Articoli filtrati per data: Settembre 2016

CROTONE

 

TRACCE DEL CARISMA IN UNA STORIA DI MEZZO SECOLO

 

Anni vissuti all'insegna dell'unità tra il carisma di don Ottorino e la diocesi di Crotone

 

Due uomini innamorati di Dio, due uomini attenti e sensibili verso il proprio prossimo, guidati dallo Spirito del Signore Risorto, si sono incontrati e hanno realizzato una bella e importante pagina di storia della città di Crotone, della nostra storia.

Uno dei due era monsignor Pietro Raimondi, vescovo di Crotone; l’altro don Ottorino, prete vicentino fondatore della Pia Società San Gaetano.

Il primo sentiva il peso della scarsità di clero e la mancanza di assistenza religiosa nei quartieri di periferia e più poveri della città; l’altro bruciava di ardore apostolico ed era impaziente di inviare i suoi giovani religiosi in missione.

L’appello accorato del vescovo ha trovato, perciò, terreno fertile nel cuore di don Ottorino Zanon che, con grande entusiasmo e un poco di trepidazione, ha inviato nel 1963 i suoi primi missionari in un quartiere povero, emarginato e con tanti problemi.

Lo stile dei giovani preti vicentini e degli assistenti non poteva passare inosservato. Preti e diaconi fra le persone: sempre accoglienti, sempre disponibili, con un taglio omiletico semplice e diretto, non hanno fatto fatica ad entrare nelle simpatie e nel cuore delle persone.

L’immagine di un presbitero con la lunga veste nera, svolazzante sulla bicicletta sempre di corsa, diventa l’icona del dinamismo e della modernità.

Così nel tempo il numero dei fedeli aumentava sempre più fino a diventare una realtà non più ignorabile e riconosciuta come la “Famiglia di don Ottorino”, costituita oggi da presbiteri, diaconi, sorelle nella diaconia e da amici.

Attenti alle persone più povere, in collegamento con una affermata attività industriale del nord, i religiosi si sono adoperati per far nascere una cooperativa per la produzione di maglieria, strappando tantissime donne dall’isolamento e dalla povertà; saranno loro stesse a comprendere e affermare che hanno ricevuto un valido aiuto economico e, col lavoro, la dignità di persone.

Protesi verso i piccoli, per loro hanno istituito fin dagli anni ’60 un asilo e, successivamente, anche la refezione; un aiuto per le famiglie non abbienti dei quartieri dove erano presenti, ormai comunemente denominati “gaetanini”.

Questa loro attenzione, e l’esperienza maturata nella provincia vicentina, ha favorito la nascita di un’attività sociale indirizzata ad aiutare i più deboli - giovani irretiti dall’uso delle droghe e dell’alcol, giovani diversamente abili -, che hanno trovato in questa attività, rafforzata e resa stabile nel tempo, un’autentica opportunità di riscatto e di salvezza.

Sempre grazie al loro stile di vita, impegnato a osservare, conoscere e agire, negli anni ’90 è nata una Cooperativa sociale per l’assistenza agli anziani sulle ceneri della chiusura degli stabilimenti industriali, che costituivano la fonte di ricchezza della città di Crotone.

Nel periodo di crisi degli stabilimenti industriali i nostri religiosi sono stati a fianco dei lavoratori e dei loro famigliari in lotta per difendere i posti di lavoro, né hanno negato la loro solidarietà quando alcune manifestanti, mogli dei lavoratori, hanno dovuto presentarsi davanti ad un giudice.

I diaconi e la sorella nella diaconia Maria hanno svolto azione di promozione umana e di evangelizzazione nella Comunità dei Rom stanziali, radicati nel campo in prossimità della chiesa di S. Antonio, e alla Comunità degli Slavi.

Dopo oltre cinquant’anni di presenza, i religiosi della Pia Società San Gaetano, i “gaetanini”, hanno riconsegnato alla diocesi l’ultima parrocchia retta da loro, per la crisi vocazionale che investe tutti gli ordini religiosi e perché hanno intravisto “luoghi” ancor più bisognosi del nostro curato per oltre dieci lustri.

