DARE TUTTO, SOTTO LO SGUARDO DI GESÚ

Mc 12, 38-44 – XXXII domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Gesù ci propone come modello di discepola una povera vedova, che depone timidamente due spiccioli nel tesoro del tempio. Perché?

Mi sembra che siano in ballo due questioni fondamentali, per identificare chi sia il discepolo. La prima è la questione dell’offerta: che cosa sono disposto a dare? Il secondo è l’assunto della visibilità: da chi e perché desidero essere visto?

Prima di tutto, il dare. O meglio il darsi. Gesù propone la vedova ai suoi come modello, confrontandola con la schiera di fedeli ossequiosi che passano davanti al tesoro e fanno scivolare dentro monete più o meno grosse di discreto valore. Lei, invece, lascia appena due spiccioli. Ma è tutto ciò che ha. Questa è la novità, questa è la realtà che commuove lo stesso Gesù. O meglio: la vedova deposita tutto ciò che è, perché senza monete non può nemmeno mangiare, e quindi non può esistere più.

Il discepolo, dunque, è colui che da tutto di sé, che dona tutto se stesso a Dio. Dio è Colui che abitava il tempio e veniva onorato dalle offerte nel tesoro; è Colui che – oggi lo sappiamo – vive in ogni fratello che incontriamo. Il discepolo è colui che dona tutto per il bene del fratello bisognoso. Anche nella sua povertà, il discepolo ha comunque se stesso da mettere a disposizione di Dio e dell’altro.

C’è però il secondo elemento: la visibilità. Gesù vede la vedova perché egli si mette, di proposito, a osservare ciò che accade nel tempio. Se non si fosse seduto lì, paziente scrutatore della vita, non avrebbe colto l’importante dettaglio. E dopo avere visto la donna e il suo gesto, Gesù chiama i suoi e svela a loro il miracolo: non chiama la donna, che forse non avrà mai saputo di essere stata elogiata dal Figlio di Dio, se non nel loro incontro definitivo in Paradiso.

La donna, dunque, rimane nel più totale anonimato, agli occhi degli uomini. La donna resta così come sempre aveva dovuto vivere: invisibile, nascosta. Poco prima, invece, Gesù se l’era presa duramente con gli scribi non tanto perché donavano poco, bensì perché si mettevano in mostra. Gesù sembra più irritato dall’esibizionismo che dall’avarizia. O forse si tratta di cogliere come la ricerca esagerata di visibilità agli occhi del mondo, strumentalizzando anche le leggi religiose, non sia in fondo un atto di profonda avarizia e di intima superbia.

Se, infatti, come molti degli scribi, faccio le cose per essere visto – e sottolineo: per -, vuol dire che ho bisogno di essere visto per sapere che esisto, che sono qualcuno, che conto qualcosa. Non c’è niente di strano in questo, se almeno ne avessi coscienza. Il guaio è che se cerco direttamente questa visibilità, significa che non mi sento visto abbastanza, e che se non appaio sufficientemente presentabile agli occhi degli altri, sotto sotto ho paura di non esistere, di morire. Ecco allora che il naturale bisogno di contare per qualcuno prende il sopravvento, mi domina: insomma, non lo consegno a Gesù, lo trattengo per me. La paura di perdermi, di morire, mi fa stringere forte a me l’ansia di essere visto e notato, pensando che così aumenti la mia vita.

E invece la vita si consuma inaridendosi. Perché si spegne appena gli occhi che mi guardano si distolgono da me. E questo è inevitabile, rischiando di immergermi in un circolo vizioso di sempre maggiore esibizionismo, per avere di nuovo la sensazione superficiale di esistere.

L’alternativa è il nascondimento, in cui do tutto davvero: anche il mio bisogno di essere importante e notato da qualcuno. La vedova rimane nascosta.  E in lei anche noi possiamo percepire che lì, in realtà, siamo già guardati, che la nostra vita consegnata è sotto lo sguardo attento e premuroso di qualcuno: Gesù.

Non si tratta, allora, di disprezzare la ricerca di uno sguardo, di occhi da incrociare. Si tratta piuttosto di lasciar rasserenare il cuore dalla certezza che Qualcuno ha già posato il suo sguardo su di me, con quell’amore gratuito che mi da vita vera e mi fa esistere. E questi occhi sono fedeli, rimangono e liberano la mia lacerante paura di morire, assicurandomi la vita eterna.

Sarà così assolutamente secondario se, agli occhi del mondo, mi toccherà comparire in prima fila o dovrò accontentarmi di restare appartato. La trepidazione di non esserci per nessuno sarà scardinata dai momenti in cui anch’io resterò seduto di fronte al mio Tesoro, quel Gesù che non si alza se non per venire ad abbracciare la mia povertà. E la cui voce diventerà l’unica necessità, per sapere se il mio posto per testimoniare il Vangelo della vita deve essere dietro le quinte o sopra il candelabro.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DESIDERIO, INCONTRO, SEQUELA

Mc 10, 46-52 – XXX domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

A Gerico avviene un incontro tra figli. Il figlio di Timeo incontra il figlio di Davide, che è anche figlio di Giuseppe. E il figlio di Giuseppe, venuto dal nord, dalla Galilea, restituisce a Bar-timeo (figlio di Timeo in ebraico) la dignità di figlio di Davide. Bartimeo, come Gesù, appartiene a un popolo, al popolo eletto. L’aveva scordato, mendicante di attenzioni e di pane, e ne era rimasto escluso: imprigionato dalle norme e dalla folla, dalle paure che diventano catene.

