GESU' E' PANE CHE CI FA PANE

Gv 6, 24-35 – XVIII domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Quello che si trova dipende certamente da ciò che si cerca. La risposta è conseguente alla domanda. Fa parte della dinamica della vita. Gesù lo sa bene, e quando vede le folle che lo seguono, sollecita il dubbio, stimola a interrogarsi.

Chi cerca nutrimento materiale, probabilmente può trovarlo: Gesù ha sfamato la moltitudine, come Dio aveva provveduto alla fame del popolo nel deserto. Ma si tratta di un cibo che perisce, che dura un giorno, che domani è già passato, se non dimenticato. La ‘manna’ è qualcosa che soddisfa i bisogni di un tempo, forse proprio di una dimensione dell’uomo. Perché la manna risponde alla domanda: ‘che cos’è?’ (cfr. Es 16,12-15). Esaudisce il desiderio di chi cerca qualcosa.

Ma l’uomo non è solo questo. E soprattutto Gesù non è qualcosa. Gesù è qualcuno, anzi Qualcuno con la lettera maiuscola. Gesù risponde alla ricerca di chi ha il coraggio di chiedersi e di chiedergli: ‘ma tu, chi sei?’. ‘Io sono il Pane disceso dal Cielo!’.

È un’altra dimensione, è un altro cibo, è un’altra vita. Gesù è la risposta alla domanda di relazione, di esistenza, di senso che il cuore dell’uomo porta con sé, in sé. Perché anche l’uomo non può essere ridotto a qualcosa, e chi si limita a cercare risposte materiali ai drammi dell’esistenza, non può che restare a un livello parziale, anche delle soluzioni. L’uomo è un ‘chi’, è una persona. Nessuna creatura al mondo gode di altrettanta dignità, per quanto tutta la creazione meriti il rispetto e la cura affidati proprio all’uomo.

E la dignità più alta della persona umana sta proprio nel riconoscersi capace di mangiare il Pane che è Dio. Cioè capace di accogliere Lui, di assumerlo in sé come parte vitale, come nutrimento integrale, totalizzante. Gesù si dà come Persona perché ogni persona possa riceverlo nella propria esistenza e trasformarsi in Lui.

Strano cibo, questo Pane: a differenza di ogni altro pane, non è la persona ad assimilarlo a sé, ma è il Pane stesso che ci assimila alla Sua natura. L’uomo diviene divino, partecipa della Vita eterna. È un Pane che rompe i confini del tempo, e introduce i suoi commensali a un banchetto che non ha limiti, che fin da ora irradia la fragranza del Paradiso. Gesù ci fa diventare come Lui. Con la pazienza del mugnaio e del panettiere, con la costanza dei fermenti vivi, che operano da dentro una lenta e progressiva trasformazione. Nutrendoci del Pane disceso dal Cielo prendiamo il colore e il sapore del Cielo stesso.

Questo è il nutrimento di cui ha veramente bisogno il mondo. Si tratta di un cibo che non perisce, perché chi di Lui si nutre, diviene egli stesso Lui, cioè segno e strumento della sua presenza nel mondo. Noi diveniamo Pane, con sapore di Cielo. E la folla che continua a cercare, spesso inconsapevole, ma affannata e a tratti angosciata, può sentire risvegliare in sé quel desiderio di ‘Qualcuno’ se sulla propria via incrocia qualcun altro che si sta lasciando contagiare di gusto di pane.

Chissà sia l’occupazione più urgente e totalizzante da fare propria, per ogni cristiano che scopre la ricchezza e la dolcezza della mensa eucaristica. Spendere tempo quotidiano a raccogliere i frammenti del Pane celeste, che stanno nella Parola e nei sacramenti, per poterli a sua volta continuamente seminare nei campi del mondo. Non solo come piccoli cestini di vimini, portatori di un cibo profumato e succulento, ma addirittura noi stessi come pagnottelle – o anche briciole, ma comunque saporite – del buon Pane disceso dal Cielo.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

'PRENDETE, QUESTO E' IL MIO CORPO!'