Il loro merito più grande è stata l’evangelizzazione per formare cristiani adulti, capaci di coniugare la fede nel Vangelo con la vita ordinaria.

La Società civile ha riconosciuto più volte il valore dell’opera meritoria svolta dai religiosi della Pia Società San Gaetano: sono stati molteplici gli attestati di stima giacché sono stati punto di riferimento per molteplici circostanze.

I molti religiosi che hanno operato nella nostra città hanno anche ricevuto e imparato tanto dalla grande disponibilità delle persone e dall’elevato senso dell’ospitalità, dato che ognuno di loro ha potuto lasciare un pezzo del proprio cuore qui, tra la nostra gente.

 

Alfonso Sorrentino

Pubblicato in Famiglia

E' stata la mia prima GMG e ciò che oggi più mi emoziona è ripensare a tutti i ragazzi che si sono riuniti per fare festa insieme: ci siamo ritrovati per festeggiare la nostra fede, Gesù. Lo abbiamo fatto come lo sanno fare i giovani: cantando e ballando in ogni momento e in ogni luogo, dalla stazione al campus misericordiae, rendendo ogni circostanza un momento di comunione. Eppure ogni canto, ogni tamburo, ogni danza ha saputo fermarsi per pregare, fare silenzio e ascoltare insieme. Neanche in una stanza vuota c’è tanto silenzio quanto ve n’è stato al campus con due milioni di persone. 

Vedere negli occhi degli altri la stessa fede, lo stesso ideale “conoscere e amare Gesù, farlo conoscere e farlo amare” è stato come assumere una dose di adrenalina, mi ha dato coraggio: non siamo soli.
Non siamo soli a costruire ponti invece che muri, a credere nell’umanità, a proteggere i nostri sogni, a seminare speranza ma anche ad avere paura. Ho sperimentato, però, che pure quest’ultima va portata a Dio, offerta a Lui perché è Lui che ci accompagna giorno per giorno, Lui che ci ha uniti col suo amore. 
La certezza di averLo incontrato negli altri è stata lo stimolo necessario per trovare il coraggio di seguire nelle strade la pazzia del nostro Dio, il coraggio di lasciare un’impronta dando il meglio di noi stessi, diventando protagonisti del servizio.
A distanza di una settimana non posso che cogliere la sfida lanciataci dal papa: cambiare il mondo. Possiamo farcela. Il mondo si cambia solo con l’amore. Noi abbiamo sperimentato che la misericordia va oltre l’amore stesso e “la misericordia è giovane”, quindi, chi meglio di noi può vincere questa sfida?

