Articoli filtrati per data: Luglio 2017

GAETANA STERNI (1827-1889)

Dio fu «l'unico sposo dell'anima sua»

 

Gaetana Sterni (1827- 1889) nacque a Cassola e morì a Bassano del Grappa.
La sua vita fu segnata dalla tenacia di compiere la volontà di Dio nonostante esperienze dolorose.

A 16 anni accettò di sposare un vedovo e padre di tre figli, che dopo otto mesi di matrimonio si ammalò e morì. Cinque mesi dopo diede alla luce un figlio, che visse solo due giorni.
Iniziarono per Gaetana anni di amara vedovanza: incomprensioni, sospetti, calunnie da parte dei fratelli del marito; finì cacciata di casa come una ladra. Gaetana, rientrata nella casa materna, pregò assiduamente perché Dio le facesse conoscere lo sposo scelto per lei
ma, proprio nella preghiera, percepì che Dio doveva essere ”l'unico sposo dell'anima sua”. A 20 anni, Gaetana entrò come postulante dalle Canossiane di Bassano.

Dopo cinque mesi dovette lasciare il convento per la morte della madre e assumersi la responsabilità dei fratelli minori rimasti orfani. Per cinque anni lottò con ogni sorta di difficoltà. Nonostante tutto, riuscì a vivere “da religiosa in famiglia”. Si dedicò al servizio dei poveri. Gaetana Sterni attribuì alla sola Provvidenza la nascita della sua Congregazione delle suore della Divina Volontà che avvenne nel 1865. Fu proclamata beata nel 2001.

  

OTTORINO ZANON (1915-1972)

«Il mio ideale: conoscere e far conoscere Gesù»

 

Ottorino Zanon (1915-1972) nacque a Vicenza. Rimase vittima di un incidente stradale mentre stava andando con un confratello a visionare un macchinario per la duplicazione
di filmati catechistici. Fu presbitero diocesano (entrò in seminario nel 1927) e fondatore nel 1961 della Congregazione Pia Società San Gaetano. Uomo e prete di grande fede e
semplicità: «Bisogna avere un grande ideale per il quale essere pronti a tutto ... Per me fu conoscere e amare Gesù, farlo conoscere e amare», sosteneva don Ottorino.

Convinto che il lavoro e la scuola potevano dare una prospettiva ai ragazzi e riscattarli dal bighellonare nella strada, don Ottorino "raccolse" dalla zona di Saviabona una ventina di ragazzi, colpito dalla povertà nella quale vivevano tante famiglie nella zona denominata "le baracche', per dedicarsi con loro a modesti lavori di meccanica e tipografia, segnando così le origini del Centro di formazione San Gaetano che oggi conta circa 700 allievi. Vent'anni prima che ne parlasse il Concilio Vaticano Il, don Ottorino ebbe l'intuizione e si prodigò per ripristinare nella Chiesa il diaconato permanente.
Don Ottorino Zanon è stato proclamato venerabile nel 2015.

 

Alla relazione di don Giandomenico "Chiamati alla santità: per una misura alta e praticabile dell'esperienza cristiana" è seguita una fitta rete di interventi. L'invito era a fare una specie di laboratorio di ricerca insieme, a partire da quanto si era ascoltato ed era emerso nel cuore e nella mente di ciascuno fino a quel momento. Gli interventi si sono susseguiti numerosi e pieni di vita concreta. Si respirava veramente un clima di santità sostanziata di unità nella carità. Le sorelle e i fratelli che avevamo voluto ricordare per la loro santità certamente in cielo avevano fatto la loro parte di intercessione perché potessimo vivere questo incontro sulla santità vivendolo innanzitutto come un evento di santità per noi. E questo si era realizzato e si percepiva dalla gioia che sentivamo. Gioia che sarà stata ancor più grande tra loro in paradiso.