È anche incontro tra un figlio dell’uomo e il Figlio di Dio. E in questo incontro Gesù, che si è fatto Figlio dell’Uomo, dona a Bartimeo la consapevolezza di essere chiamato a divenire figlio di Dio anche lui. È una storia di fratellanza, dunque, smarrita e ritrovata. È una storia di vocazione: nell’incontro, Gesù restituisce a Bartimeo la bellezza di scoprire se stesso e di decidere di vivere da protagonista la propria vita con Lui.

Sembrano delinearsi tre tappe di un itinerario vocazionale: il desiderio, l’incontro, la sequela.

Bartimeo, al passaggio di Gesù, sente sgorgare da dentro un desiderio che era rimasto forse nascosto, seppellito, ammutolito dall’oscurità e dalla Legge da tanto tempo. È probabilmente e semplicemente il desiderio di vivere, di appartenere, di esistere ed essere riconosciuto da qualcuno. Esce in maniera scomposta, come capita spesso a noi, ai nostri giovani, a ogni persona. Esce come un grido esagitato, fuori luogo, che turba. La folla cerca di farlo ritornare al proprio posto, spento nel silenzio delle proprie viscere buie e abbandonate. Qualche volta rischiamo anche noi, inesperti pedagoghi, di tacciare il grido del desiderio, perché lo percepiamo esagerato, scomposto, inadeguato, fuori dalle righe. Urge, invece, aiutarci e aiutare a far tornare a galla, nel tram-tram quotidiano, il trepidante bisogno di alterità, di trascendenza, che significa relazione autentica. Il figlio dell’uomo non può vivere solo, né tanto meno escluso. Ha bisogno dell’altro, e quindi di Dio. Per questo cerca un altro Figlio a cui rivolgersi! E grida…

Gesù si ferma. Avviene l’incontro, la chiamata. Anche la chiamata passa attraverso la folla, la stessa folla irritata e spaventata dalla difficile gestione del desiderio. È la Chiesa, povera, affannata, ammassata attorno al Maestro, di cui poco capisce, ma che qualche volta sa accompagnare nella sua appassionata tenerezza per l’ultimo. Avviene l’incontro, tra il Figlio di Davide e il figlio di Timeo, tra Gesù e ognuno di noi, che ci riconosciamo figli della nostra storia, fragile e irripetibile allo stesso tempo. L’incontro toglie dall’anonimato definitivamente. Siamo preziosi agli occhi di Gesù: la nostra voce, pur sconclusionata e stonata nel coro del mondo, è cara al Figlio di Dio. È Lui che, cercato, ci cerca. È Lui che, desiderato, ci attrae a sé. E Bartimeo butta via le sue difese e le sue resistenze antiche, quel mantello che gli concedeva di sentirsi a posto anche nella sua passività, perché decide di lasciarsi incontrare. Dall’incontro con Gesù scocca la scintilla della fede e dell’amore che salva.

E infine, terzo e necessario passo che nasce da questa relazione nuova, ecco la decisione di partire, di mettersi in cammino, di seguire le tracce del Figlio di Dio per vivere non soltanto da fratello, ma anche da amico. Gesù apre gli occhi oscurati dal peccato, che ha tante manifestazioni e conseguenze personali e sociali. Gesù ridona la vista sulla propria identità profonda. Gesù restituisce la consapevolezza che la luminosità dell’esistenza dipende più dalla nostra voglia di camminare che dai cliché applicati a noi dagli altri. Siamo liberi, perché Gesù ci rende liberi nella cura della nostra relazione con Lui. E libertà significa legame, ora imprescindibile, irrevocabile: la sequela realizza, passo dopo passo, quella brama di trascendenza che ha urlato nella povertà tutta la passione del figlio. E la folla? Rimane lì, silenziosa; siamo noi, la Chiesa, lasciati liberi di dare la nostra risposta.

Desiderio, incontro, sequela. Ecco l’itinerario della nostra vocazione, come della vocazione di Bartimeo. Che nel lasciarsi coinvolgere in questa spirale di liberazione, scopre la luce di sapersi Bar- Abbà: Figlio del Padre, come Gesù.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

PER NON ESSERE PIETRA DI INCIAMPO

Mc 9, 38-43.45.47-48 – XXVI domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

I discepoli di Gesù sembrano piuttosto preoccupati di non avere concorrenti in campo! Sono stati chiamati a seguire il Maestro, hanno lasciato tutto per rispondere alle esigenze della sequela, sono ormai da tempo i più intimi di questo sorprendente Rabbi, la cui fama si diffonde in tutta la Palestina. Bisogna riconoscere che hanno qualche buon motivo per rivendicare un minimo di privilegio gerarchico.

E di fronte a qualche altro uomo religioso, che opera prodigi, o che parla in nome di Gesù, o che risponde a qualche richiesta della gente appellandosi all’azione del Cielo, è comprensibile anche che i discepoli siano preoccupati di custodire una cosiddetta ‘ortodossia’ del messaggio del Maestro. Se uno si appella al Suo nome, come minimo dovrebbe essere da Lui conosciuto o inviato.

