Articoli filtrati per data: Giugno 2017

ABBIAMO UNA GRAZIA GRANDE: QUELLA DELLA COMUNITÀ

 

Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri

Rom 12, 16

All’inizio del capitolo 12 della Lettera ai Romani san Paolo invita a un cambio di mentalità, a sostituire la logica del mondo con la logica di Cristo. Poi dà alcune regole pratiche circa la vita quotidiana dei cristiani. La lista incomincia con la virtù del vero e autentico amore (v. 9): questo amore deve dirigersi non solo verso Dio e gli altri credenti, ma anche verso coloro che stanno fuori della Chiesa e anche verso i nemici. E ci ricorda pure che non dobbiamo confinare l’amore a un sentimentalismo superficiale e vuoto; perché la presenza del vero amore ha molte conseguenze pratiche (v. 10-17): rispettare gli altri e trattarli con affetto fraterno; evitare una falsa stima di noi stessi; abituarci non solo a compatire coloro che soffrono, ma anche a rallegrarci per il successo del prossimo; contribuire a soccorrere il bisognoso, offrire generosa ospitalità e vivere in armonia con gli altri.   

Questa esortazione di san Paolo sarà la Parola, che ci aiuterà a vivere l’Impegno di Vita di questo mese: Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri.

Ricordiamo l’insistenza di don Ottorino circa il vivere nell’unità, nella carità, nella fraternità tra di noi. Ripeteva continuamente che lì risiedeva la nostra forza, nel vivere e lavorare insieme, stimandoci mutuamente, vivendo in armonia. Lo presentava come il suo sogno personale: vedere che viviamo come una gran famiglia, mettendo in comune le cose belle e anche i problemi.  Però questa vita familiare pone le sue sfide, non sempre ci trattiamo con affetto, a volte esageriamo la nostra importanza e di conseguenza stimiamo poco gli altri, ci costa rallegrarci per il successo di un nostro fratello e spesso non ci fermiamo davanti alla sua sofferenza.

Lo stesso san Paolo ci incoraggia: abbiate speranza, siate pazienti, pregate in ogni tempo. Di fronte alle sfide per vivere la grazia della comunità, di volerci bene come fratelli e sorelle, la forza ci viene da Dio: per questo dobbiamo coltivare la preghiera, l’incontro con la Parola, rinnovarci con il sacramento della Riconciliazione e alimentarci con l’Eucaristia.

Non bisogna pensare a cose grandiose. In questo testo della Lettera ai Romani (Cap. 12) ci sono varie proposte: stima per gli altri, umiltà personale, rispetto, mostrare affetto, condividere ciò che l’altro sta vivendo, non ricambiare il male, vivere in pace. E, se non sempre riusciamo a fare ciò che ci siamo proposti, sentiamoci ripetere da san Paolo: “Non lasciarti vincere dal male. Al contrario, vinci il male, facendo il bene (v. 21).

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di vita di questo mese?

Impegnarmi a fare un gesto concreto di fraternità o di servizio verso i fratelli di comunità o di gruppo, non come qualcosa di isolato, ma come un atteggiamento constante.

 

Parola di don Ottorino

Noi abbiamo una grazia grande: quella della comunità

Oltre che per il mio lavoro personale di santificazione io devo sentire il bisogno, vorrei dire anche in modo più urgente, della collaborazione fraterna quando si tratta del lavoro apostolico. Ricordate quante volte l'abbiamo detto e ripetuto: la parrocchia dovete prenderla in mano tutti, dovete lavorare tutti insieme, dovete mettere i problemi sul tappeto.(Med. 18 febbraio 1970)

Noi abbiamo una grazia grande: quella della comunità, quella di essere insieme, di non vivere da soli, ma in tre o quattro insieme. Uniti insieme ci si aiuta, ci si puntella a vicenda: questa è una grazia grande. Ho visto in giro che tanti, tanti sono soli. E invece proprio il senso di familiarità sarà quello che vi salverà. E allora insisto: continuate a progredire insieme, aumentate di giorno in giorno di più quella carità che vi stringe, perché oltre ad essere una virtù oggi gradita al Signore, questa carità sarà quella qualità che domani vi servirà nell'apostolato. È bello, è bello, figlioli. È quello che ho sognato da tanto tempo. È importante invece la parte umana, soprattutto la fraternità, questa unità, questa carità: questa, figlioli, è quella che vuole il Signore e questa è la nostra forza. Ricordatevelo!(Med. 27 ottobre 1965)

 

Pubblicato in Impegno di Vita

Carissimi,

                davanti a una cosa ovvia, scontatissima, c’è un detto popolare che suona così: “È come scoprire l’acqua calda”. È la stessa sensazione che ho provato partecipando alla giornata di studio dedicata alla Santità Vicentina.