Ci siamo ripromessi di raccogliere la relazione e gli interventi in un fascicolo che vorremmo mettere a disposizione. Mentre don Giandomenico si è affrettato a dire che dovremmo ripetere ogni anno un incontro come questo.

 

don Luciano Bertelli

Pubblicato in Vocazioni

NON SIAMO SOLI NELLE DIFFICOLTÀ

Nel nostro gruppo dell'Impegno di Vita ci sono stati dei momenti di condivisione molto profondi. Ognuno ha portato qualcosa di diverso e condividerlo con gli altri è stato un dono prezioso.

La difficolta di mantenere vivo lo Spirito nell'ambiente di lavoro, è percepita da più persone nel nostro gruppetto e il comunicarcelo ha allegerito la fatica di manifestare la fede a chi ci è vicino.

Invocando Dio che ci aiuti a mantenere vivo lo Spirito quando siamo tra i nostri colleghi di lavoro, qualcuno ha ricordato come spesso dimentichiamo che il Signore ha messo al nostro fianco l'angelo custode da Lui voluto. Durante questo Impegno di Vita ci siamo pertanto soffermati su questo grande amico pronto ad intervenire ogni volta che lo invochiamo.

Daniela e Fabio (Vicenza)

 

ANDARE IN PROFONDITÀ

L’impegno di vita di questo mese, vissuto dopo l’incontro a Vicenza degli animatori dei gruppi dell’IdV, ci ha fatto sperimentare l’importanza di condividere proprio come si fa in famiglia, ciò che lo Spirito ci aiuta a cogliere.

Non spegnere lo Spirito significa sentirsi responsabili della Famiglia, andare in profondità, sentirsi maggiormente coinvolti anche se la mancanza dei religiosi porta meno confronto, ci sono meno opportunità di incontri di Famiglia.

Ciò non toglie che siamo consapevoli che proprio ora siamo chiamati a vivere lo Spirito della Famiglia e farlo respirare, donarlo ai fratelli che vengono in contatto con noi, dovunque operiamo: con i familiari, gli amici, i fratelli nella fede, nell’ambiente di lavoro.

Vivere e operare per Gesù ci deve aiutare a mantenerci uniti e perseveranti. Vivere l’impegno di vita ci aiuta a non spegnere la luce che i religiosi ci hanno aiutato ad accendere parlandoci e mostrandoci come vivere con Cristo nel cuore, con Cristo nella Famiglia, con Cristo nel lavoro e con Cristo nella comunità.

Abbiamo bisogno della luce dell’impegno di vita per continuare ad essere quella fiammella disposta a donare luce nel buio.

Che Dio non ci faccia mancare mai la sua Grazia per essere come Lui ci vuole.

Maria Teresa Nebioso

Pubblicato in Famiglia

EUROSIA BARBAN (1866-1932)

Fu donna generosa, semplice e di grande fede

Eurosia Barban (1866-1932), detta "Mamma Rosa': nacque a Quinto Vicentino e morì a Marola, dove visse e si distinse come sposa, mamma e catechista premurosa. Condusse la 

sua adolescenza e giovinezza nella preghiera, nel lavoro, nella semplicità e insegnò il catechismo nella parrocchia di Marola. Nel 1885, quando Rosina aveva 19 anni, accadde una disgrazia nella casa dei suoi vicini: una giovane sposa morì di un male incurabile, lasciando vedovo Carlo Barban di 23 anni, con due figliolette. Una situazione tragica che colpì profondamente la giovane Rosina, che accettò di accudire la casa come domestica.
La sua opera continuò per sei mesi, poi dietro richiesta del giovane vedovo, seguendo il consiglio dei parenti e del parroco, accettò di sposarlo; vide in questo matrimonio la volontà di Dio.
Eurosia confidò sempre nell'aiuto di Dio. Ebbe sette figli propri; a loro si aggiunsero altri tre orfani di una nipote. Rosa era molto generosa: faceva da balia spesso a bambini le cui madri non potevano allattarli, persuase spesso il marito ad alloggiare i pastori o i pellegrini di passaggio. Alcuni figli scelsero il sacerdozio e la vita religiosa. Mamma Rosa fu donna semplice di grande fede, è stata beatificata il 6 novembre 200S a Vicenza.

