LA FAMIGLIA DI DON OTTORINO (NON) C’ERA A FIRENZE

 

“Ogni comunità, e ogni famiglia, sappia trovare tempi e modi

per sospendere ogni sua attività e sostare in preghiera comune”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/trasfigurare-la-sintesi-di-goffredo-boselli/)

 

Il recente Convegno ecclesiale di Firenze, il IV della Chiesa italiana, che ha avuto per titolo ‘In Gesù Cristo il nuovo umanesimo’ (cfr.: http://www.firenze2015.it/ ), è stata una significativa esperienza di comunione e di fraternità. La presenza di papa Francesco e la sua vicinanza alla gente, simbolicamente confermata dalla sua visita a Prato, che esprime una attenzione particolare al mondo del lavoro e alle sue problematiche, ha trovato eco in una dinamica di confronto e di dialogo assai significativa all’interno del Convegno.

Al di là, infatti, dei contenuti discussi ed esplicitati, maturati anche dai contributi giunti nei mesi precedenti dalle varie diocesi d’Italia, sembra che i partecipanti abbiano messo in evidenza come una novità che suscita speranza il metodo di lavoro impiegato. Mons. Galantino, segretario della CEI, l’ha sintetizzato come ‘espressione della sinodalità della Chiesa’. E il tema della sinodalità sembra essere il tratto ecclesiale che meglio esprime la novità del Concilio Vaticano II, assunta decisamente da papa Francesco, sulla scia del cammino aperto dai suoi predecessori. A Firenze, mi pare, si è avuta come l’impressione che le intuizioni e le direttive che vengono ‘dall’alto’, cioè dalla riforma in atto a livello di Vaticano, possa arrivare anche alla base, dove – hanno sottolineato i partecipanti al Convegno – se da un lato esistono emblematiche e decennali esperienze profetiche di servizio e di comunione (per cui la Chiesa italiana ‘non parte da zero’), dall’altro si vivono in prima linea le contraddizioni di atteggiamenti individualisti e clericali che ancora persistono. In effetti, alcuni vescovi sono tornati a casa con il desiderio di ‘applicare’ il metodo anche nei percorsi diocesani.

 

“L’esperienza e lo stile che abbiamo vissuto destano un desiderio di modalità di vita ecclesiale”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/uscire-la-sintesi-di-don-duilio-albarello/)

 

Sinodalità, metodo, comunione… Ma di che cosa si è trattato, in pratica? Qual è stata la novità di questo Convegno che ha colpito così tanto?

È stato proprio il modo in cui si è lavorato: i circa 2000 delegati delle diocesi italiane sono stati organizzati per 2 giorni in 200 tavoli, suddivisi nei 5 grandi temi che facevano da assi portanti del contenuto (i verbi: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare). Ogni tavolo, animato da un facilitatore, era costituito quindi di 10 membri, chiamati a confrontarsi, discutere, dialogare sul tema in assoluta libertà e confidenza, per poi ‘passare’ il succo del lavoro ai 4 moderatori della propria area di lavoro, e ascoltare il tutto sintetizzato da 5 voci nell’assemblea conclusiva dell’ultimo giorno.

Ma ancora non ho detto il tratto più bello di questa metodologia, per noi forse a dir poco nota: ciò che ha colpito tutti è stato il fatto che ai tavoli erano seduti ‘alla pari’ vescovi, presbiteri, diaconi, religiosi e religiose, laici e laiche! Un piccolo dettaglio per capirci: i tesserini di riconoscimento portavano soltanto lo spazio per il nome e il cognome, non per il titolo o il ruolo. Tutti accomunati dal battesimo, tutti chiamati ad ascoltare e a opinare senza appellarsi a un pregiudiziale concetto di autorità che a volte è dato dal titolo, o meglio dalla maniera (anche metodologica) in cui si interpreta un ruolo. Ne sono nate così ricchissime esperienze di relazione prima di tutto umana! Ecco il nuovo umanesimo! Ecco la sinodalità e la comunione!

 

“È forte in tutti i gruppi di lavoro la volontà di creare relazioni, prendersi cura e accompagnare.

Passare da una attenzione esclusiva verso chi viene evangelizzato

a una specifica attenzione a chi evangelizza”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/annunciare-la-sintesi-di-flavia-marcacci/)

 

Non ci sentiamo di etichettare il tutto come ‘niente di nuovo sotto il sole’. Anzi: la scelta di privilegiare questo incontro fraterno, pur preceduto dalle validissime conferenze per inquadrare il tema, ha ricadute enormi, mi pare, sul modo di percepirsi come Chiesa e obbliga, più che a soffermarsi su particolari concetti teorici – che forse non sono stati, e magari neanche potevano essere, di particolare originalità – hanno messo in moto nuovi dinamismi di relazione e quindi di azione. Perché dalle relazioni, molto più che dalle idee, nascono le motivazioni!

