Articoli filtrati per data: Aprile 2017
Lunedì, 24 Aprile 2017 19:09

AMICI IN DIALOGO

NON SIAMO SOLI NELLE DIFFICOLTÀ

L'impegno di Vita del mese di febbraio, è stato  bello e intenso. Nel nostro gruppetto ci sono stati dei momenti di condivisione molto profondi. Ognuno ha portato qualcosa di diverso e condividerlo con gli altri è stato un dono prezioso.

La difficolta di mantenere vivo lo Spirito nell'ambiente di lavoro, è percepita da più persone nel nostro gruppetto e il comunicarcelo ha allegerito la fatica di manifestare la fede a chi ci è vicino.

Invocando Dio che ci aiuti a mantenere vivo lo Spirito quando siamo tra i nostri colleghi di lavoro, qualcuno ha ricordato come spesso dimentichiamo che il Signore ha messo al nostro fianco l'angelo custode da Lui voluto. Durante questo Impegno di Vita ci siamo pertanto soffermati su questo grande amico pronto ad intervenire ogni volta che lo invochiamo.

Daniela e Fabio (Vicenza)

 

ATTIZZARE IL FUOCO DELLO SPIRITO

L’Impegno di Vita del mese di febbraio è stato per tutti noi un forte richiamo al senso di responsabilità come membri della famiglia di don Ottorino. Nei momenti di cambiamento, quale quello che stiamo attraversando nella nostra comunità parrocchiale, è forte la tentazione di fare ciascuno il proprio cammino spirituale personale, lontano dalla propria comunità, perché più comodo e semplice. San Paolo, invece, ci invita non solo a non spegnere lo Spirito della nostra famiglia spirituale, ma addirittura a ravvivarlo, ad “attizzare il fuoco” dello spirito sporcandoci le mani nel rapporto con gli altri, costruendo ogni giorno relazioni nuove fondate sulla nostra relazione personale con Gesù.

In questo diventa per noi fondamentale la sosta serale nella preghiera, dopo aver fatto l’esame di coscienza personale e aver messo ai piedi di Gesù le fatiche e lo scoraggiamento della giornata vissuta, sicuri che solo Lui dà senso profondo alle nostre esistenze.

Patrizia e Tanino, Maria e Roberto, Tiziana e Antonio, Annamaria e Franco, Maria e Antonio, Rita, Antonia e Rita (Crotone)

 

BISOGNO DI DIO

Mentre i bambini facevano il loro Impegno di Vita a parte, sul tema di febbraio, noi abbiamo comunicato su quello di gennaio: "Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'”. Ecco qualche breve straccio della nostra intensa comunicazione:

- Sento profondamente la necessità della dimensione del “ritirarmi”, la mia relazione “a tu per tu” con Dio, con il Padre. La mia quotidianità, però, è cambiata, sono cambiati i tempi familiari e mi travolge il ritmo delle cose da fare, le giornate piene di impegni dei figli, di lavoro, in parrocchia, nel sociale. Mi ci vorrebbe un po' di Monte Tabor, di tenda.

- Ripristinare il gruppo per noi è stato importante, poter stabilire la data in modo da poter esserci con la famiglia nostra nella famiglia dell’IDV. È l’unico nostro momento “in disparte”.   - Nel mese di gennaio cade sempre il pensiero del nostro amico morto due anni fa… un evento che ha portato a ritrovarci con alcuni amici “persi per strada”. Nella vita succedono delle cose che ti fermano, che ti impongono l’obbligo di riflettere sul fatto che da un momento all’altro la tua vita, il tuo “tram tram” potrebbe cadere, cambiare drasticamente. Se non ricordo a me stesso questo, tutto diventa routine, scontato. In realtà io cerco di fermarmi per capire dove andare, altrimenti corro il rischio di correre per….”afferrare il tempo”.

-          Mia mamma è in stato vegetativo. L’IDV è cercare Dio, questi quattro mesi sono stati una richiesta continua di senso: “dove sei Dio?”.      Da una parte c’è il silenzio della mamma, dall’altra ho incontrato tantissime persone che si sono susseguite nel letto vicino alla mamma con il bisogno di parlare, di raccontare, di sorridermi… un paradosso! Il silenzio… e le parole!     Così ho continuato a cercare il senso, a cercare Lui dove sta.  Guardo la mamma e le do un bacio… e penso che lo sto dando a Lui e mi impongo di fermarmi a questo, a non andare oltre con i miei pensieri.   C’è un contrasto tra rabbia e bisogno di sentirLo.  È stranissimo, a volte la mamma mi guarda e mi sembra che sia Gesù che mi guarda. 