 

GIOVANNA MENEGHINI (1868-1918)

Si dedicò alla promozione della donna

Giovanna Meneghini (1868-1918) nacque a Bolzano Vicentino da poveri pastori e morì a Breganze dove fondò la famiglia delle suore Orsoline del Sacro Cuore di Maria nel giorno di Epifania del 1907, ottenendo l'approvazione canonica in Congregazione religiosa
nel 1913. Madre Giovanna si dedicò alla promozione e all'apostolato a favore della donna, con coraggio delicato e fermo, in un'epoca in cui la condizione femminile era obiettivo di pregiudizi.
Lavorò nel laboratorio femminile di paramenti sacri dell'azienda dei monsignori Scotton di Breganze, e come aiuto nell'ufficio spedizioni de "La Riscossa'; periodico d'intransigenza cattolica contro il modernismo, che era diretto e stampato dagli stessi Scotton.
Con questa attività ebbe l'opportunità di conoscere le giovani operaie delle quali divenne animatrice e guida spirituale.
Giovanna Meneghini dimostrò la capacità di riscattare la realtà femminile con i fatti concreti. Suscitò infatti intorno a sé, nell'ambiente popolare, la consapevolezza delle vere esigenze della femminilità e dimostrò la capacità di assicurarsi, anche nell'obbedienza e nella dipendenza, uno spazio di giusta autonomia, senza mai ricorrere a gesti di rottura. Il 24 giugno 2017 sarà proclamata venerabile.

SANTITÀ: MISURA ALTA E QUOTIDIANA DELLA VITA CRISTIANA

Pur nella bellezza del moltiplicarsi di esperienze di spiritualità, di movimenti impegnati, di proposte forti con scelte anche radicali, ritengo che la sfida posta oggi dalla santità sia racchiusa anzitutto nella possibile significatività di un profilo ordinario e comune di vita cristiana.

L'equivoco più grande avviene quando si percepisce la vita concreta come un ostacolo a essere cristiani, quasi una sorta di impossibilità a praticare il vangelo. Sotto sotto molti di noi dicono a se stessi: "Se non avessi gli impegni familiari, il lavoro che mi occupa e preoccupa, i soldi da gestire, gli affanni di ogni giorno ... sarei un bravo cristiano, potrei dedicarmi alla preghiera, avrei tempo per andare in chiesa, per leggere il vangelo, per pensare agli altri. Purtroppo devo vivere e vivere in questo nostro tempo!".

La misura alta della vita cristiana corrisponde alla misura significativa di ogni vita, chiamata a essere vissuta da ciascuno in modo che possa fiorire di senso per sé e per gli altri. E quando tenere alta questa misura che chiede di andare contro corrente, non è per fare gli eroi, ma per essere donne e uomini fino in fondo e mostrare a tutti che non solo è possibile - dato che lo Spirito abilita a farlo - ma bello e sensato.

don Dario Vivian

teologo

 

BERTILLA ANTONIAZZI (1944-1964)

«La mia vocazione è di fare l'ammalata»

Bertilla Antoniazzi (1944-1964) nacque a San Pietro Mussolino e morì a Vicenza.

La sua vita fu segnata da uno stato di malattia permanente accettato e affrontato con fede profonda. Colpita da un'endocardite reumatica all'età di otto anni, Bertilla Antoniazzi fu costretta a numerosi ricoveri in ospedale San Bortolo, alternati a periodi di riposo a casa.
Maturò un intenso spirito di preghiera d'intercessione, cercando di offrire ogni momento della sua vita come un atto di amore per Dio.

