontato ai bambini si realizzi già, qui e ora, nella sua totalità. I bambini, in realtà, sanno cogliere quella dimensione simbolica che rimanda a un poi, che alimenta l’attesa più che l’immediato, che suscita speranza più che delusione.

Ecco allora che il campo della vita, il campo del mondo, che poi è anche il campo di ogni cuore, ha diritto, proprio per questioni di giustizia, di sperimentare tutto il paradosso di una convivenza inaspettata. Il male convive con il bene. É mistero racchiuso fin dalle origini nella storia dell’uomo. Qualcuno, che non ha sopportato il tanto amore di Dio nei suoi confronti, ha preteso di svincolarsene facendosi seminatore anche lui al pari del Creatore. Ha sbagliato semente cattiva, purtroppo. Ma Dio, che di agricoltura se ne intende, sa che non si può buttare tutto per un errore di selezione dei semi: il rischio è di ‘gettare il bambino con l’acqua sporca’ – oggi la sapienza del popolo fa da sostegno alla luce del Vangelo.

La giustizia, allora, si rivela in una luce nuova. Ha caratteristiche in realtà profondamente umane: è pazienza, perseveranza, attesa, prudenza. ‘Il tempo è gentiluomo’, mi ha confortato l’altro giorno un amico, di fronte alle mie inquietudini sulla vita. E Dio è …un buon Uomo! In Lui non ha casa il male. La radice uscita da Dio è solamente buona, il seme da Lui sparso è unicamente buono. E il tempo lo ha creato Dio, per cui la capacità di attendere e accompagnare significa fidarsi della bontà di Dio.

La parabola del grano e della zizzania ci parla di questa premurosa giustizia di Dio, che penetra ogni ambiente di uno spirito nuovo. O meglio, dei doni dello Spirito (cfr. Gal 5, 22): sono i componenti di un prodotto innovativo, capace di sperare anche nella conversione del peccatore (cfr. Sap 12, 19). Ma la parabola va letta in sinfonia con le altre due: il granello di senape e il lievito. Sono immagini di ordinaria amministrazione, che garantiscono l’antidoto al rischio della rassegnazione. L’attesa, nella logica di Dio, non è passiva remissività. Non si sta a guardare il male attendendo semplicemente che i giorni e le stagioni facciano il proprio corso. La nostra non è la religione naturale e cosmica, che alimenta fatalistiche illusioni secondo i chiari di luna.

C’è invece da immettere la vitalità del lievito nella massa. C’è da innescare processi di crescita nella piccolezza del grano di senape. Si tratta, come auspica papa Francesco, di ‘occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci’ (cfr. Evangelii Gaudium, n. 223).

C’è insomma da occuparsi più di semina che di mietitura. Se infatti agli angeli di Dio, nel giorno della giustizia definitiva, spetterà di tirare le somme del corso del tempo, a noi, come piccoli semi contagiosi di bene, tocca… spargere il seme! Seminare bontà, ‘vincere il male con il bene’. L’efficacia dell’agire di Dio, di cui l’uomo, sua creatura ‘molto buona’, è continuatore e custode, sta nell’instancabile semina, nell’innesto coraggioso di batteri di bontà anche laddove un contadino di corte vedute potrebbe immaginare al massimo un rogo distruttivo.

Dove c’è il male, insomma, a noi spetta seminare germi di bene. Con un infinito atto di fede nell’intima bellezza di ogni creatura, che è al mondo non per merito del Nemico contadino, ma per grazia gratis data da parte dell’unico Agricoltore. In ogni uomo c’è uno spicchio di bene, una possibilità di conversione, uno spazio libero per il pentimento. Chissà che, investendo le nostre energie nella giustizia d’amore, non generiamo sorprese, toccando le vene di chi, fino a quel momento, si è considerato soltanto a immagine e somiglianza del Maligno?

Questo vale per ogni campo della vita. Anche per le grandi questioni della pace nel mondo. Ciò che uccide definitivamente la giustizia, più ancora che le bombe, è l’indifferenza e la rassegnazione dei popoli verso il possibile cambiamento della storia. ‘Chi ha  orecchi, ascolti!’.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

IL SEME IN OGNI TERRENO

C’è modo e modo di seminare il seme. Dipende certamente dal tipo di seme, ma dipende assai anche dalle abitudini del seminatore. Ci sono luoghi, nel mondo, in cui il contadino scava il solco nel terreno, con l’aiuto dell’aratro e la fatica dei buoi, e poi depone con cura i semi nella ferita della terra, per poi appoggiarci sopra le zolle a custodirne la vita. Ci sono invece culture che insegnano ai propri figli ad essere parsimoniosi, per cui solo 3 o 4 semi vengono appoggiati, quasi chiamandoli per nome, dentro il buco aperto nel terreno con rudimentali strumenti di lavoro. Oggi, in tante parti del mondo, le macchine scalzano il sudore dell’uomo, e assieme ai semi, più o meno genuini, si spargono in terra disparate sostanze per facilitarne una crescita accelerata – forse troppo – e a volte inzuppata di veleni!