- Rendo grazie per l’opportunità che ho avuto di fermarmi, di relazionarmi con Lui. Questi momenti mi aprono alla consapevolezza di quanto vitale sia la mia relazione con Lui ….. e con gli altri ma attraverso Lui, i Suoi occhi, il Suo cuore. Quando recuperi qualcosa ti accorgi del vuoto con il quale convivevi e sperimenti la gioia, quella vera e profonda, di esserti ritrovato. Come? Con la Preghiera, con il silenzio, con la pazienza, con uno sguardo di misericordia e di gratitudine verso i figli che non sono più “tanti impegni” ma “grandi doni”, sono Lui che mi chiede di prendermi cura di Lui.

Fam. Vezzaro, Lorenzato, Corradin, Vecchiatto, Signorini

Pubblicato in Famiglia

Don Gabriele è rimasto qualche mese con noi alla Casa dell'Immacolata, di ritorno dalla sua missione di Sooretama (Brasile). È stato - come ha detto - un suo modo particolare di fare qualche mese sabbatico. Era tornato per ricordare la mamma.  Non era potuto venire per il funerale. Lei si era spenta soavemente e un po' improvvisamente senza che nessuno potesse rendersene conto, arrivando alla Casa del Padre ricca di tanti frutti da offrirgli, raccolti nella sua lunga vita. In una delle visite precedenti don Gabriele aveva pensato bene di celebrare con l'anticipazione di qualche mese i suoi cent'anni ed era stata una festa bellissima con tanti figli, nipoti, pronipoti e oltre.  Ora tenendolo a mano e sempre fedelmente presente nella nostra vita comunitaria non è mancata l'occasione di fare una chiacchierata con lui che ha subito accettato come solitamente fa quando c'è qualcosa che gli si propone.

"Ho pensato - racconta - di fare un po' di tempo sabbatico in un modo molto semplice. Avevo pensato di andare da qualche parte per fare qualche corso, ma poi ho preferito stare qui e dedicarmi alla mia famiglia dopo la morte della mamma. E inoltre ho sentito che potevo rimanere qui nella Casa dell'Immacolata, approfittando del dono prezioso che è la nostra spiritualità. Mi sono detto: perché andare da un'altra parte? C'è la tomba di don Ottorino, rimango a contatto con i confratelli di qui e con il loro servizio. Per cui mi sono dedicato fedelmente alla preghiera, alla lettura della Parola di Dio, all'Eucaristia in comunità, senza preoccupazioni pastorali. Sono stato nel frattempo molto vicino ai miei fratelli e sorelle e a tutti della mia famiglia.

Ho pensato che poteva essere questo il modo di rinnovare il mio sì, quello che don Ottorino ci ha insegnato a dire, per vivere la mia vita di consacrazione e la mia missione, dovunque sia. Ora sono in Brasile, una comunità nuova: c'è con me don Lino e don Osvaldo. Siamo persone molto diverse, con esperienze e caratteri diversi. Don Osvaldo sempre attento a tutto, alla casa e alla comunità. Ha organizzato molto bene la parrocchia dal punto di vista amministrativo. Don Lino si sta orientando un po' alla volta, dopo avere lasciato Igarapé (Belén). Ci sono anche le suore e lavoriamo bene con loro. Sono le "Dimesse di Maria Immacolata" di Padova, arrivate lì molto prima di noi. In parrocchia avevano lavorato molto gli altri confratelli, don Michele e il diac. Pierluigi mettendo in piedi tante attività anche dal punto di vista sociale.

Personalmente mi sto occupando di più degli ultimi: gli ammalati, a cui faccio visita spesso e cerco di aiutare. Seguo anche persone che sono dipendenti dall'alcol e dalla droga, che vivono un po' al margine nella periferia della città. Esiste un progetto che si chiama "Riscatto" e io vado lì per accompagnare le persone spiritualmente, soprattutto ascoltandole. L'aiuto proposto corre su due binari, quello psicologico e quello spirituale. Ci sono momenti di preghiera e di celebrazioni. Il superamento dei loro problemi avviene quando dicono a Gesù che lo accettano nella loro vita e constatano allora un grande cambiamento. Una volta che escono si ritrovano tra di loro tutte le settimane per continuare ad aiutarsi. Diventano poi molto attivi in pastorale, dedicandosi ad altri. Io con loro mi sento più evangelizzato che evangelizzatore. Quando ascolto la storia della loro vita, le sofferenze che hanno patito, solo ringrazio insieme il Signore perché sono ancora vivi e con una grande prospettiva di speranza e di possibilità anche a beneficio di altri. La società è sempre più escludente e c'è tanto bisogno di amore e la Chiesa deve portare questo amore. È la gratuità dell'amore che salva.

