Articoli filtrati per data: Gennaio 2017
Giovedì, 19 Gennaio 2017 19:43

“ALLACCIARE LE CINTURE!” - IL TABERNACOLO

Quando in un aereo in volo si accende la scritta “allacciare
le cinture”, è segno che ci sono in vista dei temporali, delle
forti correnti d’aria o dei banchi di nubi un po’ pericolosi.
Attenti, figlioli, anche nella vita spirituale a un dato momento
si può accendere la scritta: “Allacciare le cinture!”.
A noi non interessano quali siano, da dove vengano queste
tempeste; io vi dico soltanto: “Allacciare le cinture!”.
Voi chiederete: “Dove sono le cinture?”. Figlioli, la prima
cintura da allacciare è la “cura del sole”. In altre parole:
allacciatevi al tabernacolo! Imparate a vivere della vita di
Gesù: vita di preghiera, vita di unione con lui.
Attaccatevi a lui! Guardate che lui è vivo, guardate che
ha il cuore grande, guardate che vi capisce, guardate
che vi parla se voi lo ascoltate.
Perciò stringiamo sempre di più il nostro cuore al cuore
di Cristo. E allora, quando voi avrete allacciato questa
cintura e sentirete che fuori soffia il vento, a voi verrà da
ridere perché avrete una cintura tale che direte: “Io ho il
mio Cristo e mi basta”.
Perciò, per prima cosa, figlioli, attaccatevi al tabernacolo,
ma attaccatevi proprio in modo da parlare con lui e di sentirlo.
Non sentimentalismi: “Gesù, Gesù...”. No, no, no!
Rimanete attaccati nell’aridità, attaccati nella freddezza:
“Signore, sono tuo! Credo, sai. Anche se sento freddezza,
anche se sento aridità, sono pronto a questo pane duro
che tu mi domandi, a questo vuoto del cuore, a questa
amarezza. Signore, per te, per le anime, Signore! Eccomi
qua!”. Figlioli, questo è necessario; bisogna che ce la
intendiamo così con il Signore. (

Pubblicato in Meditazioni don Ottorino
Giovedì, 19 Gennaio 2017 19:43

“ALLACCIARE LE CINTURE!” - IL TABERNACOLO

Quando in un aereo in volo si accende la scritta “allacciare
le cinture”, è segno che ci sono in vista dei temporali, delle
forti correnti d’aria o dei banchi di nubi un po’ pericolosi.
Attenti, figlioli, anche nella vita spirituale a un dato momento
si può accendere la scritta: “Allacciare le cinture!”.
A noi non interessano quali siano, da dove vengano queste
tempeste; io vi dico soltanto: “Allacciare le cinture!”.
Voi chiederete: “Dove sono le cinture?”. Figlioli, la prima
cintura da allacciare è la “cura del sole”. In altre parole:
allacciatevi al tabernacolo! Imparate a vivere della vita di
Gesù: vita di preghiera, vita di unione con lui.
Attaccatevi a lui! Guardate che lui è vivo, guardate che
ha il cuore grande, guardate che vi capisce, guardate
che vi parla se voi lo ascoltate.
Perciò stringiamo sempre di più il nostro cuore al cuore
di Cristo. E allora, quando voi avrete allacciato questa
cintura e sentirete che fuori soffia il vento, a voi verrà da
ridere perché avrete una cintura tale che direte: “Io ho il
mio Cristo e mi basta”.
Perciò, per prima cosa, figlioli, attaccatevi al tabernacolo,
ma attaccatevi proprio in modo da parlare con lui e di sentirlo.
Non sentimentalismi: “Gesù, Gesù...”. No, no, no!
Rimanete attaccati nell’aridità, attaccati nella freddezza:
“Signore, sono tuo! Credo, sai. Anche se sento freddezza,
anche se sento aridità, sono pronto a questo pane duro
che tu mi domandi, a questo vuoto del cuore, a questa
amarezza. Signore, per te, per le anime, Signore! Eccomi
qua!”. Figlioli, questo è necessario; bisogna che ce la
intendiamo così con il Signore. (

Pubblicato in Meditazioni don Ottorino
Mercoledì, 18 Gennaio 2017 07:18

ECCO L’AGNELLO DI DIO

Gv 1, 29-34 – II domenica del tempo ordinario – Anno A

Commento per lavoratori cristiani

Dopo averci introdotti come testimone al mistero del Natale, Giovanni Battista è ancora nostro compagno di viaggio all’inizio del tempo ordinario. È lui che tende il dito della mano, e con esso tutta la sua persona protesa nell’accoglienza del Messia, e ci indica Gesù come Colui che stiamo attendendo. Ora è giunto, è in mezzo a noi. Gesù si rivela, Figlio di Dio fatto uomo, e tutta la Trinità partecipa di questa gioia.