Mc 14, 12-16.22-26 – Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – anno b

Commento per lavoratori cristiani

 

A pensarci bene, se c’è qualcuno che avrebbe potuto legittimamente decidere di appropriarsi di sé e di tenersi stretto per sé ciò che è e ciò che ha, questo qualcuno sarebbe solamente Dio! Egli è l’Onnipotente, l’Altissimo, il Creatore di tutte le cose. Che cosa, dunque, gli impedirebbe di esercitare la sua autorevole supremazia sul mondo e sull’uomo decidendo di gestire per sé quello che Egli è?

Paradossalmente, invece, noi scopriamo sempre più un Dio che di sé ha voluto spogliarsi ed espropriarsi, per donarsi a noi, piccole sue creature. Questa logica di Dio impressiona! Ha voluto darsi, lasciando spazio di sé affinché l’uomo esista e viva. E quando questo spazio l’uomo lo ha acquisito con atteggiamento egocentrico, pretendendo di essere dio al suo posto, Egli di nuovo ha scelto di donarsi. Così è venuto a mescolarsi in mezzo ‘ai suoi’, assumendo un corpo, che esprime più di ogni altra cosa il limite e il confine in cui esistono le sue creature.

Il corpo è dimensione costitutiva, ‘habitat’ necessario per essere uomini qui, su questa terra. Il corpo è strumento di approccio e di relazione, primo tramite per incontrare l’altro. Il corpo è fisicità, è l’esercizio dei sensi, è concretezza: si vede, si tocca, si ode, si odora. Il corpo si bacia e può baciare. Tutto questo, Dio l’ha assunto in sé, facendosi uguale alla sua creatura. Tranne nel modo di gestire questo tabernacolo della grazia che è il corpo.

In Gesù, infatti, Dio ha manifestato la sua donazione offrendo ai suoi anche il suo corpo e il suo sangue. Anche la carne fragile del Maestro è divenuta oggetto di espropriazione, e mai Gesù ha voluto esercitare il diritto al possesso. Perché in Lui tutto si integra nella logica sconvolgente del dono.

Ci troviamo così, oggi, a poter vedere, toccare, gustare ancora il Corpo del Signore. Non in una esperienza puramente materialista, quasi molecolare. Piuttosto, lo percepiamo presente e donato a noi soltanto se anche noi accettiamo di non possedere, di non gestire tutto, e di entrare nella logica del dono gratuito di sé.

Questa è l’Eucaristia: una sorgente di vita donata, perché frutto maturo della Vita donata. Dall’Eucaristia ‘prendiamo’ ciò che ci è necessario per vivere. Un nutrimento fisico, che diviene spirituale e ci fa assaporare il gusto della carne di Cristo: sa di offerta! Il pane divenuto corpo e il vino diventato sangue sono presenza tangibile della logica dell’amore. Chi infatti pretende di comprendere con la testa o di controllare con il ragionamento, perde di vista il senso profondo dell’essere Corpo di Cristo. Che è appunto la spogliazione dalla pretesa di possedere.

Gesù non ci ha solo indicato la strada della consegna per amore, praticandola per primo. Egli ci rende anche capaci di seguirlo in questa via di autentica realizzazione, attraverso la condivisione di sé nell’Eucaristia. Se accettiamo che Egli si da a noi realmente, ma senza presumere di incasellarlo nei nostri schemi materialisti, allora impariamo a contemplare anche il nostro stesso corpo e la nostra stessa fisicità – abitata dallo Spirito – come dono da ricevere piuttosto che come oggetto da possedere e usare.

Quanto dolore, mascherato di illusione, genera oggi l’affannosa corsa a voler abusare delle risorse limitate del nostro corpo, a manipolare la vita che scorre nelle cellule della carne nostra e altrui, a insinuare freneticamente il superamento di ogni confine naturalmente impostoci dalla nostra fisicità! Oltre ogni singola e complessa questione etica, va ribadito che noi siamo dono a noi stessi, che il corpo è ricevuto come grazia e come peso, che l’intera persona, in anima e carne, è prezioso regalo del Cielo da accogliere, non da sfruttare.