Non è così per il seminatore di Palestina, a cui Gesù fa riferimento. Nella terra di Gesù, ferita da ben altri solchi di odio e di violenza oggi come allora, i contadini sono di per sé un segno di naturale fiducia nella creazione. Perché la loro semina è manifestazione dell’amore prodigo di Dio, del dono senza misura, dello spargimento di grazia senza limiti né condizioni. L’agricoltore passa, e con ampi movimenti del braccio irrora la terra tutto intorno con abbondanza di semente, cosicché i piccoli grani cadono ovunque: tra i sassi, in mezzo alle spine, sulla strada, e anche sul terreno buono. L’aratura si fa dopo. Tanti semi, così, rimangono in superficie o vanno dispersi. Ma per il seminatore, come per Dio, l’importante, innanzitutto, è seminare. Abbondantemente e gratuitamente seminare.

Ecco il dono del Regno: un’abbondanza di semina. Ecco la passione di Dio: l’instancabile opera dello spargimento del seme. Che è la Parola. Dalla creazione ad oggi, Dio non si stanca di seminare la sua Parola nei terreni del mondo, nei cuori degli uomini. Chi vuole collaborare con l’azienda agricola del Cielo deve mettere in conto di non avere né ferie né stagioni, né tempi morti né pause di relax. La Parola esige di essere seminata continuamente e dovunque, con una incrollabile fiducia nell’efficacia della Parola stessa, del seme che contiene in sé tutta la vita di cui ha bisogno.

É la logica dell’evangelizzazione, appassionata e creativa come ci ricordano i papi, custodi fedeli e originali dell’arte del seminare. La Chiesa si prende la briga di trovare sempre nuovi modi per far arrivare il seme in ogni angolo della città, del villaggio, dell’ambiente di lavoro, della vita. Alla Chiesa la missione di spargere la Parola e di non arrendersi di fronte all’apparente insuccesso. Sarà la Parola stessa a trarre, dal processo naturale di crescita e di maturazione, i frutti migliori, nei cuori degli uomini, come ha promesso il Signore per bocca del profeta (cfr. Is 55, 10-11).

Si comprende allora che non hanno senso certe discussioni pseudo teologiche sull’opportunità o meno del catechismo per i bambini, del battesimo agli infanti, dell’annuncio diretto o indiretto agli adulti, dell’esplicita proclamazione del nome di Gesù nell’agire caritativo… Discussioni pastorali, a volte, che possono nascondere freni e rallentamenti all’ardore missionario. La domanda opportuna non è: ‘è giusto o non è giusto in assoluto’, ma ‘chi può seminare meglio in questo terreno specifico’? L’importante è seminare. E che troppi dibattiti religiosi non addomestichino la gioiosa creatività del popolo di Dio.

Poi ci sono i terreni. O meglio… prima! I terreni sono lì: sono i cuori delle persone, sono conseguenza del cammino di una vita. I cuori sono segnati dalle esperienze del passato, portano dentro dubbi e paure di oggi, ma anche speranze e attese verso il futuro; vivono agganciati a domande di senso, si mascherano dietro armature che nascondono ferite profonde. Ogni terreno, con le sue spine e i suoi sassi, ma anche con i suoi generosi germogli, accoglie il seme a modo suo. Va rispettato, allora, nel processo di germinazione. Va curato e accompagnato, mai forzato. Va irrorato e nutrito, mai abusato e invaso.

Per poterlo fare bene, questo lavoro di premurosa cura, sarà utile conoscere un po’ di più dell’originalità di ogni terreno. Non dare per scontato di sapere già tutto, solo perché qualche volta è capitato di pungersi alle proprie spine, o di calpestare la dura pietra di una relazione, o di scacciare qualche uccello insidioso dai dintorni di una persona cara. No, non basta una qualche esperienza di vita per dire di conoscere le persone. Attendere pazientemente che l’altro si sveli, che mostri il proprio terreno per imparare ad ararlo nel modo migliore, è pratica di umiltà di cui oggi abbiamo assoluto bisogno. É l’ascesi moderna, la ‘fraternità mistica’ auspicata da papa Francesco. Richiede ascolto, con le orecchie e con gli occhi.

