GIORNATA DI STUDIO SUL DIACONATO ALLE DONNE - Casa dell'Immacolata, 29 ottobre 2016 - Intervento di don Luca Garbinetto

Giornata di studio sul diaconato femminile

UNA PROSPETTIVA PASTORALE

Luca Garbinetto, pssg

 

Il diaconato deve essere ripristinato affinché la Chiesa acquisti

ed esprima una più chiara coscienza della sua condizione, apparendo a tutti come ancella di Cristo,

che prolunga e testimonia con immenso amore l’umiltà del Servo di Dio.

(Mons. Maurer, vescovo di Sucre – Intervento al Concilio Vaticano II)

 

  1. LA Recezione del Concilio Vaticano II

 

La stagione dell’immediato post Concilio

I primi decenni dopo il Concilio si caratterizzano, rispetto al diaconato, per l’inizio di un processo di instaurazione che coglie di sorpresa i padri conciliari. Avviene il contrario di quanto auspicato: il diaconato si ripristina prima e più celermente nelle Chiese di antica tradizione e con maggiori risorse economiche. La riflessione precedente e le esperienze avviate in Germania, Francia, Italia aiutano, dopo aver contribuito decisamente anche all’apertura conciliare.

Nelle Chiese giovani sembrano prevalere altre preoccupazioni. Va però tenuto conto anche di un elemento culturale, specialmente nelle Chiese d’Asia e d’Africa: la vocazione sacerdotale è fortemente collegata con una assunzione di ruolo, di prestigio e di potere; l’idea del servizio, della diaconia fa fatica ad essere integrata con la figura del pastore (che è sostanzialmente un ‘capo’).

In America Latina, lo sviluppo del laicato, pur nella scarsità dei presbiteri, non aiuta a maturare la coscienza e il servizio diaconale. Esperienze interessanti si avviano in alcune diocesi del Brasile; meno ‘utile’ alla comprensione del diaconato è lo sviluppo dello stesso nel Chiapas (Messico), in cui lo scopo manifesto era quello di spingere per il sacerdozio uxorato.

Tuttavia, la crescita della Chiesa latinoamericana, favorita notevolmente dall’unità del CELAM (Conferenza Episcopale Latinoamericana), ha permesso oggi uno sviluppo considerevole del diaconato, con la creazione anche di una scuola per formatori a Bogotà (Colombia). Ci si chiede però quanto questo sviluppo in numero corrisponda a una reale coscienza dell’identità diaconale. Infatti, va detto che la stagione della formazione delle CEBs (Comunità Ecclesiali di Base) e dell’impegno socio-politico dei cristiani, con le difficili situazioni vissute in tanti Paesi sotto le dittature, oggi sembra lasciare il posto a una Chiesa meno coinvolta nella dinamica socio-politica, con un esercizio dell’autorità episcopale più centralista e un forte ruolo rivestito dai Movimenti (specialmente la Rinnovazione Carismatica). Si tratta di un volto di Chiesa e di diaconia più spiritualista?

Nel 1998 si arriva alla pubblicazione congiunta delle ‘Norme fondamentali per la formazione dei diaconi permanenti’, da parte della Congregazione per l’educazione cattolica, e del ‘Direttorio per il ministero e la vita dei diaconi permanenti’ da parte della Congregazione per il Clero. Sono due testi che ben orientano il lavoro delle singole realtà ecclesiali e che pongono buone basi per pensare concretamente il diaconato nella Chiesa.

Nei documenti magisteriali, il ripristino del diaconato viene lasciato alla decisione e all’iniziativa delle Conferenze Episcopali locali. Questa sembra oggi una contraddizione, se accostata all’affermazione teologica della necessaria ripartizione del sacramento dell’Ordine nei tre gradi. Ma soprattutto ha comportato una frammentazione nell’esperienza pastorale, se si tiene anche conto che nelle Chiese più sviluppate – l’Italia in particolare – tale ripristino del diaconato ha assunto una connotazione fortemente diocesana.

