LEGGERE LA VITA CON UNO SGUARDO DI FEDE (Sorelle nella Diaconia)

Riflettere sul mio lavoro, mi aiuta a leggere e scoprire la presenza di Dio nella storia di molti ragazzi che incontro. Di fronte a tante situazioni molte sono state le immagini bibliche affiorate in me, però in particolare l’espressione: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?” (Gv 1, 46), mi ha richiamato qualcosa che sento e che vivo. È la risposta che Natanaele dà a Filippo dopo che questi aveva incontrato Gesù.

Nazaret di Galilea, località di confine con la Fenicia e la Siria. In Galilea, vi abitavano facilmente persone non ebree, per questo era chiamata terra delle genti o degli stranieri (cfr. Mt 4,15; Is 8,23): per questo motivo non era apprezzata e, facilmente, chi proveniva da questo territorio, era giudicato male.

Era giudicato male... È questa espressione che risuona dentro di me in particolare, perché spesso molti ragazzi che frequentano l'Istituto San Gaetano non vengono giudicati bene, a volte anche dalla stessa famiglia di provenienza; si potrebbe benissimo dire: dall’Istituto San Gaetano, può mai venire qualcosa di buono?

Ricordo una mamma, una famiglia a modo, con un ragazzo intelligente, più portato per darsi da fare con le mani piuttosto che stare tanto sui libri, a differenza della sorella, brava ragazza, impegnata con successo in un liceo.  Durante il colloquio iniziale, la mamma in lacrime ad un certo punto sbotta: non capisco perché vuole venire qui, a San Gaetano, dove c’è di tutto… Dopo un attimo di esitazione mi esce spontanea l’espressione: “Sì, signora, abbiamo di tutto, anche ragazzi che nessuno vuole e che apparentemente non hanno voglia di impegnarsi".

Sento che, nel mio lavoro, la prima cosa che mi viene chiesta ogni giorno è di orientarmi interiormente verso questi ragazzi, con il cuore riconciliato verso me stessa: anch’io, come i ragazzi, devo accettare di essere giudicata proprio per il fatto di lavorare in questa scuola. “Cristo imparò l’obbedienza dalle cose che patì…”, anche per me c’è, prima del servizio verso questi ragazzi, un’obbedienza al mio patire nel sentirmi giudicata, nel sentirmi fallita di fronte a tante situazioni personali e familiari tremende che spesso provocano nei ragazzi reazioni che si riflettono in comportamenti difficili da gestire e, a volte, dobbiamo ammettere il nostro fallimento. Penso a J. ragazza adottata assieme alla sorella. Le violenze subite nell’orfanotrofio le hanno causato seri problemi di relazione, soprattutto con gli adulti. Alle medie ha sempre avuto l’insegnante di sostegno che la portava fuori dall’aula lasciandola libera di fare quello che voleva, a volte è più comodo così.

Quando è stata iscritta nella nostra scuola genitori e insegnanti si sono ben guardati nel dire quello che c’era dietro il volto di una ragazzina splendida, ma profondamente ferita dentro e malata nella sua psiche. Del resto, chi avrebbe accolto una ragazza così? È arrivata praticamente senza sapere leggere e scrivere e si è trovata da un giorno all’altro a dover affrontare molti volti nuovi: nuovi compagni, con i quali ha imparato pian piano a relazionarsi, nuovi insegnanti con i quali, però, spesso la relazione diventa difficile, per lei, non abituata a rapportarsi con tante persone, per noi, impreparati di fronte a tanta problematicità. Penso a F. arrivato in Italia dall’Africa come profugo politico, accolto in una comunità. Ha assistito impotente alla morte della sua famiglia e della gente del suo villaggio, poi la guerriglia l’ha portato con sé per farlo diventare bambino soldato. Dopo essere riuscito a scappare ha trovato qualcuno che lo ha aiutato e lo ha fatto  venire in Italia.

È riuscito a parlare della sua storia con i compagni di classe dopo tre anni che frequentava l’Istituto. Dal San Gaetano può uscire anche qualcosa di buono? A volte sì, soprattutto quando, chi li accompagna nel loro cammino di crescita, riesce a mantenere uno sguardo pulito, pieno di speranza. Non è sempre facile, è questione di fede, la fede che ha accompagnato la vita di don Ottorino e che è diventata risposta concreta ai bisogni dei giovani oggi come allora.

Così scriveva qualche mese prima della sua morte (settembre 1972), mentre si trovava in Brasile.

“Aveva diciott’anni ed era la diciassettesima volta che veniva in carcere. Tutti sentiamo di avere una parola di compassione per un giovane che per la prima volta commette un errore, ma dinanzi a quel diciottenne mi uscì invece una domanda: «Ma come mai ti sei ridotto in tal modo?». Ed egli, con le lacrime agli occhi: «Nella vita mai nessuno mi ha voluto bene». Tremende parole: «... mai nessuno mi ha voluto bene...». Tutti siamo pronti a giudicare, a condannare, ma forse non siamo altrettanto pronti ad amare. Eppure su tutte le strade del mondo, con le mani tese verso di noi, migliaia di giovani invocano tacitamente con la loro miseria morale e materiale il nostro aiuto. Saranno i giovani di oggi a condannarci dinanzi a Dio perché non ci sentivamo sufficientemente realizzati amandoli come sono, consumando con gioia la nostra giornata nel servirli e nell’istruirli. Quanti giovani dinanzi a Dio dovranno dire: «Signore, non ti ho conosciuto perché il tuo apostolo non ha avuto amore. Aveva tempo per i suoi hobbies, per le letture, per il cinema, per la televisione, per prepararsi, per realizzarsi, ma non ha trovato il tempo per fermarsi vicino a me e parlarmi con pazienza di te. Come ti avrei amato, o Signore, se mi avessero detto qualche cosa di più di te e soprattutto se con l’amore mi avessero mostrato il mio Dio!...». Come possiamo dire di amare Dio, se in noi non c’è un desiderio bruciante di farlo amare specialmente dai giovani? Come è facile illuderci di amare Dio, amando invece le soddisfazioni che ci provengono dal nostro lavoro apostolico! Attualmente si sfugge dai servizi umili a favore degli orfani e dei disgraziati. È cosa, però, dolorosa non vedere più Cristo in queste povere creature e non sentire più l’intima gioia di servirle. È necessario riscoprire Cristo nel povero e sentire tutta la grandezza della lavanda dei piedi. È questione di fede…”.

Questa è la preghiera dell'offerta del lavoro che recito ogni giorno insieme con tutta la famiglia di don Ottorino:

Gradisci o Signore, come inno di lode l'offerta del mio lavoro, fa che esso sia collaborazione alla tua opera creatrice, mezzo di redenzione per me è i miei fratelli, servizio di solidarietà per un mondo più giusto e fraterno.

Elisabetta, sorella nella diaconia, Vicenza - Italia

 

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