Restiamo per un momento accanto al Battista, figura austera eppure così simpatica nella sua umanissima ricerca della verità. Nelle sue parole cogliamo oggi un intero percorso vocazionale, e forse possiamo riconoscerci come instancabili pellegrini dell’Infinito.

Di se stesso, Giovanni ci confida la sua consapevolezza di avere ricevuto una chiamata: ‘proprio colui che mi ha inviato a battezzare’. È il Padre, è la fonte da cui sgorga la stessa acqua del battesimo nello Spirito. E Giovanni ha chiaro nel cuore anche di dover compiere una missione: nessuna vocazione, infatti, è priva di un compito da realizzare, perché Dio si affida a noi per portare a compimento il suo progetto: ‘sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele’.

Quanta chiarezza in Giovanni, che straordinaria coscienza della propria preziosità agli occhi di Dio! E questa certezza di una relazione, che lo manda al mondo come annunciatore e profeta, come apritore di strade di rivelazione, lo pone in atteggiamento di vigilanza, lo rende sentinella acuta che legge i segni del tempo. Sarà vigile all’azione dello Spirito, come musico esperto che riconosce finalmente una melodia nuova che intreccia ad arte voci e suoni.

Tuttavia, non tutto è evidente a Giovanni. Una vocazione così precisa mantiene un profondo margine di dubbio, di attesa, di incertezza. Un dialogo così profondo con Dio potrà ancora essere superato, sorpreso, scalzato dagli schemi già percorsi.

La sorpresa sarà Gesù. Giovanni non lo conosceva. Percepire una chiamata non è automaticamente seguire Gesù. Bisogna prima incontrarlo, o meglio lasciarsi incontrare e stupire. In Matteo il Battista aveva fatto resistenza al Nazareno che si mette in fila con i peccatori per farsi battezzare. Davvero l’arrivo del Messia, del Figlio di Dio capovolge aspettative e programmi.

Scopriamo allora in Battista il testimone soprattutto perché non ha voluto restare immobile nelle certezze del cammino già percorso, ma in esso ha lasciato che si innesti il germoglio di Iesse. Ogni tronco, ma anche ogni tralcio ha bisogno di questo innesto nello Spirito Santo. Gesù deve entrare a far parte definitiva dell’orizzonte della vita di colui che lo vuole conoscere e amare.

Il Battista si lascia raggiungere e superare dalla Presenza di colui che riconosce come Figlio di Dio. Non era del tutto come l’avrebbe desiderato. Colui che metterà in pratica l’ira di Dio, colui che accenderà il fuoco dell’Altissimo viene come agnello! Aderire a questa verità è la più intensa e sconvolgente testimonianza di Giovanni, soprattutto perché per lui diventa vita, non solo parole.

Giovanni indica l’agnello. Comprende che la vocazione si realizza veramente quando finalmente la si restituisce alla sorgente. Capisce che una vita in Dio ha senso quando a Dio viene riportato tutto, anche i seguaci, le buone opere e persino i desideri incompiuti. Sente che la bellezza dell’esistenza secondo la logica del Regno non è quella di possedere per sé, ma di contemplare con gli occhi e spingere lo sguardo di tutti all’Altro, il Salvatore.

Questo è Gesù: il compimento! Non in astratto, ma penetrando il cuore e l’esistenza dell’uomo, di ogni singolo uomo. Anche dell’uomo giusto, che della giustizia e della verità ha fatto finora il tutto della propria vita. Gesù va oltre, oltrepassa valori e buone intenzioni, coerenza e radicalità. Gesù occupa tutto lo spazio, gli occhi ormai sono tutti solo per lui.

Perché Egli porta in sé tutto lo Spirito, cioè l’intera intima relazione col Padre che genera in continuazione l’Amore. Ed Egli trabocca di questo amore, per dare solidità, senso ed eternità al nostro pellegrinaggio di peccatori amati, e per questo bramosi di perdono.

