IL COMPIMENTO DELLA VITA

Lc 21, 5-19  – XXXIII domenica del tempo ordinario – Anno C

Commento per lavoratori cristiani

Si compie ormai l’itinerario dell’anno liturgico, e la Parola ci propone la meditazione profonda e sconcertante sul compimento del tempo.

Gesù stesso sollecita gli uomini religiosi del suo tempo ad alzare lo sguardo, a vedere oltre, a penetrare nell’intimità del senso della storia. Si stavano gongolando, gli uomini religiosi, su successi e meriti umani, celebrando la bellezza di un tempio opera di uomini. Godevano in fondo della propria bravura, gustavano i segni di un popolo che presumeva di aver fatto ciò che serviva per guadagnarsi la vita e Dio.

Ma né la vita, né tanto meno Dio sono a portata di mano di un progetto edilizio ben curato, o di un culto esteticamente impeccabile, o di una serie di regole rispettate. Non sono le pietre e le offerte celebrative la garanzia di un’esistenza destinata al Cielo. Anzi, la presunzione di saper discernere a partire dai propri schemi e dai propri esisti rischia di offuscare lo sguardo e di smarrire la via della verità. Può darsi che anche noi siamo eccessivamente preoccupati di tenere ben in ordine le chiese e sistemate le sacrestie, o di comportarci da ‘buoni’, senza accorgersi che non solo si svuotano gli edifici, o addirittura crollano… ma anche gli animi delle persone, vero tempio del Signore, rimangono svuotati, esausti, imbruttiti dalla vita!

 

Per guardare oltre, per superare la logica egocentrica di chi è attento a celebrare se stesso dietro le maschere del liturgismo esasperato e di un rigorismo senza cuore, Gesù propone di tornare a volgere gli occhi all’uomo, alla persona, alla storia. E a Lui stesso, l’Uomo perfetto.

Non è la prima volta che le parole dure e apocalittiche di Gesù sembrano compiersi alla lettera tra le righe dell’esistenza dell’umanità. Scoppiano guerre, imperversano odi e conflitti fra i popoli, le nazioni rivendicano potere e dominio a spese dei più deboli; e gli innocenti muoiono, pagando il prezzo più caro. Ed anche la natura si ribella, mentre terremoti e malattie restituiscono a tutti noi la dolorosissima esperienza della nostra fragilità e impotenza. A livello di relazioni personali, la gelosia, l’invidia e la vendetta generano atroci contrasti e inimmaginabili oppressioni.

Non è la prima volta. Solo pochi giorni fa, in Albania, sono stati beatificati 38 testimoni di questa inaccettabile verità: la persecuzione attanaglia e squarta anima e corpo dei semplici, uomini e donne di fede, più che di religione.

Eppure, non è di una tragedia che Gesù ci sta parlando. Non è di una disperazione fatalista che ci vuole rendere partecipi. Non è di un pessimismo definitivo che Egli desidera investire la nostra preghiera.

Gesù, invece, dentro le vicende dure e incomprensibili della storia e del mondo, che si ripetono suscitando tanta sofferenza e paura, ci suggerisce di fare una scelta di fondo: alzare gli occhi verso di Lui! Nella vita non c’è altra domanda più importante alla quale rispondere: ‘chi sei, tu Gesù, per me?’. È lo sguardo rivolto a Lui, l’innocente perseguitato, il tradito dal fratello amato, l’ucciso perché consegnato liberamente dal Padre… è questo sguardo sollevato verso la Croce che scuote la nostra preghiera.

Si tratta di scegliere da che parte vogliamo stare. Paradossalmente, chi si lascia mettere da parte da Gesù, che ci attira a sé sotto la Croce, pur sconfitto nelle vicende umane, risorge vittorioso. Viene la morte e la distruzione, che apparentemente decreta la fine drammatica di un’esistenza, addirittura di un popolo. Ma in realtà, questa vita perduta è ritrovata, è rinnovata, è trasfigurata. Perché chi guarda alla Croce si consegna, per scelta libera, a Colui al quale già apparteniamo. Ci lasciamo stringere da Lui, e così nel perderci saremo in realtà svelati a noi stessi. Perché noi siamo suoi, ‘sia che viviamo sia che moriamo’, ed è per questo che tutto è nostro. Ma noi siamo di Cristo, e Cristo è di Dio.

Nella storia che sembra abbattere la roccia della fede, assaltando gli uomini di fede, avviene così il miracolo: in un corpo squarciato, in un’anima provata fino alla morte, in una persona umiliata e calpestata, nemmeno un capello del capo va perduto! Che delicatezza, questo Dio che si inchina e raccoglie anche le ciocche di capelli bianchi degli anziani o ribelli dei giovani, perché nulla vada perduto! Che tenerezza, questo Signore che sostiene la nostra perseveranza anche nei momenti più duri e drammatici!

A Lui apparteniamo, perché da Lui veniamo. A Lui andremo, nel giorno del nostro incontro definitivo. Sarà dunque questo il compimento, la liturgia del Cielo di cui le nostre celebrazioni sono assaggio e anticipazione: una commovente e dolcissima carezza di amore, per ricomporre definitivamente la persona ferita, provata dalla persecuzione, ma ricca della pace di un abbraccio mai rifiutato.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

Ultima modifica il Sabato, 12 Novembre 2016 23:30

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