Qualche volta vado anche trovare dei giovani che hanno avuto problemi e sono in carcere. Ce ne sono una ventina che vado a visitare. Sento che non è tempo perso, anzi. Sono le periferie. Mi sento appoggiato in questo da don Osvaldo e da don Lino. E io li posso aiutare per la mia conoscenza della realtà. Conosco tutti e vado per le strade grandi e quelle piccole. Sono in dialogo con tutti, anche con altre chiese. Si sono stretti rapporti sempre più rispettosi e fraterni. Questa è un po' la mia vita di pastore e mi sento contento di viverla e di donarla".

Ringrazio molto don Gabriele per la sua presenza tra noi.

a cura di don Luciano Bertelli

Pubblicato in Missioni
Lunedì, 17 Aprile 2017 16:34

L'ECONOMIA DEL VANGELO DI PAPA FRANCESCO

Francesco fa proprio l'obiettivo della "comunione" che sgorga  dalla fraternità con tutti, con gli ultimi in particolare, in Cristo.  

Che idea di economia avrà Papa Francesco? La risposta visibile è nella vita quotidiana del Pontefice che  entra nella casa di gente comune e mangia con loro, che si reca personalmente nei negozi di Roma per cambiare le lenti degli occhiali e comperarsi le scarpe, che manda il suo elemosiniere arcivescovo  a fare acquisti all'ingrosso di alimentari genuini presso produttori e commercianti delle regioni terremotate, per rifornire le mense dei poveri e sostenere nel contempo l'economia locale messa a dura prova. La risposta sociologica ce la dà intervenendo, con discrezione e sempre con autorevolezza, nei dibattiti di specialisti riuniti per trattare tematiche di portata economica e universale come la fame, la terra, il lavoro, la salute, la giustizia, l'ambiente, dimostrando empatia, ad esempio, con i sostenitori di quella "economia di comunione" proposta in positivo nei confronti di una "economia di esclusione" che produce squilibri, tensioni e sempre più scarti nell'umanità. Ma la risposta evangelica emerge compiutamente dalla carta costitutiva del magistero pastorale di Papa Francesco, la Evangelii Gaudium, che dedica un intero paragrafo (il 4° del capitolo II) alla "inclusione sociale dei poveri" come via anche economica per costruire l'unità, la giustizia e la pace che sono i segnali caratteristici del Regno di Dio presente nel mondo e proteso all'eternità.  

Se l'economia, come dice la stessa parola, è l'arte di raggiungere una adeguata amministrazione della "casa comune", che è il mondo intero, una equa distribuzione di ricchezza, originariamente destinata a tutti, tiene conto della dignità di ogni persona umana, della priorità del bene comune su quello individuale, della pericolosità anche sociale della creazione di sacche di esclusi.  Un'economia  a misura di ogni popolo e di ogni uomo, come auspica papa Francesco, deve essere promossa da organismi internazionali, da politici, da governanti e imprenditori capaci di "alzare lo sguardo", di ampliare le loro prospettive. Perché - si chiede il Papa - non ricorrere a Dio affinché ispiri piani umani aperti alla trascendenza e capaci di superare la dicotomia assoluta tra l'economia e il bene comune? C'è pensiero intenso, lavoro creativo a questo riguardo! Rivolto a 1200 imprenditori, giovani e studiosi per la festa dell'Economia di Comunione, Francesco riconosce: "voi fate vedere con la vostra vita che economia e comunione diventano più belle quando sono accostate una accanto all'altra... perché la comunione spirituale dei cuori è ancora più piena quando diventa comunione di beni, di talenti, di profitti". Questo sguardo riguarda in particolare un nuovo modo di fare impresa, di lavorare, di produrre, di  crescere e, in definitiva, di guadagnare"nuovo" perché al guadagno non si può mai sacrificare la persona umana con i suoi diritti, con la sua dignità, anche con i suoi limiti e povertà. Da qui il monito: "finché l'economia produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, la comunione non è ancora realizzata, la festa della fraternità universale non è ancora piena".  

