IL SEME IN OGNI TERRENO

C’è modo e modo di seminare il seme. Dipende certamente dal tipo di seme, ma dipende assai anche dalle abitudini del seminatore. Ci sono luoghi, nel mondo, in cui il contadino scava il solco nel terreno, con l’aiuto dell’aratro e la fatica dei buoi, e poi depone con cura i semi nella ferita della terra, per poi appoggiarci sopra le zolle a custodirne la vita. Ci sono invece culture che insegnano ai propri figli ad essere parsimoniosi, per cui solo 3 o 4 semi vengono appoggiati, quasi chiamandoli per nome, dentro il buco aperto nel terreno con rudimentali strumenti di lavoro. Oggi, in tante parti del mondo, le macchine scalzano il sudore dell’uomo, e assieme ai semi, più o meno genuini, si spargono in terra disparate sostanze per facilitarne una crescita accelerata – forse troppo – e a volte inzuppata di veleni!

Non è così per il seminatore di Palestina, a cui Gesù fa riferimento. Nella terra di Gesù, ferita da ben altri solchi di odio e di violenza oggi come allora, i contadini sono di per sé un segno di naturale fiducia nella creazione. Perché la loro semina è manifestazione dell’amore prodigo di Dio, del dono senza misura, dello spargimento di grazia senza limiti né condizioni. L’agricoltore passa, e con ampi movimenti del braccio irrora la terra tutto intorno con abbondanza di semente, cosicché i piccoli grani cadono ovunque: tra i sassi, in mezzo alle spine, sulla strada, e anche sul terreno buono. L’aratura si fa dopo. Tanti semi, così, rimangono in superficie o vanno dispersi. Ma per il seminatore, come per Dio, l’importante, innanzitutto, è seminare. Abbondantemente e gratuitamente seminare.

Ecco il dono del Regno: un’abbondanza di semina. Ecco la passione di Dio: l’instancabile opera dello spargimento del seme. Che è la Parola. Dalla creazione ad oggi, Dio non si stanca di seminare la sua Parola nei terreni del mondo, nei cuori degli uomini. Chi vuole collaborare con l’azienda agricola del Cielo deve mettere in conto di non avere né ferie né stagioni, né tempi morti né pause di relax. La Parola esige di essere seminata continuamente e dovunque, con una incrollabile fiducia nell’efficacia della Parola stessa, del seme che contiene in sé tutta la vita di cui ha bisogno.

É la logica dell’evangelizzazione, appassionata e creativa come ci ricordano i papi, custodi fedeli e originali dell’arte del seminare. La Chiesa si prende la briga di trovare sempre nuovi modi per far arrivare il seme in ogni angolo della città, del villaggio, dell’ambiente di lavoro, della vita. Alla Chiesa la missione di spargere la Parola e di non arrendersi di fronte all’apparente insuccesso. Sarà la Parola stessa a trarre, dal processo naturale di crescita e di maturazione, i frutti migliori, nei cuori degli uomini, come ha promesso il Signore per bocca del profeta (cfr. Is 55, 10-11).

Si comprende allora che non hanno senso certe discussioni pseudo teologiche sull’opportunità o meno del catechismo per i bambini, del battesimo agli infanti, dell’annuncio diretto o indiretto agli adulti, dell’esplicita proclamazione del nome di Gesù nell’agire caritativo… Discussioni pastorali, a volte, che possono nascondere freni e rallentamenti all’ardore missionario. La domanda opportuna non è: ‘è giusto o non è giusto in assoluto’, ma ‘chi può seminare meglio in questo terreno specifico’? L’importante è seminare. E che troppi dibattiti religiosi non addomestichino la gioiosa creatività del popolo di Dio.

Poi ci sono i terreni. O meglio… prima! I terreni sono lì: sono i cuori delle persone, sono conseguenza del cammino di una vita. I cuori sono segnati dalle esperienze del passato, portano dentro dubbi e paure di oggi, ma anche speranze e attese verso il futuro; vivono agganciati a domande di senso, si mascherano dietro armature che nascondono ferite profonde. Ogni terreno, con le sue spine e i suoi sassi, ma anche con i suoi generosi germogli, accoglie il seme a modo suo. Va rispettato, allora, nel processo di germinazione. Va curato e accompagnato, mai forzato. Va irrorato e nutrito, mai abusato e invaso.

Per poterlo fare bene, questo lavoro di premurosa cura, sarà utile conoscere un po’ di più dell’originalità di ogni terreno. Non dare per scontato di sapere già tutto, solo perché qualche volta è capitato di pungersi alle proprie spine, o di calpestare la dura pietra di una relazione, o di scacciare qualche uccello insidioso dai dintorni di una persona cara. No, non basta una qualche esperienza di vita per dire di conoscere le persone. Attendere pazientemente che l’altro si sveli, che mostri il proprio terreno per imparare ad ararlo nel modo migliore, è pratica di umiltà di cui oggi abbiamo assoluto bisogno. É l’ascesi moderna, la ‘fraternità mistica’ auspicata da papa Francesco. Richiede ascolto, con le orecchie e con gli occhi.

La novità della semina di cui oggi ci parla il Vangelo sta soprattutto nell’ordine delle funzioni. Verrebbe spontaneo pensare, infatti, che se un terreno è pieno di sassi oppure di spine, o se la terra è poco profonda, sia il caso di intervenire previamente e preparare adeguatamente lo spazio per la semina, perché dia frutto. Se questa fosse la logica di Dio, Gesù non avrebbe mai predicato in parabole, né ci sarebbe stata regalata la perla preziosa del Regno annunciata alle folle. Tra le gente, infatti, la maggior parte era senza occhi per vedere né orecchie per ascoltare e comprendere. Oggi non è molto diverso il panorama dei popoli, e anche noi siamo molto spesso ben otturati da pietre e da spine, nella superficialità della nostra vita ordinaria. Sarà che Gesù e la Chiesa debbono attendere il terreno perfetto prima di annunciare la Buona Notizia del Regno? Sarà che il Vangelo è riservato ai campi senza difetto, anziché ai dolenti ‘campi di Iaar’?

E invece accade proprio il contrario: la Parola cade sul terreno, qualsiasi terreno, ogni tipo di terreno, e diviene da sé rivelatrice e creatrice. La Parola fa scoprire l’originalità del terreno, ne svela i contenuti, i talenti e i limiti, ne manifesta i componenti, ciò che serve e ciò che non serve alla vita, affinché cresca. Il seme è dono perché mostra il terreno a se stesso, e allo stesso tempo lo mette in condizione di dare tutto quello che può dare. Senza chiedere di più, e senza chiedere di meno. Il seme chiede al terreno tutto. E così il seme cresce, godendo di tutto ciò che il terreno può dargli in cambio della scelta di morire in esso.

Ecco la bellezza del nostro Seminatore preferito. Dio non attende di verificare l’idoneità della persona per donare la sua Parola senza misura. Dio si dona. Chi lo riceve e lo accoglie nelle pieghe della propria vita vede scaturire in sé un processo nuovo di cambiamento e di crescita, che la Chiesa sostiene e accompagna come piccola contadina. Ma l’essenziale è che, prima di tutto, sia stato gettato copiosamente il seme nella terra.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

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