DIACONI E POVERI: UN CONNUBIO INSCINDIBILE

Fin dal suo nascere la Chiesa, in fedeltà al suo fondatore Gesù, ha collegato il ministero diaconale con il servizio ai poveri, ed un servizio organizzato

Pensare al ministero diaconale significa necessariamente pensare ai poveri e a una Chiesa povera. Atti 6, 1-6 è il testo che tradizionalmente è riconosciuto come traccia fondamentale dell’istituzione del ministero diaconale nella Chiesa primitiva. Al di là delle discussioni esegetiche, che si interrogano se si parli effettivamente di diaconato, ciò che interessa è che da sempre la Chiesa ha collegato il ministero diaconale con il servizio ai poveri, ed un servizio organizzato. Il brano, infatti, mostra come l’esigenza di assistere in maniera ordinata e giusta tutte le vedove, che erano socialmente emarginate, dovesse essere corrisposta garantendo equità e giustizia, evitando le discriminazioni tra giudei e greci. L’indicazione degli apostoli, guide della Chiesa, è quella di cercare persone ‘di buona reputazione, piene di Spirito e di saggezza’ (At 6, 3) per investirle di un potere specifico che viene dall’imposizione delle mani, per fare del servizio ai poveri un luogo di testimonianza e di concretizzazione autentica del Vangelo annunciato e pregato.

Il ministero diaconale non va ridotto mai all’esclusività di una diaconia della carità separata dagli ambiti dell’evangelizzazione, della catechesi, della liturgia. Ma allo stesso tempo, è proprio la decisiva vicinanza ai poveri e le energie vitali dedicate alla carità quanto ‘colora’ il ministero ordinato del diacono nella Chiesa. Al punto che, mi pare, deve essere oggetto di discernimento vocazionale l’effettiva e affettiva sensibilità alla causa degli ultimi, se si vuol formare candidati al diaconato che continuino ad esprimere in maniera credibile e contagiosa il volto di Gesù servo, che ‘da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà’ (2Cor 8,9).

È da dire con chiarezza che la povertà scelta dal Figlio di Dio non è solamente connessa con una generica assunzione dell’umanità, per cui risulterebbe poco significativo il luogo e il modo in cui Gesù trascorse i suoi giorni terreni. C’è una distanza infinita tra il Cielo e la terra, che il Figlio di Dio ha percorso per farsi Figlio dell’uomo; ma forse c’è una distanza ancora più abissale tra il palazzo di Erode e la grotta di Betlemme; o tra le offerte lussuose e rimbombanti donazioni dei ricchi d’Israele e le due colombe del riscatto offerte da Giuseppe e Maria al tempio di Gerusalemme; o tra la potenza di Roma imperiale e il nascondimento della borgata di Nazareth. In altre parole, Gesù non si è fatto soltanto uomo, ma ha scelto di farsi povero anche socialmente e religiosamente. In questo è servo, diacono dei fratelli.

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