don Zeno Daniele 

Pubblicato in Papa e don Ottorino
Sabato, 08 Aprile 2017 07:30

PASSAPAROLA: CONFLITTO

CONFLITTO 

L’unità si costruisce attraverso il conflitto!” Una frase apparentemente contraddittoria che fotografa bene la possibilità di vivere in modo positivo i conflitti che accompagnano la vita personale, sociale ed ecclesiale. Conflitto non inteso come violenza. Nelle situazioni di conflitto mettiamo in atto la capacità di vivere le relazioni, la violenza nasce invece proprio dall'incapacità di stare nelle situazioni di tensione e di conflittualità, di accettare posizioni differenti.  Il conflitto ci permette di crescere nelle relazioni quando viviamo momenti di crisi e il punto di visto diverso diventa opportunità per allargare il proprio campo di comprensione della realtà. Nella Sacra Scrittura abbiamo molti esempi di storie di conflitti, di contrasti, di divisioni. Pensiamo al racconto di Adamo, alla sua «paura» dopo la disobbedienza nel Paradiso terrestre, con il conseguente conflitto («inimicizia») con Eva, all’invidia di Caino di fronte al fratello Abele. Scorrendo la storia sacra si può dire che quasi non vi è pagina che non mostri la fatica di andare d’accordo, il moltiplicarsi di riconciliazioni e di rotture, di alleanze e di tradimenti, racconti di pace e di violenze. Possiamo leggere la prima alleanza come una storia di continui conflitti, come spesso capita anche oggi. Nell’evangelo (la buona notizia) sorprende vedere come Gesù propone un nuovo modo di affrontare i conflitti facendo diventare protagoniste le vittime della discriminazione, per creare una società meno aggressiva e più integratrice. In un mondo che sta cambiando radicalmente ci aiuta essere consapevoli di ciò che può aiutare a vivere meglio il conflitto. Ad esempio mettere a fuoco le motivazioni implicite di certi malcontenti (con una onesta autocritica) può aiutarci a cercare con creatività soluzioni adeguate e corrette e non fermarci alla semplice “mormorazione”. Attraversare il conflitto può chiedere anche il coraggio di “mollare un po’ la presa” superando la paura di perdere autorevolezza e controllo su una determinata situazione, consapevoli che ogni conflitto risolto non toglie futuri altri contrasti, per cercare nuovi equilibri, includendo anche sofferenze e fatiche. La loro soluzione va gestita di volta in volta, non imposta né improvvisata, e nemmeno ricopiata tranquillamente dal passato.

Domenica, 02 Aprile 2017 09:53

PAPA FRANCESCO: COSA PENSANO I GIOVANI?

"Parola ai giovani" è uno spazio che vogliamo riservare al mondo giovanile, in sintonia anche con la novità di un Sinodo voluto da papa Francesco sui giovani nel 2018. In questo articolo si parla proprio di lui: cosa ne pensano i giovani. D'ora in avanti nella nostra rivista ci metteremo in ascolto dei giovani e in dialogo con loro. Li ringraziamo per l'apporto che potranno darci.

‘Umile’, ‘rivoluzionario’, ‘pragmatico’: ecco un primo podio di quello che i giovani dicono, senza pensarci troppo, riguardo uno dei personaggi più importanti della storia del nostro tempo (e non solo): Papa Francesco. Jorge Mario Bergoglio, infatti, nonostante sia divenuto successore di Pietro da ‘soli’ quattro anni, ha avuto molte occasioni per farsi conoscere ed apprezzare, in particolar modo nel mondo dei giovani, universo che gli sta davvero molto a cuore: non è un caso che proprio essi siano al centro del Sinodo dei Vescovi del 2018. Che sia per l’energia con cui si esprime, che ricorda i colori della terra sudamericana di cui è figlio, che sia la semplicità del modo in cui si rivolge, Papa Francesco colpisce, interessa e ‘scuote’ giovani credenti... e non.

‘’Ha il coraggio di parlare di argomenti mai affrontati prima dalla Chiesa, approcciandosi in maniera innovativa a tematiche sociali, che non possono più non essere tenute in considerazioni: e tutto questo lo fa in maniera pratica, concreta, analizzando tutte le caratteristiche di un mondo volto ormai a un cambiamento radicale’’: questo il primo pensiero di una ragazza che si definisce atea.

‘’Ha la straordinaria capacità di farsi amare da tutti, indipendentemente dal credo religioso; scende dal pulpito senza smettere di predicare e riesce a farsi sentire vicino al popolo’’ sono, invece, le parole di un ragazzo timido, ma attento e curioso osservatore;

‘’..E poi è anche su Twitter!’’, aggiunge qualcun altro, come se fosse una ulteriore e fondamentale medaglia al valore.

