PAROLA, COMUNITÀ, POVERI

Lc 1, 1-4; 4,14-21 – III domenica del tempo ordinario – Anno C

Commento per lavoratori cristiani

Gesù inizia la sua azione pubblica ‘dove era cresciuto’ e si presenta come il Servo, inviato a portare a compimento ciò che la Scrittura ha annunciato. L’Assemblea convocata in Israele trova in Lui la pienezza: l’Atteso è venuto, il passato di lacrime del popolo diviene un ‘oggi’ di salvezza.

Sono tre le condizioni perché il tempo che passa inesorabile, il kronos, divenga evento salvifico, kairos.

Prima di tutto ci vuole una Parola. L’annuncio che viene dall’altro, il Verbo pronunciato da Dio fin dalle origini, l’apertura del cuore del Creatore che si rivolge e interpella la sua creatura è necessario e fondamentale. La Parola rompe il silenzio, spalanca spazi di relazione, sollecita un incontro. La Parola che Gesù ha accolto, Egli stesso la proclama nuovamente; la Parola che Egli riconosce come sua: parla di Lui, è Lui stesso. La Parola racchiusa nella Scrittura in realtà schiude il senso dei tempi e della storia di oggi, e diviene opportunità per riconoscersi parte di un progetto più grande, che ci precede e non ci lascia soli. La Parola è invocazione di comunione. La Chiesa, dunque, nuovo Israele, Assemblea convocata, nasce e vive della Parola, ed ha necessità costantemente che lo Spirito susciti in essa nuovi ‘ministri della Parola’, per accoglierla, viverla, annunciarla, come sentinelle di pace e di verità nell’oblio del mondo.

Proprio perché interpella, la Parola ha quindi bisogno di qualcuno che l’ascolti. Nessuna relazione è individuale: persino Dio ha avuto bisogno dell’uomo, per poter interagire con lui e amarlo. La Parola è annuncio che rimane con il fiato sospeso, fino a che non ritorna una risposta. La Scrittura si compie se ‘voi avete ascoltato’: è necessaria una comunità che ascolti, e nel linguaggio evangelico ascoltare è lasciare che operi, è mettere in pratica, è riconoscere una trasformazione che accade. La Parola è efficace e salva se incontra orecchi e cuori che desiderano ardentemente essere salvati. Anche Gesù ha bisogno del popolo radunato per ascoltare la Parola: e sarà dolorosissimo il dramma del Servo che, inchinato a lavare i piedi con la misericordia che nasce dalla Parola, si scontrerà con la durezza degli animi di uomini e donne che presumono di potersi salvare da soli. La Chiesa è custode della Parola, perché l’ha ricevuta, l’annuncia e trasmette, la manifesta come abito quotidiano dell’esistenza.

Infine, una comunità che ascolta la Parola si spinge necessariamente verso i poveri, verso coloro che hanno bisogno di liberazione. Per essi è il lieto annuncio portato da Gesù; per essi viene Gesù stesso, la Parola; per essi vive la Chiesa, Corpo di Cristo che continua la sua missione nella storia. Perché chi va dai poveri, arriva a tutti. La Parola che un tempo veniva proclamata dall’alto di un pulpito, oggi deve risuonare dalle periferie dell’umano, dai sobborghi delle città, dai precipizi dell’abbandono, dalle valli della solitudine. La Parola salva perché sblocca le paure e le resistenze a farsi messaggeri di solidarietà e di riconciliazione. La Parola scuote e libera dalle catene dell’individualismo, e sospinge con potenza di amore verso le prigionie di ogni persona, per condividere l’esperienza di riscoprirsi amati e più umani. Non c’è Parola vera né Chiesa senza l’anelito costante a renderne partecipi coloro che da tutte le altre parole e relazioni sono programmaticamente emarginati.

Parola, comunità, poveri. Un progetto di vita. È il progetto di vita del Servo, di Gesù, Parola del Padre fatta carne. È il semplice e disarmante progetto di vita del cristiano, chiamato a essere servo come il suo Signore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Servir en las periferias

El diaconado en Amèrica Latina. Noticias y reflexiones teològicas.

Il diaconato in America Latina. Notizie e riflessioni teologiche.

E SE…INVECE….?