Bertilla Antoniazzi, morta a 20 anni, un continuo entrare e uscire dall’ospedale; Maria Bertilla Boscardin, suora d’ospedale, dedita agli ammalati come migliaia di altre infermiere; Mamma Rosa, sposa e madre di 7 figli, di umili condizioni familiari; Giovanna Meneghini operaia che si guadagnava la vita con il lavoro delle proprie mani; Gaetana Sterni vedova, contornata da numerosi lutti familiari; Ottorino Zanon, prete diocesano di media cultura… Tutte persone che si rassomigliano tra loro per una cosa: essere persone “normali”. E di casi come questi è piena la storia.

Non  è santo infatti chi prende le distanze dal mondo, ma chi si incarna in esso contagiandolo dell’amore di Dio. Il santo tesse la tela della propria santità con i fili delle normali azioni di ogni giorno dentro la propria situazione di vita.

Ma qual è il di più che li ha fatti santi? Aver impregnato di amore e di abbandono in Dio la propria storia. Essere diventati un “Vangelo” vivo, attraente, attuale. E così il Signore, nella sua provvidenza, ha fatto di ognuno di loro un faro di riferimento per chi ha avuto la grazia di incontrarli. E l’onda luminosa provocata dalla loro vita si è allargata contagiando di divino tanti altri contemporanei, ed è arrivata fino a noi, e continuerà per chissà quanto tempo ancora, sempre viva, sempre attuale, sempre affascinante e contagiosa, e sempre vestita di “normalità”.

Sono loro le nuove edizioni del Vangelo che non invecchiano mai, le traduzioni aggiornate della Parola di Dio.

Illuminante quanto don Tonino Bello dice di Maria, la madre di Gesù, la più santa delle donne: “Viveva una vita comune a tutti. Simile, cioè, alla vita della vicina di casa. Beveva l'acqua dello stesso pozzo. Pestava il grano nello stesso mortaio. Si sedeva al fresco dello stesso cortile. Anche lei arrivava stanca alla sera, dopo una giornata di lavoro. Anche a lei un giorno le dissero: «Maria, ti stai facendo i capelli bianchi». Si specchiò, allora, alla fontana e provò anche lei la struggente nostalgia di tutte le donne, quando si accorgono che la giovinezza sta sfiorendo.”

Nella sua immediatezza e semplicità don Ottorino parla ripetutamente di questa santità.

                                                                                                                                                    don Venanzio Gasparoni

Pubblicato in Famiglia
Domenica, 25 Giugno 2017 09:38

PASSAPAROLA: SPIRITUALITA'

Si narra che un giorno, andando per le vie di Assisi, Francesco vide un muratore intento al lavoro; l’avvicinò e gli chiese: “Padrone mio che fate?” Quegli rispose: “Faccio muri da mattina a sera”.  Con la sua abituale mansuetudine Francesco chiese ancora: “E perché fate muri tutto il giorno?” Rispose il muratore: “Per guadagnare quattro soldi!”. “E perché volete guadagnare dei soldi, fratello mio?” continuò a dirgli Francesco.   "Per vivere”, gli rispose. “E perché vivete voi?”, fu la semplice domanda di Francesco. Ma il povero muratore non seppe rispondere; chinò la testa e rimase in silenzio. Questo racconto, nella sua disarmante semplicità, può essere di aiuto per comprendere il significato di una parola a cui attribuiamo, forse con eccessiva superficialità, un senso religioso. Nel suo significato più generale la parola spiritualità richiama qualcosa che va oltre la materia: è l’esperienza di interiorità che vive ogni persona quando non si lascia sopraffare da ciò che vive ma ricerca un significato che dia senso alla sua esistenza. La spiritualità può essere definita come l’esperienza di quella vita interiore presente in ogni persona, al di là della religione a cui appartiene. Significa vivere l’esperienza del limite e della fragilità non da insoddisfatti, accontentandosi di risposte facili o scontate, ma vivere una consapevolezza, una coscienza, un pensare, una ricerca che è propria di ogni donna e uomo: “Perché vivo?”. Don Ottorino, uomo concreto, pienamente immerso nella vita reale, ma con una profonda spiritualità ha saputo interrogarsi e trovare risposte che lo hanno aiutato ad agire in modo concreto e costruttivo, dando significato non solo alla sua vita, ma anche alla vita di tante persone che lo hanno incontrato.  Alcune sue espressioni continuano ad essere stimolo per porci in ascolto di quella vita interiore che ci abita: “Esisto per un atto eterno di amore e di volontà di Dio; sono venuto al mondo per realizzare la mia parte nel piano che Dio ha per l’umanità; non devo oppormi all’attuazione di questo progetto, alla cui realizzazione Dio mi guida attraverso gli eventi.”