Ogni caratteristica che  emerge dalla descrizione di Papa Francesco è un colore che dà luce alla sua personalità: ogni colore ha però le sue sfumature, cioè dei passaggi graduali da una tonalità all’altra.  Perciò,  se da un lato, dopo aver ascoltato i discorsi del Papa, un giovane si senta carico e ricco di entusiasmo, dall’altro lato inevitabilmente subentra il timore e la paura di accettare responsabilità troppo grandi. Per citarne qualcuna: "non rinunciare a compiere scelte audaci" anche se questo vuol dire abbandonare un clima di stabilità, "alzarsi dal divano e indossare gli scarponcini" che ci fanno sentire liberi ma che ci fanno anche lasciare un’impronta  e … "cambiare il mondo".

La verità è che Papa Francesco ci attrae con i suoi incoraggiamenti, ma ci lusinga perché ci fa sentire importanti, chiedendo spesso il nostro aiuto e, addirittura, i nostri dubbi e le nostre critiche per far (ri)nascere una Chiesa per noi e con noi. Forse non siamo tanto avvezzi a sentirci al centro dell’attenzione in questo modo e, soprattutto, non siamo abituati al fatto che qualcuno generi una ‘scossa’ all’interno delle terre più profonde della nostra intimità.

Papa Francesco è capace di mettersi in contatto con i giovani e di far scoprire che la nostra vocazione è una pro-vocazione a rispondere ‘Eccomi’, come Maria, non al ‘‘dio della comodità, ma al Signore del rischio, che apre tutte le porte della nostra vita, che spalanca orizzonti e ci spinge a vivere intensamente, fino in fondo.’’

Irene Perpiglia

Pubblicato in Papa e don Ottorino
Domenica, 02 Aprile 2017 09:44

IMPEGNO DI VITA: TESTIMONIANZA

GESÙ PRESENTE NELLA RELAZIONE CON L'ALTRO

Il primo corso sull'Impegno di Vita si è svolto dal 26 al 29 gennaio 2017, presso la Casa dell’Immacolata. Ecco la risonanza di una amica.

"Sono sentimenti di profonda gratitudine a Dio e gioia che custodisco nel cuore per questi meravigliosi giorni. "Dove due o più sono riuniti nel mio nome ... lì sono Io in mezzo a loro"... è questa l'esperienza vissuta: quella straordinaria dell'incontro con Gesù presente nella relazione profonda con l'altro. È stata la gioia del farsi dono reciprocamente alla luce della Parola incarnata nella vita di ognuno di noi, amici, sorelle e religiosi, e il desiderio di ognuno di riscoprire la centralità dell'IdV nella nostra realtà di Famiglia.

È bello pensare all'IdV come all'opportunità che Don Ottorino ha pensato per tutti noi per aiutarci a trovare nella nostra quotidianità il nostro posto.

L'IdV, cuore pulsante del carisma della Famiglia, ci fa battere all'unisono e ci spinge ad andare nel mondo facendoci riconoscere in parole, opere e azioni. Grazie a Dio e a quanti hanno reso speciale questa esperienza!"

Carla Dall'Osto

Sabato, 01 Aprile 2017 09:22

TESTIMONIANZE VOCAZIONALI: Luis Alarcón

TESTIMONIANZE VOCAZIONALI

Iniziamo a raccogliere significative testimonianze vocazionali; esperienze di chiamate e di generose risposte vissute nella chiesa.

Rimaniamo in attesa di riceverne altre così di poter offrire un ulteriore spazio di condivisione e di ricerca nel grande mosaico della chiesa e dell'umanità.

 

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. (Mt 10, 8)

Luis Alarcón, religioso della Pia Socieda San Gaetano, provenienta dal Paraguay.

 

Ciao a tutti! sono Luis, religioso paraguaiano della Pia Società San Gaetano. 

Ecco a voi una piccola parte della mia storia....

Ai 18 anni mi trovavo molto entusiasta di tutto ciò che stavo facendo. Amici, famiglia, studio, impegni pastorali in parrocchia con i giovani e altri ragazzi. 

Ero all'ultimo anno di scuola e sognavo di diventare un eccellente professionista e costruire, nel tempo, una famiglia. Fino qua tutto normale penso...Credo non sia stato molto diverso da tanti altri maturandi o ragazzi coetanei che vivono il passaggio dalla scuola all'ambito delle scelte adulte. Però nell'intimo del cuore provavo altri desideri, qualcosa di niente chiaro, ma così forte e capace di mettere in dubbio i miei progetti. 

Ero affascinato e meravigliato della testimonianza di donazione del mio parroco e nella vita semplice e donata agli altri delle suore missionaria che avevo conosciuto. Desideravo vivere come loro, che mi sembrava molto simile allo stile di vita scelto da Gesù. 