Secondo il Vangelo del Figlio prodigo

 

1. Se Caino invece di uccidere suo fratello per invidia, felice, perché il Signore aveva preferito il dono del fratello più debole e fragile di lui, l’avesse invitato a prendere una pizza insieme, lodando Dio per la sua bontà…?

2. Se il servo dell’unico talento, invece di accusare il padrone come esoso, piangendo, avesse ammesso la sua negligenza, offrendosi a servire gli altri servi più generosi di lui, incurante dei sorrisini dei più bravi, premiati e promossi, pieni di beni, ma senza affetto e misericordia…? Da che parte sarebbe il Paradiso?

3. Se i lavoratori delle prime ore del mattino, invece di lamentarsi avessero organizzato una festa di ballo con gli ultimi, invitando anche il padrone della vigna, riconoscenti per la sua magnanimità…

4. Se nel pranzo di festa per i poveri di strada, quello trovato senza veste nuziale, forse perché, data la confusione, voleva anche lui approfittare di mangiare qualcosa, senza neanche conoscere il motivo della festa, invece di tradire il proprio interesse di profittatore, avesse riconosciuto la magnanimità del re, gli si fosse prostrato davanti chiedendo con umiltà quello che gli altri avevano ricevuto senza domandare…cosa sarebbe successo?

E se gli invitati con quelle goffe vesti nuziali, portate sopra i loro stracci cenciosi, invece di accoglierlo, avessero fatto osservazione al re per la sua misericordia, qualora lo avesse portato vicino a sé, ultimo diventato primo, in una festa tutta donata, e avesse riservato attenzioni particolari, proprio a lui, intruso dell’ultima ora… e non paghi, una volta terminata la festa, l’avessero aspettato fuori e riempito di  botte pieni di invidia e di gelosia?  Da che parte sarebbe il Paradiso?

….    ….   ….   ….   ….  

E se invece una volta buttato fuori, passati i primi momenti di ribellione, sentendosi perduto, si fosse fermato, nell’ombra, sotto il portico della casa e, come Lazzaro, avesse ascoltato i canti e le danze delle nozze con nostalgia, rammaricandosi di non essersi presentato come si deve? E quel cane che gli si avvicinò, dapprima sospettoso e poi amichevole tanto da lasciarsi accarezzare? Strano davvero… 

Si dice che gli venne da piangere e col pianto sfogò le sue contrastanti emozioni, donandogli una calma interiore che conciliò il sonno. Col cane accovacciato accanto si addormentò senza darsi conto che la festa con l’alba era finita. Nessuno si era accorto di lui. Fu svegliato da una mano che gli aveva dato una scrollatina alle spalle. Il re il persona lo stava svegliando. Quando si rese conto che era proprio lui, impacciatissimo tentò di scusarsi… ma il re lo precedette domandandogli:

-       Che cosa fai qui? Lo disse non come rimprovero ma con dolcezza…

-       Avevo fame, e poi quando mi hai cacciato fuori, mi sono disperato e non potendone più  mi sono seduto spalle al muro per sentire la gioia della festa.

-       Vorresti stare qui con me a tenere in ordine la fattoria?

Il pover’uomo non sapeva cosa dire… Il re prese il suo imbarazzo per un assenso gli indicò gli strumenti di lavoro e se ne andò…

Riavutosi dalla meraviglia, il poveraccio tentò di fare qualcosa…Non abituato al lavoro, faceva del suo meglio…

Ma la sua meraviglia arrivò al colmo quando sul mezzogiorno fu invitato a pranzare con il re… e così ogni giorno e ogni sera… col tempo si abituò a questa fortuna…una fortuna costante che lo rendeva sereno e familiare del re.

Degli altri non si seppe più nulla… Mangiato e bevuto per bene, ritennero le nozze come un sogno da raccontare nella loro miseria, a differenza dell’altro che viveva della fortuna di essere trattato come un figlio.

Che sia questa la grazia?

E se passando gli anni, invecchiando, avesse cominciato ad uscire e ubriacarsi… e alla sera cominciare a tornare tardi…Cosa farebbe il re? Avrebbe chiamato suo  figlio e avrebbero trattato la questione. Il re, certo, sarebbe stato del parere di allontanarlo. Ma rimase felice  che invece il figlio  gli avesse fatto notare che se lo avessero abbandonato sarebbe morto di stenti e pensando a quello che già il padre fece per lui, si sarebbe impegnato di andare a riportarlo a casa ogni qualvolta si fosse attardato troppo.