 

Elisabetta Granziera

Sabato, 24 Giugno 2017 19:06

NON ABBIATE PAURA!

Mt 10, 26-33 - XII domenica del tempo ordinario

Commento per lavoratori cristiani

 

Risuona come un ritornello che rinfranca la Parola del Signore della vita e della storia: ‘Non abbiate paura!’. Nessuna parola, nessuna esortazione è più opportuna e più attuale di questa, in un’epoca della storia dell’umanità in cui ci si è abituati a fare della paura una compagna di viaggio da pubblicizzare e sfruttare come mezzo di potere e di oppressione, e per la quale si sperimentano soluzioni e rimedi ben poco efficaci e spesso a loro volta generatori di terrore.

Si parla di terrorismo ogni giorno, nei notiziari e nei social network. Ci si interroga su come debellare questa terribile piaga che ferisce non solo le vittime, ma anche l’umanità tutta nella sua stessa dignità. Ci si rimanda a vicenda responsabilità e colpe, con il rischio di alimentare soltanto divisioni e accuse tra i popoli, mossi da interessi nascosti e da sotterfugi di potere.

C’è dunque da cercare di capire con più chiarezza, per lavorare a risposte più efficaci e rispettose dell’uomo tutto intero. La paura, di cui il terrore è l’esasperazione, è una pessima consigliera! Ma si ha paura quando è a rischio ciò a cui si tiene, si dà importanza; quando qualcosa o qualcuno a cui si è affezionati può essere tolto o allontanato. La paura più terribile, quindi, sembra essere quella di perdere la vita. Ma si parla anche di libertà, di valori democratici, di pacifica convivenza… Tutto questo si ha paura di perdere, nei Paesi dell’occidente, che si percepiscono in gran parte sotto un assedio imprevedibile e meschino, fatto di attacchi violenti e mortali nel cuore della normale e ordinaria esistenza della gente. Si ha paura di morire, o che muoiano le persone care!

È comprensibile, è profondamente vero: alla vita ci sentiamo attaccati tutti e tanto, per questo vorremmo averla garantita e tutelata. Ma quale vita? E la vita di chi: solo di alcuni?

La vita del corpo – direbbe il Vangelo di oggi – è a rischio: qualcuno può ucciderci. E quindi? Si elaborano strategie per difenderci, si cercano strade per assicurare una convivenza pacifica, si incrementano le misure di sicurezza, che poi vuol dire anche di selezione e controllo dei movimenti delle persone e dei popoli, già straziati dal dramma di migrazioni obbligate e di esodi tragici di uomini, donne e bambini inermi. E queste vite? E questi corpi?

Può essere la politica della sicurezza la risposta più efficace? A dire il vero, non sembra avere dato molti risultati. O meglio: si percepisce – dietro una comunicazione purtroppo spesso deformata e manipolata – che bolle in pentola dell’altro, e che basta un qualche animo meschino e cinico per approfittare di una situazione già dura, per speculare a partire dal proprio interesse economico. Perché, infatti, la diplomazia mondiale è spesso così inconcludente? Perché è più facile vedere rinnovarsi un traffico di armi che una catena di solidarietà?

