PROFUMO E SPUTI, VINO E ACETO

Mc 14,1-15,47 – Domenica delle Palme B

Commento per lavoratori cristiani

 

Si può toccare il corpo lacerato di Gesù in tanti modi.

C’è chi lo tocca con la delicatezza dell’amante. Una donna, prima che accada il dramma della passione, anticipa ciò che altre donne vorrebbero ma non riusciranno a fare sul corpo senza vita dell’Amato. Sparge profumo di nardo, unguento prezioso, per sconfiggere la puzza del cadavere e attutire la paura della morte. Una donna per noi senza nome, ricca soltanto di un vasetto di alabastro, come i vasetti delle vergini che vanno incontro allo Sposo. Di lei Gesù conosce il nome e lo scrive per sempre nel libro della vita, che è in Cielo e che è il Vangelo ‘dovunque proclamato, per il mondo intero’ (14,9). Ancora oggi ci sono donne delicate e coraggiose, silenziose e innamorate, che non temono il giudizio dei calcolatori, e ‘fanno ciò che è in loro potere’ (cfr. 14,8) per diffondere il bene e la bontà. La tenerezza tocca il corpo di Gesù. La tenerezza tocca i corpi dei crocifissi di ogni tempo: se non c’è profumo di tenerezza, è meglio non toccare i poveri, è meglio non riempirsi la bocca della loro tragedia. La tenerezza sa sprecare gratuità per gli ultimi. E se il pastore deve odorare di pecora, come è bello scoprire che le pecorelle più umili profumano di tenerezza.

C’è invece chi tocca il corpo di Gesù con la rabbia e la violenza che nascono dalla paura. O per paura, nemmeno lo toccano: gli sputano addosso. La folla inferocita e i soldati, in fondo la gente sfruttata che trova un nuovo capro espiatorio per la loro infelicità e la delusione di un sistema religioso e sociale ingiusto. Trovano un corpo indifeso, e se la prendono con lui. Sputare significa mantenere la distanza, quasi a evitare il rischio di impurità. Ma chi tocca Gesù può solo essere contagiato di bontà: chi tocca con fede sente sprigionare la potenza dell’amore dal suo corpo, come era accaduto per tanti malati nella sua vita pubblica. Però è necessario riconoscersi malati, bisognosi di guarigione, di autentica purificazione. Chi sputa sono soltanto i più scalmanati: è un gesto da bruti. Dietro, però, si nasconde l’ideologia calcolatrice e la falsa purità legale di sacerdoti e capi, di scribi e farisei, troppo pieni di sé per avere l’umile coraggio di toccare il copro sfigurato del Crocifisso. Lo insultano, lo offendono, ma sempre da lontano. Si può decidere di non entrare in relazione con il Crocifisso, perché la sua nudità e la sua debolezza sono troppo dure per lasciarsi smascherare nel proprio peccato. Si può lasciarsi allora comandare dalla paura di essere a nostra volta spogliati della nostra iniquità. Allora si sopravvive, da impauriti e arrabbiati.

Si tratta di scegliere. Il profumo della tenerezza, alla scuola delle pecorelle più umili, o gli sputi dell’ignominia, arroccati nella difesa delle nostre paure e delle nostre menzogne.

Il corpo di Gesù, consegnato al supplizio più infame, è però anche un corpo che dona, che consegna e si consegna. Gesù dona, con il suo corpo, anche il vino della festa. Strano pensare a fare festa, mentre nel cenacolo si prepara il sacrificio e l’offerta. Ma è proprio questa offerta, questa consegna, la vera festa. Gesù fa festa perché ha scelto di fare della vita – e quindi anche della propria morte – un dono totale. Ne manifesta così il senso, ci condivide la via, ci suggerisce l’essenza. E vince la morte consegnandosi, perché della morte ci spaventa l’insondabilità, l’assoluta resa, l’incontrollabilità. Gesù ne diviene padrone, abbracciandola per scelta mentre è vivo. Il vino donato e condiviso, che è il suo sangue sparso sulla Croce, diventa così simbolo che perpetua la festa. Anche noi oggi possiamo accogliere il suo corpo consegnato bevendo al calice della donazione, che è l’Eucaristia celebrata insieme ed è una vita trasformata in diaconia, in servizio ai fratelli. Gesù prepara per noi il vino della festa, il sangue della donazione: è questo il suo modo di vivere il corpo, ricolmo dello Spirito di vita e di amore.

Gli uomini rannicchiati in se stessi, invece, non percepiscono altro che la tragedia del nulla. La morte è la parola fine, per loro. Non c’è altro. La morte è subita e data con cattiveria. Così gli uomini non sanno donare il vino della festa, perché non lo sanno preparare in vita. Una vita spesa a compiere ordini, a imporre leggi, a difendere l’immagine di sé, a torturarsi e a torturare in rapporti superficiali e vacui, è una vita che ha il gusto acido dell’aceto. Poteva essere vino buono; lo hanno sciupato, lasciandolo divenire amaro. Sono i soldati, ma siamo tutti noi. Qualche volta proviamo a rimediare, e mescoliamo mirra al vino acerbo: ma Gesù non la vuole, perché non si lascia toccare dalle illusioni. Così come Gesù non vuole anestetici al male, egli non scende nemmeno a compromessi con il Maligno. Gesù è radicale, e si dona tutto. O è vino, o non è. La vita data a metà è mezza vita, la morte diviene una disperazione.

Si tratta di scegliere, in questa Santa Settimana, come vogliamo stare davanti al corpo dell’Uomo dei dolori. La Passione ci interpella, esige una risposta. La fede del centurione: ‘Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!’ (15,39); è vino buono, è una una folgore che illumina. Oppure l’ostinata indifferenza che non si esprime, e cerca ‘falsi testimoni’ per non uscire dalle tenebre.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Ultima modifica il Mercoledì, 25 Marzo 2015 16:17

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