COME UN FIUME CHE SCORRE VERSO IL MARE

Mt 5, 17-37 - VI domenica del tempo ordinario
A Commento per lavoratori cristiani

Ci sono due modi di intendere la legge.

Si può ritenere che la legge, ogni legge, sia una specie di ‘fotografia’ della realtà, che prende atto di dati di fatto e ne riconosce le dinamiche innate, cristallizzando le relazioni e le dinamiche in affermazioni categoriche e generalizzanti. Questa visione va bene per la fisica e le scienze matematiche, e spinge la curiosità dell’uomo a comprendere come sia organizzato il creato che ci circonda, dall’immensità dei rapporti tra le galassie all’affascinante gioco di minutissimi reciproci condizionamenti tra le particelle più piccole della materia. Per qualcuno sarebbe questo l’opportuna maniera di legiferare anche nelle relazioni tra gli uomini e i popoli. Fotografare il mondo in questo modo, però, significa accettare un difetto di libertà e di fantasia. Vorrebbe dire rinunciare a comprendere che l’evidente, nei rapporti tra le persone, non corrisponde necessariamente all’essenziale, alla verità più profonda, all’intimità dell’essere umano.

Perché se tutte le creature sono ‘buone’, l’uomo e la donna sono invece ‘molto buoni’. Abbiamo cioè una marcia in più, dettata proprio dall’essere a immagine e somiglianza di Dio. Anche per Israele, e soprattutto per i suoi capi, scribi e farisei, la Legge di Dio rischia di ridursi a una canonizzazione della superficie dei nostri modi di reagire e attuare. Sembra che si possa giustificare la rabbia iraconda e la sensualità passionale, limitandosi a contenere i danni che potrebbero avere ricadute negative in chi li procura. Sembra che ‘non uccidere’ e ‘non commettere adulterio’ siano percepite come norme di tutela per l’uomo che, nel caso cedesse a queste lusinghe, pagherebbe conseguenze spiacevoli per se stesso, rischiando di alimentare la vendetta e la ritorsione di altri trascinati dalle proprie passioni. Oggi più che mai corriamo il rischio di intendere la legge come insignificante controfirma alle rivendicazioni egocentriche di ciascuno, trascurando la fatica del discernimento che scava nella profondità dell’uomo. Pare che valga l’assioma generale (che paradossalmente diventa a sua volta legge) che ciò che sente la maggioranza deve diventare norma, senza interrogarsi su quanto questo ‘sentire comune’ corrisponda alla vocazione autentica della persona. Perché in realtà c’è una seconda maniera di comprendere la legge. Essa diventa come gli argini di un fiume, che permettono all’acqua corrente di essere contenuta e di scorrere verso la meta che l’attende.

Le regole e i comandamenti fanno sì che la persona orienti tutta se stessa alla propria verità, proprio come le rive del fiume gli permettono di essere fiume, ed evitano all’acqua di disperdersi, cioè di sparire e morire. Per poter intendere e gustare gli orientamenti della Legge in questo modo, anche quando la violenza dell’acqua, cioè dell’energia vitale che è in noi, si scontra con la durezza della roccia che la contiene e ne soffre, è necessario avere uno sguardo coraggioso per riconoscere la bellezza della nostra identità di figli. Così ci vede Gesù, chiamandoci ad essere ‘perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli’ (6, 48). Gesù desidera che il fiume scorra fino a diventare mare, che è la sua naturale vocazione. E per questo coglie la Legge non come un ostacolo, ma come un pedagogo (così la chiamerà Paolo) che promette compimento alla nostra sete di felicità. C’è da percorrere con pazienza e perseveranza le vie del limite per poter approdare all’infinito dell’oceano, che attende le nostre acque zampillanti facendoci gustare gocce della sua bellezza!

Nessun comandamento, dunque, viene colto da Gesù nella sua sfera di proibizione. Diviene invece contenitore di potenzialità enormi, spesso inespresse. Così, quando si impara ad accettare e a riorientare la rabbia, si diviene capaci di una dolcezza e mitezza contagiose, operando scelte di pace coraggiose e instancabili. Quando si impara a fare i conti con la propria paura di essere abbandonati e si riscopre la tenerezza del proprio bisogno di affetto, si diviene capaci di trasformare la diversità in luogo di incontro, in ardito passo di superamento per assaporare il mistero dell’altro, tanto nel matrimonio, come nella castità consacrata che diviene amicizia.

Quando poi si accetta di non essere noi il centro del mondo, faro e misura delle leggi della vita, si accoglie con disarmante e liberante abbandono la presenza di un Dio che non ragiona a partire da garanzie mondane, ma rinnova il miracolo della fiducia verso di noi per renderci a nostra volta capaci di ferma e credibile verità.

Padre Luca Garbinetto
Pia Società San Gaetano

Ultima modifica il Domenica, 12 Febbraio 2017 11:48

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