La novità della semina di cui oggi ci parla il Vangelo sta soprattutto nell’ordine delle funzioni. Verrebbe spontaneo pensare, infatti, che se un terreno è pieno di sassi oppure di spine, o se la terra è poco profonda, sia il caso di intervenire previamente e preparare adeguatamente lo spazio per la semina, perché dia frutto. Se questa fosse la logica di Dio, Gesù non avrebbe mai predicato in parabole, né ci sarebbe stata regalata la perla preziosa del Regno annunciata alle folle. Tra le gente, infatti, la maggior parte era senza occhi per vedere né orecchie per ascoltare e comprendere. Oggi non è molto diverso il panorama dei popoli, e anche noi siamo molto spesso ben otturati da pietre e da spine, nella superficialità della nostra vita ordinaria. Sarà che Gesù e la Chiesa debbono attendere il terreno perfetto prima di annunciare la Buona Notizia del Regno? Sarà che il Vangelo è riservato ai campi senza difetto, anziché ai dolenti ‘campi di Iaar’?

E invece accade proprio il contrario: la Parola cade sul terreno, qualsiasi terreno, ogni tipo di terreno, e diviene da sé rivelatrice e creatrice. La Parola fa scoprire l’originalità del terreno, ne svela i contenuti, i talenti e i limiti, ne manifesta i componenti, ciò che serve e ciò che non serve alla vita, affinché cresca. Il seme è dono perché mostra il terreno a se stesso, e allo stesso tempo lo mette in condizione di dare tutto quello che può dare. Senza chiedere di più, e senza chiedere di meno. Il seme chiede al terreno tutto. E così il seme cresce, godendo di tutto ciò che il terreno può dargli in cambio della scelta di morire in esso.

Ecco la bellezza del nostro Seminatore preferito. Dio non attende di verificare l’idoneità della persona per donare la sua Parola senza misura. Dio si dona. Chi lo riceve e lo accoglie nelle pieghe della propria vita vede scaturire in sé un processo nuovo di cambiamento e di crescita, che la Chiesa sostiene e accompagna come piccola contadina. Ma l’essenziale è che, prima di tutto, sia stato gettato copiosamente il seme nella terra.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

LA GIOIA DI ESSERE PICCOLI

Mt 11, 25-30 - XIV domenica del tempo ordinario

Commento per lavoratori cristiani

 

Se stiamo vivendo un tempo di difficoltà e di crisi interiore, se ci preoccupa il futuro nostro e dei nostri figli, se ci attanaglia l’ansia di fronte alle incertezze economiche e agli squilibri sociali che il mondo ci riserba ogni giorno, può essere che sentiamo le parole di Gesù particolarmente vicine e consolanti. Chi non vorrebbe sentire una mano amica e una voce premurosa affacciarsi nella notte dei propri problemi e delle proprie inquietudini, per trovare un poco di ristoro e di consolazione?

A qualcuno, forse, verrebbe da sollecitare una certa solidarietà, nel considerare il Vangelo di oggi più consono alle moltitudini di poveri e di diseredati che si ammassano, dimenticati dalla storia, nelle ‘favelas’ latinoamericane, nei campi profughi dell’Africa e del Medio Oriente, nelle periferie indiane. Come concentrarsi su noi e sui nostri miseri disagi, quando due terzi dell’umanità soffre tragicamente le pene dell’inferno in terra, attraversando da insignificanti la storia?

Ma potrebbe risultare legittimo, pur riconoscendo tanta tragedia alla quale rischiamo di assuefarci come inebetiti dalle politiche di comunicazione di massa, ritenere che Gesù voglia per lo meno sollevare un poco dal proprio dolore i tanti malati terminali, le famiglie spezzate, i bambini e i giovani afflitti di solitudine cronica che popolano i nostri quartieri e le nostre città occidentali. Non è forse venuto per i malati e per i peccatori, senza distinzione di malattia né di peccato?

Insomma, di fronte all’esultanza di Gesù, di cui si descrive qui il più delicato e intimo trasalimento di gioia, viene opportuno chiedersi davvero chi sono quei piccoli che riconosce come destinatari privilegiati delle ‘cose del Padre’. Chi sono i prediletti del Signore, capaci di sciogliere in tenera allegria il cuore mite e umile del Maestro, tanto da elevarli al rango di custodi del tesoro più prezioso mai nascosto sulla terra: le confidenze del Figlio di Dio, il talento misterioso della divinità incarnata nella debolezza dell’umanità.

Chi sono i piccoli? Chi sono gli stanchi e gli oppressi? Sono le stesse persone? E i sapienti e dotti, ai quali è precluso forse l’accesso all’oggetto più ambito della loro ricerca, cioè l’intimità di Dio?