 Ogni mattino seguente il servo piangeva per l’errore fatto, chiedeva perfino di essere legato o rinchiuso. Ma non lo fecero mai… Il figlio affrontava ogni sera l’ambiente delle cantine della città, tra i sorrisi ironici degli altri poveracci, che sembravano dirgli: - bell’affare hai fatto prendendoti in casa quello straccio di uomo…lo dicevamo noi…!?- E continuò ad accompagnarlo a casa. A chi gli chiedeva quante volte l'avrebbe fatto, fino a sette volte? Rispondeva fino a settanta volte sette!

Alla fine lo assistette accanto al suo pagliericcio nell’ultimo respiro della sua vita…

E la casa sembrò più vuota per tutti…

Anche un povero disgraziato può riempire di vero paradiso una vita.

5. Nel pranzo con il fariseo il paradiso era tutto dalla parte della peccatrice, come dalla parte  dell’adultera, come dalla parte del ladrone crocefisso con il Signore.

6. Se Giuda invece di disperarsi fosse corso da Maria, e avesse pianto tutta la vita; come si dice, abbia fatto Pietro, tanto da avere due piccole fosse sul viso provocate dalle copiose lacrime versate per avere tradito il Signore…

7.E se Gesù invece che morire come vittima fosse sceso dalla croce e avesse incenerito i suoi nemici...?  Come cristiani come mai abbiamo scelto molto spesso questa via?

Come mai ci siamo armati, giudichiamo, emarginiamo, non accogliamo…

E la cananea che aveva più fede degli osservanti ebrei, il centurione pagano che aveva dimostrato più fede di tutto Israele, il pubblicano che diventa figlio di Abramo più degli altri, la peccatrice che ama di più dei farisei, che giudicavano lei e Gesù, il ladrone che va subito in Paradiso…? Che fine faranno? Hanno la sola speranza della morte e della risurrezione di Gesù…e non è poco…per fortuna…

don Matteo Pinton

SCENDERE PER ESSERE GUARITI

Mc 1, 29-39 – V domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Il centro di una giornata ebraica sono le sei del mattino. Il calcolo del tempo, infatti, inizia con il tramonto del giorno prima. Se ciò è vero, al centro della giornata di Gesù c’è la preghiera.

Marco ci regala lo stralcio di una giornata tipo del Maestro. Gli impegni sono tanti, gli incontri si moltiplicano, c’è tanto lavoro, ma anche lo spazio per visitare gli amici, per condividere un pasto a casa di Simone. Non c’è molto spazio per stare solo, durante le ore del giorno. E allora Gesù si riserva nel buio della notte, ancora prima che sorga il sole, un angolo di intimità con il Padre. La preghiera è questo: un tempo di confidenza e di riposo a tu per tu con il Padre. Si tratta del riposo dell’anima, dell’abbandono di ogni preoccupazione nelle braccia di Dio, dell’ascolto attento della voce del Signore Creatore e Provvidente. Gesù, in questo, ci è modello ed esempio.

Soprattutto, Egli ci rivela che al vertice della ferialità, e quindi di una vita normale di un battezzato, non può che starci l’incontro personale con Dio. Garantire uno spazio fisico e temporale di silenzio è essenziale all’esistenza di Gesù e di chi vuole vivere come Lui. Luogo e tempo aiutano il silenzio del cuore, perché è la stanza interiore che ha bisogno, fedelmente, di una visita per stare accanto a Colui che la abita da sempre.

L’intimità con il Padre è anche per Gesù, il Figlio, guarigione dai pesi della propria missione, nella condivisione dell’ansia di liberazione per il popolo oppresso dal Maligno. Anche per noi, a volte troppo impauriti dall’odore e dal dolore delle nostre piaghe, stare con il Padre è medicina che sana dalla paura, dalla solitudine, dall’immagine disperata di noi stessi, che ci pensiamo troppo malati per poter risorgere ancora. Gesù sceglie di mettere al primo posto questa dolce e dura terapia di preghiera.

