Articoli filtrati per data: Febbraio 2018


Mc 1, 12-15 – I domenica di Quaresima B

Commento per lavoratori cristiani

 

Nel libro di Giobbe, parabola coraggiosa che affronta le dure domande di senso di fronte al dramma della morte e del male, si racconta di un Dio seduto nel cielo e attorniato dalla sua corte celeste. Accanto a Lui vi sono i ‘figli di Dio’, riconoscibili negli angeli, e fra di loro si insinua Satana, che vuole mettere in difficoltà l’uomo, creatura amata da Dio. Girando per la terra ha visto infatti la fedeltà di Giobbe, credente di fede integerrima, e si appresta a tentare la sua fiducia nella misericordia infinita del Signore.

Nel vangelo di Marco, accade qualcosa di inaudito. La corte celeste si sposta, e con Gesù viene letteralmente ‘gettata’ nel deserto. Non è più soltanto Satana a scendere sulla terra, ma è Dio stesso, nel suo Figlio incarnato, che ‘inventa’ una nuova location per esercitare la Sua sovranità. Il Re, battezzato fra i peccatori di Israele, sceglie di fermarsi e percorrere con loro la dura via dell’esodo.

Nel deserto dell’umanità si incontrano le tensioni selvagge e animali, che troppo spesso vediamo risaltare nelle prime pagine dei giornali. Quali tratti bestiali emergono dai comportamenti e dagli atteggiamenti degli uomini, quando essi cedono alle tentazioni di Satana, che si insinua a sollecitare le crepe della nostra istintualità e del nostro razionalismo egocentrico!

Ma ora Gesù ha scelto di fare sua questa natura creata, perché fosse vinta la menzogna del Tentatore. Non è più soltanto la volonterosa pazienza dell’uomo virtuoso, come Giobbe, a contrastare l’agire dell’Accusatore. Una nuova forza impregna la carne umana, nell’agire dello Spirito che consegna al Figlio una certezza: ‘Tu sei l’Amato, il Prediletto’. Dunque non sei solo. E soprattutto è iscritta in te, proprio in quel corpo umano di cui ti sei fatto carico, la verità di una identità divina, di una tensione alla Vita piena, di una bellezza che trascende i grani della polvere.

La battaglia nel deserto è vinta perché Dio rimane nell’uomo e all’uomo propone di rimanere in Lui. Non si tratta di annullare o di sfuggire ai segni della propria limitatezza e a quanto ci rende famigliari alle altre creature della terra. Gli impulsi e gli affetti, le tensioni e le contraddizioni del cuore, i travagli della carne debole, perfino la nostra mortalità non sono necessariamente residenza consegnata al Maligno. Divengono piuttosto appello e invocazione, dunque opportunità, per lasciare agli angeli, messaggeri e abitanti della corte celeste, di aprire il varco al Re e spalancarGli la porta d’accesso in noi. Gesù si stabilisce nel deserto del nostro animo, sede di paradossi e di contraddizioni, ma stanza tanto cara nella quale Egli si specchia, ritrovandovi il Suo volto, lì impresso fin dalla creazione del mondo.

La corte celeste, con il Suo sovrano, è dunque scesa in terra fra noi, per rimanervi tanto quanto anche noi non rinunciamo a intraprendere con Lui l’itinerario dell’esodo. Non c’è bisogno di oltrepassare oceani o mari, quanto piuttosto si tratta di volgere il nostro volto al fratello, proprio nel momento in cui la storia – come capita per Giovanni, il Battista – ci propone la sua sofferenza e ci sollecita con il suo dramma. Stare in contatto con la propria ambiguità, per riconoscervi la possibilità di una intima armonia con il Signore, è allo stesso tempo scegliere di volgere lo sguardo alle ambivalenze dei popoli, per farsi in esse portavoci dell’annuncio di speranza scoperto in noi: anche tu sei Figlio prediletto e creatura destinata al Cielo!

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in Lavoro
Domenica, 11 Febbraio 2018 13:40

UN RITORNO ALLA SEMPLICITÀ

Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace. (Gal 5,22)

Nel testo, in cui troviamo il versetto della Parola dell'Impegno di Vita di questo mese, San Paolo ci descrive la differenza tra “vivere secondo la Legge” e "vivere secondo lo Spirito”. Se viviamo motivati solo dalla legge, siamo soggetti all'imposizione e diventiamo in qualche modo schiavi della legge, mentre se nel nostro agire siamo mossi dallo Spirito diamo testimonianza della gratuità e della libertà dell'amore. L'apostolo Paolo ci ricorda che Cristo ci ha liberati per la stessa libertà (Gal 5,1). Lui ci ha inviato lo Spirito perché potessimo vivere secondo lo Spirito. Il cristiano, infatti, è colui che attraverso la fede accoglie l'azione dello Spirito e la comunica agli altri attraverso l'amore. L'amore poi ci fa agire con gratuità e libertà.

San Paolo menziona anche altri effetti dello Spirito in noi: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22), per indicarci che la libertà che ci dà lo Spirito ci porta a vivere una vita tutta intera sotto la sua influenza. Don Ottorino ci parla di "santificazione del quotidiano", cioè di una spiritualità che si vive nella semplicità della vita di ogni giorno, senza pensare a cose straordinarie.