La riflessione teologica ha avuto un passaggio fondamentale nella pubblicazione del documento ‘Il diaconato: evoluzione e prospettive’ da parte della Commissione teologica internazionale, nel 2003. Vi si trovano più domande aperte che risposte, anche se risulta chiaro un elemento centrale, che a noi interessa in modo particolare nella nostra riflessione: la sacramentalità del diaconato. Tale aspetto, però, ha avuto un contraccolpo nella pubblicazione nel 2009 del Motu Propio Omnium in mentem, con il quale papa Benedetto XVI, intervenendo (tra gli altri) sui canoni 1008 e 1009 del Codice di Diritto Canonico, distingue nettamente all’interno del sacramento dell’Ordine i gradi dell’episcopato e del presbiterato, ai quali spetta la specifica configurazione a Cristo Capo, dal diaconato, che sarebbe invece escluso da essa:

“Coloro che sono costituiti nell’ordine dell’episcopato o del presbiterato ricevono la missione e la facoltà di agire nella persona di Cristo Capo, i diaconi invece vengono abilitati a servire il popolo di Dio nella diaconia della liturgia, della parola e della carità”. (can. 1009)

Per qualcuno si è trattato del momento opportuno per rimettere in discussione il dato della sacramentalità dell’ordinazione diaconale. Per altri, si potrebbero invece aprire varchi a una nuova comprensione del ministero ordinato, che tenga presente della diversità dei gradi e superi la ‘sacca’ di una identificazione totale dello stesso con il sacerdozio.

 

La situazione attuale

Il diaconato è numericamente in crescita nella Chiesa cattolica a livello mondiale. Si tratta di uno sviluppo a macchia di leopardo. I Paesi con più diaconi sono Stati Uniti, Italia (circa 4600), Germania, Francia, ma sono in notevole sviluppo anche alcuni Paesi latinoamericani. Restano indietro Africa, Asia e soprattutto Oceania.

La frammentazione dello sviluppo tocca anche la diversa comprensione del ministero diaconale, la cui applicazione resta molto legata alla sensibilità del vescovo o del suo delegato, come pure degli stessi candidati al ministero.

Per restare in Italia, quattro sono i volti diaconali che – in generale – si sono andati conformando:

1-     Diacono liturgico, molto attento alle dimensioni comunitarie della celebrazione, preoccupato di stare accanto al vescovo nel suo ministero sacrale. Si corre un forte rischio di clericalizzazione, specialmente quando la liturgia viene concepita come culto slegato dalla vita della gente.

2-     Diacono legato alla Parola, catechista. Non sempre corrisponde a questa attenzione una spinta evangelizzatrice fuori degli ambiti tradizionali.

3-     Diacono sostituto del prete. In diocesi con scarsità di presbiteri, la figura diaconale diventa una provvidenza per farsi carico della guida di comunità o parrocchie senza pastore.

4-     Diacono ‘spostato’ verso la carità, totalmente dedicato all’animazione dei laici nel servizio ai poveri, ben inserito e collegato con le realtà di servizio presenti sul territorio, anche non confessionali.

Vi sono certamente esperienze molto significative, e figure diaconali esemplari. Ma il limite principale di questa visione è… la mancanza di una visione! Il diaconato è percepito più a partire di bisogni locali a cui rispondere, che a partire da una specifica vocazione nella Chiesa. La consapevolezza di essere un ministero ecclesiale sembra piuttosto sviluppata, ma pare che questo implichi una certa sensibilità clericalista – come se ciò che non passa per una ordinazione non fosse ecclesiale.

Le tradizionali diaconie della liturgia, della Parola e della carità vengono spezzettate in compartimenti stagni, mentre il Concilio aveva affermato con chiarezza la loro unità (cfr. LG29), anche se non aveva potuto andare oltre una lista di funzioni prevalentemente cultuali da svolgere.

Sembra che vada crescendo, in Italia, la coscienza di una dimensione diocesana del servizio, mentre nel passato si tendeva molto a legarsi alla parrocchia – non necessariamente quella di origine – e a dipendere dal parroco.

Da notare che il principale motivo di lamentazione da parte dei diaconi sono i rapporti con i presbiteri. Non sarà che questo a volte ha alla radice anche una scarsa consapevolezza da parte dei diaconi stessi della loro specifica identità, che cercano in modo non costruttivo in una specie di rivendicazione di spazi verso i confratelli nel sacramento?