Lo diciamo in maniera evangelica: perché non esiste solo il corpo, ma anche l’anima. Perché qualcuno, più o meno consapevolmente, accetta che si salvi il corpo, ma si vende l’anima e se la lascia uccidere dall’egoismo. Perché anche nella nostra ormai millenaria cultura radicata nei valori della persona e della comunità si accetta che la persona stessa venga appiattita a una visione della vita piatta e superficiale.

Ecco allora che comprendiamo il monito di Gesù, così attuale e urgente: più del corpo, è necessario salvare l’anima. Perché se si perde l’anima, anche il corpo è perso, nonostante venga mascherato da decorazioni e impianti estetici vari, o adorato freneticamente nei nuovi templi del fitness e del salutismo. Ma così come c’è il rischio di perdersi del tutto, dietro l’idolatria del corpo, allo stesso modo sappiamo che chi ha cura dell’anima avrà salvo anche il corpo.

Gesù non sta denigrando la dimensione fisica della persona. Egli si pone contro una logica dell’interesse egoistico, la quale emerge con chiarezza nei momenti della paura, appunto. Quando la paura intercetta la vita – e questo prima o poi accade per tutti, perché la morte è esperienza inevitabile – allora si intravede che cosa si intende quando si parla di vita, e che cosa sta veramente a cuore di una persona e addirittura di un popolo.

C’è da sconfiggere la tirannia del terrore, ma in tutti i suoi aspetti. Anche nelle forme occulte del relativismo materialista, che trasforma in idolo ciò che è solo un mezzo, e storpia l’immagine della persona riducendola a un soggetto di consumo sfrenato.

La paura più grande che il Vangelo ci pone davanti è quella di perdere Dio! Chi rinnega Gesù e con Lui il Padre, cioè chi rifiuta di aderire alla verità di se stesso, creatura limitata e per questo amata immensamente dal suo Creatore, si condanna da solo a far sì che ogni ostacolo, ogni situazione, ogni incontro sia una potenziale minaccia per se stesso.

Chi si preclude di vivere la dimensione trascendente del proprio cuore, che racchiude in sé un anelito infinito di una Vita che va oltre, e si nasconde nelle tenebre del proprio orgoglio, alimenta da solo lo spazio per il terrore. Egli aggredisce con altrettanta rabbia e violenza chi d’altro canto si è reso strumento per esprimere una drammatica lacerazione che spacca il mondo in mille pezzi, se lo si separa dal senso profondo del suo esistere.

Separare corpo e anima; separare l’uomo da Dio, sua fonte di vita; separare le persone e i popoli tra loro in virtù di presunte misurazione di civiltà e di cultura; separare la ricerca del benessere e di sicurezza dalla custodia del cuore come scrigno in cui l’uomo scopre la sua identità più vera e profonda: tutto questo è opera del Diavolo (colui che separa), e tutto questo il Signore Gesù, instancabilmente, ci spinge a vincere. Egli in sé realizza e ci dona l’unione totale tra la carne e lo Spirito, e ci addita così la via perché si compia la certezza da tutti desiderata: che non alberghi più la paura nel mondo, perché di questo mondo il Padre nostro si prende instancabilmente cura.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Pubblicato in Lavoro
Domenica, 11 Giugno 2017 12:43