La solennità del Corpo e Sangue del nostro Signore Gesù Cristo ci interpella oggi a uno sguardo più profondo e intimo sulle realtà così quotidiane e coinvolgenti della nostra affettività, dei nostri sentimenti, delle nostre relazioni, che necessariamente interpellano la nostra fisicità, e quella di ogni persona, piccola o grande che sia. ‘Prendete, questo è il mio corpo… questo è il mio sangue…’: sono le formule di un’alleanza, non di una costrizione. Dio offre tutto se stesso, anche la povertà assunta in sé nell’Incarnazione, perché soltanto nella logica della spogliazione da sé trova fissa dimora il patto d’amore tra Lui e noi.

La stessa disponibilità a ‘perdersi’ perché l’altro abbia vita è l’autentica vocazione eucaristica che rende saldo il rapporto tra due persone.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

CURA DEL SOLE

NOVEMBRE 2014 - Impegno di vita

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. (Mc 1,35)


Gesù è all’inizio della sua predicazione, la gente è affascinata dalla sua parola e lo costringe a veri tours de force. Siamo sul Lago di Gennesaret, a Cafarnao, dopo una giornata intensa. Gesù si ritira su un luogo solitario. Il luogo offre bellezze uniche e là prega. “La bellezza salverà il mondo” dirà secoli dopo Dostoevskij. Gesù si alza nella notte, è ancora buio, esce e contempla. Marco tramanda a noi una descrizione dettagliata di tempo e spazio per evidenziare l’azione più importante: la preghiera di Gesù. Il tutto ci fa pensare che Marco dia molta importanza a questo appartarsi di Gesù in preghiera solitaria col Padre celeste, visto che lo fa solo in tre occasioni particolari: qui dopo la prima intensa giornata di attività apostolica, dopo la moltiplicazione dei pani (6,46) e nell’Orto degli Ulivi (14,32ss). Potremo dire che Gesù figlio di Israele vive il salmo “Fermatevi! Sappiate che io sono Dio”(Sal 46,11). Invita ciascuno di noi a fermarsi, a stare davanti a lui e non a noi stessi. Il risultato di questo stare con Lui saranno i frutti dello Spirito “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). La nostra vita diventa viva, generatrice di bene, di bontà, di bellezza, e questo è dono dello Spirito che non è mai acquisito del tutto finché viviamo. Papa Benedetto a Colonia nel 2005 ai giovani in occasione della GMG disse: “A tutti vorrei dire con insistenza: spalancate il vostro cuore a Dio, lasciatevi sorprendere da Cristo! Concedetegli il 'diritto di parlarvi'. Esponete le vostre gioie e le vostre pene a Cristo, lasciando che Egli illumini con la sua luce la vostra mente e tocchi con la sua grazia il vostro cuore”. La preghiera è comunione di affetto con Dio, la preghiera è il cuore che ama. L’amore cresce se è coltivato, se dedichiamo del tempo, se lo custodiamo. La preghiera dona respiro all’anima, ci porta in un’oasi serena in cui regna la pace e alla cui acqua possiamo dissetarci per riprendere ristorati il cammino della nostra vita spirituale. La salita allora al monte della santità non ci farà più paura perché ci accorgeremo di camminare con Lui. La preghiera è la vita dello Spirito in noi. La sosta nella “cura del Sole”, cura ecologica e priva di controindicazioni, ci aiuta a scoprire la vita dello Spirito in noi e ci porta alla pienezza. Potremo allora dire a Gesù con Pietro: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. (Gv 21,17).
Come vivere, allora, la Parola dell'Impegno di Vita di questo mese?
Trovare qualche spazio, anche se piccolo, da dedicare alla preghiera personale di incontro con il Padre sull'esempio di Gesù. E se già siamo abituali a farlo, intensificare questi momenti di preghiera.