Quanta novità mi si affacciava alla vita!..Dalla sicurezza dei miei piani e del cammino che già avevo progettato, alla novità di essere invitato a ben altro stile di vita da parte di Gesù. Vivevo il disagio perché per raggiungere i mie progetti professionali mi sentivo molto preparato, per il cammino proposto da Gesù, invece mi sentivo completamente impreparato. 

Si affacciarono in me le paure e i dubbi: forse questa chiamata non era vera...

Per tre anni avevo tentato di convincere me stesso che la possibilità di un'eventuale vocazione religiosa non era reale. L’impegno presso l’università e lo studio della Tecnologia di Produzione favoriva in me un’ottima distrazione e così fuggire da quella voce del Signore che continuava a risuonare nel mio cuore.

Ho tentato di scappare.  Ero come il profeta Geremia, "nel mio cuore c'era come un fuoco ardente; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,9). E allora perché resistere? 

In quel tempo il Signore mi regalò una forte consapevolezza dei miei doni e nacque in me la gratitudine; doni che io consideravo non meritati, ricevuti gratuitamente e da ridonarli a mia volta, con gioia, a coloro che avevano bisogno. La riconoscenza della predilezione del Signore mi ha aperto gli occhi ed ho visto in modo diverso la mia storia, la mia famiglia, le mie capacità e le persone che facevano parte della mia vita. Il Signore stava da tempo preparando questo momento, mi sono sentito guardato negli occhi e amato da Lui: nessuno mai mi aveva amato così. Ho sentito con consapevolezza che tutto ciò che ero dipendeva da Lui: questa nuova realtà era la cosa più bella del mondo.

Le parole del profeta Geremia che allora mi accompagnavano erano: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso” (Ger 20,7).

Da quel momento forte, avevo 21 anni, è scaturito un cammino in cui il passo successivo è stato quello di cogliere i piccoli segni dati dal Signore e affiancarsi a persone che avevano fatto delle scelte stabili e radicali di vita.

I segni non sono stati pochi! Ma molti e chiari...subito dopo di aver maturato un sì alla volontà di Dio, ho conosciuto il servo di Dio don Ottorino attraverso i suoi missionari che sono arrivati alla mia parrocchia in Paraguay. Preti e diaconi contenti che vivevano in comunità nella semplicità di essere famiglia, e che portavano un solo grande ideale con cui mi sono identificato subito: "Conoscere e amare Gesù, farlo conoscere e farlo amare."

Dopo di aver fatto un periodo di discernimento vocazionale con questi “preti e diaconi contenti", ho iniziato il seminario nella Pia Società San Gaetano, volendo anch'io diventare missionario. Sono già passati nove anni da quei primi passi, e dal Paraguay, passando per l'Argentina, El Salvador, e oggi, in Italia non sono mancate e non mancano segni e persone che con la loro vicinanza mi fanno sentire che Gesù è fedele alle sue promesse: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Mt 19, 29).

 

 

 

 

TESTIMONIANZE VOCAZIONALI

Iniziamo a raccogliere significative testimonianze vocazionali; esperienze di chiamate e di generose risposte vissute nella chiesa.

Rimaniamo in attesa di riceverne altre così di poter offrire un ulteriore spazio di condivisione e di ricerca nel grande mosaico della chiesa e dell'umanità.

 

Dalle Alpi alle Ande: un’avventura per la vita.

Benedetta Chinellato, religiosa Figlie dei sacri cuori di Gesù e di Maria.

 

Sono quasi le tre di notte in Italia e l’aereo inizia la discesa verso la pista di atterraggio di Bogotà. È la sera del 3 agosto 2008 e dentro di me riecheggia forte una domanda che vorrei riuscire a zittire: “Chissà cosa mi aspetta… Ma cosa ci faccio qui, sola?” In verità non sono per nulla sola: vengo subito accolta dalle Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, piccola congregazione fondata dal Beato Luigi Variara e parte della grande famiglia salesiana, che si prenderanno cura di me per un mese.

Ogni cosa è nuova per me ed imparo ad osservare tutto con la stessa curiosità di una bambina. La domanda iniziale mi perseguiterà ancora per qualche giorno, fino al 6 agosto, quando la congregazione festeggia l’anniversario dell’arrivo di Padre Luigi Variara, nativo di Viarigi e allora ancora diciannovenne, in una Colombia ben diversa da quella moderna. Da questa “coincidenza”, che mi rincuora, comincia la mia stima per questo fondatore, inizialmente ragazzino come me, e la mia ricerca che mi porterà a cogliere l’occasione anche per conoscerne maggiormente la vita.