Iscritta all'Azione Cattolica, all'Unitalsi e al Centro Volontari della Sofferenza, capì che il suo posto nella Chiesa era quello di vivere cristianamente la sua condizione di ammalata. «La mia vocazione è di fare l'ammalata e non ho tempo di pensare ad altre cose»: era la risposta di Bertilla a chi le chiedeva cosa volesse fare "da grande”.

Morì il 22 ottobre 1964 presso l'ospedale civile di Vicenza, lo stesso luogo dove, l’8 febbraio 2014, cinquant'anni dopo, si è aperta la fase diocesana del suo processo di beatificazione.
La fase diocesana si è svolta senza difficoltà, è durata più di un anno, e si è conclusa con la consegna degli atti alla Congregazione delle Cause dei Santi nel marzo 2015.

 

MARIA BERTILLA BOSCARDIN (1888-1922) 

L'importante è «lavorare solo per il Signore»

 

Maria Bertilla Boscardin (1888-1922) nacque a Brendola e morì a Treviso dopo aver trascorso la sua vita di religiosa nella Congregazione delle suore Dorotee, dedicandosi a malati e sofferenti. Nonostante fosse stata colpita da un tumore a soli 22 anni, continuò
con impegno il proprio lavoro, reso più faticoso dalle difficoltà e dalle tensioni della Prima Guerra Mondiale.

Mandata a Como, soffrì molto per l'incomprensione di qualche medico e superiore senza mai lamentarsi o protestare anche quando venne "retrocessa" da infermiera a donna di fatica in lavanderia.

Tornata a Treviso, riprese il suo lavoro in ospedale nonostante l'aggravarsi della malattia. Morì a 34 anni. La sua grandezza spirituale sta nell'aver cercato nella fatica, nell'umiltà, nel silenzio, un'unione con Dio sempre più profonda. In punto di morte disse alla madre superiora di raccomandare alle consorelle di «lavorare solo per il Signore, che tutto è niente, tutto è niente». Il processo di canonizzazione iniziò nel 1925 e suor Bertilla fu proclamata beata 1'8 giugno 1952 da papa Pio XII. Maria Bertilla Boscardin fu proclamata santa 1'11 maggio 1961. È ricordata il 20 ottobre. Le sue spoglie si trovano a Vicenza, nella Casa madre della sua comunità. 

Venerdì, 07 Luglio 2017 04:36

I PILASTRI CHE SOSTENGONO LA NOSTRA FAMIGLIA

RITIRO DELLA FAMIGLIA DI DON OTTORINO

Sabato 20 maggio ci siamo ritrovati con gli Amici di Don Ottorino e tutti i religiosi del Centro Italia (Sansepolcro, Firenze, Marciano della Chiana, Monterotondo) a Badicorte, un grazioso paesino vicino ad Arezzo, per il terzo ritiro della Famiglia. La chiesa immersa nel verde delle colline toscane, spoglia e semplice, ha fatto da cornice a riflessioni che ci hanno arricchito.

Un brano degli Atti Degli Apostoli ha introdotto i pilastri su cui deve poggiare una famiglia, una comunità, una sorta di regola di vita che, come religiosi e amici di Don Ottorino, siamo chiamati a vivere e testimoniare soprattutto al di fuori del nostro ambito.

La diversità vista non come un disagio ma come arricchimento che provoca dinamismo e crescita, inclusione al posto di esclusione, grandi spazi aperti al posto di muri e barriere. Il ruolo del credente, che opera come il filo di un abile sarto (Dio), che unisce senza mettersi in mostra, che ama senza porre condizioni.

Valori che danno il senso di appartenenza alla Famiglia di Don Ottorino, che ci identificano e ci uniscono spiritualmente ovunque siamo e qualunque sia il ruolo che svolgiamo.

Questa giornata ha senza dubbio rappresentato per ognuno di noi una pausa, un importante momento di riflessione e condivisione, una boccata di ossigeno che ci ha arricchiti e ci spinge, ritornando nelle nostre parrocchie, ad essere da stimolo per gli altri.