Se ci sforziamo di vivere una spiritualità del quotidiano, essa mette in marcia l'amore, che è la più pura espressione della gratuità che nasce dallo Spirito. E dall'amore nascono le opere, quelle che si concentrano nell'amore fraterno. La spiritualità, pertanto, attiva l'amore ed è attivata dall'amore. L'amore è l’orizzonte per la libertà del cristiano e per il suo agire. L'amore è la fonte della sua gioia e della sua pace. Solo amando il cristiano si realizza, solo amando conquista la vera gioia e la vera pace. Per questo l'amore è il primo frutto dello Spirito, secondo San Paolo, perché lo Spirito ci dà le virtù del Figlio di Dio Gesù, modello di vita e di pratica dell'amore nella libertà.

La "vita secondo la legge" si colloca nella sfera dell’istinto, perché si basa su cose esterne. Il dinamismo della "vita secondo lo Spirito" è interiore, è più esigente della legge, ma è permanente, duraturo e intoccabile; non si lascia ingannare dagli istinti e neppure dai propri interessi. È un dinamismo liberante, capace di farci gioire profondamente, dice Papa Francesco. Il Signore ci aiuti a vivere la vita secondo lo Spirito, in modo che nella libertà dell’amore possiamo realizzare il sogno di Dio per la nostra Famiglia. 

 

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di Vita di questo mese?

 

Gustare le piccole cose, ringraziare delle possibilità che offre la vita senza attaccarci a ciò che abbiamo né rattristarci per ciò che non possediamo. Scoprire la presenza dello Spirito, lasciarci riempire dalla sua gioia.

Pubblicato in Impegno di Vita
Domenica, 11 Febbraio 2018 13:27

LASCIARSI TOCCARE PER IMPARARE A TOCCARE

Mc 1, 40-45 – VI domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Un volto sfigurato, delle vesti strappate, un grido angosciato che mescola paura a speranza: ‘Se vuoi, puoi sanarmi!’. L’incontro con il lebbroso, per Gesù, è preludio della Sua passione. Nell’uomo drammaticamente ferito nel corpo e nello spirito, straziato dal male che segrega e deforma l’immagine di sé, Dio riconosce il proprio figlio bisognoso del Suo grembo misericordioso.

Oggi la Parola riassume in appena 6 versetti tutto il mistero della redenzione. Ascoltando la voce dell’umanità oppressa, come un tempo nei campi di lavoro d’Egitto, l’orecchio e il cuore di Dio si struggono di compassione, e le viscere materne del Padre si muovono attraverso le mani del Figlio per immischiarsi con la sorte della sua creatura amata. Gesù tende le dita, che hanno plasmato le stelle, per rinnovare la meraviglia del Principio, e crea di nuovo, questa volta assumendo su di sé le conseguenze del peccato che ha stravolto la bellezza delle origini. Gesù tocca, e toccare, se da una parte è dare, è sempre e comunque anche ricevere. Dio, in Lui, dona gratuitamente la salvezza che l’uomo lebbroso ha invocato, e allo stesso tempo si impregna dell’impurità, secondo la Legge promulgata sul Sinai. Gesù diventa maledizione, perché si compia la promessa della benedizione!

Il prodigioso scambio avviene: la gloria dell’Altissimo attraversa di nuovo ogni fibra della carne e dell’anima dell’uomo, mentre la sua miseria diviene debolezza nel corpo donato dell’Onnipotente incarnato. La lebbra del peccato è vinta, ma lascia le sue tracce sul Corpo di Dio. Sarà il corpo crocifisso e poi risorto a portare con sé le piaghe per sempre, indicando così che nell’eternità mai più potrà avvenire che il Maligno insidi la vulnerabilità della creatura. E intanto questo Dio, che desidera ardentemente evitare di essere frainteso dai nostri proclami stonati, che sogna di non essere più confuso con una genia di imbroglioni che camuffano la fede di magia e superstizione… questo Dio patisce l’esclusione e l’emarginazione al posto nostro.

Egli, che ha spinto lontano da sé l’uomo per educarlo alla libertà più autentica – come una madre che insegna al proprio bambino a camminare, rinunciando a sorreggerlo ogni istante –, è stato a sua volta cacciato fuori dalla città, a migrare nelle periferie, habitat naturale degli scarti dell’umanità. È lì, fuori dalle mura di Gerusalemme, che resterà appeso per amore, ma che per lo stesso amore scardinerà definitivamente i sigilli della morte. Ed è lì, dove cedono i legami della Legge e si superano i confini che trattengono la relazione, che possiamo incontrarlo anche noi oggi.

Fuori dalle piazze della visibilità e dell’esibizionismo, nel nascondimento e nell’ordinarietà della via, si compie ancora la kenosis di Dio. Possiamo conoscerlo davvero, a patto che scegliamo di lasciarci toccare e di toccare a nostra volta. In un certo senso, c’è bisogno di permettere all’altro di contaminarci di tutto se stesso, perché inizi veramente a svelarsi a noi il volto di Gesù, vero Dio fatto uomo, anzi, fatto scarto di umanità.

Nessuno, dunque, osi parlare di Dio, o presumere di conoscerlo, se non si è ancora sporcato le mani sfiorando la carne e l’anima lacerata di un povero. Nessuno pretenda di riconoscerne la voce o di individuarne i tratti, se non ha ancora scelto di uscire dalle cornici delle proprie convinzioni e dei propri pregiudizi per guardare negli occhi e patire con i disperati che gridano cercando accoglienza e comprensione.

Sia allora una rinnovata occasione per decidere di scendere gli abissi dell’umanità sfigurata questa Quaresima che si avvicina, e che non si stanca di porci di fronte alla passione di un Dio tanto innamorato della Sua creatura da farsi contagiare della sua sofferenza e della sua mortalità, per restituirle la gioia di scoprirsi, invece, chiamata a vivere per sempre.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Pubblicato in Lavoro
Go to top