Il centro e il vertice della giornata di Gesù, dunque. Immaginiamo le ore che passano e corrono verso questo culmine, e quelle che vengono dopo, attingendo alla fonte, alla forza di questo incontro mattutino. Ma se è vero ciò che ci rivela la Parola, il cammino verso questo vertice non ha l’aspetto di una faticosa ascesa verso la cime del monte. Gesù, infatti, è Colui che è disceso dal Cielo, e solo perché è disceso potrà ascendere al luogo da dove è venuto.

Lo stile dell’abbassamento, della spogliazione, della kenosis è costitutivo dell’identità del Figlio di Dio, del Maestro. Ogni giorno, dunque, si ripete la dinamica. Gesù va verso il centro della sua vita, il vertice della sua esistenza, la fonte della salvezza (in latino, salus significa salute!), cioè Dio, abbassandosi e inginocchiandosi ai piedi dei fratelli, per lavarli e sanarli dalle loro infermità.

Tutta la giornata di Gesù scorre nella logica della discesa, della diaconia. Ecco perché Egli diviene il taumaturgo e il medico delle anime e dei corpi. Perché la potenza di Dio che lo riempie e lo abita trabocca in un atteggiamento di misericordia e di pace che coinvolge, penetra, guarisce. La potenza di Dio in Gesù è l’umiltà del servizio, di fronte al quale anche i demoni vengono sconfitti.

La Parola di Gesù e il tocco della sua mano hanno l’efficacia della Parola creatrice di Dio e del braccio potente del Padre, che trasforma e libera tutto ciò che tocca. In questo modo, la kenosis del Figlio si dilata in una spirale di bontà che non può trattenersi e chiudersi a questo o quell’ambiente, a questo o quel gruppo. Gesù assume tutta l’umanità in sé, allargando i confini, e la sua discesa va fino agli inferi dell’esistenza, dove la malattia e la sofferenza sono segnate dall’esperienza tragica del peccato.

Tutto ciò valeva per i suoi contemporanei, e vale tanto più oggi. La presenza del Figlio di Dio nel mondo è ancora viva e si riconosce nei segni credibili di uomini e donne che si fanno piccoli e poveri a fianco dei diseredati di tutta la terra. Una terra lacerata di dolore, spesso atroce, incomprensibile. Eppure una terra amata immensamente da Dio, che non si stanca di cercare cuori e braccia coraggiosi per farne presenza del proprio amore. Desidera guarirli, infondendo la fiducia dell’intimità per renderli capaci di guarire.

Dio, in Gesù, ci invita a mettere al centro, al vertice della nostra giornata, pur densa di impegni e di attività, l’incontro intimo e autentico con Lui, che sana le nostre piaghe. E dopo aver parlato con Lui dei nostri fratelli feriti, oppressi, infermi, ci invia ‘a tutti i villaggi vicini’ per rinnovare il prodigio della sua potenza: potenza di abbassamento, potenza di servizio, potenza di relazione.

Rendici, o Dio, segno credibile della potenza dell’umiltà, che sana le nostre malattie!

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

L'ODORE DI PECORA E QUELLO DI PESCE

Accanto al sacerdote-pastore forse anche i diaconi (e i laici) oggi dovrebbero ripensare la propria missione a partire da un'altra immagine evangelica

«Siate pastori con l'odore delle pecore»

Da subito queste parole di papa Francesco mi hanno interpellato in maniera particolare ed hanno dato nuovo slancio alla mia ricerca di uomo: figlio, sposo e padre.

Nel mio cassetto disordinato di intuizioni, domande e riflessioni, avviate e mai concluse, ultimamente riaffiorano le due figure evangeliche del pastore e del pescatore che sento toccare corde profonde del mio percorso di vita ed interpellarmi profondamente nel mio cammino di battezzato - e come tale sacerdote, re e profeta - ma anche di sposo e come tale segno unico e particolare del Dio trinitario che solo l'amore coniugale porta nel mondo.

Le immagini che Gesù ha usato per parlare dei discepoli chiamati ad evangelizzare sono, guarda caso, due mestieri all'aria aperta: il pastore e il pescatore. Due mestieri che implicano un rapporto intenso con la natura (ovviamente più facile ai tempi di Gesù ma soprattutto che esprimono due sensibilità profondamente diverse, due modi di fare e quindi di essere diametralmente opposti.