Sergio e Barbara

 

LA PAROLA AI GIOVANI: CONTENTI DI PARTECIPARE

Domenica 21 maggio abbiamo avuto l'occasione di partecipare al ritiro spirituale della Famiglia, il secondo aperto al gruppo del GADO (Giovani Amici Don Ottorino). È stato molto più vissuto del primo ritiro da parte di noi ragazzi, che seppure pochi siamo riusciti a cogliere il significato della giornata e a trarre delle nostre conclusioni grazie al dialogo. La mattinata è cominciata tutti insieme, condividendo la lettura e una breve analisi del documento "Presentarci come Famiglia". Inizialmente abbiamo tutti incontrato qualche difficoltà nella comprensione dei testi, ma durante la condivisione i religiosi che ci hanno seguito hanno saputo rispondere alle nostre domande (Don Luciano, Padre Roly, Elisabetta e Lucia). Una volta capita la tematica abbiamo subito iniziato a scambiarci le nostre idee e opinioni, pensando ad un modo giovane e originale per presentarle poi al resto dei partecipanti del ritiro. Abbiamo optato per un cartellone che riportava sottoforma di chat telefonica i nostri pensieri improvvisando una scenetta molto apprezzata. Il cartellone raffigurava un cellulare, pensato in stile ottoriniano: le applicazioni installate erano per esempio "God'sApp", per comunicare con la propria Famiglia religiosa; "Peacetweet", per diffondere messaggi di pace o "Dov'è il mio posto?", l'applicazione che sa dove ti trovi e dove dovresti essere. Abbiamo presentato il tutto come se fosse uno spot pubblicitario, riscontrando un forte e inaspettato successo. È stata una bella opportunità ascoltare anche ciò che era emerso negli altri gruppi di adulti, cogliendo il valore delle opinioni differenti, non solo perché nate da diverse persone ma anche per la differenza d'età e la modalità di presentazione. Il pranzo condiviso all'aperto nel giardino di Casa Immacolata e la messa conclusiva ci hanno fatto respirare un'aria di famiglia tipica di quella di Don Ottorino, facendoci provare l'Unità nella Diversità. Noi ragazzi speriamo di poter contribuire ancora con le nostre riflessioni, e ringraziamo tutti per il coinvolgimento e il dono del confronto.

Anna e Alessandro

Pubblicato in Famiglia

L'appuntamento si segnala prima ancora che per il contenuto, per il metodo che lo caratterizza. È infatti il risultato di un lavoro corale di più realtà della diocesi. È questo un fatto non scontato: mettersi insieme, fare rete costa sempre fatica, richiede di mettersi in gioco, di rinunciare a qualcosa per condividere assieme l'essenziale. Ma ne valeva la pena: il risultato è stato qualcosa di molto più grande e significativo di quanto si sarebbe potuto raggiungere, come si dice, arrangiandosi. Nel caso specifico la collaborazione ha consentito di evidenziare una storia corale di santità. Non è la "semplice" sommatoria del santo "di ciascuno", ma l'esplicitazione di una storia che appartiene a tutta la chiesa vicentina e di cui tutta la comunità diocesana (e non solo la singola congregazione o il singolo gruppo) deve essere grata.

Lauro Paoletto

direttore de La Voce dei Berici

 

SANTITÀ: MISURA ALTA E QUOTIDIANA DELLA VITA CRISTIANA

Pur nella bellezza del moltiplicarsi di esperienze di spiritualità, di movimenti impegnati, di proposte forti con scelte anche radicali, ritengo che la sfida posta oggi dalla santità sia racchiusa anzitutto nella possibile significatività di un profilo ordinario e comune di vita cristiana.