Provo a percorre il breve itinerario di questi versetti meravigliosi, densissimi, travolgenti. C’è in essi quella stessa rivelazione che il Figlio sceglie di rivelare a… ‘chi ha orecchi per intedere’! Notiamo: chi rivela è il ‘Padre mio’, ma anche ‘il Figlio’. E la rivelazione è una scelta libera e gratuita di Dio, del Signore del cielo e della terra. Nessuno lo obbliga, è Lui che vuole, che bene-vuole. La rivelazione delle ‘cose di Dio’ è l’atto di più alta e infinita benevolenza che Dio stesso fa verso la sua creatura. Perché le ‘cose di Dio’ sono Dio stesso. Dio rivela se stesso.

Gesù lo ha compreso nella contemplazione della sua fanciullezza. ‘Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’ (Lc 2,49): mentre accoglie la rivelazione del Padre, Gesù, il Figlio, si rivela e rivela il Padre. Rivela dunque una relazione, un rapporto intimo, indissolubile. ‘Tutto è stato dato a me dal Padre mio’: essi sono una cosa sola, sono la ‘cosa di Dio’, sono Dio. Una relazione, di due Persone, che generano la terza: lo Spirito.

E ai piccoli, Dio rivela la possibilità di entrare a far parte di questa relazione. La conoscenza intima, quasi nuziale, del Padre e del Figlio, trabocca grazie allo Spirito e coinvolge, travolge, avvolge ‘colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo’. La rivelazione è relazione, perché è conoscenza non di un oggetto, di una ‘cosa’ come la intendiamo noi, ma di una Persona, Gesù, e del Padre in Lui, nello Spirito. ‘La gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola’ (Gv 17,22).

Meraviglioso annuncio. Gesù gioisce perché il Padre ha voluto-bene che altri siano coinvolti nell’intima relazione di Amore con il Figlio. L’amore non è capace di contenersi; la sua libera gratuità ha bisogno di donarsi nella reciprocità. Ma l’ ‘a chi’ del dono è scelta gratuita del donante.

E allora, chi sono i piccoli che il Signore del cielo e della terra ha scelto?

Forse ci aiuta a intuirlo partire dagli opposti, da quelli che non sono i piccoli. I sapienti e i dotti non sono i piccoli. Non lo sono, allora, quelli che sono pieni di ‘altre cose’, e non delle ‘cose di Dio’. Quelli che hanno tante cose in testa, ma mica solo perché hanno studiato tanto. Si possono considerare sapienti e dotti anche quelli che credono di ‘avere sale in testa’ perché hanno vissuto tante esperienze, o perché conoscono una infinità di gente, o perché hanno sempre una risposta pronta per ogni situazione. Fondamentalmente, i sapienti e i dotti sono coloro che non cercano più… il sale, le ‘cose di Dio’, perché sono così colmi di ‘altre cose’ da pensarsi già saziati. Oppure continuano a cercare, ma fuori posto, con affanno, con ansia, con durezza e rigidità, convinti che la sapienza sia frutto dei propri sforzi e delle proprie ‘cose’ accumulate. I sapienti e i dotti per il mondo sono quelli che hanno il granaio pieno, ma che da tanta fatica e da tanti meriti ammassati ricavano solamente tanta stanchezza.

Potrà sembrare paradossale, ma accade che i piccoli spuntino all’orizzonte proprio nel momento in cui un sapiente o dotto di questa terra si accorge di avere… battuto vento e menato il can per l’aia! Quanta spossatezza nel portare da soli il peso della vita, ricercando in ‘altre cose’ che non sono la rivelazione di Dio in Gesù la stessa gioia che fa esultare il Figlio! Quanta oppressione nel cuore di un uomo e di una donna schiavi di mille idoli e di mille diversivi, nel tentativo di costruirsi una falsa libertà fatta di conquiste e di successi personali!

Credo che Dio abbia benevolmente deciso di rivelare le proprie ‘cose’, cioè se stesso, semplicemente a tutti coloro che capiscono e scelgono di avere assoluto bisogno di Lui per poter portare il giogo della vita. Coloro che comprendono di non farcela da soli… e intuiscono di non essere più soli!

Forse sarà più facile rendersi conto di avere bisogno di Dio quando si è nella miseria e nella sofferenza fisica. Ma non è scontato. Il tragitto del cuore, per decidere e intraprendere il santo viaggio verso il cuore mite e umile di Gesù, è sempre misteriosamente personale e frutto di un’intima e coraggiosa decisione. Lasciare da parte la propria ricerca di sicurezze e di riempimenti  vari, quando ci si trova sull’orlo del baratro del vuoto che sperimenta il ricco di sé al cospetto della morte e delle sue tracce, è un atto di straordinaria umanità che ogni persona deve e può benevolmente fare. La benevolenza di chi, in questo modo, si riconosce e si fa piccolo, fa gioire il cuore di Gesù tanto quanto la benevolenza del Padre.