«Il primo legato all'amministrazione, alla gestione delle risorse, alla conservazione di un ovile e di quello che in esso si raccoglie, quindi sicuro, più o meno stabile nelle sue dinamiche. Il secondo sull'onda (è il caso di dire) del momento, in balia della probabilità di una pesca che potrebbe anche non essere affatto abbondante, o magari potrebbe rivelarsi diversa da quello che si pensava, con i tempi lunghi dell'attesa, con la pazienza di chi passa tutta la notte a lavorare e magari non prende nulla (cfr.Vangelo di Luca 5,5). La promessa che Gesù fa ai primi discepoli è di farli diventare pescatori di uomini (Mc 1,17). L'assicurazione data a Pietro dopo la pesca inizialmente fallita e poi prodigiosa è ancora la stessa: "Da ora in poi sarai pescatore di uomini" (Lc 5,10). Chissà perché però nella storia della Chiesa ciò che ha prevalso è la tematica relativa al primo mestiere. Si parla infatti di pastore, di pastorale, ecc... Ma non si parla mai di pescatori, di "pescatorale", ecc.. Forse perché è più facile, forse per il fascino di amministrare, di contare le pecore, di sbarrare la porta del recinto e di decidere chi deve entrarvi, forse perché preferiamo la sicurezza degli ovili che la sfida di mari imprevedibili; fatto è che nella storia della Chiesa ci sono stati molti pastori, ma pochissimi pescatori...» (Pastori o pescatori, scritto da Angelo Mazzone ottobre 2009)

Ritengo forse che per tutti i battezzati (laici e non) sia arrivato il tempo (kairos) di sfidare se stessi e la chiesa a misurarsi su questo progetto per non rischiare di invecchiare entro i recinti ormai cadenti anch'essi di una Chiesa che nei secoli è stata forse più introversa e autoreferenziale che aperta al mare e al vento dello Spirito.

Le indicazioni, fatte proprie dai diretti successori degli apostoli, sono chiaramente rivolte ad ogni battezzato nella comune dimensione sacerdotale e profetica; ma la domanda oggi aperta più che mai nella Chiesa è come integrare le vocazioni laiche e religiose, diverse ma uguali nel volerci pienamente realizzati e gioiosi operai del stessa vigna. 

 


L'immagine, riportata qui sopra, che campeggia nell'ingresso della Casa Madre della Pia Società San Gaetano di Vicenza - congregazione missionaria nata nel dopoguerra che per prima ha ordinato religiosi diaconi dopo il Concilio Vaticano II - raffigura due pescatori. Nell'intuizione del fondatore, don Ottorino Zanon (1915-1972), questa era la complementarietà voluta e praticata tra religiosi sacerdoti e diaconi nella congregazione missionaria. Il sacerdote che sulla battigia - simbolo della Chiesa - regge la rete, mentre il diacono dal mare - simbolo del mondo - sospinge i pesci verso di essa. Per don Ottorino, l'identità propria del ministero ordinato si esplicitava nelle due figure di ministri, il presbitero e il diacono appunto, profondamente uniti dall'unica grazia sacramentale, ma allo stesso tempo chiamati a un servizio specifico dentro la comunità cristiana. In un contesto teologicamente ancora acerbo per chiarificare le sue intuizioni, egli tradusse in una scelta di radicalità spirituale (i voti religiosi) e di totale dedicazione alla missione nel mondo la necessità di una riforma del ministero ordinato che lo spingesse fuori dalle secche di una pastorale di conservazione. Egli scelse san Gaetano come patrono della nascente Famiglia religiosa proprio per la sua inquietudine di riforma del clero, che Gaetano incarnò in una opzione radicale per la povertà evangelica nel ‘500 italiano. 

La novità di don Ottorino - che percepiva profeticamente la separazione tra la fede e la vita come la radice della crisi nel mondo - è stata quella di innestare questa stessa ansia di cambiamento all'interno della pastorale ordinaria. Chiese così ai suoi religiosi di vivere come comunità di fratelli, preti e diaconi, prendendo a cuore la cura pastorale delle parrocchie in diocesi povere o scarse di clero. In esse, soprattutto al diacono spetta il compito di navigare nei mari aperti della società complessa e spesso lontana dagli schemi ecclesiali, per aprire varchi di dialogo, di incontro, di annuncio negli ambienti di vita ordinari: la famiglia, il lavoro, il tempo libero, la cittadinanza... (come non pensare agli esiti del Convegno Ecclesiale di Verona 2005?). 

