IMPARO’ L’OBBEDIENZA DALLE COSE CHE PATI

Gv 18,1 – 19,42 – Venerdì Santo (Passione del Signore)

Commento per lavoratori cristiani

 

Passione significa dolore, sofferenza, fatica. Ma significa anche ardore, desiderio, donazione. La passione ha a che vedere strettamente con l’amore, ne è l’espressione più coinvolgente e allo stesso tempo più drammatica.

Nulla di romantico: in Gesù, la passione è lo struggimento di Dio per l’uomo, tanto da lasciarsi sedurre da tanta fragilità e offrire tutto se stesso, per attrarre nuovamente a sé l’amata creatura che lo ha dimenticato. Dio è un innamorato alla ricerca del proprio amato. Dio è un cuore che si dilata per includere nella dimora dell’amore tutti i suoi figli, ai quali dona un passaggio, una Pasqua privilegiata per poter accedere definitivamente alla sua misericordia: il cuore di Gesù!

Il venerdì di passione è il giorno del cuore di Gesù, che si spalanca sull’umanità triste e sconvolta dal peccato per restituirle la dignità perduta. E il nome di questa dignità, così poco capito e poco apprezzato nella cultura narcisista ed egocentrica in cui viviamo, è l’obbedienza. Per l’obbedienza di Gesù, portata all’estrema conseguenza dello smarrimento di sé nella ricerca del’altro, siamo resi tutti giusti (cfr. Rm 5,19). E l’obbedienza ha il duro prezzo della passione, che lacera il cuore, la carne, lo spirito. Gesù ha pagato tutto questo prezzo! Ne rimaniamo sbalorditi, come intontiti: quale inaudito amore può portare il Signore del mondo a percorrere la via dell’obbedienza fino a simili profondità? Ne siamo destinatari infinitamente lontani dal comprenderne la bellezza.

Noi parliamo di obbedienza rifiutandone superficialmente il valore. E nel frattempo non ci accorgiamo di cadere dentro il vortice della sua più rovinosa caricatura. Chi si proclama autonomo e indipendente, chi si crede adulto capace di gestirsi da solo, chi rivendica l’autodeterminazione come la legge suprema appellandosi a una coscienza sacra, ma poco illuminata, non si accorge di smarrire progressivamente per strada la propria dignità di uomo. E ne pagano le spese gli altri, sottomessi, oppressi, emarginati. Sono sottili le insidie del demonio, di cui Gesù è vittima, ma vincitore: ‘Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!’

C’è un’obbedienza sbagliata.

Alla legge, fine a se stessa. Diventa legalismo, ottusità, bigottismo. Si capovolgono i valori, si antepone la norma al suo significato, si prediligono i confini di demarcazione anziché i territori liberi e i percorsi che essi delimitano. Ne consegue il rifiuto dell’umano, dello spazio per la relazione, della dimora dell’incontro. Chi obbedisce alla legge come i farisei e i sacerdoti d’Israele predica la vita, ma semina la morte. Premurosi fino ai minimi dettagli, perdono di vista l’insieme e soprattutto la radice, che è l’amore. Non è questa l’obbedienza di Gesù.

Si può obbedire anche alla paura, come i discepoli, come Pilato stesso. Nessun principio di avversione verso il giusto, e nel cuore una vaga intuizione che c’è qualcosa di più, che il senso delle cose va cercato più in profondità. Ma questo costa fatica, c’è da rischiare. E osare significa provare vertigine, sentirsi mancare la terra sotto i piedi. Meglio andare sul sicuro, evitando di essere messi alla berlina del pubblico. Chi obbedisce alla paura si accontenta di essere considerato un inetto, forse anche un poco di buono. E rinuncia alla fonte della vita che porta dentro, rinuncia anche a cercarla davvero. Bloccato in un presente meschino e opaco, si siede e si lava le mani, come se la realtà non lo toccasse più sul vivo. Nemmeno questa è l’obbedienza di Gesù.

C’è anche la spudorata obbedienza alla menzogna, così pericolosa da oscurare completamente lo sguardo anche di fronte all’evidenza. Così Caifa si trasforma in paradossale profeta, pronunciando parole che vengono palesi dalla storia, ma negando a se stesso la verità. Chi coltiva il falso nel suo cuore, semina morte. È l’opera del Maligno, bugiardo e assassino. Gesù combatte questa obbedienza.

Gesù è la verità. Ed è questa l’obbedienza che Egli pratica, fino alle estreme conseguenze. Gesù non nasconde a sé e all’uomo l’identità profonda del suo essere e del nostro essere. Siamo creature divine, ma siamo anche peccatori: grandezza e miseria. E in questa verità si innesta la meraviglia più grande: Dio ci restituisce l’intimità con Dio, la nostra immagine iscritta nel cuore, il suo volto tenero e forte. In Gesù, il Padre ci perdona. Perdonare vuol dire ricostruire, riportare a unità, aggiustare i pezzi frantumati dall’errore. Perdonare significa trasfigurare il volto lacerato dal male. Gesù compie la verità, ne percorre fino alla fine la strada. Non si ferma ai piedi del Calvario, in Lui la promessa di Isaia 52,13-53,12 si traduce in vita.

Gesù è obbediente alla vita. La vita è intrecciata con la morte. Non vi è scampo. Da quando la libertà dell’uomo ha rifiutato l’amore gratuito di Dio, c’è da vivere in tutto e per tutto il mescolarsi doloroso della bellezza e dell’orrore. Gesù non si tira indietro, non scappa, sebbene sente, come noi, tutta la tentazione di farlo. Gesù è stato obbediente per tutti gli anni di Nazareth alle esigenze della ferialità, e ha fedelmente percorso le pieghe della normalissima storia dell’uomo, di ogni uomo. Famiglia, lavoro, relazioni: lì è obbediente, per questo può essere obbediente anche sulla croce. Il sì quotidiano prepara i pochi grandi sì della vita. Nei giorni, Gesù è presente e vivo; per questo il Padre lo renderà forte e lo riporterà alla vita nel Giorno definitivo.

Gesù è obbediente alla volontà del Padre. Che è lo stesso di quanto già detto. Il pallino della vita di Gesù, la verità della sua esistenza è e sarà sempre fare la volontà del Padre. Il che significa fondamentalmente che Gesù non è solo, mai. Anche quando si sente abbandonato, non cede all’illusione di crederci. E grida, nello sconforto, la più intensa preghiera: ‘Padre mio…!’ Fare la volontà del Padre vuol dire stringersi a Lui per non perdersi, e perdere se stesso per poter stare con Lui. Obbedienza al Padre è obbedienza all’identità più profonda del suo essere, nel quale dimora la Trinità. Gesù è sempre in rapporto con le altre Persone della Trinità.

Lo siamo anche noi. E lo siamo anche nella sofferenza, nell’angoscia, nella morte. Quando tutto, attorno, ci urla addosso che siamo soli e abbandonati, alziamo lo sguardo al Crocifisso, che ci attira, perché è come noi, e gridiamo a Lui più forte ancora. La nostra preghiera ci restituirà, nel solco doloroso della nostra croce, il seme più bello e più vero: la presenza amorosa del Padre.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Ultima modifica il Martedì, 15 Aprile 2014 09:15

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