L'equivoco più grande avviene quando si percepisce la vita concreta come un ostacolo a essere cristiani, quasi una sorta di impossibilità a praticare il vangelo. Sotto sotto molti di noi dicono a se stessi: "Se non avessi gli impegni familiari, il lavoro che mi occupa e preoccupa, i soldi da gestire, gli affanni di ogni giorno ... sarei un bravo cristiano, potrei dedicarmi alla preghiera, avrei tempo per andare in chiesa, per leggere il vangelo, per pensare agli altri. Purtroppo devo vivere e vivere in questo nostro tempo!".

La misura alta della vita cristiana corrisponde alla misura significativa di ogni vita, chiamata a essere vissuta da ciascuno in modo che possa fiorire di senso per sé e per gli altri. E quando tenere alta questa misura che chiede di andare contro corrente, non è per fare gli eroi, ma per essere donne e uomini fino in fondo e mostrare a tutti che non solo è possibile - dato che lo Spirito abilita a farlo - ma bello e sensato.

don Dario Vivian

teologo

INCONTRO SULLA SANTITÀ

L'incontro ha avuto luogo a Vicenza nel Centro diocesano mons. Arnoldo Onisto l'11 marzo 2017 sul tema "Racconti di santità. Quale profilo della vita cristiana per il nostro tempo?". È stato proposto dalla famiglia di don Ottorino e promosso dall'ufficio di spiritualità della diocesi con la collaborazione della nostra congregazione, delle suore orsoline, dorotee, divina volontà, gruppi mamma Rosa e Bertilla Antoniazzi

 LA SANTITÀ COME UNITÀ NELLA CARITÀ

 Come ogni carisma anche quello donato da Dio a don Ottorino e a noi, il carisma dell'unità nella carità, è nella sua natura "diffusivo", cioè ha bisogno di essere continuamente donato perché non si spenga dentro di noi. Questa è la luce che ci ha guidati nell'iniziativa di proporre un incontro sulla santità per la nostra diocesi. Da subito ci è nata dentro la convinzione che la modalità stessa di preparare e fare l'incontro doveva essere segnata dall'unità nella carità, che è l'essenza della santità. Perché allora non metterci insieme con altre realtà e carismi per vivere con essi una esperienza di comunione come chiesa diocesana? Non avevamo nessuna idea predefinita, ma abbiamo cercato di lasciarci portare.

 Il tema della santità

Ci risuonava dentro una affermazione sul tema della santità nella chiesa del cappuccino P. Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, che nella predica della seconda domenica di Avvento del 2015, commentando il V Capitolo della Lumen Gentium, la costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, che parla della "universale vocazione alla santità nella Chiesa", aveva detto: "Questo appello alla santità è il più necessario e il più urgente adempimento del concilio. Senza di esso, tutti gli altri adempimenti sono o impossibili o inutili. Esso è invece quello che rischia di essere il più trascurato, dal momento che ad esigerlo e a reclamarlo è solo Dio e la coscienza e non invece pressioni o interessi di gruppi umani particolari della Chiesa. A volte si ha l’impressione che, in certi ambienti e in certe famiglie religiose, dopo il concilio, si sia messo più impegno nel “fare i santi”, che nel “farsi santi”, cioè più sforzo per portare sugli altari i propri fondatori o confratelli che per imitarne gli esempi e le virtù".

La sentivamo una affermazione molta severa per noi religiosi, detta da un religioso. Aveva comunque ragione. Il tema della santità non è abituale neanche nella vita religiosa. Non è solitamente oggetto di predicazione. È considerato appannaggio di pochi e generalmente consacrati. Neppure la teologia vi riflette molto. È dato per lo più come scontato. Perché allora non parlarne espressamente in un incontro tra religiosi, preti, diaconi, laici con l'aiuto di qualche teologo? E poi come ovviare al pericolo di cadere nella tentazione di parlare della santità dei nostri fondatori e fondatrici, senza mettere in primo piano l'impegno a farci santi noi come loro avrebbero voluto? Da qui è nata l'idea di proporre un incontro sulla santità nella nostra chiesa diocesana.

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