Durante la mia permanenza visiterò diverse case della congregazione, tutte nella regione di Bogotà, conoscerò le suore che le abitano e la loro vita, vedrò quella povertà di cui fino ad ora ho sentito solo parlare, mi lascerò in qualche modo cambiare la vita da chi bussa alla porta.

La prima cosa che noto è la grande dignità dei poveri che vengono alla porta della casa per chiedere viveri e vestiti: sono madri con bambini per mano o padri che non riescono a nutrire tutta la famiglia, gli stessi che si incontrano sui pullmini un po’ sgangherati che si arrampicano sulle Ande o si vedono camminare per strada con fasci di cartoni sulle spalle, scene così insolite per chi è abituato al benessere dell’Italia.

La visita degli ammalati è una buona occasione per entrare nelle case della gente, condividere qualcosa della loro sofferenza e della loro fede, che sembra così semplice e sincera, ma sono i bambini a toccarmi il cuore: una domenica visito con le postulanti un orfanotrofio che accoglie centocinquanta bambine orfane, sole o con brutte esperienze alle spalle. Dopo una breve passeggiata con le altre giovani, non posso fare a meno di rifugiarmi in cappella, per evitare di farmi vedere triste e commossa da quelle bimbe che mi si avvinghiano addosso in cerca di una carezza, affascinate dalla mia provenienza. Una mi guarda, e con tutta la semplicità della sua piccola anima mi chiede guardandomi dritta negli occhi: “Ma tu perché mi vuoi così bene?” Decido immediatamente che quella sarà la domanda che mi porterò in Italia, nel nostro mondo ricco che corre veloce e non ha tempo di ascoltare i bambini. Quella domanda non mancherà in nessuna mia testimonianza e ad essa troverò risposta ascoltando le quattro suore che da sole reggono tutta quella casa, facendo da cuoche, maestre, infermiere e mamme, notte e giorno, per quelle bambine: il segreto sta nella preghiera, sta nel vedere in ogni bambina Gesù Bambino, povero in una stalla non sua, ed in ogni lebbroso, che sarò felice di incontrare ad Agua de Dios, casa madre dell’ordine, Gesù malato e stanco: ecco il segreto della vita attiva di queste suore.

Dopo il rientro in Italia e la laurea, la mia “avventura” continua ancora, anzi, forse inizia proprio ora: dopo il cammino di ricerca che mi ha portata fino in America Latina, ho deciso di tornare in Colombia, per cominciare il cammino di discernimento e formazione per diventare Figlia dei Sacri Cuori di Gesù e Maria. 

 

 

 

 

Sabato, 01 Aprile 2017 09:21

TESTIMONIANZE VOCAZIONALI: Mario Minaya

TESTIMONIANZE VOCAZIONALI

Iniziamo a raccogliere significative testimonianze vocazionali; esperienze di chiamate e di generose risposte vissute nella chiesa.

Rimaniamo in attesa di riceverne altre così di poter offrire un ulteriore spazio di condivisione e di ricerca nel grande mosaico della chiesa e dell'umanità.

 

“Tú me has mirado a los ojos, sonriendo, has dicho mi nombre” …

(Canción: “Pescador de Hombres” de Cesáreo Gabaráin)

Mario Minaya, religioso salesiano, proveniente da República Dominicana

¿Quieres ser sacerdote? Ha sido la gran pregunta que ha venido marcando mi proceso de vida cristiana. Un día como de costumbre, participaba en la celebración eucarística, llevada a cabo en el “parqueo” de mi casa, para aprovechar el espacio y para la participación activa de la comunidad. Dentro de mi sector, existía este tipo de “capilla”, en la ausencia de una estructura formal y organizada, como se suele encontrar en los lugares “civilizados”, siendo para nosotros la más “grande” parroquia. Al finalizar la celebración el sacerdote que había venido por invitación especial para la conmemoración de los difuntos de la familia se dirigió a mí, yo apenas con 13 años, cursando el 8 curso de básica, con la gran pregunta.

Extraño, asombroso y revelador serían las tres palabras con las cuales podría describir los sentimientos experimentados en esa ocasión. Extraño: hacía más o menos unos meses había iniciado una relación amorosa con la vecina de mi casa. Ya se pueden imaginar el rotundo no, que salió de mi boca, ante semejante petición. Asombroso: era la pregunta que me había hecho desde pequeño, inmerso en la vida litúrgica de mi capilla, siempre había sentido la atracción de entregar mi vida al servicio de los demás, no específicamente dentro del seminario o vida religiosa, de la cual, en el momento no conocía absolutamente nada. Y el único pensamiento era ser como “el hombre vestido de blanco” (después descubrí que se llamaba sacerdote o ministro). Revelador: nadie, nunca antes me lo había preguntado, por lo tanto, el interés mostrado por este “sacerdote” (año más tarde supe que era salesiano) quedó grabado en los más profundo de mi persona.