Piccolo è ognuno di noi, nel momento in cui si scopre troppo gonfio di sé dietro le maschere delle proprie buone azioni, e accetta di percorre quell’appassionante tratto di strada che lo attrae verso il Figlio. E questi crocifisso. Cioè piccolo, come una briciola di pane spezzato. Piccolo, perché totalmente abbandonato al Padre, totalmente dipendente dalla relazione intima con il Padre, totalmente affidato al Padre per portare in due il giogo della vita.

Voi tutti, allora, che vi riconoscete insoddisfatti e delusi dalle scorribande della vita su sentieri egocentrici e stolti, cambiate strada, con-vertitevi, lasciatevi attrarre, e gustate la dolcezza che rende il passo leggero e i muscoli forti.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

FESTA DI PECCATORI PERDONATI

Mt 16, 13-19 – Solennità dei Santi Pietro e Paolo, apostoli

Commento per lavoratori cristiani

 

Perché la Chiesa celebra come una solennità la memoria di due uomini? Certamente la tradizione riconosce in Pietro e Paolo ‘le due colonne’ dell’edificio spirituale che è l’assemblea dei discepoli convocati da Cristo. Ma che senso ha dare tanta importanza a due discepoli, quando possiamo ogni giorno metterci in comunione e in dialogo con il Maestro stesso? Tanto più che sia Pietro che Paolo di pasticci ne hanno combinati parecchi… Possiamo prenderli come modelli, come esempi, loro che hanno faticato tanto a credere nell’amore del Signore Gesù? Sono davvero figure da mettere ‘agli onori degli altari’  in una domenica di giugno?

Non sono domande banali, sebbene volutamente provocanti. Perché sono tra le domande più insidiose che insinua il mondo allorquando vuole tentare la fede umile e semplice del popolo di Dio. Dietro c’è una questione molto più profonda, racchiusa nel motto moderno ‘Cristo sì, Chiesa no’. La Chiesa è intesa qui come l’istituzione umana, che viene contrapposta drasticamente alla figura di Gesù, il Messia fatto uomo. E in particolare Pietro e i suoi successori, subito richiamati alla mente dal riferimento al ruolo primario che egli ha tra gli apostoli, diventano automaticamente la concretizzazione storica di questo presunto travisamento del messaggio cristiano che sarebbe la Chiesa contemporanea, troppo invischiata in questioni di potere e di denaro per essere veramente la Chiesa di Dio. Un poco si salva Paolo, ma sempre in una visione sostanzialmente dualista e fondamentalista, che contrappone il dono dello Spirito chiamato carisma alla prassi sociale dell’organizzazione ecclesiale, che separa nettamente l’agire evangelizzatore della comunità cristiana dalla sua struttura gerarchica.

Perché allora oggi noi celebriamo la solennità di Pietro, primo papa che rinnegò tre volte il Signore, e di Paolo, persecutore divenuto apostolo delle genti?

Prima di tutto, perché loro sono come noi. Pietro e Paolo sono prima di tutto uomini fragili, e come tali Gesù li ha chiamati a seguirlo, e come tali ha affidato loro la missione straordinaria che hanno condotto con perseveranza e generosità. Sono persone, con pregi e difetti, come noi. Discepoli di Cristo, appunto, piuttosto che maestri, sebbene tentati quanto noi di superbia e di vanagloria – inutile elencare i testi evangelici che ne confermano l’identikit di peccatori.

In secondo luogo, perché proprio in quanto fragili peccatori, entrambi sono segno credibile delle meraviglie che compie il Signore. Egli infatti sa trasformare in un prodigio di grazia quanto per l’umanità è perduto e senza speranza. Dio perdona. Oggi noi celebriamo la potenza trasformante dello Spirito, la forza redentrice del Figlio, la passione creatrice del Padre. Dio infatti chiama personalmente Simone, e lo plasma fino a farne di lui una Pietra. Dio incrocia il cammino di Saulo e lo scaraventa a terra affidandogli poi un pedagogo che lo conduca ai nuovi orizzonti del Vangelo, come uomo nuovo, Paolo. I due grandi apostoli sono grandi per l’azione dello Spirito, non per i loro meriti. Sono perdonati. Noi, Chiesa, celebriamo quanto è impossibile all’uomo, ma possibile a Dio: cioè la fiducia che Egli possa trasformare anche noi, ognuno di noi, da peccatori a perdonati, da pavidi a coraggiosi, da passivi ad appassionati evangelizzatori.