 

Questioni aperte

Oggi mi sembra che si possano individuare delle questioni aperte su cui riflettere, dialogando fra teologia pastorale, ecclesiologia e teologia sacramentale, che non coincidono pienamente con quelle che si riscontravano nell’immediato dopo Concilio. Chi infatti si esprime, a riguardo del diaconato, con affermazioni del tipo: ‘ma a cosa serve il diacono? Cosa può fare che non facciano i preti o i laici?’, manifesta di non avere percorso passi importanti dei cambiamenti epocali che riguardano il mondo, oltre che la Chiesa.

Oggi infatti è assodato che il diaconato è un grado permanente del sacramento dell’ordine. Vive dunque di una grazia sacramentale, e la logica sacramentale è ben diversa dalla logica funzionale. A partire da questo presupposto, si aprono alcuni scenari di ricerca.

1-     Il diaconato è una risorsa enorme per la Chiesa e per la pastorale: ma non trova spazio nella visione tridentina della parrocchia. Il diaconato richiede e aiuta a un ripensamento della struttura classica della pastorale, permettendo una interazione con il mondo nuova e più integrale, maggiormente attenta alle dinamiche di flessibilità, mobilità, differenziazione presenti nella società. Quali passi si sono fatti e quali si possono fare per favorire questo cambiamento, che non deve essere un mettere toppe nuove su panni vecchi? Quanto invece il diaconato e in genere la ministerialità si sta concependo a partire da una sostituzione di presbiteri che non ci sono più, e quindi con una visione eccessivamente gerarchica e cultuale?

2-     Il diaconato è una vocazione specifica, ma ogni vocazione si comprende solo a partire da una dinamica relazionale. Nessun carisma, nessun ministero ha senso e si può capire solo a partire da sé, neanche il sacerdozio. Questo ce lo insegna il Concilio. In particolare, il sacramento dell’Ordine ha bisogno di essere ripensato a partire dall’interazione tra i tre gradi. Quali strumenti possono essere messi in campo per una effettiva relazionalità che aiuti a costruire una identità specifica a partire dalla consapevolezza di appartenere allo stesso Corpo di Cristo (cfr. Ef 4)? E quale formazione nella Chiesa per i futuri ministri, chiamati a integrarsi in questo Corpo in una dinamica relazionale che non ha più i connotati fortemente verticistici propri dell’epoca preconciliare?

3-     Il diaconato, e probabilmente tutto il ministero ordinato, non si comprende se non in relazione con la originaria vocazione battesimale, con il laicato e in particolare con gli sposi. Dall’inchiesta ai diaconi fatta a Padova (un contributo che mi pare rappresenti una finestra interessante anche su altre esperienze, sebbene non si siano realizzati specifici studi scientifici), emerge che gli sposati diaconi hanno poca coscienza che il matrimonio è una vocazione, è una vocazione che viene prima della loro chiamata al diaconato, ed è una vocazione ministeriale. Si tratta allora di riflettere di più sul coinvolgimento delle mogli, ma più in profondità di aiutare il popolo di Dio a comprendere adeguatamente la grazia del matrimonio. Come promuovere questa coscienza battesimale e sacramentale comune all’identità di ogni cristiano? Quali interazioni con la pastorale famigliare possono aiutare? Un dato positivo è la frequente dedicazione dei diaconi con le loro mogli alla pastorale famigliare. Ma come farne un’opportunità di maturazione della consapevolezza del dono vocazionale proprio del matrimonio e del protagonismo della famiglia, piuttosto che individuare le famiglie stesse come mere destinatarie di un servizio ‘clericale’?

  

  1. I POSSIBILI SPAZI PER UN DIACONATO FEMMINILE

«Uomini e donne…hanno diversi modi di comunicare,

usano linguaggi differenti, si muovono con altri codici.» (Amorisi laetitia136)

«L’unità alla quale occorre aspirare non è uniformità,

ma una “unità nella diversità” o una “unità riconciliata”. In questo stile arricchente

di comunione fraterna, i diversi si incontrano, si rispettano e si apprezzano,

mantenendo tuttavia differenti sfumature e accenti che arricchiscono il bene comune.