TRINITÀ È LUCE

Gv 3, 16-19 – Solennità della Santissima Trinità Commento per lavoratori cristiani Sono così belle le cose sfiorate dalla luce della luna piena. Ma sono ancora più belle abbagliate dai raggi caldi del sole. Perché la luna vive di luce riflessa. Il sole invece è fonte di luce, e la luce è integrazione della diversità dei colori. Come il sole, Dio è Fonte di Luce. Dio è Luce. E la Luce è venuta al mondo. Il mistero di Dio si rivela illuminando la realtà da Lui creata. E nel riconoscere la ricchezza e la bellezza dei colori e delle forme, che danno identità e consistenza a tutte le cose, ci accorgiamo di quanto sia meravigliosa e discreta la Fonte che ha generato tutto ciò. La Luce, in sé, non si vede. Ma fa vedere. E nel rendere visibile, illumina di bellezza. Così si svela, e ci stupisce che possa esserci tanta varietà, sebbene rischiarata e originata dalla stessa Sorgente. Così è Dio: per farsi vedere, mette in evidenza, rischiara, colora e decora le Sue creature, perché in esse noi – le più belle fra tutte le creature – possiamo intuire e desiderare il Suo volto di Luce. Dio nessuno l’ha mai visto, ma la Luce lo ha rivelato. La Luce è il volto del Figlio, consegnato per amore affinché si infrangano le tenebre che deformano, nascondono, spengono la bellezza e la vita. Nel volto del Figlio si mostra la luminosità del Padre, ma in maniera paradossale. Il Padre infatti si ritira, affinché splendano coloro che Egli ama. Perché è proprio della Luce restare umilmente in secondo piano, e allo stesso tempo penetrare ogni corpo, permettendo agli oggetti illuminati di esprimere tutta la loro consistenza. Ma senza la Luce essi non sono più. Così fa Dio con noi. Ma così, in Dio, fa il Padre con il Figlio, e il Figlio con il Padre. Il primo si espropria del proprio diritto di abitare solitario il Cielo e di vedere tornare a Lui tutte le cose, anche il riconoscimento del Figlio. Il Padre prende l’iniziativa, esce da sé, e consegna il Figlio, in qualche modo se ne distacca, se ne priva, quasi a essere disposto a perderlo, e solo per amore. La Croce è il vertice della Luce, perché nella Croce il Padre rinuncia totalmente a imporre l’abbaglio della Sua divinità per lasciare che il Figlio si esponga, umiliato, a essere icona e altare dell’amore donato. Ma in questo mistero pasquale, anche il Figlio si ritira, si schermisce, così come insistentemente aveva fatto nella sua vita terrena: ‘Chi ha visto me ha visto il Padre’ (Gv 14,9); ‘non la mia, ma la Sua volontà sia fatta’ (Lc 22,42). Il Figlio, della stessa sostanza del Padre, pensa, sente e agisce come Lui nella logica del totale svuotamento di sé, per fare posto all’altro. Dio agisce così verso l’uomo e la creazione. Dio agisce così perché Egli è così, anche nell’intimità della propria vita trinitaria. La relazione del Padre e del Figlio, il primo che consegna, il secondo consegnato, per il bene degli uomini, manifesta l’essenza dell’Amore. L’Amore è la relazione tra loro, l’Amore dunque è lo Spirito Santo. Così come si mostrano a noi, Padre e Figlio sono tra loro, diversi ma uguali nell’Amore. L’Amore, lo Spirito, è capacità di farsi da parte proiettando però la propria Luce affinché i colori, le forme, i dettagli, la dignità, la bellezza dell’altro vengano alla luce, si manifestino, si consolidino. E così l’Uno fa essere l’Altro, e non vi è l’Uno senza l’Altro. Avviene tra il Padre e il Figlio. Avviene tra Dio e l’uomo. Se cancelliamo Dio, muore l’uomo, e le tenebre invadono il mondo. Se uccidiamo l’uomo, sfiguriamo Dio, come il volto di Gesù sulla Croce. Oggi è festa di Luce. Ma è anche battaglia tra giorno e notte, tra chiaro e scuro, tra luce e tenebre. In Dio tutto è Luce. Sceglierlo è fare un passo avanti perché il suo Amore ci possa invadere e rischiarare, illuminare e riscaldare. Sceglierlo è percorrere gli ultimi passi della penombra, per passare dalla luna al sole. La Trinità ha scelto di farsi prossima a noi: non poteva essere altrimenti, perché la Luce è fatta per illuminare. Tuttavia, a noi lascia la libertà di decidere se lasciarci toccare o no da questo raggio vitale. In ciò, la Trinità si ritira, attende, spera. Con noi, per noi, da noi: immensa dignità, quella di poter scegliere di lasciar vivere in noi la Luce, perché vi sia Luce anche tra noi. Permettere a Dio di essere Dio dipende anche dalla nostra libera adesione alla Luce. Con l’opportunità della vita piena, della salvezza definitiva, dell’eternità. E il rischio che, rifiutato e sfigurato Dio, anche noi restiamo spenti a vagare nell’esistenza terrena come fiammelle senza speranza. Padre Luca Garbinetto Pia Società San Gaetano
Pubblicato in Lavoro

Erano perseveranti insieme nel tempio spezzando il pane nelle case (Atti 2,46)