Giovanni ce lo indica, appassionato e tenero, fermo e mite. Ha finalmente visto e conosciuto l’Atteso. D’ora in poi la sua vita di chiamato sarà tutta dedita a lasciarsi colmare all’inverosimile della consegna d’amore di Gesù. In lui contempla Colui che l’ha inviato e Colui che è disceso: il Padre e lo Spirito. La Trinità tutta abita nel cuore dell’uomo. Ecco il battesimo di Gesù. Ecco la consegna dell’agnello.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

Pubblicato in Lavoro

otidiana è, secondo don Ottorino, la sintesi del metodo del discernimento

 L'espressione riassuntiva di tutto quanto abbiamo riflettuto  sul discernimento durante quest'anno nei numeri precedenti della nostra rivista, è quella tanto cara a don Ottorino del  "Parlane a Lui".Espressioneche ha fatto scrivere sotto un quadro di Gesù risorto ma con i segni della passione. Essa può essere considerata la sintesi del discernimento come metodo.Un metodo, cioè un modo di vivere spirituale, che ha al suo centro il dialogo a tu per tu con Gesù sacerdote servo, sentito presente nella propria vita, come una persona conosciuta, amata, seguita, desiderata. Così scrive don Ottorino nel suo testamento: "Se tu non riuscirai ad avere un tale intimo contatto col Cristo, vivendo in stretta unione con Lui fino a poter dire con Paolo: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me" (Gal 2, 20), non sarai il Cristo vivente e perciò comprometterai la tua missione tra i fratelli. Tutto il resto è valido, utile e necessario, solo se ti sforzerai di realizzare questa fusione col Cristo, amato, vissuto e ardentemente desiderato".

Il dialogo con Gesù di cui parla don Ottorino scaturisce da una relazione di tipo sponsale e di amicizia, che è come il clima in cui la parola nasce, cresce, matura e si comunica. Così scriveva, pensando all'impegno dell'apostolo: "Se la mia amicizia per lui è autentica devo guardare in volto, col suo sguardo, ogni fratello che incontro ed aiutarlo ad essere come lo vuole il mio Signore".

È un dialogo che ha come obiettivo quello di fare non la nostra volontà, ma quella di Gesù, attraverso l'analisi, in comunione con lui, della situazione (informarlo) e la ricerca, sempre in comunione con lui, di quello che lui vuole da noi (interrogarlo). Dialogo che è necessario sia continuamente ripreso come un esercizio umile e libero dal bisogno di vederne i risultati.  Fino a che, per puro dono di Dio, ci sarà dato, almeno in qualche momento, di fare l'esperienza che Gesù vive veramente in noi. Questo ci basterà per poter continuare  a riprendere, ogni volta come se fosse la prima volta, il nostro dialogo con Lui.

Esemplare in questo senso l'interpretazione che fa di questo tema ottoriniano Daniele Ricci, autore delle parole e della musica del CD di canzoni sul carisma e la spiritualità di don Ottorino (DonO, Il fuoco dell'amore in un santo del nostro tempo). Nella canzone"Parlane a Lui",  ispirata al testamento di don Ottorino, l'autore, racchiudendo nell'arco della giornata, da "quando il sole all'alba spunta nel tuo cuore" a "quando il giorno muore, ma il tuo cuore vive", tutte le azioni e gli stati d'animo, le gioie e le fatiche, gli avanzamenti e le prove spirituali, li trasfigura con il ritmo dell'invito incessante di don Ottorino, rivolto a ciascuno di noi, del  "Parlane a Lui"...  "finché dirai: Non sono più io che vivo, ma Tu, Gesù, che vivi in me".

Un dialogo con Gesù, quindi, che se coltivato come metodo di vita ci farà uno con lui e ci farà vedere tutto "con i suoi occhi e il suo cuore", che sono gli occhi e il cuore del Padre.

Questo è il nostro orizzonte carismatico. Qui avviene il nostro "discernimento come metodo di vita spirituale a livello personale".

Don Luciano Bertelli

Pubblicato in Famiglia
Domenica, 01 Gennaio 2017 01:28

CUSTODIRE IL DIO DELLA PACE NEL CUORE

Lc 2, 16-21 – Solennità di Maria Santissima Madre di Dio

Commento per lavoratori cristiani

Siamo in compagnia della Vergine Madre, Regina della pace. Ma quale pace invochiamo e quale pace può intercedere, la fanciulla di Nazareth, in un mondo ferito e straziato da secoli, tragicamente attraversato, ieri e oggi, da bufere di violenza e di odio? Quale pace ha conosciuto lei, nella notte di Betlemme, negli anni della maternità, quando già da bambino il figlio è divenuto segno di contraddizione e altre mamme hanno patito il grido straziante dei propri piccoli uccisi? Quale pace, poi, possiamo desiderare e sperare noi, ogni anno più consapevoli di far parte di una umanità dal cuore duro, egoista e aggressivo?