Prendere la tinta di Dio, una mentalità divina

Il nostro colore non possiamo acquistarlo presso nessun negozio: il nostro colore ce lo dà Dio, vuol essere lui a darcelo! Perciò lo scopriremo insieme in ginocchio. Noi, mettendoci in questa totale disponibilità, prenderemo la tinta di Dio, una mentalità divina.
La prima cintura da allacciare è l
a “cura del sole”. In altre parole: allacciatevi al tabernacolo, avvicinatevi al tabernacolo! Imparate a vivere della vita di Gesù: vita di preghiera, vita di unione con lui. Penso che noi avremo sempre la forza di dire di sì al Signore, finché faremo la cura del sole alla sera dinnanzi al tabernacolo. Quando noi cesseremo di intrattenerci a tu per tu la sera con la SS. Trinità, forse in “quel” momento mancherà a noi la forza di dire di sì.

Se ti metti dinnanzi al Signore e rimani alla “cura del sole”, lui ti vivifica, ti dà vita, ti rinnova la vita.
Per conoscere Gesù bisogna andare vicino a lui e dire al suo Spirito che è dentro di noi: “Dimmi, o Signore; insegnami, o Spirito Santo. (Don Ottorino, citazioni varie dalle sue meditazioni) 

Gv 6, 51-58 – Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – anno A

Commento per lavoratori cristiani

 

Ci sono due verbi che si intrecciano nel testo del vangelo proposto alla nostra meditazione questa domenica: mangiare e rimanere. Mangiare la carne di Cristo è la via per rimanere in Lui. A quale scopo? Per avere la vita eterna.

I capi dei Giudei non capiscono: mangiare la carne di un uomo è scandaloso; bere il sangue, poi, anche se si trattasse di animale, significherebbe presumere di rubare la vita a Dio, che ne è il Signore e Padrone. I Giudei, immagine di ogni uomo religioso che fa della propria religione una maschera protettiva dalle proprie debolezze e di Dio una specie di mago da interpellare per gratificare i propri bisogni di dominio e di sicurezza, non possono concepire un Dio che non è geloso di tenere per sé tutto se stesso. Anzi, Dio, in Gesù, si manifesta come tutto fuori di sé, tutto donato, tutto per gli altri. E se è geloso di qualcosa, è che i suoi abbiano vita in abbondanza!

Gesù, dunque, il Figlio di Dio, incompreso dai suoi contemporanei come da noi, contemporanei di una nuova epoca di autoreferenzialità religiosa, offre oggi scandalosamente la via per realizzare il più intimo desiderio della persona: quello di vivere, e di vivere per sempre.

Capiamo bene: vivere per sempre è cosa divina, è dono che può concernere solo le dimore di Dio. Sembra allora che i Giudei, arroccati nella difesa dei propri privilegi, impegnati a camuffare il volto di Dio dietro le menzogne del potere, non si accorgano di lasciarsi sfuggire di mano la grande novità: nella carne di Gesù, Dio stesso concede anche a loro, come a tutti, la porta di accesso proprio alla condizione divina.

Si tratta di accettarne lo scandalo del percorso, il paradosso dell’itinerario. Gesù, il Figlio di Dio, stupisce, sorprende. La strada che porta alla vita eterna, o meglio, che porta la vita eterna in noi, non è quella delle barriere difensive contro gli altri e dei muri di separazione tra individui e popoli, bensì è la strada della carne. Il che vuol dire che Dio rifiuta le ideologie e gli astrattismi – di cui spesso si impregnano anche i nostri ambienti lavorativi e famigliari, oltre che le nostre relazioni ecclesiali – e ci sollecita a un ‘tu a tu’, a un rapporto autentico, a sporcarci le mani con Lui e con gli altri.

La strada che in-carna la vita eterna nella nostra carne, la sarx, simbolo di tutto quello che c’è in noi di fragile e caduco, soggetto anche alle seduzioni del Maligno, è la strada della frequentazione – oserei dire – fisica con Dio. Ebbene sì: Dio si fa mangiare!