C’è bisogno di liberarsi dall’obbligo di essere uguali.» (Amoris laetitia 139)

 

Tratti di una specifica ministerialità al femminile

Quanto abbiamo visto finora, seppure sommariamente, aiuta a mettere la cornice al tema della nostra giornata di studio. Vogliamo infatti riflettere insieme sulla possibilità o meno di uno specifico esercizio del ministero diaconale da parte della donna.

Nell’illustrare la recezione del diaconato nella Chiesa post conciliare, ho messo in luce alcuni elementi del diaconato che vanno assunti come costitutivi dello stesso. È un ministero che gode della grazia sacramentale; fa parte del sacramento dell’ordine, assieme al presbiterato e all’episcopato; caratterizza il sacramento dell’ordine a partire dalla dimensione della diaconia, cioè del servizio, della ministerialità, e non del sacerdozio.

Volendo allora riflettere sull’eventualità di una diaconia ordinata al femminile, proviamo a tenere conto dei due termini che abbiamo accostato: l’essere diacono o diaconessa, appunto; e l’essere donna, come dimensione antropologica specifica e caratterizzante: la donna non è l’uomo, il femminile ha tratti propri che si differenziano dal maschile. Evidentemente, tali tratti specifici si concretizzano nei diversi luoghi e tempi della storia anche a partire da influssi e condizionamenti culturali, che possono a volte – e lo hanno fatto – travisare o deformare la realtà di una specificità di genere che non fa bene alla Chiesa né all’umanità.

Non è difficile prendere atto che nelle comunità ecclesiali di tutto il mondo esiste una diaconia al femminile di fatto. Dire che vi è una ministerialità diffusa propria delle donne è un’affermazione che può apparire addirittura scontata. Ma vi è una ministerialità ‘della donna’, cioè con tratti specifici e caratteristiche proprie che la differenziano da un servizio ‘al maschile’?

Va detto che ci muoviamo qui in una prospettiva interdisciplinare, della quale – a mio parere – la teologia, e in particolare la teologia pastorale, deve fare tesoro e forse approfondirne la ricchezza. Intendo dire che alcuni elementi propri dell’antropologia e delle scienze umane[1] devono necessariamente essere presi in considerazione e messi in dialogo con i presupposti sistematici della teologia. Mi sembra che già questo è un contributo diaconale alla Chiesa, alla riflessione, perché è proprio della diaconia esercitare lo sguardo di fede a partire dalla realtà, per riconoscere la presenza di Dio incarnata nell’esistenza delle persone e nelle relazioni ordinarie.

Se è percorribile questa via, dobbiamo dire che nell’essere donna pare riconoscibile una propensione naturale e costitutiva al servizio, inteso come dedizione all’altro, generatività di vita, cura della fragilità e della debolezza. In altri termini – da pastore in dialogo con la mia professione di formatore e psicologo – ritengo che nel modo di essere e di porsi della donna dentro e davanti alla vita, e quindi anche all’esperienza ecclesiale, vi sia un connaturale ‘modus sirvendi’ fatto dai tratti più propri e caratteristici della diaconia evangelica. A scanso di equivoci, ribadisco anche che tali tratti non vanno confusi con le concretizzazioni storiche, che hanno caratteristiche di relatività e di contingenza, e che a volte hanno deformato la reale consistenza e bellezza dell’originalità dell’essere donna accanto allo specifico dell’essere uomo.

Tuttavia, di questi tratti mi pare utile evidenziarne meglio alcuni, quasi come pennellate che non hanno la pretesa di porsi come opera compiuta. Voi potreste indicare qualche altro tratto significativo.

Arte della tenerezza

Così come papa Francesco ci sta abituando a pensare e a vivere la tenerezza, ben più che un sentimento romantico e appiccicoso di pietà, della quale per altro ha fatto un tratto caratteristico di una pastorale autenticamente evangelica, non è difficile pensarla come una dimensione originariamente femminile – e forse per questo noi maschi l’abbiamo a lungo esclusa dalle nostre priorità pastorali. La tenerezza è la manifestazione immediata della misericordia. Come la misericordia, allora, sgorga dalle viscere, dal grembo che si lascia commuovere, proprio come il grembo di una madre che accoglie e genera la vita.