Ancora. Questo miracolo della grazia di Dio avviene personalmente, ma non individualmente e separatamente. Nessuna vita umana, per Dio, è fine a se stessa. Fare memoria di Pietro e Paolo, proprio per il ruolo fondamentale che essi assunsero nelle prime comunità cristiane, significa cantare un inno di gratitudine perché è la Chiesa tutta che può essere continuamente trasformata dall’Amore di Dio. L’opera redentrice del Figlio incide profondamente nei cuori e nelle relazioni, per cui oggi annunciamo la possibilità di vivere in maniera nuova i rapporti dentro la comunità. E questa comunità ha una sua immancabile e necessaria struttura sociale, con dei compiti e dei ruoli ben precisi che le permettono di vivere umanamente. E’ lì che si realizza quanto Gesù ha annunciato e affidato a Pietro: la riconciliazione! Oggi celebriamo la speranza che ogni istituzione umana – non solo cristiana – può cambiare e divenire migliore, anche nel bel mezzo delle tante e inevitabili fatiche, anche nel bel mezzo delle invidie e delle gelosie: lì il Signore contagia gli uomini della forza del perdono.

E così comprendiamo, arrivando alla radice, che quella di oggi è in fondo la solennità dell’Incarnazione. La logica di Dio, che prende carne per salvarci assumendo su di sé tutta la nostra umanità, tranne il peccato, continua a essere l’unica logica possibile e autentica per comprendere le cose del Cielo. Dio si incarna nella storia, nella vita, nella ferialità degli uomini e dei loro rapporti, nella fragilità e nella potenzialità di ogni essere umano, nelle dinamiche che strutturano la convivenza e la relazione tra persone. E lì si manifesta. In Simon Pietro e in Saulo Paolo abbiamo la rivelazione dell’agire incarnato di Dio, che prende per sé un suo figlio e lo invia a essere custode e testimone del suo Amore fecondo.

Così agisce ancora oggi Dio nella Chiesa. Così si realizza anche nel papa e in ogni evangelizzatore il mistero della salvezza. Così diversi e così santi allo stesso modo sono i nostri pontefici, che si susseguono, poveri peccatori perdonati, a confermare nella fede la Chiesa santa e peccatrice.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Gv 6, 51-58 – Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – anno A

Commento per lavoratori cristiani

 

Ci sono due verbi che si intrecciano nel testo del vangelo proposto alla nostra meditazione questa domenica: mangiare e rimanere. Mangiare la carne di Cristo è la via per rimanere in Lui. A quale scopo? Per avere la vita eterna.

I capi dei Giudei non capiscono: mangiare la carne di un uomo è scandaloso; bere il sangue, poi, anche se si trattasse di animale, significherebbe presumere di rubare la vita a Dio, che ne è il Signore e Padrone. I Giudei, immagine di ogni uomo religioso che fa della propria religione una maschera protettiva dalle proprie debolezze e di Dio una specie di mago da interpellare per gratificare i propri bisogni di dominio e di sicurezza, non possono concepire un Dio che non è geloso di tenere per sé tutto se stesso. Anzi, Dio, in Gesù, si manifesta come tutto fuori di sé, tutto donato, tutto per gli altri. E se è geloso di qualcosa, è che i suoi abbiano vita in abbondanza!

Gesù, dunque, il Figlio di Dio, incompreso dai suoi contemporanei come da noi, contemporanei di una nuova epoca di autoreferenzialità religiosa, offre oggi scandalosamente la via per realizzare il più intimo desiderio della persona: quello di vivere, e di vivere per sempre.

Capiamo bene: vivere per sempre è cosa divina, è dono che può concernere solo le dimore di Dio. Sembra allora che i Giudei, arroccati nella difesa dei propri privilegi, impegnati a camuffare il volto di Dio dietro le menzogne del potere, non si accorgano di lasciarsi sfuggire di mano la grande novità: nella carne di Gesù, Dio stesso concede anche a loro, come a tutti, la porta di accesso proprio alla condizione divina.

Si tratta di accettarne lo scandalo del percorso, il paradosso dell’itinerario. Gesù, il Figlio di Dio, stupisce, sorprende. La strada che porta alla vita eterna, o meglio, che porta la vita eterna in noi, non è quella delle barriere difensive contro gli altri e dei muri di separazione tra individui e popoli, bensì è la strada della carne. Il che vuol dire che Dio rifiuta le ideologie e gli astrattismi – di cui spesso si impregnano anche i nostri ambienti lavorativi e famigliari, oltre che le nostre relazioni ecclesiali – e ci sollecita a un ‘tu a tu’, a un rapporto autentico, a sporcarci le mani con Lui e con gli altri.

