EDITORIALE: ANDIAMOCENE ALTROVE

Carissimi,

a poco più di un anno dal IX Capitolo generale, mi ritrovo a riflettere sul cammino fatto per rendere operativi gli orientamenti presi, in particolare quelli riguardanti la chiusura di alcune comunità pastorali. Si fa presto a dirlo, ma quanto è duro realizzarlo! Difficoltà dall’esterno, vale a dire da parte dei fedeli feriti dall’operazione “chirurgica”. Difficoltà anche dall’interno, vale a dire da chi non riesce a entrare nello spirito delle riduzioni di presenza in comunità “storiche” a noi tanto care.

Il  motivo che ha occasionato queste scelte è senza dubbio la nostra povertà. Povertà che non ci consente più di rispondere a tutti gli impegni assunti. Ciò non toglie che ci sia una motivazione fondamentale che viene dal cuore del nostro carisma. Ed è proprio meditando una pagina del Vangelo di Marco, che ho avuto conferma di questo.

Con questo sottofondo mi sono ritrovato a meditare in questi giorni la pagina del Vangelo di Marco, dove Gesù esce di buon mattino per ritirarsi in preghiera e viene raggiunto dai suoi: “Tutti ti cercano”, dicono. Al che lui risponde: "Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!" Eppure “tutta la città era riunita davanti alla porta. E Lui aveva guarito molti che erano afflitti da varie malattie e scacciato molti demoni”. Diciamo, era al culmine del successo, eppure va altrove, dove ancora non lo conoscono.

Sento che è nel DNA ottoriniano assumere impegni pastorali in diocesi con particolari povertà, trasmettere in esse tutta la ricchezza che Dio ci ha dato, camminare insieme finché è terminata l’emergenza; una volta però completata la  missione per cui abbiamo assunto quella realtà, riconsegnarla alla diocesi e piantare le tende in altre parti bisognose della nostra presenza.

Il nostro compito è proprio quello di “seminare”, ad altri la gioia di raccogliere. Se così non fosse, la nostra presenza non avrebbe mai termine. In una parrocchia ci saranno sempre progetti in divenire e l’opera non sarà mai completa.

Don Ottorino scriveva ad un confratello: “Anche tu sei entrato nel manipolo volante dei volontari di Dio. La tua gioia deve essere quella di fare la volontà, non tua, ma quella di Dio. Non importa se Dio ti farà seminare o raccogliere”.

Mi piace molto l’immagine cara a don Ottorino, quella di essere nella Chiesa un “manipolo volante”, pronti cioè ad andare dove più urgente è il bisogno, ma altrettanto pronti a lasciarlo.

Scriveva ancora: “Decine di vescovi si sono presentati per elemosinare qualche sacerdote. Purtroppo, finora, non abbiamo potuto dare loro l’aiuto che si aspettavano! Siamo ancora troppo pochi. Abbiamo perciò bisogno di arruolare altri giovani arditi e generosi, pronti ad essere una falange volante nelle mani del Papa per portare nel mondo l’amore di Cristo”.  E ancora: “Un domani questo manipolo di uomini, lanciati nelle varie parti del mondo, deve essere la semente nuova che Dio ha stabilito in questo momento”.

Che bello riconsegnare alla diocesi la cura pastorale di una parrocchia quando questa è nel pieno della sua vitalità, rinunciando a godere dei frutti di tanti sudori, riconoscendo che quanto di buono si è potuto fare è opera di Dio, il vero pastore di quella parrocchia. Continuare “perché funziona bene” non è nel nostro spirito. Direi piuttosto che, proprio “perché funziona bene” è il momento di passare la mano ad altri.

Anche Gesù ha chiuso il suo “servizio” senza raccogliere i frutti del suo lavoro. E noi vogliamo rassomigliargli anche in questo.

 

Don Venanzio 

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