Ai diaconi, insomma, nel continuo confronto e sostegno reciproco a fianco dei confratelli presbiteri, la specifica missione di animare e formare le ‘compagnie di pescatori' tra i laici, chiamati a una comune testimonianza e missione evangelizzatrice nel mondo.

Così, nell'assemblea degli "Amici di don Ottorino" dal titolo "Uniti nella famiglia", svoltasi ad Assisi alla fine di aprile, che raccoglieva laici legati alla congregazione e religiosi, è stata con forza riportata all'attenzione della congregazione l'esigenza di riscoprire, religiosi e laici insieme, il ruolo delle famiglie nella congregazione e nella Chiesa. Gli spunti emersi sono stimolanti: si percepisce come l'identità specifica e la vocazione dei consacrati e dei ministri ordinati si manifestino essenzialmente nell'ambito di relazioni sempre più aperte e mature con i laici.

Certamente le parole di papa Francesco riaprono piste poco frequentate sul ministero del presbitero, prima di tutto relazionando il suo ministero a quello del diacono; ma a me piacerebbe che qualcosa in più possa e debba essere pensato e scoperto sulla dimensione diaconale non solo dei religiosi e degli sposi, ma anche - forse - della coppia.

Insomma... come laico battezzato e sposo essere associati quali pecore da pascere o pesci da pescare non mi pare uno stato ed una prospettiva propriamente "stimolante"! Ed è evidente che molto deve essere colto, da me per primo, sul significato profondo che si cela dietro queste due immagini simboliche.

Nel tentativo di portare il mio contributo alla riflessione, che spero possa continuare anche da queste pagine, provo a tratteggiare brevissimamente, con "occhi di famiglia", le suggestioni suscitate dalle figure del pastore e pescatore.
Sento presenti le forze divergenti richiamate dalle due immagini evangeliche: da un lato la dimensione domestica della casa-ovile, della porta aperta (a volte) ma che a sera viene chiusa dove raccogliere, amministrare e custodire (a volte, forse, "congelare") la comunità; dall'altro quella ondivaga, imprevedibile, paziente, incerta ma fiduciosa di chi vive su una barca, raccogliendo frutti non seminati.

Intuisco la dimensione più materna: del prendersi cura, del servizio, che nella relazione crea un vincolo di affetto reciproco e responsabilità nei confronti delle sue pecore (le conosce per nome, le protegge, le aiuta nel caso si perdano, ecc). Nel pescatore invece è maggiormente evidente quella paterna di apertura al mondo (missionaria) più centrata nel fare dove i ruoli sono complementari e dove la fiducia e la co-responsabilità sono alla base delle relazioni.

Su questa linea mi pare emergano anche dinamiche centripete della prima figura e più marcatamente centrifughe del pescatore, che storicamente forse hanno decretato il successo del modello pastorale.

Avverto la dimensione più solitaria e sbilanciata-asimmetrica nella relazione pastore-pecora, dove entrano in gioco la gratuità, la tenerezza ed il cuore; complementare a quella, l'immagine della pesca - evangelicamente, una pesca con le reti - rievoca maggiormente l'esperienza di gruppo e comunitaria, aperta ad un confronto, a mio avviso, meno sbilanciato tra pesce e pescatore, dove intravedo la sfida, la "seduzione", la forza e l'intelligenza maggiormente coinvolti. Inseparabile dalla fiduciosa complicità nella relazione e dal rischio del fallimento e dell'imprevisto che possono essere superati solo insieme. Una figura, quella del pescatore, che sento attuale e mi pare calzare a pennello sulla mia vita di famiglia tra le onde del mondo, in compagnia di altre famiglie.