Non sono atteggiamenti strani: in fondo li viviamo anche noi, discepoli del terzo millennio, e sempre uomini. Nel nostro sincero impegno di cercare e di seguire Gesù, avvertiamo una sorta di sottile gelosia verso chi sembra seguirlo con… maggior esito e successo. Oppure ci presentiamo come ferventi difensori dei deboli, quando mettiamo in luce tutti i ‘contro’ di una azione pastorale o di un progetto evangelizzatore che non è gestito da noi… rischiando di perdere di vista tutti i notevoli ‘pro’. Altro che trave dentro il nostro occhio!

Che cosa è in gioco, in tutto ciò? Come mai anche nelle sante cose di Dio siamo così vittime delle più mediocri beghe di relazione?

È facile rispondere e risolvere la questione ricordandoci che siamo uomini fragili e che lo resteremo sempre. Lo si dice anche della Chiesa, quando la si sente attaccata o giudicata per i dolorosi errori dei suoi membri: ‘in fondo’, si dice, ‘anche i preti sono uomini, bisogna capirli!’.

In un certo senso, tutto questo è vero. Ed è anche utile prevenirci dalla costante tentazione di pensarci angelicamente perfetti e intoccabili dagli istinti e dalle pulsioni della carne, allorché abbiamo intrapreso la via della conversione sulle tracce di Gesù.

Ma non è utile concepire questa idea di umanità per poterci giustificare della nostra perseveranza nell’invidia, nella gelosia, nella critica e nella mormorazione. No: una certa idea accondiscendente verso il nostro peccato induce a una forma di superbia tanto sottile quanto pericolosa. È l’idea che sotto sotto ‘non cambieremo mai’ perché non vogliamo cambiare. E ancora di più: è la convinzione che Dio non ci può cambiare. E dunque è un atto di profonda idolatria: idolatria di se stessi e della propria presunta inalterabilità, anche nella debolezza riconosciuta.

Si tratta alla fin fine di coltivare una immagine di sé statica e dunque sbagliata, radicata in una immagine distorta anche di Dio. Gesù diviene allora un paladino dei propri comodi, se non addirittura della propria violenza, piuttosto che un Maestro da seguire, sulla via della conversione, che è la via della croce.

Oggi Gesù mette in guardia i suoi discepoli, e noi fra loro, contro la tentazione di impossessarsi di Lui per farne un idolo, sotto il quale nascondere la nostra paura di cambiare e l’insistente tentativo di gestire non solo la vita nostra, ma anche quella degli altri.

Di fatto, Gesù invita i suoi a spostare lo sguardo, e a purificarlo.

Verso gli altri, invita a guardare con occhi di misericordia e di tenerezza, per essere capaci di cogliere anche il più piccolo gesto di amore compiuto da chiunque. Basta un bicchiere d’acqua dato a un suo discepolo, per meritare la compiacenza di Dio. Perché Dio posa il suo sguardo su ogni semplice atto di carità, senza fare i conti con l’etichetta da cui è uscito.

E verso se stessi, Gesù sollecita ad avere uno sguardo altrettanto fine e delicato, nel saper cogliere i rischi sottili del nostro narcisismo. A volte basta un occhio avido, una mano violenta, un piede pauroso perché diventino una dura pietra di inciampo nel cammino del discepolo. O peggio ancora, per essere pietra di inciampo per quei piccoli che cercano la via sulla quale percorrere il cammino di Gesù.

La cercano con difficoltà, la cercano feriti dalla storia, la cercano affaticati da tanti tentativi falliti: quale enorme responsabilità per il discepolo di Gesù, per il cristiano, chiamato a prostrarsi ai piedi dell’altro perché trovi aiuto e sostegno nel proprio percorso, anziché riempire la via di pietre insidiose, che possono uccidere e lapidare.

Per Gesù questa finezza di spirito, che parte dalla cura della propria interiorità e si manifesta nell’instancabile testimonianza di tenerezza, vale più di qualsiasi miracolo e di qualsiasi successo pastorale. I piccoli che desiderano fidarsi di Lui trovino un compagno di strada in chi ha ascoltato la chiamata del Maestro. Questa premura di pellegrini disposti a rinunciare a sé, pur di non essere di ostacolo e impedimento ai fratelli più deboli, manifesta non soltanto il volto di una Chiesa più autentica, ma soprattutto la verità di un Dio libero e innamorato di tutti, verso il quale nessuno può rivendicare un diritto di proprietà privata.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

GUARDARE CON LO SGUARDO E IL CUORE DI GESÙ

DOMENICA XXVI - B

Nella Parola di ogni domenica è Gesù che ci parla. È sempre lui che si dona a noi. E noi in questa Parola vogliamo accoglierlo, comprenderlo, amarlo per donarci a nostra volta a lui e donarlo anche ad altri. In questa domenica la Parola, che è lui, ci sorprende con una sua presa di posizione, potremmo dire, fuori dalle righe.

Il campo minato

C’era una volta un campo minato. Ai suoi confini  stava scritto a grandi lettere “Pericolo di morte, campo minato”.

Era un campo come tutti gli altri, avrebbe potuto essere la gioia per il divertimento di bambini e adulti, invece era pericoloso, estremamente pericoloso!

