LA VIGNA, NOSTRA EREDITA' DI NOZZE

Mt 21, 33-43 – XXVII domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

La parabola della vigna è intrisa di tanto sangue. È una finestra dura e realista sull’esperienza dell’umanità, che risalta in controluce dietro la passione e morte di Gesù qui chiaramente preannunciata. Eppure, nel cuore di Gesù, mentre raccontava ai sacerdoti e agli anziani del popolo, affiorava forse l’immagine di una festa, assieme al dolore di vederla ancora incompiuta.

È la festa di nozze del Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, che si è fatto sposo del suo popolo Israele, celebrando nella fedeltà un’alleanza che ha le sue radici nelle viscere di misericordia del Signore. Le nozze non sono un evento di un giorno o di un momento. Le nozze sono per sempre: celebrano l’eternità. E quando Dio aveva preparato il suo regalo di nozze, lo aveva fatto pensando a un dono definitivo, totale, eterno.

È commovente pensare a questo sposo generoso e prodigo, che non esige la dote della sua amata; anzi, la prepara egli stesso, in modo da rendere la vita a due qualcosa di dolce, di fruttuoso, di gioioso. Dio ha preparato la vigna con tanta cura, affaticandosi nei primi giorni della creazione, per poterla mettere nelle mani dell’amata, quell’umanità fragile e allo stesso tempo speciale, perché fatta a sua immagine e somiglianza. Dio ha risparmiato al suo popolo la fatica dei preparativi. Anche quando Israele si era trovato a entrare nella terra promessa, aveva goduto della fertilità di alberi e coltivazioni non piantate dai suoi uomini (cfr. Gios 24,13). Dio ha sempre sovrabbondato e preceduto in gratuità.

Questa parabola, allora, non parla tanto di un rapporto di padrone e mezzadri, almeno non nel senso capitalistico con cui anche noi spesso comprendiamo le relazioni. E non solo quelle legate a uno stipendio. In generale, noi, come i sacerdoti di Israele, ci relazioniamo alle persone e alle cose con la costante ansia di dover guadagnare per mostrarci bravi, di dover ‘rendere’ per essere all’altezza, di dover azzeccare sempre le risposte giuste per non sciupare l’occasione di accumulare. Magari non si tratta di accumulare soldi o ricchezze materiali, ma riconoscimenti e affetto; è pur sempre un accumulare, ed è questo il guaio. A che cosa serve, infatti, a un uomo “guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima?” (Mc 8,36).

Il fatto è che questa cupidigia del cuore, che emerge tanto più rimaniamo concentrati solo su noi stessi, porta come effetti collaterali i sentimenti e gli atteggiamenti di disprezzo, di gelosia, di invidia, di rapina, di odio che progressivamente attanagliano l’esistenza dei contadini della parabola. È un terribile vortice, a un certo punto quasi inarrestabile. Si costituisce persino una sorta di maliziosa e meschina solidarietà tra gli empi, memoria attualissima del subdolo inganno del serpente, apparentemente consigliere favorevole alla causa dei primogenitori.

A volte ci sorprende, ci terrorizza, ci scandalizza il grado di malvagità di cui diventa capace un uomo. Quando meditiamo la sorte terrena di Gesù, restiamo scombussolati per tanta atrocità… Ma quanto c’è di autentica indignazione evangelica in tutto questo? Non è certo l’emozione conseguente a un film particolarmente crudo quello che manifesta la nostra reale adesione all’alleanza con il Signore.

Perché questi sentimenti e questi atteggiamenti, descritti con tanta sofferenza nelle parole di Gesù, sono – almeno potenzialmente – anche e prima di tutto i nostri. Forse non ci è capitato di piantare mai un chiodo nel palmo della mano di un fratello, o non abbiamo fisicamente scagliato pietre per lapidare una donna peccatrice. Ma l’animo è in continuo combattimento, e la lotta ha radici profonde. Emerge continuamente, quando ci ritroviamo delusi e insoddisfatti pur essendoci affannati tanto per lavorare la vigna, fino al punto da considerarla ‘ragionevolmente’ nostra. Un possesso, non più un dono.

Si tratta allora di riconoscerci o meno disposti a… lasciarci sposare dal Signore! Che non è cosa scontata. Al di là dei romantici sogni di una celebrazione sontuosa e impeccabile, ormai fin troppo vittima di logiche commerciali e di apparenza mediatica, il matrimonio con Dio è una vocazione sconvolgente, che Egli propone e promette a tutti. Chi ne diventa partecipe? Colui che accetta di essere destinatario indegno e prediletto della propria stessa dote matrimoniale. Colui che riconosce di ricevere l’eredità desiderata e cercata nel momento stesso in cui si lascia amare e abbracciare così come egli è.

Lo Sposo – cioè il Figlio - non è solo l’erede: è anche l’eredità. E chi si affanna per escluderlo dalla propria corsa all’accumulo di frutti, non si accorge di condannarsi da solo a perdere l’unica cosa che conta: la relazione con Lui, Vite che dà vita ai tralci, Sposo innamorato, Figlio che ci fa fratelli.

Nel cuore di Gesù dimora ancora la speranza incrollabile che non tutti rifiutino la bellezza del suo dono. Così egli – memore di ben altre sorti auspicate dal profeta Isaia per la propria vigna (cfr. Is 5, 1-7)– annuncia un nuovo sposalizio, coronato dai canti del vino buono della vite. È questa la sua promessa, nel momento in cui accetta di vivere fino in fondo la tragedia preannunciata nella parabola, per essere una nuova vite piantata nella terra scavata per sostenere la croce e irrorata del sangue della donazione. Gesù rimane lo Sposo. Gesù è per sempre la Vite. Gesù ridona all’umanità smarrita nella propria inconfessabile fragilità l’opportunità di vincere la logica che ne rinnova le trame mortali. La stessa logica che ispira la violenta reazione degli ascoltatori contro coloro che – alla fin fine – sono essi stessi. La logica dell’individualismo egoista e avido, che non beve il vino della festa né riconosce il sangue della gratuità, ma semina la zizzania della menzogna e della violenza.

Gesù dona a noi una nuova occasione di ‘accasarci’ con Lui. Non più da mezzadri affittavoli, ma da coeredi della grazia che salva.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

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