La diaconia al femminile, allora, si riconosce in un atteggiamento di com-mozione, di com-partecipazione, di piegamento verso il bisognoso, verso la fragilità dell’altro. Sono soprattutto i deboli i destinatari di questa attenzione ministeriale. Certamente, più che di un ruolo unico e specifico stiamo parlando di un modo di essere e di stare, di una maniera propria per esercitare qualsiasi servizio nella comunità e nella Chiesa. La tenerezza è diaconia al femminile.

Periferie esistenziali

Sembra proprio della donna, rispetto all’uomo, uno sguardo più attento ai dettagli, alle piccole cose, ai particolari che possono rendere accogliente e bello un ambiente, un incontro, un rapporto. Del maschio è propria la sintesi, l’efficienza, ‘l’andare al sodo’. Della donna è propria la delicatezza di chi tiene conto di tutto – rischiando qualche volta di perdersi nel troppo.

Mi pare interessante, allargando lo sguardo a una diaconia della donna, cogliere in questo un significativo contributo della ministerialità femminile a vedere e considerare le periferie dell’esistente, a cui fa riferimento continuamente papa Francesco. Sembra che la donna aiuti a cogliere ciò che tende a sfuggire se non addirittura a essere escluso, perché crea scompiglio, fa perdere tempo, rompe lo schema esatto e organizzato. Ciò accade spesso quando ci si mette alla scuola dei poveri e della povertà della persona. Lì il programmato salta, la visione ordinata si scompone, gli elementi di novità obbligano a ripensare la sintesi. Ecco, mi pare che la missione della donna sia quella di non lasciare che nulla e soprattutto nessuno sia trascurato.

In una comunità ecclesiale davvero desiderosa di mettersi a servizio di tutti, e soprattutto degli ultimi e degli emarginati, questa diaconia del dettaglio e della fragilità sembra dare un significativo apporto. Si pensi, in parallelo, come una madre riesca ad amare tutti i figli, ma con una cura particolare e quasi ‘preferenziale’ per il più debole fra tutti.

Accoglienza della diversità

Il maschio tende ad omologare e uniformare. Sembra proprio della donna aprire le braccia perché tutti trovino posto con le proprie caratteristiche, facendo della diversità una ricchezza. Questo tratto femminile risalta con particolare significatività nella cultura e società contemporanea, di cui anche la Chiesa è impregnata, marcata come non mai dalla globalizzazione e allo stesso tempo dalla differenziazione, che a volte diviene persino rivendicazione. C’è, da parte delle persone e dei popoli, una tendenza a cercarsi per fare unità, con il rischio dell’omologazione; e dall’altra parte, continui risvegli di autonomie e ricerca di individualizzazione, addirittura drammatici quando vengono manipolati per interessi egoistici di pochi.

Sono processi che richiamano agli esperti le naturali fasi dello sviluppo del bambino, soprattutto nei primi anni di vita, in cui la madre è particolarmente coinvolta ed è partner privilegiato. Vi è dunque una costitutiva dinamica di separazione e individuazione, nella persona, dentro la quale la figura femminile riveste un ruolo decisivo, per nulla indolore. Dunque la donna è ‘vocata’ a promuovere la diversità, vocazione che è segnata intimamente dalla sofferenza del lasciar partire, del lasciar essere, del divenire se stessi.

Forse per questo percepiamo nella donna una capacità maggiore dell’uomo di custodire e condividere il dolore dell’altro, di empatizzare con la sofferenza del diverso? In questo esercizio di empatia, ciascuno si sente riconosciuto e allo stesso tempo accolto, accompagnato, sostenuto in una solidarietà che nasce dalle viscere e non dal fare.

Arte maieutica

Un’ultima caratteristica ‘al femminile’ che voglio sottolineare è quella che definirei ‘arte maieutica’. Si tratta della naturale propensione a far vivere e maturare ciò che nell’altro già esiste, ma che ha bisogno di aiuto per emergere e svilupparsi. Mi sembra una caratteristica propria dell’originaria chiamata alla maternità, che è dimensione psicologica e spirituale propria della donna, a prescindere dalla presenza di una fecondità e generatività fisica. La donna coglie maggiormente dell’uomo ciò che nell’altro è presente come potenzialità, talento nascosto, carisma che può germogliare. E sa farsi compagna di viaggio affinché, motivata da una esperienza di fiducia costitutiva, la persona possa sviluppare il bene e il buono che è in sé.