Per questo, abbandonato da tutti, lo infestavano erbacce di tutti i tipi e vegetazione disordinata e selvatica.

Una notte una lepre saltò in aria su una mina che, esplodendo, la ridusse il mille pezzi e il prato, che in fondo era buono, pianse lacrime amare, ritrovandosi così pericoloso e funesto.

Guai per tutti attraversarlo, guai calpestare il suo terreno: sarebbe esploso in modo straziante!

Un giorno si avvicinarono a lui degli strani personaggi. Lo trattarono con estrema cautela e delicatezza come si fa con un malato grave. Lo perquisirono palmo a palmo, lo liberarono dalle mine, disattivandole e tirandole fuori una ad una dal terreno. Fu un lavoro molto duro. Di tra gli arbusti il prato non perdeva d’occhio quegli uomini che, tutti tesi, lavoravano con la fronte imperlata di sudore.

Un bel giorno fu portata a termine la bonifica, le erbacce e gli arbusti furono tagliati, il “campo minato” divenne un bellissimo prato e si fece una grande festa. Per giorni e giorni la gente lo riempì di canzoni e di balli. Poi ritornò ad essere un campo normale. Non più pericoloso, fu arato e seminato e produsse grano e frutti.

Tolti i cartelli, non era più famoso per la sua pericolosità; era diventato un campo come tutti i campi che lo attorniavano.

Così si addormentò, lasciando che il lavorio della vita lo rendesse sempre più bello e fecondo, cioè un campo meravigliosamente normale.

Chi fa saltare in aria chiunque lo incontra è un campo minato, fa paura certo, si fa rispettare, ma nessuno si fida di lui…
essere un campo normale fa trasalire di gioia sia che sia pieno di messi, sia che sia un prato o un giardino incantevole per tutti...

don Matteo Pinton

E SE…INVECE….?

Secondo il Vangelo del Figlio prodigo

 

1. Se Caino invece di uccidere suo fratello per invidia, felice, perché il Signore aveva preferito il dono del fratello più debole e fragile di lui, l’avesse invitato a prendere una pizza insieme, lodando Dio per la sua bontà…?

2. Se il servo dell’unico talento, invece di accusare il padrone come esoso, piangendo, avesse ammesso la sua negligenza, offrendosi a servire gli altri servi più generosi di lui, incurante dei sorrisini dei più bravi, premiati e promossi, pieni di beni, ma senza affetto e misericordia…? Da che parte sarebbe il Paradiso?

3. Se i lavoratori delle prime ore del mattino, invece di lamentarsi avessero organizzato una festa di ballo con gli ultimi, invitando anche il padrone della vigna, riconoscenti per la sua magnanimità…

4. Se nel pranzo di festa per i poveri di strada, quello trovato senza veste nuziale, forse perché, data la confusione, voleva anche lui approfittare di mangiare qualcosa, senza neanche conoscere il motivo della festa, invece di tradire il proprio interesse di profittatore, avesse riconosciuto la magnanimità del re, gli si fosse prostrato davanti chiedendo con umiltà quello che gli altri avevano ricevuto senza domandare…cosa sarebbe successo?

E se gli invitati con quelle goffe vesti nuziali, portate sopra i loro stracci cenciosi, invece di accoglierlo, avessero fatto osservazione al re per la sua misericordia, qualora lo avesse portato vicino a sé, ultimo diventato primo, in una festa tutta donata, e avesse riservato attenzioni particolari, proprio a lui, intruso dell’ultima ora… e non paghi, una volta terminata la festa, l’avessero aspettato fuori e riempito di  botte pieni di invidia e di gelosia?  Da che parte sarebbe il Paradiso?

….    ….   ….   ….   ….  

E se invece una volta buttato fuori, passati i primi momenti di ribellione, sentendosi perduto, si fosse fermato, nell’ombra, sotto il portico della casa e, come Lazzaro, avesse ascoltato i canti e le danze delle nozze con nostalgia, rammaricandosi di non essersi presentato come si deve? E quel cane che gli si avvicinò, dapprima sospettoso e poi amichevole tanto da lasciarsi accarezzare? Strano davvero… 

Si dice che gli venne da piangere e col pianto sfogò le sue contrastanti emozioni, donandogli una calma interiore che conciliò il sonno. Col cane accovacciato accanto si addormentò senza darsi conto che la festa con l’alba era finita. Nessuno si era accorto di lui. Fu svegliato da una mano che gli aveva dato una scrollatina alle spalle. Il re il persona lo stava svegliando. Quando si rese conto che era proprio lui, impacciatissimo tentò di scusarsi… ma il re lo precedette domandandogli:

-       Che cosa fai qui? Lo disse non come rimprovero ma con dolcezza…

-       Avevo fame, e poi quando mi hai cacciato fuori, mi sono disperato e non potendone più  mi sono seduto spalle al muro per sentire la gioia della festa.

-       Vorresti stare qui con me a tenere in ordine la fattoria?

Il pover’uomo non sapeva cosa dire… Il re prese il suo imbarazzo per un assenso gli indicò gli strumenti di lavoro e se ne andò…

Riavutosi dalla meraviglia, il poveraccio tentò di fare qualcosa…Non abituato al lavoro, faceva del suo meglio…

Ma la sua meraviglia arrivò al colmo quando sul mezzogiorno fu invitato a pranzare con il re… e così ogni giorno e ogni sera… col tempo si abituò a questa fortuna…una fortuna costante che lo rendeva sereno e familiare del re.