A questo punto, è sorta in me la personale e comunitaria domanda vocazionale, per quanto riguarda la nostra Famiglia. Nessuno di noi – religiosi, sorelle, amici – era presente al Convegno. Peccato, mi viene da dire! La Famiglia di don Ottorino non c’era. D’altro canto, è comprensibile, vista la nostra piccolezza e anche l’attuale tempo di fragilità delle nostre comunità. Ma tra noi ci sono anche persone estremamente impegnate negli ambiti diocesani e nazionali, oltre che parrocchiali. Tuttavia, fisicamente non c’eravamo. Spero almeno che abbiamo potuto seguire, con interesse e passione, alcuni passaggi del cammino ecclesiale, perché per noi è costitutivo essere incarnati e vivi dentro la realtà ecclesiale della nazione in cui operiamo. Fa parte del nostro DNA! E anche se a volte la complessa e variegata realtà italiana ci può spaventare o ci può sembrare troppo impegnativa e grande – sì, a volte ci sembra più impegnativa l’Italia che non le missioni in altri Paesi! -, spero davvero che abbiamo potuto gustare ancora una volta la bellezza della nostra Chiesa e lodare Dio perché ci chiama a farne parte, con la nostra originalità e povertà insieme.

 

“Vivere la realtà della parrocchia in maniera adeguata alle sfide del nostro tempo

lasciando più spazio ai carismi dei laici”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/abitare-la-sintesi-di-adriano-fabris/)

 

Ma ho anche pensato: che cosa sono stati i tavoli di lavoro di Firenze se non una esperienza di ‘laboratorio’ così come abbiamo vissuto noi preparando il Capitolo e l’Assemblea della Famiglia di luglio 2015? E che cosa sono stati questi laboratori se non la concretizzazione – limitata e da rivedere, ma validissima – dell’intuizione delle ‘comunità ministeriali’ così come sono state teorizzate e sperimentate per 3 anni nella realtà pastorale di Crotone? Non abbiamo puntato anche noi proprio alla ‘relazione alla pari’, al coinvolgimento di tutti, al dialogo che fa crescere, attraverso la conoscenza, anche nella corresponsabilità?

Certamente ci sono aspetti da verificare, ed è un processo da monitorare costantemente. Ma anche a Firenze vi sono stati elementi da migliorare: le sintesi conclusive, per esempio, non potevano tenere conto del contributo di tutti i tavoli, perché era troppo poco il tempo dell’ascolto dei facilitatori! La scelta dei delegati delle diocesi, poi, ha lasciato uno spazio troppo limitato alla presenza di giovani.

Ma non fa parte del metodo anche la verifica? E a proposito di metodo, non si è trattato – a Firenze – di un evento speciale di discernimento comunitario ecclesiale, così come noi ci proponiamo di vivere in uno stile famigliare? E allora, quando noi parliamo di famiglia e di spirito di famiglia, non stiamo esprimendo in termini più affettivi l’idea di sinodalità?

 

“Favorire il discernimento e la cura di coloro che la comunità

ha individuato come educatori e formatori”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/educare-la-sintesi-di-sr-pina-del-core/)

 

Sento insomma che la Famiglia di don Ottorino è stata presente a Firenze più di quanto possa sembrare: nella propria ricerca interna e nel desiderio di uno stile sempre più fedele al Vangelo e ai segni dei tempi. Ne sono uscito consolato e confermato. Allo stesso tempo, però, come ogni Parola di Dio, mi sono sentito interpellato, perché mi chiedo come riuscire a far interagire maggiormente le nostre intuizioni carismatiche e le vie di sperimentazione e di crescita che cerchiamo di vivere con il cammino della Chiesa italiana, dalla quale continuiamo a ricevere tanto, ma che allo stesso tempo siamo chiamati a servire con la nostra specificità carismatica. Se il metodo reso manifesto a Firenze è quello indicato, se anche per noi la dimensione del discernimento è fatta soprattutto di volti e incontri, allora non c’è dubbio che il nostro servizio deve passare attraverso un costante e intenso investimento sulle relazioni.

C’è dunque bisogno di persone che si preparano, di energie che si investono, ma anche e soprattutto di una profonda consapevolezza vocazionale, circa la ricchezza del dono che abbiamo ricevuto e che non ci appartiene. Una certa visibilità non ha niente a che fare con l’esibizionismo e la ricerca di sé vanitosa e superba: è piuttosto una coraggiosa e a volte dolorosa risposta alla vocazione che ci è stata data, perché la lucerna non può restare nascosta sotto il moggio.

In questo, vorrei sottolineare l’intuizione capitolare e il rapido passo profetico realizzato dal Consiglio, nel costituire e rendere subito operativa l’Equipe centrale della Famiglia, per camminare insieme (=met-odo) religiosi, sorelle e amici, come in un unico ‘tavolo’ telematico (e non solo) di discernimento comunitario (=sin-odale). L’esperienza che abbiamo iniziato e che pian piano diverrà patrimonio della nostra tradizione carismatica può dare alla Chiesa italiana, umilmente ma decisamente, un significativo esempio di intreccio tra la dimensione locale e nazionale e l’apertura alla missionarietà e alla internazionalità. E per noi religiosi pastori, sorelle e amici incarnati nella Chiesa italiana probabilmente il confronto con i frutti del Convegno di Firenze può divenire un importante strumento di maturazione nel discernimento dei prossimi 10 anni di cammino.

