VEGLIATE!

Mc 13, 33-37 – I domenica di Avvento B

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Vegliate!’. In quattro versetti, ritorna per quattro volte questo verbo, e tre volte come imperativo. ‘Vegliate!’: all’inizio del tempo di Avvento, all’ingresso nel nuovo anno che percorre tutta la storia della salvezza, Gesù ci esorta, con decisione, a un atteggiamento fondamentale: la vigilanza!

In che contesto ci viene indicato questo atteggiamento?

In primo luogo, Gesù ci ricorda che ci è stato dato un compito nella grande casa del nostro Signore. Dio ha creato il mondo e l’ha voluto affidare a noi, perché ne custodissimo la bellezza e la ricchezza, facendoci a sua immagine e somiglianza, perché potessimo essere segno e strumento per tutte le creature della misericordia del Padre. Il mondo, dunque, è stato pensato da Dio come sua casa, da gestire nell’ottica della salvezza. È la logica dell’economia trinitaria: l’economia è proprio la gestione della casa, e le nostre mamme ne sono le migliori esperte. La cura e l’utilizzo delle risorse del creato, a cominciare dai rapporti tra di noi e con ogni essere vivente, sono volute da Dio al fine di portare ogni uomo alla salvezza e di fare di ogni creatura una traccia del suo progetto di amore.

Purtroppo, il calore e la bellezza della casa di Dio sono stati sfigurati dall’irruzione del peccato nel mondo. È scesa la notte. Notte di dolore e di morte, notte di lacerazione e di violenza, notte di menzogna e di paura. Quanta notte nella nostra vita e nella vita dell’umanità! La libertà donata all’uomo, come creatura prediletta da Dio, è stata ferita dalla seduzione del Maligno, e così l’economia della salvezza ha avuto bisogno di una rinnovata presenza da parte della Trinità creatrice. È la presenza redentrice del Figlio: Egli deve venire, a squarciare la notte, a illuminare il buio, a restituire alla casa di Dio l’originaria bellezza e luminosità.

Ecco che Egli verrà, verrà di nuovo, nel bel mezzo della notte del male che ferisce la dignità dell’uomo, dell’umanità, del creato. Gesù ci annuncia così la Buona Notizia, e in Se stesso la realizza. Egli infatti è già la presenza sfolgorante della Trinità che salva. Egli è, nel suo corpo e nel suo sangue, anticipo e realizzazione della promessa di salvezza da parte di Dio.

Vegliare, dunque, ha un molteplice significato.

Innanzitutto, vuol dire aprire gli occhi per riconoscere la vera identità di noi stessi e di quanto ci circonda. Siamo frutto della bellezza feconda di Dio, generati dal cuore della Trinità per esserne presenza vivente nel mondo; e il mondo stesso è frutto di un’azione di amore gratuito da parte di Dio. Vegliare vuol dire quindi vincere la sottile tentazione di ‘vedere tutto nero’, di demonizzare e condannare a priori la realtà in cui ci troviamo, di catalogare ogni essere vivente e noi per primi come irrimediabilmente perduti. Vegliare significa alzare lo sguardo verso il Cielo, per riconoscere lì la radice dell’esistenza della terra e di chi la abita, accogliendo la Buona Notizia di un originario amore fedele e benevolo con cui Dio ha creato il mondo e ci ha fatti suoi figli.

In secondo luogo, vegliare significa non cadere nella ingenuità di nascondere a noi stessi la profonda ferita da cui sanguinano le vene dell’umanità. Significa riconoscere che il male e il peccato esistono, e che non sono frutto del caso o di un incidente di percorso nella spirale di maturazione progressiva della persona e del creato. Il Maligno ha impresso una piaga terribile nel cuore di ognuno, e chi si addormenta pensando che ciò riguardi solo miti del passato, ne rimane mortalmente infettato.

Ma vegliare vuol dire, poi, avere già sfiorato con stupore e riconoscenza la venuta del Figlio, che sana la ferita e restituisce a noi la bellezza delle origini. La vigilanza è l’atteggiamento di colui che attende con fede e trepidazione il compimento di quanto ha già percepito come vero e sicuro. Si tratta di una relazione, per ora vissuta come liberante e vera, ma non ancora goduta in pienezza: ne sgorga così una infinita nostalgia di compimento. Avviene allora che la veglia di chi attende si configura come una instancabile ricerca dei segni della sua presenza, come un appassionato sguardo verso le tracce del suo passaggio, come un fervente sospiro di gioia nel coglierne il profumo e l’ombra di luce.

L’uomo vigilante, dunque, non è il cacciatore terrorizzato di poter essere sorpreso dalla fiera feroce, né il timido agnello che sfugge ogni traccia del predatore pericoloso. L’altro, il mondo, il futuro, non sono minaccia e rischio, bensì opportunità e chiamata. Sono un kairos, di cui il presente contiene l’annuncio e la potenzialità di vita. L’uomo vigilante – il cristiano – è il figlio che corre incontro al Padre, perché ha intuito che il Padre sta facendo il tratto di strada più lungo e più duro, e non lo vuole far stancare di attesa e di nostalgia. L’uomo vigilante è il fratello che ha riconosciuto dentro di sé i segni della risurrezione donati in un soffio dal Crocifisso Risorto, e ‘non sta nella pelle’ fintantoché non gode in pienezza della gioia incontenibile della vita eterna.

In questo atteggiamento di speranza attiva, di cui è tanto bisognoso il mondo contemporaneo, la ferita del peccato viene guarita e rimarginata senza finzioni né sconti. E la sofferenza dei fratelli più poveri diviene il luogo privilegiato in cui riconoscere e rendere presente il raggio di luce che squarcia il buio della notte.

 

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

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