Degli altri non si seppe più nulla… Mangiato e bevuto per bene, ritennero le nozze come un sogno da raccontare nella loro miseria, a differenza dell’altro che viveva della fortuna di essere trattato come un figlio.

Che sia questa la grazia?

E se passando gli anni, invecchiando, avesse cominciato ad uscire e ubriacarsi… e alla sera cominciare a tornare tardi…Cosa farebbe il re? Avrebbe chiamato suo  figlio e avrebbero trattato la questione. Il re, certo, sarebbe stato del parere di allontanarlo. Ma rimase felice  che invece il figlio  gli avesse fatto notare che se lo avessero abbandonato sarebbe morto di stenti e pensando a quello che già il padre fece per lui, si sarebbe impegnato di andare a riportarlo a casa ogni qualvolta si fosse attardato troppo.

 Ogni mattino seguente il servo piangeva per l’errore fatto, chiedeva perfino di essere legato o rinchiuso. Ma non lo fecero mai… Il figlio affrontava ogni sera l’ambiente delle cantine della città, tra i sorrisi ironici degli altri poveracci, che sembravano dirgli: - bell’affare hai fatto prendendoti in casa quello straccio di uomo…lo dicevamo noi…!?- E continuò ad accompagnarlo a casa. A chi gli chiedeva quante volte l'avrebbe fatto, fino a sette volte? Rispondeva fino a settanta volte sette!

Alla fine lo assistette accanto al suo pagliericcio nell’ultimo respiro della sua vita…

E la casa sembrò più vuota per tutti…

Anche un povero disgraziato può riempire di vero paradiso una vita.

5. Nel pranzo con il fariseo il paradiso era tutto dalla parte della peccatrice, come dalla parte  dell’adultera, come dalla parte del ladrone crocefisso con il Signore.

6. Se Giuda invece di disperarsi fosse corso da Maria, e avesse pianto tutta la vita; come si dice, abbia fatto Pietro, tanto da avere due piccole fosse sul viso provocate dalle copiose lacrime versate per avere tradito il Signore…

7.E se Gesù invece che morire come vittima fosse sceso dalla croce e avesse incenerito i suoi nemici...?  Come cristiani come mai abbiamo scelto molto spesso questa via?

Come mai ci siamo armati, giudichiamo, emarginiamo, non accogliamo…

E la cananea che aveva più fede degli osservanti ebrei, il centurione pagano che aveva dimostrato più fede di tutto Israele, il pubblicano che diventa figlio di Abramo più degli altri, la peccatrice che ama di più dei farisei, che giudicavano lei e Gesù, il ladrone che va subito in Paradiso…? Che fine faranno? Hanno la sola speranza della morte e della risurrezione di Gesù…e non è poco…per fortuna…

don Matteo Pinton

 Ecco il link per chi volesse vedere le celebrazioni in TV o in streaming (via Internet):

clicca su Atto di affidamento a Maria di sabato 4 luglio, ore 15,00

 

La trasmissione sarà solo in streaming per vedere clicca su “Telechiara-Vicenza

Oppure vai su www.telechiara.it  ed entra nella sezione LIVE 

 

 

S. Messa di domenica 28 giugno, ore 10

 

Sarà trasmessa in diretta su Telechiara e su TVA Vicenza

Per il collegamento in streamingclicca su “Telechiara-Vicenza

Oppure vai su www.telechiara.it  ed entra nella sezione LIVE 

 

Parametri per la ricezione satellitare di TVA-Vicenza

 

Satellite: Hot Bird 13D/Posizione orbitale: 13° Est/Transponder: 158/Frequenza di ricezione: 11662 MHz/Polarizzazione di ricezione: Verticale/SR: 27500 Ms/s  \FEC: ¾/Mod: 8PSK/Service name: TVA Vicenza/Service id: 16988/Pmt Pid: 1995/Pid V:  1993/Pid  A: 1994

 

PER CHI VUOLE VENIRE A VICENZA

 

PELLEGRINAGGIO

“I luoghi del Vangelo in don Ottorino"

Vicenza, sabato 27
e domenica 28 giugno 2015

 

Vieni insieme agli amici e a tutta la famiglia di don Ottorino (riunita da tutte le parti del mondo in occasione dell'inizio del IX Capitolo Generale) a fare l'esperienza della gioia di scoprire i luoghi del Vangelo in cui è nata la Pia Società San Gaetano, si è sviluppata e dove ora è diffusa l'opera missionaria. 

Potrai scoprire perché la Pia Società San Gaetano è presente nella tua diocesi  e apprendere i progetti sociali attivi nelle missioni dell'America Latina e non solo.

CHIAMATI ALL'ARMONIA DEGLI OPPOSTI

Mc 1, 12-15 – I domenica di Quaresima B

Commento per lavoratori cristiani

 

Scarno ed essenziale, il racconto delle tentazioni di Marco ci presenta tutte le contraddizioni che in Gesù trovano armonia. Pochi versetti, per mostrarci in Lui ciò che siamo noi, e allo stesso tempo indicarci una meta per il nostro cammino di uomini assetati di felicità.