Non è cosa da poco. Lo diciamo anche di noi, quando ci impegniamo molto in una attività o assumiamo con notevole dispendio di energie un compito: ci siamo ‘lasciati mangiare’ dagli altri! Ma per noi è figurativo. Per Dio, è realtà.

Dio lo fa: si fa mangiare. E lo fa per amore, per primo. Chi vuole vivere la vita divina, fin d’ora trova nella carne del Figlio di Dio da mangiare l’unica autentica via. Via da percorrere come grazia, da scoprire come dono, da accogliere come meraviglia.

Due sono, sostanzialmente, le carni del Figlio di Dio che danno consistenza anche oggi al suo Corpo, che è la Chiesa.

C’è la carne eucaristica, quel pane tanto piccolo, debole e discreto, che non finirà mai di commuoverci per il suo parlare silenzioso e per la sua calda presenza umanamente quasi insignificante. Lì il Figlio di Dio non solo si fa presente perché noi possiamo ad-orarlo (‘portarlo alla bocca’, magari per coprirlo di baci, come un figlio fragile che si ama tanto), possiamo masticarlo, possiamo assumerlo affinché ci assuma in Lui. Ma il Figlio soprattutto rimane. Definitivamente. Le parole del sacerdote invocano come preghiera accorata e fiduciosa la presenza carnale di Gesù, ed il miracolo avviene per rimanere, con l’umiltà e la delicatezza dell’amore. Gesù si fa amabile, accessibile, perché noi, nella nostra miseria, non ci sentiamo sbattuti fuori dal tempio del dio dei dominatori e dei potenti.

Ma c’è poi la seconda carne: è la carne  dei poveri. Lì Gesù ancora una volta rimane, ‘fino alla fine dei tempi’, perché nelle piaghe insostenibili, nei caratteri intrattabili, nelle pene indicibili non perdiamo mai l’opportunità di mangiare in compagnia dei prediletti di Dio. Sono loro che ricordano a noi il senso più vero della nostra stessa carne, che è piagata quanto la loro, se non fisicamente, certamente negli incroci interiori che fanno esistere lo spirito. Perché non c’è spirito senza carne, come non c’è stato Spirito senza incarnazione. Di fronte all’altro, specialmente povero e umiliato, anche noi siamo messi nelle condizioni di abbracciare, baciare, assumere la carne ferita di ogni uomo, compresa la nostra. Ci scopriamo irrimediabilmente fragili anche noi, perché impotenti al cospetto di miriadi di drammi vissuti dal nostro prossimo.

Accade così il miracolo più vero. L’eucaristia diviene davvero vita vissuta. Perché nella carne dei poveri intravediamo la carne del Crocifisso, che ha reso vere le parole dell’ultima cena. Perché nella nostra carne debole notiamo rispecchiata la debolezza di Dio, e riconosciamo allora che solo a partire dalla nostra debolezza possiamo comprendere qualcosa dell’intimità di Dio. E perché se è vero che amare Dio significa, per Gesù, solo e instancabilmente amare il prossimo, allora chi porta alla bocca e mangia il ‘pane vivo disceso dal cielo’ non completa il banchetto se non baciando la carne sfigurata dei poveri.

Le nozze così si consumano. Lo Sposo incarnato, rimasto fra noi nella fragilità della sua carne divenuta pane di vita eterna, giace con la Chiesa sua sposa che lo bacia e lo porta in bocca, ricevendone così una nuova fecondità. É, appunto, il dono della vita eterna che si diffonde a tutti, perché nessuno più muoia.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

LA SINFONIA DELLA TRINITA’

Gv  3, 16-19 – Solennità della Santissima Trinità

Commento per lavoratori cristiani

 

Secondo il celebre aneddoto capitato a Sant’Agostino sulla spiaggia africana, cercare di comprendere Dio Uno e Trino con l’esercizio della sola ragione, è come pretendere di mettere in una piccola buca scavata nella sabbia tutta l’acqua del mare. Il fatto è che non si può pensare e riflettere su Dio a partire dagli schemi della scienza positivista e della matematica. Perché queste discipline tendono a mettere in ordine separando e dividendo gli opposti, scandendo i diversi, chiarificando come inconciliabili le antinomie.