Pubblicato in Famiglia
Mercoledì, 21 Settembre 2016 19:49

LA VERA FELICITÀ È SEGUIRE GESÙ

"Beato il cuore che perdona, misericordia riceverà da Dio in cielo”. È con queste parole nel cuore e nella mente che i giovani pellegrini della XXXI Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), svoltasi in Polonia, a Cracovia, dal 26 al 31 luglio 2016, ritornano alle loro case. Sono le parole dell’inno ufficiale di questa Gmg dal tema “Beati i misericordiosi, perché otterranno misericordia” (Mt 5,7). Tra i quasi due milioni di giovani di lingua, razza, cultura diverse, riuniti con papa Francesco, c’erano anche i giovani della Famiglia di don Ottorino, provenienti da Vicenza, San Sepolcro, Monterotondo e Crotone, accompagnati da don Luca, il diacono Pierluigi, la sorella nella diaconia Ornella e i seminaristi della Casa Nazareth. Per molti di loro è stata la prima Gmg, per altri la seconda, la terza,  la quarta  o addirittura la quinta Gmg. Che sia stata la prima o la quinta Gmg, è stata un’esperienza speciale per tutti. Ogni Gmg, infatti, è speciale, sempre unica,  ti colpisce nel profondo del cuore fino a cambiarti la vita. Chi partecipa alla Gmg torna a casa felice, una felicità difficile da descrivere e che chi non l’ha vissuta difficilmente riesce a capire fino in fondo. E di felicità ne ha parlato anche papa Francesco, durante uno dei momenti più attesi di ogni Gmg, la grande veglia di preghiera, davanti a Gesù Eucaristia, svoltasi sabato sera, in una vasta area, a 12 chilometri da Cracovia, chiamata, non a caso, Campus Misericordiae (il campo della misericordia). Che cos’è la felicità? La felicità la puoi trovare solo in Gesù Cristo, è Lui la vera felicità, è Lui che ti indica la via giusta per lasciare la tua impronta nella storia. Alcuni giovani – dice papa Francesco – identificano la felicità con la comodità di un divano (la divano-felicità), ma la vera felicità consiste nel cambiare il divano con un paio di scarpe e seguire Gesù. "Camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia che nasce dall’amore di Dio. Andare per le strade seguendo la “pazzia” di Dio  che ci insegna a incontrarlo nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nell’amico che è finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo". Sono parole – queste pronunciate da papa Francesco - che non hanno lasciato i giovani indifferenti, hanno realmente illuminato il volto di ciascuno e riscaldato il cuore insieme alle migliaia di candele accese, che ognuno teneva in mano, simbolo di luce, ma anche di speranza, di unità, di fraternità. Il volto più bello della Chiesa si è illuminato nel Campus Misericordiae della luce dei giovani. Ciascuno, con la propria candela accesa, sembrava “gridare”  nel silenzio del proprio cuore: Jesus, I trust you (Gesù, io confido in Te). Questa frase si legge su ciascun braccialetto rosso, blu o giallo che i giovani hanno trovato nel kit del pellegrino e che gelosamente indossano. È la stessa frase che si legge in polacco (Jezu, ufam tobie) nella famosa immagine di Gesù Misericordioso, immagine realizzata alla richiesta di Gesù in un’apparizione a Santa Suor Faustina Kowalska. Ed è proprio Suor Faustina, insieme a San Giovanni Paolo II e don Ottorino, ad aver accompagnato la preparazione dei giovani “ottoriniani” svoltasi a Vicenza, prima della partenza verso la Polonia. Tre giorni di preparazione che hanno dato la possibilità di creare sempre più un clima di familiarità. La partecipazione dei giovani “ottoriniani” alla Gmg è stata davvero vissuta in un clima di famiglia, non solo per le relazioni fraterne costruite all’interno del gruppo, ma anche per la generosa ospitalità delle famiglie polacche. Famiglie profondamente innamorate di Gesù Cristo, che portano nel loro cuore il ricordo di una persona speciale, quella di Karol Wojtyla, prima loro vescovo e poi papa.  Attraverso la straordinaria accoglienza delle famiglie polacche, ciascuno ha sperimentato l’amore misericordioso di Dio Padre. Un’accoglienza straordinaria culminata nell’ultima sera, quella della domenica dopo la messa conclusiva, con una grigliata insieme alle famiglie ospitanti di Bugaj e ai volontari di Kozmice Wielkie, vicino a Wieliczka, la cittadina nell’area metropolitana di Cracovia, famosa per le miniere di sale (bene protetto dall’Unesco), dove siamo stati amorevolmente ospitati.

È difficile dire quale sia stato il momento più bello di questa Gmg: dalla catechesi vissuta con i giovani della Diocesi di Milano alla visita al Santuario della Madonna nera di Czestochowa, dalla messa degli Italiani presso il Santuario della Divina Misericordia all’incontro con papa Francesco al campo Blonia, dalla Via Crucis alla veglia di preghiera e alla messa conclusiva. Ognuno porterà con sé un ricordo diverso: un incontro, un abbraccio, una parola di papa Francesco, un momento di preghiera e forse un desiderio, quello di contagiare gli altri giovani di questo amore misericordioso di Dio. E c’è già chi pensa a Panama, meta della Gmg 2019. Chissà! C’è un Dio che  “fa  sempre il tifo per noi come il più irriducibile dei tifosi" (dall’omelia di papa Francesco, Messa conclusiva Gmg 2016).

