LE SITUAZIONI DIFFICILI SONO OCCASIONI PER SEGUIRE GESÙ

DOMENICA XXX – B

Il mendicante cieco di nome Bartimeo, rannicchiato nel suo mantello all'uscita della città di Gerico sulla strada che va verso Gerusalemme, è uno che sembra stare lì proprio per aspettare Gesù.

Il vangelo di Marco di questa domenica in poche righe ci tratteggia il suo itinerario di fede nel quale possiamo rispecchiarci per attingere la grazia di cui abbiamo bisogno per il nostro itinerario di fede. Gesù con i discepoli sta ripartendo per l'ultima tappa del suo viaggio verso Gerusalemme. Con loro c'è molta folla che sale pellegrina alla città santa. Il cieco Bartimeo, sentendo venire Gesù, lo supplica con grida, che sono insieme una  risonante affermazione della sua messianicità e una umile e implorante richiesta di essere guardato con compassione nella propria cecità. Davanti alla folla infastidita dalle sue grida esagerate Bartimeo grida ancora più forte. Gesù si ferma e lo fa chiamare dai discepoli che lo incoraggiano ad alzarsi per andare da lui. Egli allora si libera del suo mantello e di un balzo è davanti a  Gesù, che gli dice: "Che cosa vuoi che io faccia per te?". "Che io veda di nuovo" gli risponde, chiamandolo "Rabbunì", che significa "Maestro mio". E il miracolo si compie, per la forza di quella sua fede, come gli dice Gesù. E subito si mette a seguirlo.

Un miracolo che fa ricuperare la vista in senso fisico ma anche in senso spirituale. Nei miracoli la guarigione del corpo è sempre unita a quella dell'anima. Nella guarigione di Bartimeo ognuno di noi può rivivere il suo proprio cammino di guarigione e di sequela di Gesù. Anche noi siamo affetti da qualche cecità che sconvolge la nostra anima e anche il nostro corpo. Viviamo questa continua alternanza di fede e non fede, di speranza e non speranza, di amore e non amore. Di gioia e di pianto, come dicono la prima lettura e il salmo. Ci domandiamo allora: Come è possibile? Che cosa mi succede? A volte non vediamo più Gesù e ci chiudiamo in noi stessi. Nello stesso tempo non ci rassegniamo a perderlo. È stato troppo importante l'incontro con lui, che ci ha cambiato la vita. Allora lo cerchiamo di nuovo e ci mettiamo ad aspettarlo al bordo della nostra strada e quando abbiamo la percezione che lui sta passando vicino a noi, ci mettiamo interiormente a gridare verso di lui. Le nostre grida esprimono tutto il nostro dolore di non vederlo. Non lo vediamo nelle situazioni difficili della vita. Nella nostra famiglia, che non è secondo quanto avevamo immaginato. Nella Chiesa, sconvolta dai suoi scandali. Nel mondo che invece di migliorare sembra diventare peggiore. E allora Gesù ci manda qualcuno a farci coraggio e a dirci che ci sta chiamando. È proprio lui, il sommo sacerdote servo, descritto nella lettera agli Ebrei, anche lui "rivestito di debolezza", che ci sta davanti per occuparsi di noi e per chiederci che cosa vogliamo che lui faccia per noi. E noi, come Bartimeo, non gli possiamo chiedere altro che di poter vederlo di nuovo, come prima. E lui ci guarisce e noi ci rimettiamo con gioia di nuovo a seguirlo.

don Luciano Bertelli

 

Ultima modifica il Martedì, 20 Ottobre 2015 09:37

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