Gesù ha appena ricevuto la visita dirompente dello Spirito nel Battesimo, riconoscendosi Figlio amato dal Padre. E lo Spirito diviene la sua consapevole guida, il suo compagno di discernimento, la sua forza trascinante. Come aveva fatto Dio con il ragazzo Geremia, ora è lo Spirito a fare violenza su Gesù e a sedurlo per quella missione che è la sua vocazione: vivere da Figlio ogni istante della propria esistenza, in ogni luogo e in ogni situazione. E Gesù ha deciso di lasciarsi sedurre e guidare!

Sospinto così dallo Spirito, dalla Carità che urge risposta e abbandono, Gesù è letteralmente trasportato nel deserto, luogo dell’esodo, spazio del silenzio, solitudine dell’incontro. È la nuova Alleanza che si prepara con lo stesso itinerario di spogliazione e di progressiva integrazione di Israele, che da un groviglio di tribù e di marmaglia si va lentamente trasformando in popolo. Così fa il Padre con il Figlio, così fa lo Spirito con chi si lascia modellare e raccogliere: unifica, integra, armonizza, senza perdere la sconcertante bellezza degli opposti che si contrappongono e si richiamano.

Ed è proprio laddove prevale lo Spirito e dove la Carità penetra i meandri della persona, i suoi tempi e i suoi spazi, persino la sua carne – gli evangelisti dicono che Gesù, dopo quaranta giorni, ha fame, come Israele in cammino -, che Satana si fa sentire più insidioso e bruciante. Laddove è più profonda e appassionata la relazione con l’Uno e Trino, allora si scatena più violenta la tentazione del Maligno. I padri della Chiesa lo capirono ben presto, proprio alla scuola del deserto.

Ma il deserto è soprattutto nell’anima. Chi ha il coraggio di fermarsi per visitarla, per dimorare in essa, chi accetta di stare con se stesso senza sfuggire alla propria frantumazione interiore, scopre da un lato, come mistero insondabile che ci precede, la Presenza della Trinità in lui. Ma subito si riconosce tanto fragile da sperimentare come tentazione anche il più piccolo sotterfugio dell’Avversario: una critica che sfugge alle labbra, un gesto di insofferenza motivato dalla stanchezza, un moto di pigrizia sottile o una banale rivendicazione possono scatenare dolorosissimi pensieri di indegnità e di ingratitudine.

L’uomo che cammina tra le dune del proprio deserto percepisce sempre più di essere soltanto creatura infinitamente piccola e fragile, senza la presenza dell’Amato Figlio, che lì l’ha preceduto. Perché in noi abitano le bestie più selvatiche, e se all’inizio del cammino interiore esse appaiono così voraci ma anche così facilmente identificabili, più si va avanti e più si fanno astute, come il serpente. Sono i nostri istinti, le nostre pulsioni, che tuttavia sono volute da Dio, e da Lui donate per renderci vivi. Ecco allora che, a contatto con gli angeli, con la dimensione trascendente del nostro io, con quell’intima tensione ad andare oltre e a non accontentarci della nostra miseria, possiamo scoprire che le forze passionali racchiuse nella nostra carne e nella nostra mente sono una indicibile risorsa di vita. Gesù non caccia le bestie: caccia soltanto – e decisamente – Satana. Con le fiere Egli sta, perché in Lui, nella sua santa umanità, le bestie convivono armoniosamente accanto agli angeli.

Così ci vuole Dio. Non scissi e spaccati, rifiutando quella parte di noi che ci crea disagio, perché identificata con la debolezza e automaticamente relegata alla dimensione della bestialità. Se rifiutiamo la realtà passionale del nostro essere, la consegniamo al dominio di Satana.

Dio ci vuole invece unificati. Ma è solo opera paziente e certosina dello Spirito, questo lavorio di deserto che integra nell’armonia gli opposti. E ci rende più umani, come Gesù, che è ‘più’ Dio essendo ‘più’ uomo, uomo perfetto. Senza quest’opera di fedele e quotidiano affidamento all’agire divino in noi, anche i pensieri angelici divengono luogo di tentazione, rischio di vanagloria, sottile auto centramento ben gradito a Satana.

Il segno più evidente e paradossale di questo cantiere aperto, di questi ‘lavori in corso’ è l’apertura missionaria ed evangelizzatrice. Sostenuto nell’armonia degli opposti, dentro la contraddizione della vita segnata da un evento tragico come l’arresto di Giovanni, Gesù esce da se stesso e dalla solitudine per annunciare la Buona Notizia. Così per noi: è l’urgenza all’annuncio e all’amore verso i fratelli la cartina di tornasole dell’agire dello Spirito in noi. Perché se al deserto davvero ci sospinge lo Spirito, la sua forza travolgente trabocca fino a farci tornare ancora più appassionati a testimoniare il Regno e il suo compimento nel mondo.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

I MAGI, CERCATORI DI DIO

Mt 2, 1-12 – Solennità dell’Epifania di nostro Signore

Commento per lavoratori cristiani

Il cammino dei Magi, venuti dall’oriente, simbolo di tutte le nazioni presenti sulla terra, è da sempre immagine del cammino di ogni uomo che cerca sinceramente Dio. Sono uomini sapienti, desiderosi di scoprire la profondità del senso della vita, abituati a scrutare i misteri del cielo e della terra. Richiamano anche noi alla sapienza del cuore, alla cura di quell’atteggiamento fondamentale per la vita che ci spinge ad andare oltre le apparenze, a non accontentarci del superficiale, a penetrare in profondità la presenza di un Oltre in ogni piccola cosa che viviamo.