 Antonella Palermo

Pubblicato in Famiglia
Mercoledì, 21 Settembre 2016 19:40

GESÙ: IL SIGNORE DEL RISCHIO

Amici, Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”. Gesù non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possono aprire nuovi orizzonti, capaci di contagiare gioia, quella gioia che nasce dall’amore di Dio, la gioia che lascia nel tuo cuore ogni gesto, ogni atteggiamento di misericordia. Andare per le strade seguendo la “pazzia” del nostro Dio che ci insegna a incontrarlo nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nell’amico che è finito male, nel detenuto, nel profugo e nel migrante, nel vicino che è solo. Andare per le strade del nostro Dio che ci invita ad essere attori politici, persone che pensano, animatori sociali. Che ci stimola a pensare un’economia più solidale di questa. In tutti gli ambiti in cui vi trovate, l’amore di Dio ci invita a portare la Buona Notizia, facendo della propria vita un dono a Lui e agli altri. E questo significa essere coraggiosi, questo significa essere liberi!

 

Papa Francesco durante la Veglia GMG

Pubblicato in Papa e don Ottorino

Gesù luce dell'apostolo: il dinamismo interiore di sentirsi peccatore, graziato, inviato

 

Come abbiamo visto nel numero precedente il discernimento secondo don Ottorino è caratterizzato dalla relazione con Gesù, dal vivere alla sua presenza, come respiro dell’anima, luce che illumina, ambiente che avvolge, mantenuta viva da un continuo dialogo con Lui. Perché è solo nella comunione con Gesù che si capisce verso dove andare e quali scelte fare per realizzare la fondamentale volontà di Dio, che è quella di far conoscere Gesù a tutti e da tutti farlo amare.

Però ciò che sta alla base di questo impegno è quel dinamismo interiore fatto di tre fondamentali passaggi: sentirsi peccatore, sentirsi graziato e sentirsi inviato. Don Ottorino li descrive nel suo testamento con semplici ma incisive parole, introdotte ancora da un imperativo categorico, un altro "devi", che in lui ha il sapore di un forte impegno non disgiunto da libertà e gratuità: "Dinanzi a Lui devi sentirti miserabile per i peccati commessi, confuso per le grazie ricevute e divino per la missione e il potere a te affidato".

Sono passaggi tutt'altro che scontati nella vita spirituale. Senza la coscienza di essere peccatori è impossibile gustare  la grazia del perdono e lanciarsi con gioia verso quello a cui Dio chiama. Si rimane impigliati nella rete dei propri sforzi a essere buoni e perfetti e non ci si abbandona all'amore di Dio che risveglia la nostra bontà e costruisce la nostra perfezione come un dono di cui dobbiamo sempre ringraziare. Pertanto, senza la consapevolezza della propria miseria, non è possibile il discernimento. Don Ottorino, dimostrandosi un vero maestro di spirito, ritorna spesso su questo tema, arrivando a dire ai suoi figli che preferisce un peccatore che piange i suoi peccati che un innocente senza ideali. Ciò riflette  la sua esperienza personale di sentirsi peccatore, graziato e inviato. Per lui sono tre dimensioni che non solo non si contraddicono ma si richiamano una con l'altra. Così scrive nell’incipit del suo testamento. "Carissimo, nel momento di lasciare il mio posto e di por fine alla mia missione tu certamente comprendi quale sia il mio stato d’animo e come mi senta confuso dinanzi a Dio e ai fratelli. Comprendo chiaramente ciò che Dio mi voleva e mi rendo conto di quello che io avrei dovuto passare a voi. Mi sento però fiducioso di trovare perdono da Dio e da tutti voi. Durante la mia vita, vivendoti vicino, con forme forse spesso stonate, mi sono sforzato di segnare la strada che Dio ci aveva tracciato. Forse non sempre sono riuscito ad esprimermi. Spesso poi la mia vita non ti è stata una testimonianza autentica di quello che dicevo. Resta però chiaro quello che Dio vuole."

