'HO SETE!'

Gv 18,1 – 19,42 – Venerdì Santo (Passione del Signore)

Commento per lavoratori cristiani

 

Negli ultimi istanti della sua vita terrena, Gesù ha ancora forza per ricordarsi di noi. Le parole della Croce indicano la sua misericordia (‘Padre, perdona loro..’; ‘Oggi sarai con me in Paradiso…’), la sua premura per noi (‘Figlio, ecco tua madre!’). Gesù è anche proteso nell’angosciata ma fiduciosa ricerca del Padre (‘Dio mio, Dio mio…’). Egli è instancabilmente in relazione, anche in queste ore tragiche. In relazione con l’Alto, e in relazione con l’altro.

Ma c’è una parola, in particolare, che commuove, come invocazione suprema di questo infinito desiderio di relazione che abita il cuore di Gesù, già squarciato nello spirito: ‘Ho sete!’ (19,20). È il sussurro di una passione che attraversa fino in fondo la propria fragilità. È la parola che già aveva rivolto alla Samaritana, come appello  per iniziare un rapporto di intimità che guarisce (cfr. Gv 4,7). È il gesto più semplice e più vero che, rivolto ai suoi, aveva indicato come via per guadagnare il Cielo: ‘chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa’ (Mt 10,42).

‘Ho sete!’ è l’invocazione del povero. Il suo grido, profondamente umano, si rivolge non al Dio del Cielo, ma all’umanità violenta che l’ha crocifisso. Gesù ha bisogno di aiuto, e non si chiude nella vergogna e nel rancore. Chiede, e chiede proprio a chi l’ha appena appeso al patibolo. Quasi a voler dare un’ultima opportunità di redenzione a coloro che finora hanno rifiutato la relazione liberatrice con Lui, che è il Redentore, il Goel, Colui che sta pagando il prezzo anche per loro.

Dentro il dramma della morte del Salvatore, che racchiude tutti i drammi di oggi e di ieri dell’umanità lacerata dalla rabbia distruttrice e dall’odio, si illumina sorprendente ancora la fiammella della tenerezza. Che non è anzitutto una tensione a dare, bensì una apertura a ricevere, una mano tesa a promuovere, un gesto che mette l’altro nella condizione di scoprirsi buono. Gesù bussa imperterrito alla parte buona del nostro cuore, persino dei suoi aguzzini, per suscitare un moto di bontà che spezzi la spirale di morte in cui ci siamo impantanati.

La via è quella della debolezza manifestata. Gesù non urla spavaldamente di non avere paura, anzi esprime fino all’ultimo la sua debolezza e la sua necessità di aiuto, di incontro, dell’altro.

Il Messia è come Agnello portato al macello che non si vergogna di mostrarsi nudo. La sua nudità si rivolge alla nostra, quasi a voler spogliarci Lui, con tanta dolcezza, delle mille maschere e della paura rovinosa che ci lega all’apparenza e al formalismo. La sua nudità e il suo bisogno si mettono al nostro livello, ci permettono di mostrarci a nostra volta spogli e bisognosi, perché non c’è più pericolo. Dio, infatti, l’Onnipotente, ha definitivamente squarciato la maschera del giudizio e del castigo che gli abbiamo messo addosso, e si è rivelato nella sua Verità, come Umiltà e Misericordia.

Per guarire la nostra sete, Gesù ha dato da bere il vino quando l’acqua dell’Alleanza antica avrebbe soltanto appesantito la festa. Gesù ha offerto nel calice il vino del nuovo Patto, che racchiude l’offerta del Suo sangue quale bevanda che irrora di bene ogni relazione. Gesù ha condiviso l’acqua zampillante dello Spirito con i suoi, affinché avessimo con che dissetare il grido dei tanti assetati della terra. Ora anche l’invocazione dei nostri fratelli non ci fa più paura.

A noi è chiesto di riconoscere che nel Suo c’è anche il nostro grido. La sete è la condizione della nostra anima, che si inaridisce se non rimane fedelmente a bagnarsi sotto la Croce, accanto alla Madre. La sete è la condizione dell’umanità in cui si riconosce vivo anche oggi il Crocifisso, perché chi gli porga da bere entri a far parte del Regno degli eletti (cfr. Mt 25). La sete è la condizione dell’uomo a cui da solo non può dare risposta, perché è intimamente sete di relazione e di incontro con il Signore: solo lì viene saziata per non tornare più ad attingere l’acqua del pozzo che non disseta.

‘Ho sete!’. Gesù aspetta la nostra risposta: che cosa gli porgiamo da bere?

‘Ho sete!’. Gesù ascolta il nostro grido, e ci offre il sangue della salvezza: siamo disposti a berlo, al banchetto dell’Eucaristia?

‘Ho sete!’. Gesù si identifica con la supplica di tanti fratelli: siamo capaci di ascoltarla e di porgere il nostro umile bicchiere che disseta?

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

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