I Magi sono immagine del nostro cammino di scoperta della nostra vocazione, del meraviglioso progetto d’amore intessuto da Dio nella nostra storia personale. In qualche modo, sono l’esempio di chi sa di non essere mai arrivato: sono uomini spirituali, poiché mantengono uno spirito in ricerca e desideroso di crescere per tutta la vita.

Il discernimento, dunque, sembra proprio essere il loro stile di vita. La formazione ricevuta – e sicuramente è stata tanta! – non si è ridotta a essere un pacchetto assunto e incamerato una volta per sempre. La formazione degli uomini e delle donne di Dio, infatti, è sempre con-formazione a Colui che chiama e seduce. E la vocazione a essere ‘di Dio’ è per ogni uomo e donna nati su questa terra!

Anche i Magi si sono sentiti chiamare, prima senza comprendere bene, poi con sempre maggior chiarezza: la stella, segno della presenza di Dio, ha lasciato il posto all’incontro personalissimo con Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo.

Siamo così invitati anche noi a verificare come viviamo il nostro processo di formazione umana, spirituale, religiosa. Essere cristiani significa donarsi totalmente giorno per giorno, senza mezze misure. Con-formarsi a Colui che ci ha fatti suoi vuol dire darGli tutto, senza trattenere nulla per noi, perché tutto da Lui abbiamo ricevuto.

I Magi ci fanno ancora una volta da specchio evangelico. Essi infatti viaggiano portando dei doni, che poi lasciano davanti al piccolo Gesù. La tradizione li ha riconosciuti come omaggi alla divinità e alla regalità del Figlio di Dio, come annuncio della sua Passione. Noi vogliamo coglierli come un’offerta di se stessi e dei popoli da cui provengono e a cui torneranno come evangelizzatori.

L’oro, infatti, può indicare tutto il bene che essi hanno compiuto nella loro vita: i moti di bontà, le opere di misericordia, i gesti di servizio. L’oro è la dignità della persona, di ogni persona, che si manifesta in atteggiamenti e scelte di diaconia verso i fratelli. È la bellezza più evidente dell’essere umano, che i Magi porgono a Gesù, in segno di gratitudine, perché sanno di avere ricevuto tutto da Dio.

L’incenso è l’intimo desiderio di andare oltre, la nostalgia di infinito che abita i loro cuori, la spinta alla trascendenza che li muove. In fondo, si sono messi in cammino per questo, per dissetare la loro sete di Dio. Così è l’uomo: l’unica creatura al mondo capace di relazione con Dio! La preghiera, il silenzio della meditazione, la celebrazione della vita, che per noi cristiani diventa liturgia, sono elementi indispensabili per essere veramente uomini. Esigono la capacità di fermarsi e di ascoltare se stessi, e la voce di Dio in noi. I Magi porgono a Gesù anche questa vita interiore, di cui sono umilmente riconoscenti.

E infine la mirra. Unguento destinato ai defunti, essa è simbolo di tutte le sofferenze e i dolori dell’uomo e della donna, di ogni popolo. L’esperienza della fragilità è parte costitutiva dell’essere creatura,e per i figli dell’uomo è necessario percorrere un itinerario che aiuti a riconciliarsi con la propria debolezza. Quanta paura ci fa la morte, di cui ogni contatto con la vulnerabilità è annuncio! I Magi offrono a Gesù anche la loro piccolezza, perché sanno che solo in Dio essa trova senso: nella nostra miseria, siamo invitati ad alzare lo sguardo per contemplare l’infinita misericordia di Dio, e sarà Lui che trasformerà la nostra povertà in umiltà.

Nella carovana dei Magi siamo anche noi. Facendo il punto del cammino, siamo invitati a riflettere e a condividere la nostra bellezza, il nostro rapporto con Dio, la nostra fragilità. Quanto più scopriamo chi siamo e ci riconosciamo in queste dimensioni del nostro esistere, tanto più siamo capaci di condividerle per trasformare i nostri incontri in fraternità. Solo la relazione autentica, infatti, svela e guarisce, scava e accoglie, libera e fa crescere.

 

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

IL TALENTO DELLA FIGLIOLANZA

Mt 25, 14-30 – XXXIII domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

Tutti abbiamo dei doni, delle capacità, delle doti naturali. Chi più, chi meno: questo è certo. Succede anche che le vicende della vita condizionino la possibilità di mettere a frutto tali qualità, oppure che addirittura le elimino del tutto. Si pensi a un incidente che immobilizza la persona su un letto di ospedale, o a una grave malattia mentale.

Tutti, quindi, abbiamo dei doni, ma se si misura la dignità della persona a partire da essi, effettivamente ci ritroviamo – come spesso accade nella storia – a generare categorie di valore, caste, scale di misura diverse. Sembrerebbe che, fra le persone, c’è chi vale di più e chi vale di meno.