Pare meno proprio dell’essere donna l’atteggiamento ‘frontale’ del farsi guida, dell’indicare la direzione, del marcare il passo. Piuttosto, è tipicamente femminile il camminare fianco a fianco, il sollecitare l’esprimersi dell’altro, il favorire che l’animo e i suoi talenti si manifestino e si consolidino in un clima di sostanziale e profonda accoglienza.

 

Naturalmente quanto detto, in maniera piuttosto rapida e impressionistica, ha fondamenti scientifici, ma di una scienza… al femminile, cioè non marcata dallo schematismo e dall’ineluttabilità che un approccio positivista – lontano dalla logica della fede e quindi dalla teologia e dalla pastorale – può illusoriamente pretendere. La vita e la realtà sono dinamiche e oggi – lo sappiamo – più che mai flessibili; non voglio però assecondare come categorica nemmeno la visione di una società fluida come quella in cui oggi viviamo assumendola quale ‘dogma postmoderno’. Ci sono delle caratteristiche che sono proprie dell’uomo più che della donna e viceversa, e mi sembra opportuno tenerne conto anche nel pensare la fede, essendo tracciata anche nella nostra umanità sessuata la presenza del Dio incarnato.

Con tutto ciò, non intendo dire che solo le donne sono accoglienti o che soltanto gli uomini possono fare da guida a qualcun altro. Riconosciamo però che vi sono delle caratteristiche proprie che identificano uno stile, un modo di essere a cui non basterebbe riferirsi soltanto nei termini di ‘sfumature’.

 

Può esistere un diaconato al femminile?

Detto ciò, è possibile affermare che, nella comunità cristiana, questa specificità si possa e\o si debba manifestare attraverso l’esercizio di ministeri specifici? Ci sono cioè ministeri che possono essere soltanto maschili o soltanto femminili? E il diaconato potrebbe essere uno di questi (quindi solo maschile, essendo già di fatto presente nella Chiesa)?

Non ritengo che la mia riflessione possa o debba rispondere a questa domanda in maniera assoluta. Pongo soltanto la questione. Per il momento, posso soltanto affermare – a costo di sembrare scontato – che uno stesso ministero nella Chiesa viene esercitato in maniera diversa da una donna rispetto a un uomo, sia che si tratti dei ministeri di fatto e riconosciuti come quelli di catechista, animatrice, educatrice ecc., sia che si tratti di servizi occasionali all’interno della comunità.

È possibile anche affermare che, se è vero il ritratto da me proposto, di uno ‘stile al femminile’ costitutivo della ministerialità della donna, forse non si può ridurre la constatazione che la maggior parte degli operatori pastorali delle nostre parrocchie sia donna a una mera questione di ‘più tempo libero da dedicare’, o di una inconscia ricerca di compensazione affettiva per le frustrazioni relazionali vissute in famiglia (detto in maniera sbrigativa: alcune donne sarebbero gratificate dalla compiacenza del presbitero maschio, rispetto alle delusioni del difficile rapporto con il marito. Il tema delle motivazioni inconsce del servizio va tenuto presente, senza farne un unicum, anche per la scelta vocazionale del diaconato: quali compensazioni può trovare nel ministero ordinato un uomo poco gratificato in casa nell’esercizio del potere e dell’autorità?). Forse la dimensione del servizio e della diaconia, tratto specifico ed espressione caratterizzante del sacerdozio comune di ogni battezzato, ha una dimensione più radicalmente femminile…