La strada che in-carna la vita eterna nella nostra carne, la sarx, simbolo di tutto quello che c’è in noi di fragile e caduco, soggetto anche alle seduzioni del Maligno, è la strada della frequentazione – oserei dire – fisica con Dio. Ebbene sì: Dio si fa mangiare!

Non è cosa da poco. Lo diciamo anche di noi, quando ci impegniamo molto in una attività o assumiamo con notevole dispendio di energie un compito: ci siamo ‘lasciati mangiare’ dagli altri! Ma per noi è figurativo. Per Dio, è realtà.

Dio lo fa: si fa mangiare. E lo fa per amore, per primo. Chi vuole vivere la vita divina, fin d’ora trova nella carne del Figlio di Dio da mangiare l’unica autentica via. Via da percorrere come grazia, da scoprire come dono, da accogliere come meraviglia.

Due sono, sostanzialmente, le carni del Figlio di Dio che danno consistenza anche oggi al suo Corpo, che è la Chiesa.

C’è la carne eucaristica, quel pane tanto piccolo, debole e discreto, che non finirà mai di commuoverci per il suo parlare silenzioso e per la sua calda presenza umanamente quasi insignificante. Lì il Figlio di Dio non solo si fa presente perché noi possiamo ad-orarlo (‘portarlo alla bocca’, magari per coprirlo di baci, come un figlio fragile che si ama tanto), possiamo masticarlo, possiamo assumerlo affinché ci assuma in Lui. Ma il Figlio soprattutto rimane. Definitivamente. Le parole del sacerdote invocano come preghiera accorata e fiduciosa la presenza carnale di Gesù, ed il miracolo avviene per rimanere, con l’umiltà e la delicatezza dell’amore. Gesù si fa amabile, accessibile, perché noi, nella nostra miseria, non ci sentiamo sbattuti fuori dal tempio del dio dei dominatori e dei potenti.

Ma c’è poi la seconda carne: è la carne  dei poveri. Lì Gesù ancora una volta rimane, ‘fino alla fine dei tempi’, perché nelle piaghe insostenibili, nei caratteri intrattabili, nelle pene indicibili non perdiamo mai l’opportunità di mangiare in compagnia dei prediletti di Dio. Sono loro che ricordano a noi il senso più vero della nostra stessa carne, che è piagata quanto la loro, se non fisicamente, certamente negli incroci interiori che fanno esistere lo spirito. Perché non c’è spirito senza carne, come non c’è stato Spirito senza incarnazione. Di fronte all’altro, specialmente povero e umiliato, anche noi siamo messi nelle condizioni di abbracciare, baciare, assumere la carne ferita di ogni uomo, compresa la nostra. Ci scopriamo irrimediabilmente fragili anche noi, perché impotenti al cospetto di miriadi di drammi vissuti dal nostro prossimo.

Accade così il miracolo più vero. L’eucaristia diviene davvero vita vissuta. Perché nella carne dei poveri intravediamo la carne del Crocifisso, che ha reso vere le parole dell’ultima cena. Perché nella nostra carne debole notiamo rispecchiata la debolezza di Dio, e riconosciamo allora che solo a partire dalla nostra debolezza possiamo comprendere qualcosa dell’intimità di Dio. E perché se è vero che amare Dio significa, per Gesù, solo e instancabilmente amare il prossimo, allora chi porta alla bocca e mangia il ‘pane vivo disceso dal cielo’ non completa il banchetto se non baciando la carne sfigurata dei poveri.

Le nozze così si consumano. Lo Sposo incarnato, rimasto fra noi nella fragilità della sua carne divenuta pane di vita eterna, giace con la Chiesa sua sposa che lo bacia e lo porta in bocca, ricevendone così una nuova fecondità. É, appunto, il dono della vita eterna che si diffonde a tutti, perché nessuno più muoia.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

LA SINFONIA DELLA TRINITA’

Gv  3, 16-19 – Solennità della Santissima Trinità

Commento per lavoratori cristiani

 

Secondo il celebre aneddoto capitato a Sant’Agostino sulla spiaggia africana, cercare di comprendere Dio Uno e Trino con l’esercizio della sola ragione, è come pretendere di mettere in una piccola buca scavata nella sabbia tutta l’acqua del mare. Il fatto è che non si può pensare e riflettere su Dio a partire dagli schemi della scienza positivista e della matematica. Perché queste discipline tendono a mettere in ordine separando e dividendo gli opposti, scandendo i diversi, chiarificando come inconciliabili le antinomie.