Il Vangelo di oggi, invece, ci parla di talenti. Sono dati, idealmente, a tutti i servi del padrone, cioè ad ogni uomo e donna del mondo, di cui la parabola raccontata da Gesù è icona. Ogni persona venuta al mondo riceve almeno un talento; alcuni ne ricevono di più, proprio ‘secondo le capacità di ciascuno’ (25,14) . Non sono le capacità il dettaglio principale, ma il talento. Il talento ci viene consegnato personalmente e senza distinzione, e questo talento non ci appartiene, ma è del padrone, che ce ne chiederà conto.

Prima di notare il diverso atteggiamento dei servi della parabola, è opportuno soffermarsi un attimo ancora sul talento. In generale, come patrimonio prezioso consegnato dal padrone ai servi, ogni talento indica qualcosa di soprannaturale, di divino. E viene spontaneo pensare che abbia molto a che vedere con quella parte di eredità che il Padre suddivise fra i suoi due figli (cfr. Lc 15, 12). I talenti sono doni che vengono dal Cielo. Ce ne sono tanti, e forse non abbiamo piena coscienza di quanto siano importanti: ce ne accorgiamo quando mancano. Basti pensare alla fede, al Vangelo, alla capacità di perdono.

Ma qual è il talento che è davvero dato a tutti e che tutti possono trafficare? Se ricordiamo il volto sfigurato del Padre misericordioso, trasformato dai figli in un padrone severo, o se intravediamo l’amara ironia nascosta nella risposta del signore della nostra parabola al servo ‘malvagio e infingardo’ (26, 25), cogliamo il talento dato a tutti: è la grazia della figliolanza!

Siamo figli di Dio, ‘e lo siamo realmente’ (1Gv 3,1), grida Giovanni, uno che le parabole le ha ascoltate dal vivo. Siamo figli in virtù del battesimo, del dono dello Spirito Santo. La figliolanza divina dice la nostra identità profonda, ciò che siamo più intimamente, ciò che nessuna vicenda o condizione al mondo può rubarci. Anche prigioniero, san Paolo vive la libertà dei figli di Dio (cfr. Ef 4,1). E nel talento della figliolanza troviamo l’appoggio, il sostegno, il motore, la forza per vivere in pienezza la nostra vita, per scoprire e far crescere il germe della bellezza che ci fa felici.

Se questo è vero, trafficare la figliolanza significa condividerne la verità, raccontarla e comunicarla. Nel riconoscermi figlio, mi comporto da fratello con chiunque ho accanto. Ecco perché il talento si può moltiplicare, come il pane buono distribuito da Gesù a tutti. Ecco perché l’obiezione di chi non vede per tutti il dono di essere figli, in quanto molti non hanno ricevuto il battesimo, è in realtà un appello a trafficare il talento. Riconoscere che non tutti gli uomini e le donne della terra hanno ancora ricevuto il dono dello Spirito Santo significa riscoprire nuovamente l’urgenza missionaria della Chiesa, casa dei ‘talentuosi’, non perché bravi e meritevoli, ma perché graziati dalla misericordia preveniente del Padre.

C’è dunque un rischio enorme, raffigurato nella parabola dall’atteggiamento del servo che nasconde il talento: è il pericolo di avere paura della propria bellezza! Proprio così: scoprirsi figli è fonte inesauribile di gioia, ma è anche appello alla responsabilità e sfida ad un cammino a volte incerto e faticoso, che a tratti ci fa camminare ad altezze da vertigine. Si può scivolare nella tentazione di accomodarsi e di sminuire il valore di quanto abbiamo ricevuto gratuitamente: far finta che sia indifferente essere o non essere figli, essere o non essere cristiani, essere o non essere innamorati di Gesù.

Forse è la condizione più drammatica e pericolosa, l’unica che realmente comporta l’essere esclusi dal Regno! E forse per questo Gesù ha voluto venire e rendersi solidale proprio con coloro che si nascondono, con coloro che rifiutano… perché Dio vuole davvero salvare tutti, e non si stanca di dare nuove opportunità per incontrarlo, non esaurisce la sua fantasia di amore!

Così il Figlio non ha considerato il suo talento come un tesoro da preservare per sé, ma si è fatto uomo, assumendo la condizione di servo, e ha nascosto la sua figliolanza divina nella fragilità della carne umana. Lui che è l’eredità e l’erede insieme, si è mescolato con la terra (humus), essendo umile e obbediente fino alla morte, e alla morte di croce. E il suo talento di Figlio è stato sepolto, per poter raggiungere negli inferi anche coloro che non si lasciano amare come figli, per tendere la mano di Fratello maggiore anche a coloro che rifiutano la grazia di essere famigliari di Dio, per abbracciare nuovamente chi é scappato di casa a sperperare i propri doni. Per questo il Padre lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome: nome condiviso con tutti noi, cristiani perché figli e fratelli; nome che siamo inviati a portare con Lui e a diffondere nel mondo come unica via di salvezza per tutti (cfr. Fil 2, 5-11).

In questo mistero di totale abbassamento, contempliamo stupiti la gratuità che vi è racchiusa. Dio desidera che nessuno sia escluso dal banchetto definitivo. Nella sua umiltà, corre il rischio e ci dona il talento più prezioso sapendo che potremmo rifiutarlo. Ma a chi accoglie la grazia di essere figlio, in eterno avrà moltiplicata la gioia. Gioia di altri talenti, ma soprattutto gioia di tanti fratelli.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

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