Un ulteriore aspetto che è bene ricordare e mettere sul tavolo, per favorire la ricerca e la riflessione, è che la ministerialità nella Chiesa tocca necessariamente l’area della gestione del potere. Ciò riguarda il tessuto delle relazioni comunitarie, istituzionali, sociali, ma ancor più la dimensione personale. Ogni persona infatti deve fare i conti con il proprio personale modo di gestire il bisogno di potere che porta in sé. E la dimensione del servizio, fatta di un prendersi cura dell’altro, di una assunzione di compiti e funzioni, di responsabilità acquisite ed esercitate, tocca senza dubbio tale bisogno. Tanto più nella riflessione sul diaconato, essendo chiamato in causa il ministero ordinato, sarà opportuno tenere ben presenti le conseguenze che ha per un uomo o una donna una sottile ricerca di esercizio del potere; come, d’altro canto, richiede probabilmente un approfondimento l’intrinseco valore profetico che il diaconato stesso porta in sé per la Chiesa, essendo sacramentalmente presenza di Gesù servo, per cui ci indica il modo ‘divino’ di assumere e gestire il potere. Dio, nel farsi servo, rimane onnipotente! La diaconia, quindi, si offre a noi come la maniera opportuna per esercitare il potere che la nostra stessa identità ci richiede di esercitare.

 

Lo specifico del diaconato

Un’ultima riflessione si rende necessaria, per collegare quanto detto circa la donna con lo specifico esercizio di un eventuale ministero diaconale. L’ipotesi sostenuta dalle ricerche storiche di una diversità tra uomini e donne nel modo di comprendere e di esercitare il ministero nelle prime comunità cristiane pare confermare le analisi antropologiche e psicologiche a cui ho accennato. La differenziazione, nel rispetto delle reciproche identità, pare quindi una interessante via percorribile anche per il ministero – oso dire – ordinato. D’altro canto, l’esistenza stessa del diaconato permanente come grado specifico all’interno del sacramento dell’ordine realizza, o meglio, costringe a prendere sul serio proprio la dinamica della differenziazione. Perché non tenerla in considerazione anche di fronte a una diversità così importante e naturale come è quella di genere (ancor più nel contesto culturale in cui viviamo oggi, che tende a una omologazione indifferenziata)?

Va tenuto presente, a mio parere, che il proprium del diaconato non è esattamente ‘il servizio’: la diaconia infatti è tratto caratteristico, direi meglio, munus ricevuto in dono da ogni battezzato proprio in virtù del proprio battesimo. Una pastorale senza diaconia, quindi, non è pastorale. Dunque il proprio del ministero diaconale non va confuso con quanto deve essere caratteristico di ogni cristiano. Anche nel discernimento ‘al maschile’ mi pare di cogliere spesso un grosso equivoco, quando si orienta un uomo al diaconato o lo si indica come possibile candidato ‘perché è sempre disponibile a servire’. Il diaconato è piuttosto il ministero di chi ‘anima, educa e forma al servizio’. Richiede quindi determinate e opportune propensioni, da consolidare con l’acquisizione di competenze, per riconoscere, far emergere, coltivare ed educare i talenti e i carismi degli altri per metterli a servizio della comunità, in particolare dei più poveri. Il diaconato implica la capacità di scorgere e scoprire carismi e ministeri nella comunità, e non si identifica con un appropriamento indebito di ogni diaconia.

Certamente, quindi, non tutti coloro che servono hanno queste caratteristiche, né uomini né donne. Ma potremmo anche dire che ci sono certamente sia uomini che donne che possono riconoscersi in questi tratti, per me identificabili come elementi vocazionali – non dimentichiamo che il diaconato, come ogni ministero, è una vocazione ecclesiale.

Queste considerazioni, che fanno appello a una necessaria arte del discernimento, devono condurci anche a evitare equivoci che non aiuterebbero a un eventuale sviluppo della diaconia al femminile. Tra questi, alcuni molto comuni sono quelli di identificare una possibile figura diaconale nella donna consacrata (la suora) oppure nella sposa del diacono. Il primo caso porterebbe con sé ancora una volta il rischio di pensare al diaconato in maniera sacrale e di clericalizzare inopportunamente la sua realtà. Il secondo caso sembrerebbe facilitare una visione funzionale o addirittura strumentale del ministero, per cui pensare a una donna diaconessa significherebbe togliere al marito diacono l’impiccio di dover mediare, gestire, coordinare i tempi e le energie da dedicare in famiglia e al lavoro, oltre che nella comunità cristiana, perché ‘tanto anche mia moglie è nella mia stessa barca’. Ciò non significa che non ci siano suore e spose di diaconi che possano essere chiamate a una diaconia di animazione e formazione nella Chiesa.

