IL SENSO DEL MIO DIACONATO IN MOZAMBICO

“Voglio ardere e divampare scomparendo”: questa frase di don Ottorino dà senso alla mia vocazione diaconale, da sempre.

 Mi sono incoraggiato, approfittando delle ferie in Italia, per prendermi un tempo di silenzio e riflessione e rispondere alla domanda: “Che senso ha il mio diaconato in Mozambico?”.

Sono l’unico diacono permanente in tutto il Mozambico. I vescovi nemmeno si pongono il problema del diaconato. Non mancano nemmeno le provocazioni di vari sacerdoti che qualche volta mi hanno avvicinato chiedendomi: “Perché non chiedi di essere ordinato sacerdote?”. Che senso ha il diaconato in una realtà missionaria come il Mozambico, dove le parrocchie sono territori immensi e dove manca ancora una sufficiente presenza di sacerdoti? Quando, nell’andare da solo, come ministro ordinato, a visitare le comunità più distanti della Parrocchia, devo accettare di custodire l’Eucaristia in un posticino dello zainetto, mi rallegro a viaggiare in buona compagnia, ma al tempo stesso mi piange il cuore nel dover constatare il poco rispetto dovuto ad una Presenza così sacra.

Molte volte alla domanda “che senso ha il mio diaconato in Mozambico” ho  preferito non pensarci.

Ma cosa faccio come diacono in Mozambico?

Non sono mai stato catechista in vita mia. Ma, approdato a Mossurize, di fronte alla realtà di fragili comunità già fondate dai nostri predecessori e di fronte a nuovi gruppi di fedeli che chiedono di cominciare una nuova comunità cristiana cattolica nella loro zona, sono stato spinto dalle necessità a dover impegnarmi a preparare materiale catechetico in lingua NDAU per poter di fatto realizzare il cammino catecumenale di preparazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana per adulti.

D’accordo con la comunità, accompagnato da un catechista, due volte alla settimana seguo il cammino  formativo di due gruppi di catecumeni adulti. Abbiamo cominciato da zero, dall’annuncio pasquale del Cristo morto e resuscitato. Il cammino è lungo e paziente. Sto facendo il catechista.

In uno stile di vita monacale, nei giorni feriali, in Missione, mi sto dedicando alla traduzione di tutto il materiale liturgico e alla produzione di fascicoli per le celebrazioni della Parola fatte dai laici, tutto in lingua NDAU.

Alterno il lavoro davanti al computer a quello dei campi, con la zappa in mano, a sudare per arare, seminare, pulire il terreno dalle erbacce, attendere con speranza i frutti del lavoro dei campi, così come fanno tutti. Condivido così la dura vita del popolo Ndau che serviamo, legata all’agricoltura di sussistenza.

Nei fine settimana diventiamo missionari itineranti, visitando le varie comunità sparse nel territorio del distretto di Mossurize. Ogni visita porta con sé gioie e dolori. La gioia di servire e di voler arrivare nei posti più lontani e abbandonati da tutto, ma abitati da gente che attende l’annuncio del vangelo. Il dolore di constatare l’estrema fragilità delle nostre comunità, l’esiguo numero di fedeli, in proporzione alla moltitudine di gente che abita quei posti, le difficoltà di evangelizzare la cultura. Per cui le parole chiave sono due: pazienza e perseveranza. 

Che senso ha il mio diaconato?

Cosa può significare il diaconato a Mossurize?

“Voglio ardere e divampare scomparendo”: questa frase di don Ottorino dà senso alla mia vocazione diaconale, da sempre.

L’ardere mi fa contemplare la presenza dell’amore di Dio che abita nel mio cuore. È la presenza dello Spirito Santo che dovrebbe dirigere il mio pensare, il mio agire, il mio contribuire a stare in unità nella carità, a lavorare e programmare insieme, il mio consegnarmi giorno dopo giorno alla volontà di Dio. L’essere acceso d’amore di Dio spesso è soffocato dal mio egoismo,  dalle mie inconsistenze e dai miei peccati. Ma giorno dopo giorno, anche nei lunghi tempi di aridità del cuore, rinnovo questo desiderio con la preghiera del cuore e con la fedeltà alla preghiera comunitaria e all’incontro con Gesù nella Parola e nell’Eucarestia.

Il divampare mi fa contemplare la misteriosa azione dello Spirito Santo che ci precede sempre nell’azione di evangelizzare, che lavora nei cuori di tutti coloro che serviamo, anche nei cuori dei poligami, uomini e donne, tanti, che sono esclusi dal dono dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, ma vogliono partecipare al sacramento della Parola annunciata e spiegata nella nostra comunità cristiana. Lo stesso Spirito Santo è il fuoco della carità che ci fa vedere Gesù nei numerosissimi orfani e nelle vedove che cercano di sopravvivere, e vivono in mezzo a noi, nei tanti ammalati di SIDA, nel volto dei bambini che vestono di stracci, nella dignità delle donne che spesso sono ridotte ad una vita di duro lavoro, proprietà dei loro mariti. Quando mi sporco le mani e sudo anch’io nel duro lavoro di zappare la terra, di pulire dalle erbacce, di sperare la pioggia, riesco a capire di più la dura vita di questo popolo che dipende dalla terra per sopravvivere. Il divampare del fuoco della carità passa per la condivisione della vita quotidiana di questo popolo di contadini e così lo Spirito Santo mi fa vedere Gesù nella quotidianità di Nazaret, nella povertà del giorno dopo giorno in famiglia con Maria e Giuseppe.