A dire il vero, sembra che molta vita quotidiana sia spesa anche da tanti di noi provando a mettere in ordine la vita stessa scandendo il tempo e misurando lo spazio in maniera da non avere sovrapposizioni e contrasti, ambiguità e miscugli. Anche la cultura dominante, cosiddetta liquida nella gestione delle relazioni, abbandona il campo della razionalità quando le emozioni non permettono di tagliare il capello in due, preferendo arrendersi allo spontaneismo e all’incertezza, piuttosto che avere il coraggio della ricerca nel profondo.

Niente di tutto questo può abbracciare il mistero del Dio Uno e Trino. Lo sforzo di incasellare la Trinità o la rinuncia a conoscerLa perché non la si può dominare, sono i due atteggiamenti dell’uomo che mancano del presupposto fondamentale perché avvenga il miracolo dell’incontro e della coesistenza degli opposti: la fede!

La contemplazione della Trinità, che la Parola e la Liturgia oggi ci offrono, parte dall’affermazione della scelta di fondo che rende possibile la penetrazione nella realtà indicibile di Dio. Ci viene chiesta e suggerita la fede. Ne va di mezzo la realizzazione o meno della nostra stessa vita, il raggiungimento dello scopo stesso dell’esistere: se crediamo, siamo salvi e viviamo per l’eternità; se non crediamo, ci condanniamo fin d’ora da soli alla morte.

Può sembrare fuori moda continuare a ribadirlo, ma anche nel mondo odierno, segnato da una crisi mondiale – che in realtà sta ristrutturando le relazioni tra i popoli con equilibri nuovi e sorprendenti -, non vi è salvezza nella finanza o nell’economia, nel lavoro sicuro o nello stipendio; non salva la scienza, ma nemmeno i soli affetti famigliari o amichevoli, o le più disparate pratiche pseudo religiose. Tutto ciò, se assolutizzato al punto da attribuirgli un valore eccessivo rispetto alla sete di infinito che coltiva il cuore di ogni persona, alimenta la ricerca narcisistica di sé, che chiude al rapporto anziché spalancare le porte all’altro.

Invece, solo Dio salva. E salva incontrandoci personalmente. E salva perché è, per sua natura, un incontro di Persone. Salva, dunque, rimanendo se stesso e facendoci diventare noi stessi. Nella ferialità della nostra esistenza, laddove l’angoscia dell’abbandono rende spesso le nostre relazioni timorose o possessive, minacciose o minacciate. Dio restituisce alla persona e alle relazioni le dimensioni costitutive della libertà e della responsabilità.

Ecco perché per comprendere Dio Uno e Trino la chiave di volta, la chiave d’ingresso, la chiave di lettura non è l’intelletto, ma l’amore. Amare Dio perché amati da Lui, prima di ogni nostro merito e oltre ogni nostra miseria. Scoprirsi amati da Lui, nel dono di sé che il Figlio Gesù fa, vero uomo e vero Dio, è l’insostituibile e irrinunciabile ‘chiave di sol’ che permette di leggere e cantare la melodia meravigliosa iscritta nello spartito della vita.

La Trinità, più che un laboratorio teorico di ripetitivi e noiosi solfeggi, è una sinfonia a più voci, che ci invita a tuffarci nel coro, suonando coraggiosamente il nostro strumento, talento unico e irripetibile ricevuto in dono. Ci saranno stonature e cali di tonalità, ma è la stessa Orchestra Divina a risollevarci, a riprenderci, a coinvolgerci di nuovo nella sua melodia.

Misero chi volesse suonarsela e cantarsela da solo. A lungo andare, rischierebbe di trovarsi spento e stremato dai suoi stessi sforzi individualisti, privo di energie vitali: perso nel proprio egocentrismo, ogni singolo uomo diverrebbe davvero cembalo svuotato della sonorità dell’amore.

Solo l’Amore può invece realizzare appieno la meravigliosa potenzialità racchiusa nell’intimo di ogni esistenza umana. Ogni persona porta impresse in sé le corde capaci di suonare la musica del Cielo. Solo l’Amore, lo Spirito del Dio Uno e Trino, ricevuto in dono e accolto umilmente ogni giorno come tenero liutaio interiore, accordatore celeste del nostro animo, può condurre la nostra povertà a esprimere negli scenari impegnativi del mondo odierno la ricchezza di ciò che siamo: figli nel Figlio, che cantano in un coro di fratelli!

Non abbiamo paura: siamo preziosi agli occhi di Dio, che ‘ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito’. Proprio il mondo spesso da noi disprezzato e temuto, ma sottilmente agognato e ricercato. Perché il mondo siamo noi. Ma allora è proprio a noi che Dio, il Figlio, l’Amore hanno dato la vita, e con essa la gioia.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

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