Don Ottorino si sente un peccatore e nello stesso tempo si sente graziato e inviato. Da lì nasce quella chiarezza, che ha dentro di sé, su quello che Dio vuole, una chiarezza non fondata su di lui ma sulla grazia di Dio.

In questo senso possiamo ricordare il racconto fatto più volte da Papa Francesco della sua vocazione, in cui si intreccia l'esperienza del sentirsi peccatore con quella della sua vocazione. Alla domanda che Spadaro gli fa nella sua intervista: "Chi è Mario Bergoglio?", lui risponde: "Io sono un peccatore. Questa è la definizione più giusta. E non è un modo di dire, un genere letterario. Sono un peccatore... al quale il Signore ha guardato".

don Luciano Bertelli

Martedì, 20 Settembre 2016 19:19

PRIMO PIANO:LUCI NELLA NOTTE

Mesi gravidi di avvenimenti angosciosi. Dalla strage di Nizza allo scontro dei treni in Puglia, all'uccisione di P. Jacques Hamel a Rouen, al terremoto nel Centro Italia... Non finivano più! E tanti altri nel mondo meno pubblicizzati, ma non meno angosciosi... questa "guerra a pezzi" in luoghi neanche tanto lontani, come nella martoriata Siria. "Dov'è Dio?"si chiede. Come vederlo in tanto buio? Ma delle luci non hanno mai smesso di accendersi... dalla figlia che a Nizza prega per l'anima dell'attentatore che ha ucciso suo padre "perché voglio che sia la misericordia a vincere", ai mussulmani che pregano nelle chiese cristiane, alla bimba estratta dai volontari dalle macerie del terremoto... ai giovani della GMG che pendono dalle labbra di un papa che parla di pace... alla atleta che a Rio si ferma a sollevare la concorrente caduta.

Luciano Bertelli

Martedì, 20 Settembre 2016 17:21

EDITORIALE: ANDIAMOCENE ALTROVE

Carissimi,

a poco più di un anno dal IX Capitolo generale, mi ritrovo a riflettere sul cammino fatto per rendere operativi gli orientamenti presi, in particolare quelli riguardanti la chiusura di alcune comunità pastorali. Si fa presto a dirlo, ma quanto è duro realizzarlo! Difficoltà dall’esterno, vale a dire da parte dei fedeli feriti dall’operazione “chirurgica”. Difficoltà anche dall’interno, vale a dire da chi non riesce a entrare nello spirito delle riduzioni di presenza in comunità “storiche” a noi tanto care.

Il  motivo che ha occasionato queste scelte è senza dubbio la nostra povertà. Povertà che non ci consente più di rispondere a tutti gli impegni assunti. Ciò non toglie che ci sia una motivazione fondamentale che viene dal cuore del nostro carisma. Ed è proprio meditando una pagina del Vangelo di Marco, che ho avuto conferma di questo.

Con questo sottofondo mi sono ritrovato a meditare in questi giorni la pagina del Vangelo di Marco, dove Gesù esce di buon mattino per ritirarsi in preghiera e viene raggiunto dai suoi: “Tutti ti cercano”, dicono. Al che lui risponde: "Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!" Eppure “tutta la città era riunita davanti alla porta. E Lui aveva guarito molti che erano afflitti da varie malattie e scacciato molti demoni”. Diciamo, era al culmine del successo, eppure va altrove, dove ancora non lo conoscono.

Sento che è nel DNA ottoriniano assumere impegni pastorali in diocesi con particolari povertà, trasmettere in esse tutta la ricchezza che Dio ci ha dato, camminare insieme finché è terminata l’emergenza; una volta però completata la  missione per cui abbiamo assunto quella realtà, riconsegnarla alla diocesi e piantare le tende in altre parti bisognose della nostra presenza.