Non sarà facile, non mancheranno le fatiche e anche i fallimenti; ma ci sembra che questa possa divenire la sofferenza della Croce, perché in tutti percepiamo un sincero e profondo desiderio di unità, che in fondo è la matrice più autentica della sinodalità auspicata dal Concilio, dai nostri papi, dal Convegno di Firenze.

don Luca Garbinetto

Download allegati:

2 commenti

  • Vito

    inviato da Vito

    Giovedì, 03 Dicembre 2015 01:32

    Carissimo don Luca,
    grazie per questo spunto di riflessione.
    Sembra ormai chiaro, ma anche forte, l’invito che ci viene dall’azione dello Spirito Santo nel muovere la Chiesa in questi eventi. Si comincia a toccare il filo rosso che fa della sinodalità e del discernimento la modalità di conduzione della vita ecclesiale.

    “Passare da un’attenzione verso chi viene evangelizzato a una specifica attenzione a chi evangelizza”, è la corresponsabilità nella conduzione comunitaria che si fa avanti, è il cambio di paradigma che fa della parrocchia il luogo in cui prendersi cura, accompagnare e farsi carico non solo dei poveri o bisognosi, ma di tutti: del fratello che collabora nella pastorale come dello stesso presbitero che anima la comunità.
    In parrocchia è come per lo stare in famiglia, spesso ti devi saper fermare e so-stare, nel senso di saper stare e ascoltare, perché ognuno di noi con lo stile in cui si fa presenza cambia il clima del luogo in cui opera. Non basta portare avanti un impegno, è ancor più importante la tenerezza con cui il nostro fare si esprime.

    Mi viene da dire allora che i segni qui diventano sempre più numerosi… Guardiamo alle somiglianze tra lo stile di don Ottorino e quello di Papa Francesco, tra l’intuizione carismatica del metodo del discernimento comunitario (con lo sguardo e il cuore di Dio) e il metodo sinodale di “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”, davvero nasce una sana inquietudine che ci interroga sia come Amici che come membri della Famiglia di don Ottorino: come poter offrire e spezzare il nostro contributo carismatico alla vita della Chiesa e qui direi universale e non solo italiana?

    La consapevolezza vocazionale del proprio ruolo nella Chiesa, sia come singoli che come Famiglia si sta facendo sempre più chiara. Nel nostro DNA c’è l’unità nella diversità che fa della carità il collante per tesserine diverse di uno stesso mosaico. Basti pensare a com’è composta la Famiglia stessa: Presbiteri, Diaconi, Sorelle nella diaconia e Amici laici che insieme collaborano nella Chiesa respirando lo stesso carisma. Basti pensare alla ricerca di mettere continuamente in relazione le comunità locali con quelle nazionali e internazionali dalla Famiglia di don Ottorino, in cui non c’è più tanta distinzione tra luoghi di missione e luoghi da cui partono i missionari.

    Forse che alle soglie del giubileo si debba dare nuovo slancio alla dimensione missionaria e di annuncio verso la Chiesa stessa? Che si debba far guarigione della memoria per superare una volta per sempre le ferite di atteggiamenti clericali (presenti spesso anche nei laici impegnati) per favorire una nuova immagine di battezzati, quindi non solo di presbiteri ma anche di laici? È giunto il momento di essere corresponsabili e capaci di sedere ai tavoli delle chiese locali oltre che a quelli parrocchiali con lo stile di Gesù Sacerdote Servo?
    Sarà questo il compito formativo a cui la Famiglia di don Ottorino è chiamata ad investire perché alcuni suoi figli, cresciuti nel suo grembo e diventati adulti, sappiano uscire ed incendiare la Chiesa stessa oltre che il mondo?

    Rapporto
  • Pierluigi

    inviato da Pierluigi

    Martedì, 01 Dicembre 2015 18:12

    Grazie Luca per questo contributo che mi aiuta a sentirmi parte di un orizzonte eccesiale più ampio ma in sintoia col cammino, bello e faticoso, che stiamo facendo come Famiglia. Nello stesso tempo mi stimola e mi provoca a assumere maggiormente e partecipare con responsabilità, per quello che posso, allo sviluppo e diffusione del Carisma che, come sottolinei, non ci appartiene ma è della e per la Chiesa. Camminiamo insieme, con umiltà e responsabilità per il dono ricevuto per essere condiviso.

    Rapporto

Lascia un commento

Assicurati di inserire (*) le informazioni necessarie ove indicato.
Codice HTML non è permesso.

Go to top