Ma dietro una visione semplicistica, si riconosce la difficoltà più seria e profonda, a cui ho già accennato, ma che, in conclusione, desidero nuovamente evidenziare. Si tratta di chiedersi quanto effettivamente le comunità cristiane abbiano assunto e stiano promovendo la straordinaria novità del Concilio Vaticano II che possiamo sintetizzare nella valorizzazione e promozione del sacerdozio comune dei battezzati (LG10). Sembra che ancora non sia maturata una coscienza ecclesiale adeguata circa la bellezza della vocazione originaria comune al battesimo, e che prevalga tutt’oggi una naturale separazione tra il mondo ‘pagano e secolare’ e l’ambiente del sacro. Sembra che facilmente si scivoli ancora nell’identificazione della Chiesa e ancor più del ministero con l’esercizio di una prassi cultuale e liturgica, sostanzialmente sacerdotale, come analogatum princeps di ogni ministerialità. Sembra che il prete sia ancora il punto di riferimento primordiale per pensare e concepire non solo l’identità teologica del ministero, ma anche la strutturazione delle comunità pastorali.

Fintantoché non si sia in grado di capovolgere il punto di vista, mettendo al primo posto la vocazione e missione dei battezzati, di ogni battezzato, e quindi la responsabilità laicale dentro il mondo per evangelizzare e costruire il Regno, rimane difficile percepire la possibilità di aperture significative nell’ambito della ministerialità. Anche laddove si stanno facendo esperienze significative e originali – penso ad alcune realtà latinoamericane che conosco, in cui a comunità di suore sono affidate intere parrocchie su territori assai espansi; ma penso anche alle nuove realtà di equipe ministeriali o simili che nascono pure in Italia, in seguito alla diminuzione numerica dei presbiteri – penso vada verificato seriamente il punto di partenza che ne ha motivato l’inizio: si tratta di continuare a rispondere a uno schema di ‘separazione’, optando per delle figure ministeriali in riposta di bisogni e quindi funzionali alla realtà, o davvero si parte da una nuova prospettiva teologico pastorale, in cui la diaconia della Chiesa è principio di unificazione dell’umano e del divino nella concreta realtà del popolo?

 

Un segno: la Famiglia di don Ottorino

A tale proposito, nella semplicità della nostra esperienza, ringrazio Dio per l’intuizione originale di don Ottorino Zanon, fondatore della Pia Società San Gaetano, nella cui Famiglia oggi noi religiosi preti e diaconi ci troviamo a condividere percorsi di ricerca, di animazione pastorale, di evangelizzazione ‘sedendoci allo stesso tavolo’ con le Sorelle nella Diaconia e gli Amici laici. La radice di questa condivisione, finalizzata all’evangelizzazione attraverso la pastorale parrocchiale in comunione con la diocesi, e manifestata per mezzo di quella che denominiamo ‘conduzione comunitaria della pastorale, non è primariamente la risposta a una serie di bisogni che si individuano nella realtà a noi affidata, ma la comunione a partire dalla vocazione comune al carisma dell’unità nella carità. Questa prospettiva di una ministerialità che riscopre la propria dimensione vocazionale per poi interagire e interrogarsi sulle esigenze riconosciute nella storia del popolo di Dio permette di alimentarsi costantemente alla comune missione battesimale, sia che siamo preti, o diaconi, o consacrate, o laici.

La dimensione relazionale dunque, custodita attraverso specifiche strutture che permettano l’incontro e il lavoro insieme, fornisce lo spazio più veritiero per discernere insieme e realizzare storicamente la specifica identità di ogni ministero, nel rispetto anche della relazione originaria tra uomo e donna.



[1] Sugli sviluppi degli studi circa la specificità dell’essere maschio e dell’essere femmina e sui risvolti educativi, cfr. Tonino Cantelmi – Marco Scicchitano, Educare al femminile e al maschile, Ed. Paoline, 2015⁴.

Ultima modifica il Giovedì, 03 Novembre 2016 20:06

1 commento

  • Giulia

    inviato da Giulia

    Venerdì, 04 Novembre 2016 06:05

    Salve!
    Come è possibile partecipare a queste giornate di studio formative?
    Grazie.
    Giulia Battigaglia

    Rapporto

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