A dire il vero, sembra che molta vita quotidiana sia spesa anche da tanti di noi provando a mettere in ordine la vita stessa scandendo il tempo e misurando lo spazio in maniera da non avere sovrapposizioni e contrasti, ambiguità e miscugli. Anche la cultura dominante, cosiddetta liquida nella gestione delle relazioni, abbandona il campo della razionalità quando le emozioni non permettono di tagliare il capello in due, preferendo arrendersi allo spontaneismo e all’incertezza, piuttosto che avere il coraggio della ricerca nel profondo.

Niente di tutto questo può abbracciare il mistero del Dio Uno e Trino. Lo sforzo di incasellare la Trinità o la rinuncia a conoscerLa perché non la si può dominare, sono i due atteggiamenti dell’uomo che mancano del presupposto fondamentale perché avvenga il miracolo dell’incontro e della coesistenza degli opposti: la fede!

La contemplazione della Trinità, che la Parola e la Liturgia oggi ci offrono, parte dall’affermazione della scelta di fondo che rende possibile la penetrazione nella realtà indicibile di Dio. Ci viene chiesta e suggerita la fede. Ne va di mezzo la realizzazione o meno della nostra stessa vita, il raggiungimento dello scopo stesso dell’esistere: se crediamo, siamo salvi e viviamo per l’eternità; se non crediamo, ci condanniamo fin d’ora da soli alla morte.

Può sembrare fuori moda continuare a ribadirlo, ma anche nel mondo odierno, segnato da una crisi mondiale – che in realtà sta ristrutturando le relazioni tra i popoli con equilibri nuovi e sorprendenti -, non vi è salvezza nella finanza o nell’economia, nel lavoro sicuro o nello stipendio; non salva la scienza, ma nemmeno i soli affetti famigliari o amichevoli, o le più disparate pratiche pseudo religiose. Tutto ciò, se assolutizzato al punto da attribuirgli un valore eccessivo rispetto alla sete di infinito che coltiva il cuore di ogni persona, alimenta la ricerca narcisistica di sé, che chiude al rapporto anziché spalancare le porte all’altro.

Invece, solo Dio salva. E salva incontrandoci personalmente. E salva perché è, per sua natura, un incontro di Persone. Salva, dunque, rimanendo se stesso e facendoci diventare noi stessi. Nella ferialità della nostra esistenza, laddove l’angoscia dell’abbandono rende spesso le nostre relazioni timorose o possessive, minacciose o minacciate. Dio restituisce alla persona e alle relazioni le dimensioni costitutive della libertà e della responsabilità.

Ecco perché per comprendere Dio Uno e Trino la chiave di volta, la chiave d’ingresso, la chiave di lettura non è l’intelletto, ma l’amore. Amare Dio perché amati da Lui, prima di ogni nostro merito e oltre ogni nostra miseria. Scoprirsi amati da Lui, nel dono di sé che il Figlio Gesù fa, vero uomo e vero Dio, è l’insostituibile e irrinunciabile ‘chiave di sol’ che permette di leggere e cantare la melodia meravigliosa iscritta nello spartito della vita.

La Trinità, più che un laboratorio teorico di ripetitivi e noiosi solfeggi, è una sinfonia a più voci, che ci invita a tuffarci nel coro, suonando coraggiosamente il nostro strumento, talento unico e irripetibile ricevuto in dono. Ci saranno stonature e cali di tonalità, ma è la stessa Orchestra Divina a risollevarci, a riprenderci, a coinvolgerci di nuovo nella sua melodia.