Il secondo capitolo degli Atti inizia con la narrazione della venuta dello Spirito Santo su Maria e gli apostoli riuniti a Pentecoste e continua a narrare la nascita della Chiesa mediante la predicazione degli Apostoli. E sottolinea alcune caratteristiche della prima comunità di credenti: “vivevano uniti ed avevano tutto in comune” (v.44-45), mettendo in evidenza una vera ed autentica unione di vita, così grande da suscitare la comunione dei beni per aiutare i più bisognosi. Come pure che “tutti i giorni si riunivano nel Tempio con entusiasmo e condividevano il pane nelle loro case” (v.46). Anche se condividevano il pane nelle case, commemorazione che si faceva ogni primo giorno della settimana, Luca sottolinea che la comunità assisteva al Tempio tutti i giorni e lo faceva per pregare e insegnare. Il Tempio era il luogo per eccellenza di questa primitiva comunità nascente.
“Riunirci con entusiasmo… condividere il pane…”: sarà questa la proposta dell’Impegno di vita per questo mese, una chiamata all’unità, alla santità collettiva, all’entusiasmo per la vita comunitaria, che diventa testimonianza che attrae altri.
Don Ottorino lo diceva con forza e insistenza: dobbiamo farci santi insieme, in famiglia, in comunità, in gruppo…, per poi aprire la porta ed essere santi con tutta la Chiesa, con tutta l’umanità… e, se ci fosse gente sulla Luna, essere santi anche con essa.
Questo é l’ideale, che Don Ottorino ha lasciato alla nostra Famiglia: l’ unità, l’essere santi insieme. Non possiamo essere santi da soli, carmeli individuali, isolati, chiusi in noi stessi. Siamo chiamati ad essere una tesserina nel piano di Dio, però una tesserina unita alle altre e che, insieme, formano il mosaico sognato da Dio. Siamo diversi, ciascuno con i suoi doni e caratteristiche, però chiamati a un solo ideale comune: l’unità, la “santità collettiva”, ci direbbe Don Ottorino.
Gli apostoli, dopo aver ricevuto lo Spirito Santo, aprono la porta per comunicare a tutti ciò che hanno ricevuto; la prima comunità vive unita, mettendo tutto in comune, riunendosi con entusiasmo e spezzando il pane. Cosi nasce e cresce la nostra Chiesa.
É la sfida per la nostra famiglia: vivere uniti, mettendo in comune i nostri doni, condividendo la vita con entusiasmo (il nostro impegno di vita) e aprire la porta del nostro carisma per condividerlo con tutti…, fin sulla luna.

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di vita di questo mese?

Nell’Eucaristia domenicale chiedere a Dio la grazia dell’Unità e invitare altri fratelli della comunità cristiana a condividere con noi il pranzo o la cena.

Parola di don Ottorino:

DEVO SFORZARMI DI VIVERE UNA SANTITÀ COLLETTIVA
Dobbiamo farci santi insieme, e dopo aprire le porte della canonica ed essere santi insieme; poi aprire le porte della parrocchia ed essere santi insieme con la diocesi; aprire le porte della diocesi ed essere santi insieme con tutta la Chiesa; e se ci sono uomini anche sulla luna, anche con quelli dobbiamo essere santi insieme!. (Med. del 16 giugno 1967)
Non devo farmi una santità ideata da me, perché sono stato chiamato insieme ad altri confratelli e devo sforzarmi di creare una santità collettiva, e perciò devo cercare quello che anche gli altri esigono da me, quello che Cristo esige da me. L’esempio che portavo un tempo, dicendo che la nave è diretta al porto e che la nave arriverà al porto, lo ripeto, però tutti quelli che sono sulla nave non sono sicuri di arrivare al porto: arriveranno al porto soltanto coloro che saranno preoccupati di realizzare una santità che si armonizza con la santità degli altri. Uno può apparentemente essere anche dieci volte più santo degli altri, per esempio, se ci fosse qui uno che fa tante ore di adorazione, uno che studia e che fa bene il suo lavoro, ma se lavora da solo, io vi dico: vada in un altro posto, si faccia una congregazione religiosa di anacoreti o di apostoli, ma non è per questa Famiglia religiosa, perché non si può assolutamente fare così. (Med. del 15 aprile 1969)

Pubblicato in Impegno di Vita
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