Restiamo lì, accanto a lei. E cerchiamo di capire, o forse di sentire una brezza nuova. Sì, perché di brezza si tratta, come quella di Elia, dopo che i frastuoni sono finiti, anche quelli che camuffavano Dio da giustiziere e vendicativo.

La pace che porta Maria fa poco rumore. Ce ne accorgiamo perché attorno alla culla di Betlemme di chiasso se ne fece probabilmente tanto. Non era poi così isolata, quella mangiatoia, se molti erano già lì quando arrivarono i pastori, tanto da poter ascoltare stupiti i loro racconti angelici. Probabilmente Giuseppe aveva cercato aiuto, e la voce di un nuovo nato era corsa tra le comitive di pellegrini. Un fanciullo che viene alla vita non lascia comunque indifferenti: sarà presto un figlio di Abramo. Qualche zelane levatrice si sarà fatta viva a dare i suoi consigli da esperta alla giovane venuta dal nord. E poi la frenesia di una vita da carovanieri, l’ansia del censimento, le grida, le faccende quotidiane.

In mezzo a tanto subbuglio, per Maria esiste prima di tutto e soprattutto il corpicino del suo bambino. E quel volto che rivela il volto dell’Altissimo. Mistero di intimità, umana e divina. La benedizione del Signore di Israele raggiunge l’animo e la vita di questa sua figlia, divenuta sua Sposa, nell’incontro di sguardi con il piccolo, Figlio di Dio fatto figlio dell’uomo.

La pace nasce lì: quando vi è un riconoscersi reciproco, quando due persone si restituiscono uno sguardo per dirsi senza parlare chi sono l’uno per l’altra. I volti che si incontrano sono spazio di relazione, sono dignità vissuta e confermata. Gesù, senza saperlo ancora, consegna a Maria tutta la sua bellezza – ogni mamma è più bella nei giorni del parto -, la sua dignità e identità di donna, la sua importanza di creatura. La pace è questione di cuore: quando il cuore sente di ricevere il diritto di esistere e di amare, ecco che sperimenta la sorgente della pace.

Nella confusione dei viandanti, Maria riconosce il mistero nato con il figlio. E così riconosce anche i pastori come strani custodi di una buona novella. Diventano loro stessi angeli, messaggeri: ecco la dignità, il valore di creature che si aprono alla relazione con l’Onnipotente. Maria ‘serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore’.

Nel silenzio, lei custodisce l’evento di salvezza, così concreto da ridondare di gioia e di stupore negli animi di tutti. La pace è sinonimo di gioia. Nasce quindi nell’intimo, non nelle azioni esteriori. Si rivela però nelle scelte concrete, che hanno radice da dentro. Altrimenti è sterile, anzi è falsa.

Così Maria ci indica la strada. La pace è questione di custodire, instancabilmente, spesso contro corrente, lo spazio che merita Dio nella propria vita. Pure nella confusione; e più ancora, pure nella tragedia, quando una spada trafigge l’anima. Pure nell’inferno, della persecuzione, della guerra, della morte che si semina. Custodire, proteggere, difendere a tutti costi il Dio bambino in noi: così ci insegna un’altra giovane ebrea, Etty Hillesum, dentro il dramma dell’Olocausto.

Questa custodia permette a Dio di essere nostro custode. Questa relazione cercata, dopo averla desiderata, fa di noi tabernacoli di pace, come lo è stata lei, la Vergine Madre, sempre.

Costruiamo allora, in questo anno che inizia, una stanza nuova, o liberiamo quella che nel nostro intimo ci abita, perché possa trovare dimora l’Altissimo che si fa piccino. Se la pace abiterà così in noi, se il Custode troverà custodia in noi, allora la sua ombra rigenerante si allargherà dalla Vergine Sposa a noi, per renderci germe di speranza. E l’inferno sarà vinto, perché troppo grande è per Dio la nostalgia di ogni suo figlio per lasciarlo, solo, ardere eternamente della Sua assenza.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pubblicato in Lavoro
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