Misero chi volesse suonarsela e cantarsela da solo. A lungo andare, rischierebbe di trovarsi spento e stremato dai suoi stessi sforzi individualisti, privo di energie vitali: perso nel proprio egocentrismo, ogni singolo uomo diverrebbe davvero cembalo svuotato della sonorità dell’amore.

Solo l’Amore può invece realizzare appieno la meravigliosa potenzialità racchiusa nell’intimo di ogni esistenza umana. Ogni persona porta impresse in sé le corde capaci di suonare la musica del Cielo. Solo l’Amore, lo Spirito del Dio Uno e Trino, ricevuto in dono e accolto umilmente ogni giorno come tenero liutaio interiore, accordatore celeste del nostro animo, può condurre la nostra povertà a esprimere negli scenari impegnativi del mondo odierno la ricchezza di ciò che siamo: figli nel Figlio, che cantano in un coro di fratelli!

Non abbiamo paura: siamo preziosi agli occhi di Dio, che ‘ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito’. Proprio il mondo spesso da noi disprezzato e temuto, ma sottilmente agognato e ricercato. Perché il mondo siamo noi. Ma allora è proprio a noi che Dio, il Figlio, l’Amore hanno dato la vita, e con essa la gioia.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

GAREGGIAMO NELL’AMORE CON DIO

Gv 14, 15-21 – VI Domenica di Pasqua

Commento per lavoratori cristiani

 

Viviamo in un mondo abituato a parlare di amore e a presentarne ogni giorno il volto sfigurato e banalizzato, nelle miriadi di proposte offerte dalla tecnologia. Viviamo in un mondo capace di mettere in contatto le persone alle estremità dei continenti e assetato profondamente di relazione, ma terrorizzato quando si tratta di stringersi le mani l’un l’altro e di guardarsi negli occhi. Viviamo in un mondo che promuove il culto del corpo e stimola ossessivamente le corde delicate della nostra affettività, ma attraversato da una spaventosa epidemia di solitudine e frammentato in rivoli dolorosi di egoismo.

Viviamo… e dire che viviamo è già un andare controcorrente, una proposta rivoluzionaria. Perché ci si abitua, anche nelle competizioni televisive e nei rapporti ‘usa e getta’, a credere di dover sostanzialmente soltanto sopravvivere e difendersi dalla minaccia dell’altro. Invece, noi vogliamo vivere! E vivere felici! Felici proprio in questo mondo, che non si accorge di correre il rischio più grande: quello di non vedere più Gesù, la fonte della vita, e di non poter ricevere ‘lo Spirito della verità’, ‘perché non lo vede e non lo conosce’.

Ma noi viviamo: ce l’ha detto Lui, come promessa che si compie oggi. ‘Perché io vivo e voi vivrete’.

Anche questa domenica, la Parola ci suggerisce di non accontentarci, e di essere svegli e vigilanti. Ci viene offerta la opportunità di ricevere in dono e di custodire per sempre la perla più preziosa di tutte, l’acqua zampillante di cui abbiamo sete, la risposta alle nostre più intime angosce: ci viene donato Dio in persona. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che vivono nell’amore e sono l’amore, si offrono a noi per renderci partecipi della loro traboccante relazione d’amore.

Tutto ciò può sembrare così lontano e astratto, se continuiamo a pensare che Dio non abbia niente a che vedere con le vicende quotidiane del mondo e che i nostri problemi e i nostri guai sussistano su una sfera diversa da quella della fede. La fede, invece, è la realtà più concreta dell’esistenza: è ciò su cui si regge l’intero edificio della nostra vita, sono le fondamenta che impediscono alla casa di cadere. Pietro lo scriveva ai membri della comunità di Roma, invitandoli a saper dare ragione della loro speranza (cfr. 1Pt 3,15). E questa speranza – lo aveva capito bene, avendolo vissuto sulla propria pelle – non nasce dalla conoscenza esteriore e razionale di un episodio storico o di qualche norma morale suggerite dal profeta Gesù. Nasce invece dall’adorazione del Signore Gesù ‘nei vostri cuori’. L’evento della morte e risurrezione di Cristo entra a far parte costitutiva della nostra persona, entra in circolo nel sangue che scorre nelle nostre vene, entra nella memoria della nostra personale storia di salvezza. La relazione intima con Gesù sostiene la nostra esistenza, e la rende spazio di senso, luogo di amore, storia di salvezza nella misura in cui ci lasciamo avvolgere e impregnare da essa.

