Misericordia è movimento. Misericordia è incontro. Misericordia è festa

LA FESTA DELLA MISERICORDIA

Lc 15, 1-32  – XXIV domenica del tempo ordinario – Anno C

Commento per lavoratori cristiani

Misericordia è movimento. Misericordia è incontro. Misericordia è festa.

Le commoventi parabole che Gesù dona ai nostri cuori, appesantiti dall’esperienza del peccato e dalla consapevolezza di vivere in un mondo segnato ogni giorno dagli sfregi del male, sono un tesoro inesauribile, una luce penetrante nel mistero del Cuore di Dio. A Lui guardiamo, per lasciarci illuminare nell’intimo dalla verità di ciò che anche noi siamo.

Dio è misericordioso come un pastore che conosce ogni sua pecora per nome; come una massaia preoccupata di non trascurare neanche uno spicciolo per il bene dell’economia famigliare; come un padre disposto a perdere la faccia pur di restituire ai propri figli la dignità di figli.

E misericordia è movimento. C’è un dinamismo che accomuna i passi affrettati del pastore, le mani esperte e delicate della donna, la trepidante corsa del padre verso chi è fuori di casa. La misericordia è la benzina per le gambe, e si nutre di un cuore incapace di accomodamenti. Sta sempre allerta, vigilante del dolore dell’altro, anche di quello che sembra essersi voluto procurare da solo, nel tragico circolo vizioso del peccato. La misericordia spinge la vita e rompe indugi e passività. Per usare le parole di papa Francesco ai giovani, mossi dalla misericordia al cammino verso Cracovia nel pellegrinaggio giubilare, essa è l’antidoto a una ‘spiritualità del divano’. Chi ama non sta mai fermo, ed è proprio l’opportunità di amare la forza che sradica la tentazione di chiudersi nelle proprie lamentele e autocommiserazioni, per scegliere invece di ferirsi i piedi fra i rovi, di sporcarsi le mani nella terra, di perdere i timori delle regole sociali pur di arrivare a chi ha bisogno. Nel dinamismo della misericordia, ci si fa tutto in tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno (cfr. 1 Cor 9,22).

Così la misericordia è incontro. Più precisamente, è rinnovamento nell’incontro. C’è sempre una relazione che si intreccia di nuovo o che diviene nuova nel tessere un nuovo legame tra le persone. Se non c’è il ‘corpo a corpo’, ancora non è misericordia. Rimane idealismo compiacente oppure passeggera emotività. Per divenire misericordioso, il cuore ha bisogno di mani che toccano e di occhi che riconoscono, lasciandosi riconoscere. Si è nel mistero del reciproco svelamento, per cui il belare di una pecorella è capace di restituire alla virilità del pastore la coscienza del suo essere custode, chiamato a una missione insostituibile. Una semplice moneta inerte, simbolo di tante persone che si percepiscono inutili e senza valore, può divenire motivo per una donna premurosa di ritrovarsi vivace promotrice di solidarietà e di prossimità. E un figlio scapestrato ripete nel ventre paterno il lacerante mistero della vita che nasce, per una seconda volta, come quando – piccolo piccolo – usciva piangente alla vita dal grembo della madre. Dunque la misericordia è incontro di andata e ritorno. È dono vicendevole, che mina le basi di chi volesse costruirsi un piedistallo di gratificazione con i propri atti di benevolenza.

E di fatto la misericordia si genera in un ventre squarciato dal dolore di una perdita e dalle strette di una mancanza. Nemmeno il padre fedele e attento come sentinella nella notte vanta un atteggiamento di preveggente magnanimità. Egli, come il pastore e la donna di casa, soffre lo smarrimento di chi era accanto a lui, e in questo patimento vede sbocciare il seme della misericordia, depositato nel proprio intimo. È passaggio pasquale, necessario, seppure incomprensibile: non si impara ad amare se non perdendo ciò che si ama; non si diviene misericordiosi se non percependo quella vulnerabilità in noi che fa gemere alla misericordia. Solo chi sa gridare ‘abbi pietà di me’ diviene capace di offrire la pietà evangelica, che è misericordia. Ecco perché l’incontro che ci ha salvato è stato il grido del Getsemani, e le lacrime del Padre sull’angoscia e la morte del Figlio Gesù, vero Prodigo venuto a spargere a piene mani il patrimonio della grazia fra le miserie della nostra terra pagana.

Così la misericordia diviene festa. Sembra paradossale. Eppure il dolore, la perdita, il gemito divengono a loro volta grembo di gioia. Nel vuoto che si è generato al constatare la nostra infinita povertà che invoca pienezza, si apre lo spazio perché quel volto da cui si è fuggiti ritorni luminoso e irradiante a rinnovare la certezza di cui abbiamo bisogno: ‘tu sei prezioso ai miei occhi; io per te do la mia vita!’. Ed è proprio così! Ed è questa verità che si trasforma in gioia incontenibile, tangibile quanto un abbraccio, traboccante come giare di vino ricolme, pingue come il grasso di un vitello svezzato e ingrassato apposta.

Gioia che sprizza dal costato aperto e che gocciola dalle ferite delle spine di un diadema di gloria. Gioia che contagia nella danza delle nozze, perché lo Sposo è tornato e tutti siamo invitati a partecipare. Gioia che rimane misericordiosa, per cui se non bastano i servi, è di nuovo il Padre che esce alla ricerca del figlio intestardito a non lasciarsi amare gratis.

Non bastano le parole per descrivere la tenerezza profonda che regala questa esperienza, impregnata di totale gratuità e di sorprendente cura per ognuno di noi. Siamo pecorelle smarrite, siamo talenti nascosti, siamo figli ribelli e cocciuti commercianti di meriti… Eppure il Signore non si stanca, ci cerca, e gioisce anche solo per uno sguardo sfuggente che gli regaliamo, come un genitore fedele che si sbizzarrisce nella fantasia dell’amore per arrivare a incontrare la dolce fragilità del figlio.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

Ultima modifica il Domenica, 11 Settembre 2016 21:29

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