Scomparendo… Scomparire è innanzitutto  il pazientissimo sforzo di inculturazione che è passato dallo  sforzo grande di imparare a parlare la lingua Ndau alla costante preoccupazione di comprendere più in profondità la cultura africana, legata al culto dei morti e al rapporto con gli spiriti degli antenati e alle altre regole che determinano la vita familiare e sociale. Siamo messi nella condizione di svuotarci di tutto il nostro bagaglio culturale e religioso per ascoltare e rispettare, senza giudicare. Poi viene il paziente lavoro di traduzione dei contenuti biblici, liturgici, catechetici della nostra tradizione cristiana, con il desiderio di contribuire all’evangelizzazione di questo popolo. Ma è indescrivibile, e forse, difficile da capire, la pazienza che questo sforzo richiede. Che senso ha lo scomparire di tante ore passate per imparare la lingua e per tradurre, preparare materiale, in solitudine.  Scomparire è anche accettare la grandissima precarietà e consistenza delle comunità che serviamo. A volte facciamo ore ed ore di strada, affrontiamo gli imprevisti delle auto che si spaccano, delle strade piene di insidie, per arrivare a trovare un pugno di gente che ci aspetta. E gli altri dove sono?

Scomparire significa anche accettare di diventare “eremiti in casa” quando le piogge e il fango nelle strade ci impediscono di visitare le comunità per mesi e mesi. Scomparire è anche non vedere molti frutti nel nostro lavoro pastorale. Le nostre visite forse sono insufficienti per una evangelizzazione più profonda, i nostri limiti sono tanti. Ma forse siamo chiamati a scomparire, a non gustare i frutti di tanto lavoro, perché dobbiamo crescere nella fiducia che lo Spirito Santo in modi misteriosi agisce e lavora nel cuore della gente.

Scomparire per me è il sogno di poter cominciare, nel futuro, a rimanere più tempo nelle comunità. Magari piantando la tenda, e invitando i responsabili delle comunità a momenti di formazione, una volta che dominiamo meglio la lingua e abbiamo il materiale pronto, nella loro lingua, per una più profonda evangelizzazione. Saranno i laici ad animare meglio le loro celebrazioni, a rispondere meglio agli appelli di chi soffre, a svolgere meglio il loro servizio di catechisti. E noi avremmo fatto il nostro dovere di stare “nascosti”, scomparire perché gli altri crescano.

 

Mi è sempre piaciuto contemplare il diacono come segno sacramentale di questa azione misteriosa dello Spirito Santo nella Chiesa e nel mondo, per manifestare a tutti il cuore di Dio che non esclude nessuno e vuole salvare tutti, restituendo a ciascuno la loro dignità di figli amati da sempre e per sempre.

Fuori della chiesa, nel mio lavoro giornaliero, apostolico, come diacono, mi sento attratto nel voler offrire alla gente questa testimonianza: lo Spirito Santo c’è in me e in voi, lo Spirito Santo sta costruendo misteriosamente il Regno di Dio in mezzo a noi. Lo Spirito Santo accende in noi il fuoco della carità.

Nel grande e culminante momento della celebrazione della Messa, contemplo il diacono come colui che rappresenta Gesù Parola fatta carne, nel sacramento della Parola, che è dono per tutti, battezzati e impossibilitati al battesimo e agli altri sacramenti, ma presenti ugualmente nell’assemblea liturgica africana. Per questo l’unica voce del diacono, che appare nella Liturgia Eucaristia, è la voce del diacono che proclama il Vangelo.

Poi contemplo il grande silenzio del diacono della Liturgia Eucaristica.

Nel silenzio il diacono accoglie le offerte della gente, che rappresentano la vita, quella vita attraversata continuamente dal fuoco dello Spirito Santo, dal fuoco dell’amore di Dio.

Nel silenzio il diacono solo serve nel preparare la mensa, perché è il servizio la base del grande mistero della donazione totale di Gesù nel sacrificio della croce.

Nel silenzio il diacono affianca il sacerdote che agisce in “Persona Christi Capitis” (nella Persona di Cristo Capo).

In quel silenzio il diacono rappresenta Gesù povero, Gesù che si identifica in chi ha fame, in chi ha sete, nel nudo, nel senza tetto, nel migrante, nell’ammalato, nel carcerato, nell’orfano e nella vedova.  Come vorrei che la gente capisse che il mio essere presente con la mia persona, in silenzio,  rappresenta Gesù che è nei poveri del mondo così come è nel pane spezzato e nel vino donato della riconciliazione!

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