Mi piace sognare che ci possano essere spazi vecchi e nuovi da colmare nella Chiesa. In questa direzione, avverto come particolarmente stimolante, per concretizzare quanto detto, l'idea di diaconie, cioè di ambiti, settori o zone pastorali collegate alle parrocchie e alle diocesi, animate insieme da coppie, famiglie e religiosi, che possano essere cuori pulsanti di relazioni vivificanti tra le persone e con il Cristo in questo mare del 2000, proprio là tra le onde, dove la vita della gente si sbatte ogni giorno: lavoro, scuola, condomini, ecc.. Il tema mi pare meritevole di ulteriori approfondimenti, che auspico poter condividere insieme

Mettere in comune e raccontarsi le esperienze ed i tentativi in questo senso (come ad esempio la comunità di famiglie di Villapizzone dove famiglie e gesuiti da trent'anni sono sulla stessa barca accompagnandosi reciprocamente ) potrebbe essere già un primo passo per sentire odore di pesce e brezza nuova dal mare.

di Francesco Fabrini | vinonuovo.it 23 settembre 2013

CHIESA OSPEDALE DA CAMPO

Dice Papa Francesco: "Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite... E bisogna cominciare dal basso". 

In cammino verso il 9° Capitolo scopriamo l'importanza di essere amici. Da alcuni racconti che lo stesso don Ottorino fa di alcuni avvenimenti fondanti della storia e del suo e nostro carisma, scopriamo che significa fondamentalmente diventare fratelli in un patto di reciproca unità spirituale tra religiosi e laici, fondata su Gesù fratello comune, condividendo l'impegno a vivere l'essenza del Vangelo che è la carità, come premessa indispensabile di ogni ministerialità, così come era ai primi tempi della Chiesa. 

C'era un vecchio che moriva senza Dio e bisognava fare qualcosa, senza nascondersi dietro la scusante che si sarebbe arrangiato Dio stesso ad accoglierlo nella sua misericordia, cosa che certamente sempre avviene. Ma se coloro che sono chiamati a vivere la ministerialità nella Chiesa non se ne occupano sono essi stessi a perdere il senso del loro coinvolgimento nell'avventura di Dio per salvare l'umanità e a rimanere fuori da quell'avventura

Don Ottorino, invece, vive con passione l'avventura di Dio. Scrive: "È difficile descrivere quello che un sacerdote prova nell’intimo del suo cuore quando vede un’anima che sta per precipitare all’inferno, e si sente incapace di fermarla sull’orlo della rovina. Allora le preghiere più ardenti egli rivolge a quel Gesù che ogni mattina stringe tra le mani. Allora la Madonna viene invocata con più fiducia come intermediaria e Madre di misericordia. E la Madonna intervenne anche in questo caso." E questa passione ministeriale don Ottorino non la tiene per sé, ma la comunica a una ragazza che doveva essere operata e che stava soffrendo. La Madonna gli suggerisce di proporle l'ideale dell'offerta. Lei accetta di farsi carico della conversione di quel vecchio. Non piange più. Offre "tutte le sue sofferenze a Gesù perché salvasse quell'anima".

Quell'uomo si converte. E don Ottorino conclude: "Ma guarda un po’ - riflettevo tra me dopo quella insperata conversione - come il Signore dispose le cose per la salvezza di quell’anima. Inquietò per giorni e giorni il mio cuore bruciandolo di una sete ardente di salvarla facendomi poi sentire la mia insufficienza; la salvezza venne allorché una fanciulla si addossò generosamente l’impegno di diventare vittima espiatrice di tutta una vita di peccato".

Anche qui è messa in evidenza da un lato la dimensione spirituale di questa azione ministeriale e dall'altro lato la dimensione di unità in cui essa si esprime. C'è una specie di patto, tra il giovane prete don Ottorino e la ragazza che offre il suo dolore, a renderla efficace. Non a caso questa esperienza ministeriale, diviene il punto di partenza ispirativo per la vocazione degli Amici. Scrive don Ottorino: "... come ieri io sentivo la mia insufficienza di fronte al vecchio ottantenne e ricorsi alla fanciulla, così, oggi, questa Congregazione sente il bisogno di avere a fianco un gruppo di amici i quali, con le loro preghiere e con l’offerta del sacrificio quotidiano del loro lavoro, sostengano l’azione apostolica dei Religiosi che operano in prima fila."

 

La nostra diaconia

Nessuno può essere cristiano e vivere come un solitario! 

Mettere Gesù al centro della propria vita, animati dalla forza dello Spirito ricevuto in dono nel battesimo, significa riconoscerci figli del Padre e, per questo motivo, membri della Sua famiglia che è la Chiesa.

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