Pasados tres años, encontrándome en segundo de bachillerato continuaba el gran deseo de buscar la respuesta a la gran pregunta, que se había quedado en mí. Sentí la curiosidad de investigar y profundizar en el conocimiento del causante de la gran pregunta. Dirigiéndome a mi padre solicité su número y me puse en contacto. Comencé a participar de las etapas vocacionales realizadas en Jarabacoa, en la casa de cursos y retiros que pertenece a los salesianos. Se realizaban 4 convivencias al año, de 3 días, con la culminación de una etapa final de 21 días para la aceptación al seminario. Cada vez más entusiasmo, con el apoyo de mis padres, delante a la incredulidad de mis compañeros de clase y amigos, fui superado las pequeñas pruebas que en el camino se interponía como grandes obstáculos a vencer.

El 16 de agosto hice mi primera profesión como “Salesiano Religioso”. Un camino hasta ahora lleno de riquezas, experiencias extraordinarias (cuantas quisiera contarles), personas maravillosas que ha hecho el camino mucho más ligero y llevadero. Agradezco a Dios su elección, porque “me ha mirado a los ojos, sonriendo, ha dicho mi nombre”. Pido que continúen orando por todas las vocaciones sacerdotales y religiosas. Dios sigue llamando, solo necesitamos tratar de dar la respuesta…

 

 

 

 

Sabato, 01 Aprile 2017 09:17

FORMARE APOSTOLI TRA I LAICI

FORMARE APOSTOLI TRA I LAICI

Non deve il nostro religioso, se non eccezionalmente e in forma transitoria, sostituirsi ai laici, nelle attività e negli ambienti loro propri. Se gli operai sono lontani da Dio, tocca all’operaio cristiano portare in mezzo a loro il fermento di Cristo. Nella scuola spetta al professore e allo studente cristianizzare l’ambiente; così nel luogo di ritrovo, nella famiglia, nella politica, nella economia... è il laico che deve portare la luce del Van­gelo.

Ma chi prepara i laici a questo compito? E soprattutto a chi spetta entusiasmarli per questa causa, sostenerli e guidarli?

Ecco il fine e il compito precisi dei religiosi della Pia Società San Gaetano: formare apostoli tra i laici, in modo che l’attività del piccolo gruppo di religiosi si moltiplichi e raggiunga tutti. (Don Ottorino, Carta di fondazione, n. 26)

 Il Padre fondatore coglieva così profeticamente il necessario connubio tra l’azione missionaria della Chiesa, nei diversi ambienti di vita in cui operano i cristiani, e la formazione permanente, strumento basilare per generare personalità forti e coraggiose nel difficile ‘compito’ evangelizzatore.

Sono passati quasi 50 anni da allora, e molto è cambiato nella società e nella Chiesa. Rimane però la profezia di questo ‘prete prete’, che ci sollecita anche oggi a cercare percorsi e itinerari per preparare apostoli affinché portino ovunque ‘la luce del Vangelo’.

Così la Famiglia di don Ottorino cerca tuttora di incarnare l’ideale di una comunione profonda tra le diverse vocazioni che la costituiscono, in vista di ‘conoscere e amare Gesù, farlo conoscere e farlo amare’ negli ambienti di vita e di lavoro in cui si costruisce la rete di relazioni della società contemporanea.

 Corresponsabilità più che collaborazione

 Viviamo oggi un tempo di maggiore consapevolezza della vocazione battesimale, propria dei laici come dei religiosi e dei ministri ordinati. Per questo, all’idea di ‘collaboratori’ che ‘moltiplichino l’attività del piccolo gruppo di religiosi’, ci piace sostituire piuttosto la realtà di una corresponsabilità sempre più concreta e solida.

Il cammino da compiere in questo senso è ancora lungo, ma la Delegazione di Italia e Albania della Famiglia di don Ottorino, in linea con le indicazioni del Capitolo e del Consiglio generale e in comunione con le altre Delegazioni, sta dando dei passi significativi.

A fine gennaio si è svolto il primo corso per facilitatori dell’Impegno di Vita, a cui sono stati indicati gli obiettivi che riportiamo in un riquadro a parte.

don Luca Garbinetto

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