Il nostro compito è proprio quello di “seminare”, ad altri la gioia di raccogliere. Se così non fosse, la nostra presenza non avrebbe mai termine. In una parrocchia ci saranno sempre progetti in divenire e l’opera non sarà mai completa.

Don Ottorino scriveva ad un confratello: “Anche tu sei entrato nel manipolo volante dei volontari di Dio. La tua gioia deve essere quella di fare la volontà, non tua, ma quella di Dio. Non importa se Dio ti farà seminare o raccogliere”.

Mi piace molto l’immagine cara a don Ottorino, quella di essere nella Chiesa un “manipolo volante”, pronti cioè ad andare dove più urgente è il bisogno, ma altrettanto pronti a lasciarlo.

Scriveva ancora: “Decine di vescovi si sono presentati per elemosinare qualche sacerdote. Purtroppo, finora, non abbiamo potuto dare loro l’aiuto che si aspettavano! Siamo ancora troppo pochi. Abbiamo perciò bisogno di arruolare altri giovani arditi e generosi, pronti ad essere una falange volante nelle mani del Papa per portare nel mondo l’amore di Cristo”.  E ancora: “Un domani questo manipolo di uomini, lanciati nelle varie parti del mondo, deve essere la semente nuova che Dio ha stabilito in questo momento”.

Che bello riconsegnare alla diocesi la cura pastorale di una parrocchia quando questa è nel pieno della sua vitalità, rinunciando a godere dei frutti di tanti sudori, riconoscendo che quanto di buono si è potuto fare è opera di Dio, il vero pastore di quella parrocchia. Continuare “perché funziona bene” non è nel nostro spirito. Direi piuttosto che, proprio “perché funziona bene” è il momento di passare la mano ad altri.

Anche Gesù ha chiuso il suo “servizio” senza raccogliere i frutti del suo lavoro. E noi vogliamo rassomigliargli anche in questo.

 

Don Venanzio 

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LA FESTA DELLA MISERICORDIA

Lc 15, 1-32  – XXIV domenica del tempo ordinario – Anno C

Commento per lavoratori cristiani

Misericordia è movimento. Misericordia è incontro. Misericordia è festa.

Le commoventi parabole che Gesù dona ai nostri cuori, appesantiti dall’esperienza del peccato e dalla consapevolezza di vivere in un mondo segnato ogni giorno dagli sfregi del male, sono un tesoro inesauribile, una luce penetrante nel mistero del Cuore di Dio. A Lui guardiamo, per lasciarci illuminare nell’intimo dalla verità di ciò che anche noi siamo.

Dio è misericordioso come un pastore che conosce ogni sua pecora per nome; come una massaia preoccupata di non trascurare neanche uno spicciolo per il bene dell’economia famigliare; come un padre disposto a perdere la faccia pur di restituire ai propri figli la dignità di figli.

E misericordia è movimento. C’è un dinamismo che accomuna i passi affrettati del pastore, le mani esperte e delicate della donna, la trepidante corsa del padre verso chi è fuori di casa. La misericordia è la benzina per le gambe, e si nutre di un cuore incapace di accomodamenti. Sta sempre allerta, vigilante del dolore dell’altro, anche di quello che sembra essersi voluto procurare da solo, nel tragico circolo vizioso del peccato. La misericordia spinge la vita e rompe indugi e passività. Per usare le parole di papa Francesco ai giovani, mossi dalla misericordia al cammino verso Cracovia nel pellegrinaggio giubilare, essa è l’antidoto a una ‘spiritualità del divano’. Chi ama non sta mai fermo, ed è proprio l’opportunità di amare la forza che sradica la tentazione di chiudersi nelle proprie lamentele e autocommiserazioni, per scegliere invece di ferirsi i piedi fra i rovi, di sporcarsi le mani nella terra, di perdere i timori delle regole sociali pur di arrivare a chi ha bisogno. Nel dinamismo della misericordia, ci si fa tutto in tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno (cfr. 1 Cor 9,22).