É qualcosa difficile da esprimere in parole, per noi figli dell’immediato e dell’esteriore. Può avere qualcosa a che vedere con le ansie dei disoccupati e degli sfruttati di questo mondo? Può intaccare la presuntuosa autoreferenzialità dei potenti e degli oppressori? Sì. Perchè è una buona notizia sconvolgente. Gesù ci invita a divenire partecipi con Lui della stessa relazione che Egli ha con il Padre. Quindi a divenire in Lui figli, figli adottivi per grazia dello Spirito. É come se, mentre prima, guardandoci allo specchio, ci vedevamo vuoti e ci sforzavamo di nascondere tanta povertà aumentando gli strati di trucco e facendo la voce grossa, ora invece possiamo guardarci allo specchio e vedere traboccare dalla luce degli occhi la pienezza di quello che siamo dentro: figli! Se ogni mattino inizia così, ne trova profondo giovamento l’intera giornata e tutti i nostri rapporti!

Dio, infatti, vince il dramma dell’orfanità. Dio sconfigge la tragedia dell’abbandono. Dio scava dentro e fa sgorgare la novità della vita dalla relazione vitale e vivificante con Lui. Lo Spirito Santo, leggero come una brezza, e profumato di tutti gli aromi della creazione e della storia, opera questo prodigio e ci restituisce la nostra identità più bella. Ritorniamo capaci di amare, perché ci lasciamo amare.

Questa è la nostra verità, ricevuta in dono, ma anche progetto da compiere. Questo è il significato dei comandamenti che Gesù ci lascia in eredità, che rappresentano piuttosto la necessaria e naturale conseguenza del motivo del nostro esistere. Se scopro che sono amore, non posso non amare. Proprio come il Padre. Se scopro che sono ricolmo di amore, non posso trattenere l’amore ricevuto gratuitamente in dono. Proprio come il Figlio. Se scopro che attorno a me tanti ancora si sentono orfani – e quanti sono resi orfani dall’egoismo del mondo! -, non posso che condividere la scoperta affascinante di essere ovunque e con chiunque una comunità di fratelli, perché figli. Proprio come lo Spirito, che fa la Chiesa.

Si genera così l’unica incredibile gara che ha senso di correre in questa vita. É una specie di competizione, tra noi, ma persino con Dio stesso, a vedere chi ama di più! Si può competere nell’amore con la Trinità? Sappiamo già di essere perdenti… Ma non ci interessa la classifica, il premio è già nell’amare, o meglio nell’essere amato. E chi guarda alla classifica, ha già smarrito il senso dell’amore, che è dono gratuito. Ci interessa lasciar esplodere l’amore ricevuto.

E d’altro canto, al guardare il Figlio Crocifisso, primogenito di tanti figli, non scopriamo con trepidazione che è proprio perdendo che vinciamo nell’amore? Amare Gesù è amare la Croce, autentica dimora dell’amore. Perché sulla Croce, che ci visita ogni giorno se impariamo ad offrirci per amore, si manifesta la sconfitta che vince il mondo: abbandonati i muri dell’egoismo e dell’autorealizzazione, consegnate le armi della superbia e della sensualità, spalanchiamo le braccia alla relazione che riempie la nostra esistenza. In questa intima unione con la Trinità crocifissa anche i dolori del mondo e la crisi dell’uomo divengono opportunità per manifestare la densità dell’amore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

LA TINTARELLA DI DIO

In quest'area del nostro sito parliamo di spiritualità, prendendo naturalmente le mosse da don Ottorino, che sentiamo come un vero maestro di spiritualità.

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