Così la misericordia è incontro. Più precisamente, è rinnovamento nell’incontro. C’è sempre una relazione che si intreccia di nuovo o che diviene nuova nel tessere un nuovo legame tra le persone. Se non c’è il ‘corpo a corpo’, ancora non è misericordia. Rimane idealismo compiacente oppure passeggera emotività. Per divenire misericordioso, il cuore ha bisogno di mani che toccano e di occhi che riconoscono, lasciandosi riconoscere. Si è nel mistero del reciproco svelamento, per cui il belare di una pecorella è capace di restituire alla virilità del pastore la coscienza del suo essere custode, chiamato a una missione insostituibile. Una semplice moneta inerte, simbolo di tante persone che si percepiscono inutili e senza valore, può divenire motivo per una donna premurosa di ritrovarsi vivace promotrice di solidarietà e di prossimità. E un figlio scapestrato ripete nel ventre paterno il lacerante mistero della vita che nasce, per una seconda volta, come quando – piccolo piccolo – usciva piangente alla vita dal grembo della madre. Dunque la misericordia è incontro di andata e ritorno. È dono vicendevole, che mina le basi di chi volesse costruirsi un piedistallo di gratificazione con i propri atti di benevolenza.

E di fatto la misericordia si genera in un ventre squarciato dal dolore di una perdita e dalle strette di una mancanza. Nemmeno il padre fedele e attento come sentinella nella notte vanta un atteggiamento di preveggente magnanimità. Egli, come il pastore e la donna di casa, soffre lo smarrimento di chi era accanto a lui, e in questo patimento vede sbocciare il seme della misericordia, depositato nel proprio intimo. È passaggio pasquale, necessario, seppure incomprensibile: non si impara ad amare se non perdendo ciò che si ama; non si diviene misericordiosi se non percependo quella vulnerabilità in noi che fa gemere alla misericordia. Solo chi sa gridare ‘abbi pietà di me’ diviene capace di offrire la pietà evangelica, che è misericordia. Ecco perché l’incontro che ci ha salvato è stato il grido del Getsemani, e le lacrime del Padre sull’angoscia e la morte del Figlio Gesù, vero Prodigo venuto a spargere a piene mani il patrimonio della grazia fra le miserie della nostra terra pagana.

Così la misericordia diviene festa. Sembra paradossale. Eppure il dolore, la perdita, il gemito divengono a loro volta grembo di gioia. Nel vuoto che si è generato al constatare la nostra infinita povertà che invoca pienezza, si apre lo spazio perché quel volto da cui si è fuggiti ritorni luminoso e irradiante a rinnovare la certezza di cui abbiamo bisogno: ‘tu sei prezioso ai miei occhi; io per te do la mia vita!’. Ed è proprio così! Ed è questa verità che si trasforma in gioia incontenibile, tangibile quanto un abbraccio, traboccante come giare di vino ricolme, pingue come il grasso di un vitello svezzato e ingrassato apposta.

Gioia che sprizza dal costato aperto e che gocciola dalle ferite delle spine di un diadema di gloria. Gioia che contagia nella danza delle nozze, perché lo Sposo è tornato e tutti siamo invitati a partecipare. Gioia che rimane misericordiosa, per cui se non bastano i servi, è di nuovo il Padre che esce alla ricerca del figlio intestardito a non lasciarsi amare gratis.

Non bastano le parole per descrivere la tenerezza profonda che regala questa esperienza, impregnata di totale gratuità e di sorprendente cura per ognuno di noi. Siamo pecorelle smarrite, siamo talenti nascosti, siamo figli ribelli e cocciuti commercianti di meriti… Eppure il Signore non si stanca, ci cerca, e gioisce anche solo per uno sguardo sfuggente che gli regaliamo, come un genitore fedele che si sbizzarrisce nella fantasia dell’amore per arrivare a incontrare la dolce fragilità del figlio.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

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